L'ultima vittima è la diciassettenne Natasha Randall. La ragazza è stata trovata morta la scorsa settimana nella casa di famiglia a Blaengarw, vicino Bridgend. Il giorno dopo, altre due ragazze hanno tentato il suicidio senza successo.
Dei sei ragazzi che si sono tolti la vita, impiccandosi, nell'ultimo anno, alcuni avevano pubblicato i propri profili sullo stesso sito internet, un social network frequentato dagli adolescenti britannici. Dopo ogni morte, sul sito sono comparsi epitaffi in stile SMS. Prima di morire, Natasha aveva postato on-line dei messaggi in memoria di Liam Clarke, ventenne trovato morto in un parco di Bridgend lo scorso 27 dicembre: «RIP (riposa in pace), caro Clarky! Mi mancherai. Ti voglio bene». Liam era amico di un'altra vittima, il coetaneo Thomas Davies, che si era tolto la vita due giorni dopo il funerale di David Dilling, altro ragazzo suicidatosi.
Dopo questa serie di suicidi molti ragazzi hanno creato delle pagine web per rendere omaggio ai sei giovani. Due giorni dopo la morte di Natasha, altre due coetanee della stessa Bridgend hanno cercato di suicidarsi. Una di loro è tuttora in rianimazione. Tim Jones, sovrintendente della polizia di Bridgend, è convinto che tutti questi suicidi siano collegati tra loro. Potrebbe anche entrarci l' "effetto copycat".
Anche il padre di Liam Clarke teme che una trama ferale unisca queste morti: «Non sappiamo che cosa stia succedendo, è stranissimo che ci siano stati tanti suicidi a Bridgend. Non sappiamo se sia un culto sinistro o se si tratti di suicidi copiati, o se ci fosse un bizzarro patto suicida. Non abbiamo idea di che cosa pensasse Liam, siamo all'oscuro di tutto».
Nessuno ha ancora ricostruito la catena di autodistruzione che lega la prima morte di un diciottenne disturbato, Dale Crole, che era stato in riformatorio, a quella del suo migliore amico e coetaneo David Dilling, a quella del tranquillo Thomas Davies, ch si è ucciso dopo aver comprato il vestito per il loro funerale. Nessuno ha ancora capito che cosa c'entrino queste morti con il successivo suicidio di Zachary Barnes, un diciassettenne bravo e volonteroso, amico di Davies, e con quello di Liam Clarke, e con quello di Gareth Morgan, 27 anni e padre di una bambina di otto, che in città veniva considerato un gigante buono.
Anne Parry, dell'organizzazione «Papyrus» per la prevenzione del suicidio, dice: «Sono tre anni che ne parliamo. I social network di Internet possono essere particolarmente pericolosi. Possono dare molto appoggio ai giovani, ma possono anche fare l'opposto e alimentare sensazioni suicide».
Una portavoce del social network Bebo promette: «Collaboreremo con gli inquirenti e siamo impegnati a fornire ai nostri membri un ambiente online il più sicuro possibile».
COMMENTO:
Quanto riportato è cronaca. Personalmente, ritengo che il problema, ovviamente, non sia internet, che però contribuisce a diffonderlo. Mi chiedo cosa spinga così tanti giovani in tutto il mondo a toglersi la vita in questo modo. Comunque, è un segno dei tempi.
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Certo internet diffonde la notizia. Ma che colpa ne ha internet se loro lo fanno, ma prima queste cose non esistevano?
Io dico di si, solamente che il patto suicida invece di stipularsi con internet sono stati usati metodi più arcaici o usuali del tempo, internet ha solo dato un contributo alla velocità ecco tutti qui.
E poi se uno è stanco di vivere non vedo il perchè di tutto questo casino.