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mercoledì 12 novembre 2008

LA QUINTA DIMENSIONE

LHC APOCALYPSE

(Credit: iStockphoto/Christophe Rolland)

Un team di fisici teorici e sperimentali, tra cui alcuni della Case Western Reserve University, hanno progettato un simulatore di buchi neri chiamato “BlackMax” in cerca dell’evidenza di dimensioni extra nell’universo.

I buchi neri sono, in teoria, delle regioni dello spazio in cui il campo gravitazionale è così forte che niente può sfuggire alla sua attrazione dopo aver attraversato il cosiddetto “orizzonte degli eventi” previsto dalla relatività generale, una sorta di “punto di non-ritorno” (corrisponde alla superficie che circonda la singolarità, una piccolissima regione di densità infinita in cui la materia è incredibilmente compressa dai fenomeni che caratterizzano il buco nero. Se il buco nero possiede la massa di una galassia, l'orizzonte è situato a 1011 chilometri dal centro, se invece un buco nero ha la massa del sole, allora l'orizzonte dista un chilometro dal centro, infine se un buco nero ha la massa di una montagna, l'orizzonte è situato a 10− 13 centimetri. La temperatura dell'orizzonte dovrebbe risultare talmente alta da non essere nemmeno misurabile).

Per la realizzazione di BlackMax ci sono voluti circa due anni: il programma consentirà ai fisici di testare le teorie sulla formazione e il decadimento di buchi neri nel corso degli esperimenti che si svolgeranno all’interno delLarge Hadron Collider (LHC), che sono stati commissionati dall’European Center for Nuclear Research (CERN) di Ginevra. Ad esempio, ci si aspetta che i buchi neri creati dall’LHC comincino a ruotare e che la rotazione aumenti la frazione della massa dissipata come gravitoni - quanti elementari di gravità - che potrebbe fornire la prova dell’esistenza di strutture extra-dimensionali.

I membri dell’ “ATLAS Experiment”, uno dei due principali rilevatori di particelle dell’LHC, hanno già svolto alcune simulazioni. I fisici Dejan Stojkovic, ex studente di dottorato alla Case Western Reserve, ora professore alla facoltà della State University of New York (SUNY) di Buffalo, e De-Chang Dai, dottorato in fisica, hanno lavorato con Glenn Starkman al progetto insieme ad altri collaboratori e fisici sperimentali come Cigdem Issever e Jeff Tseng della Oxford University e Eram Rizvi del Queen Mary College della University of London.

ATLAS funziona più come indagatore in cerca dei siti dove avvengono le collisioni, mettendo poi insieme i detriti per cercare di capire le cause della disintegrazione. BlackMax consente invece ai fisici di guardare ai dati forniti da ATLAS per vedere se i percorsi delle particelle rilasciate dalle collisioni corrispondono a quelli previsti durante la nascita o la decadenza di un buco nero. Secondo
il Modello Standard della fisica delle particelle, le collisioni non-gravitazionali ordinarie tendono a produrre frammenti dei protoni che si ammassano in un piccolo numero di getti. Il decadimento di un buco nero dovrebbe produrre più particelle isotropicamente anomale - in ogni direzione - e il mix di particelle dovrebbe essere più “democratico” - includendo ad esempio elettroni e particelle simili che non si trovano con i protoni.

In determinate circostanze, il decadimento di un buco nero dovrebbe produrre anche molti gravitoni - particelle elementari ipotetiche, responsabili della trasmissione della forza di gravità nei sistemi di gravità quantistica - che potrebbero sfuggire agli occhi di ATLAS, ma che rendono le rimanenti particelle emesse particolarmente asimmetriche e con un carico di energia inferiore rispetto all’evento totale.

I buchi neri prodotti dall’LHC, potrebbero dunque aiutare gli scienziati a capire il legame tra la forza di gravità e la meccanica quantistica, e a risolvere l’incompatibilità tra la teoria quantistica e la relatività generale. Sarebbe anche la prova dell’esistenza di altre dimensioni spaziali e spiegherebbe perché la gravità è una forza così debole se comparata alle altre tre forze fondamentali - l’elettromagnetismo e le energie nucleari forti e deboli.

Secondo Starkman, i buchi neri che si formeranno dalle collisioni dell’LHC saranno molto piccoli, estremamente caldi (una temperatura miliardi di volte superiore a quella del sole) e decadranno in poche frazioni di secondo dalla loro nascita. Sulla sicurezza degli esperimenti, Starkman non ha dubbi: "Nell’Universo questo tipo di esperimenti hanno luogo da miliardi di anni, il bombardamento di raggi cosmici avviene anche sopra le nostre teste. Se l’LHC produrrà dei buchi neri, possiamo essere certi che non corriamo nessun serio pericolo”.

Per la cronaca, ci vorranno ben più dei due mesi annunciati in un primo momento, per riparare il guasto che si è verificato pochi giorni dopo lo storico avvio dell'acceleratore lo scorso 10 settembre (il riavvio è in programma per l'inizio della primavera del 2009, in seguito sono previste le prime collisioni tra i fasci di particelle nei 27 chilometri del tunnel). Le indagini condotte in seguito alla rilevante fuga di elio all'interno del tunnel del Large Hadron Collider hanno indicato che la "causa più probabile dell'incidente è stata una connessione elettrica difettosa tra due magneti", ha affermato il comunicato ufficiale.

Si è trattato "indubbiamente di un colpo psicologico", ha commentato il direttore generale del CERN, "tuttavia, il successo della prima iniezione di fasci di particelle testimonia gli anni di dura preparazione e le capacità del personale coinvolto. Non ho dubbi che supereremo questa difficoltà con lo stesso livello di rigore e applicazione", ha aggiunto.

(Studio di rif.: Dai et al., “BlackMax: A black-hole event generator with rotation, recoil, split branes, and brane tension”. Physical Review D, 2008)

"Physicists Create BlackMax To Search For Extra Dimensions In The Universe”, ScienceDaily, 9 novembre 2008

LA QUINTA DIMENSIONE

Secondo il modello “Randall-Sundrum braneworld” (Universo Membrana), chiamato così in nome degli scienziati che lo hanno creato, Lisa Randall e Raman Sundrum, l’universo visibile è una membrana sottile facente parte di un universo molto più vasto, come un filamento di alga che fluttua nell’oceano. Se l’universo descritto dalla relatività generale prevede tre dimensioni spaziali e una temporale, l’universo membrana prevede un’ulteriore dimensione spaziale, per un totale di cinque dimensioni.

Uno dei problemi che si riuscirebbe a spiegare con questa teoria, è la debolezza della forza gravitazionale rispetto alle altre interazioni fondamentali della natura, unificando le quattro forze della natura in un' unica interazione fondamentale.

A differenza della teoria delle superstringhe, in cui il numero di dimensioni crescono arbitrariamente (11-14), la teoria dell’universo membrana necessita solo di una quarta dimensione spaziale: nello spazio-tempo ordinario a 3+1 dimensioni dominano le normali forze della natura, mentre nell'iperspazio solamente la gravità. Queste dimensioni aggiuntive non sono direttamente percepibili dall'osservatore. La quarta dimensione spaziale ipotizzata da Randall e Sundrum sarebbe talmente microscopica sfuggire ai sensi.

Già dagli anni '80, con la teoria delle stringhe prima e delle superstringhe poi, si è cercato di unificare le quattro forze della natura per inglobare in una sola teoria il paradigma quantistico e la con la gravità classico-relativistica. Le due teorie sono validissime e largamente utilizzate nel dominio del loro campo di indagine, ma presentano lo scoglio insormontabile di non essere assolutamente compatibili fra loro.

Secondo la teoria delle stringhe, tutto quello che esiste nel cosmo sarebbe la manifestazione più o meno evidente della vibrazione e della risonanza delle, cosiddette, stringhe cosmiche. In particolare, secondo questa teoria, le particelle materiali vengono associate a delle corde vibranti invece di enti puntiformi privi di struttura. Queste stringhe sono infinitamente sottili e dello spessore paragonabile alla lunghezza teorica di Planck (10-35 m); esse vengono tese con una forza prodigiosa (1039 tonnellate), che ne determina la frequenza di vibrazione: maggiore è questa frequenza di vibrazione e maggiore è la massa della particella associata. Essendo maggiore la massa è anche maggiore la gravità; è proprio questo il collegamento tra la gravità relativistica e le particelle elementari quantistiche. In questo contesto, la teoria delle superstringhe ingloba la forza di gravità. Esistono varie teorie delle superstringhe ognuna delle quali prevede l'esistenza di 9 dimensioni spaziali più una temporale (sei di queste dimensioni spaziali sono impercettibili ognuna accartocciata su di se).

Nel 1995, le differenze tra le varie teorie di stringhe sono state appianate dal lavoro del professor Edward Witten, che ideò la “M-Theory", dove "M" sta per “Mother”, cioè la Teoria Madre di tutte le superstringhe. In questa teoria generale, le dimensioni spazio-temporali totali sono 11 e non più 10. Inoltre, si postula l'esistenza di altre strutture dette "membrane" oltre alle stringhe unidimensionali. Le membrane sarebbero delle stringhe estese in più dimensioni ed in continua e perenne vibrazione all’origine dell’Universo così come lo conosciamo. In questo contesto, la teoria M viene detta “Teoria delle Membrane".

Una stranissima peculiarità della teoria M è che nell'interazione e nella collisione tra particelle si possano originare dei mini-buchi neri; infatti, se nei nostri acceleratori si riuscissero a raggiungere delle energie abbastanza elevate (circa 1019 GeV), nell'urto, due particelle di siffatta energia potrebbero avvicinarsi talmente tanto da finire entro il limite di Planck. A questa distanza, si stima che l'attrazione gravitazionale delle due particelle prevalga su qualsiasi repulsione o ulteriore forza della natura, quindi le due particelle finirebbero per comprimersi ulteriormente formando un microscopico buco nero.

A partire da speculazioni sulla teoria delle membrane, Charles Keeton, un fisico della Rutgers University, e Arlie Petters, della Duke University, nel 2006 hanno elaborato una teoria che permetterebbe la verifica sperimentale della quarta dimensione spaziale.

Attraverso elaborazioni matematiche assai complesse, hanno predetto l'esistenza di mini-buchi neri sparsi un pò ovunque, anche entro i confini del nostro Sistema Solare. “Se la teoria dell’Universo Membrana fosse vera”, dice Petters, "confermerebbe l’esistenza di una quarta dimensione spaziale, il ché sarebbe un notevole salto filosofico nella nostra comprensione del mondo naturale".

La teoria suggerisce che la dimensione nascosta abbia dato origine ad un’infinità di mini buchi neri in tutto l’Universo entro 1 secondo dal Big Bang (migliaia esisterebbero anche all’interno del nostro Sistema Solare), mentre secondo la Relatività Generale, questi buchi neri primordiali sarebbero letteralmente "evaporati" attraverso un processo quantistico chiamato “radiazione di Hawking”.

L'esistenza di una quarta dimensione spaziale cambierebbe il tasso di radiazione dei buchi neri e quindi renderebbe possibile la loro esistenza all'interno del Sistema Solare, almeno è quanto sostengono Keeton e Petters, secondo cui i mini buchi neri avrebbero una dimensione di circa un nucleo atomico e masse simili a quelle di piccoli asteroidi.

Ammettendo che questi oggetti esistano, e rappresentino l'1% della materia oscura (che può essere individuata soltanto attraverso i suoi effetti gravitazionali su altri oggetti poiché non riflette la luce), secondo i calcoli dei due ricercatori, dovrebbero essercene diverse migliaia all'interno del Sistema solare (il più vicino sarebbe ben al di dentro dell'orbita di Plutone).

Per individuarli, i due sperano nei lampi di raggi gamma, potenti esplosioni cosmiche che passando nei pressi dei buchi neri potrebbero dar vita a segnali di interferenza individuabili dal telescopio del satellite NASA GLAST (Gamma Ray Large Area Telescope), lanciato nell’agosto del 2007 con lo scopo di studiare prevalentemente i “Gamma Ray Bursts" (GRBs).

Dato che i mini buchi neri distorcono la fabbrica dello spazio-tempo in modo differente dai buchi neri convenzionali, la luce emessa dai raggi gamma potrebbe rivelarne l’esistenza. "Se il segnale venisse raccolto e un mini buco nero individuato, bisognerebbe rivedere la teoria della relatività generale", scrivono su Physical Review D.

"I nostri calcoli mostrano che i mini buchi neri produrrebbero una increspatura nei raggi gamma differente da quella prevista dalla relatività generale”, dice Petters.

"Mini Black Holes Might Reveal 5th Dimension”, Space.com, 26 giugno 2006

STARGATE

Li chiamano “Flux Transfer Events” (FTEs), “eventi di trasferimento di flusso", durante i quali tonnellate di particelle cariche di energia possono fluire attraverso una sorta di portale magnetico che si apre e si chiude in un brevissimo lasso di tempo, e percorrere 93 milioni di miglia (la distanza che separa il Sole dalla Terra).

"Ero sicuro della loro esistenza già 10 anni fa”, dice David Sibeck del Goddard Space Flight Center, “ora l’evidenza è incontrovertibile”.

I ricercatori ipotizzano da tempo che la Terra e il Sole siano in qualche modo collegati. Lo strato di confine che separa la magnetosfera (la bolla magnetica che circonda il nostro pianeta) dal vento solare è chiamato magnetopausa. Ma non si tratta di uno scudo impenetrabile. Una parte della materia trasportata dal vento solare riesce ad entrare attraverso delle linee del campo magnetico magnetosferico dando luogo ad eventi di transizione come i FTEs. Queste linee possono essere tracciate dalla terra ferma risalendo indietro fino all’origine. "Pensavamo che la connessione fosse permanente e che il vento solare potesse infiltrarsi nell'ambiente attorno alla Terra in qualunque momento fosse attivo", dice Sibeck, "ma ci sbagliavamo. Le connessioni non sono affatto statiche. Sono spesso brevi e molto dinamiche".

Ad un’assemblea internazionale di fisici spaziali al 2008 Plasma Workshop di Huntsville, in Alabama, Sibeck ha dichiarato che non solo i FTEs sono comuni, ma che si verificano molto più frequentemente di quanto non si credesse in precedenza.

Diversi relatori al Workshop hanno evidenziato il modo in cui gli FTEs si formano: sul lato illuminato della Terra (il lato più vicino al sole), il campo magnetico della Terra preme contro il campo magnetico del Sole. Approssimativamente ogni otto minuti, i due campi si uniscono brevemente, o meglio, si riconnettono, formando un portale attraverso cui le particelle possono fluire. Il portale assume la forma di un cilindro magnetico largo tanto quanto la Terra.

La flotta Cluster dell'Agenzia Spaziale Europea, composta da quattro satelliti per misurazioni magnetosferiche, e le cinque sonde THEMIS della NASA, hanno volato attraverso e attorno questi cilindri, misurandone le dimensioni ed esaminando le particelle che vi vengono sparate all'interno. "Sono reali", dice Sibeck.

Ora che Cluster e THEMIS hanno preso campioni diretti di FTE, i teorici possono usare tali misurazioni per simulare gli FTE nei loro computer e predirne il comportamento. Il fisico spaziale Jimmy Reader dell'Università del New Hampshire, che ha presentato una di queste simulazioni al Workshop, ha detto che i portali cilindrici tendono a formarsi al di sopra dell'equatore della Terra e quindi ruotano attorno al polo invernale della Terra (a dicembre, gli FTE ruotano attorno al polo nord, a luglio, attorno al polo sud).

Simulazione MHD del vento solare che entra dal alto illuminato nella magnetoguaina, la zona dello spazio compresa tra la magnetopausa e l'onda d'urto che il vento solare forma sulla magnetosfera, risultante da una riconnessione ad alte latitudini della magnetopausa in entrambi gli emisferi (Credit: Wenhui Li, University of New Hampshire, USA, 16 ottobre 2008)

Le simulazioni svolte dai computers riescono ormai a riprodurre accuratamente questi processi. Comparando i risultati dei vari modelli con le osservazioni, si riesce ad ottenere un quadro molto esaustivo. Ad esempio, la simulazione di un evento FTE verificatosi il 20 maggio del 2007, ha utilizzato misurazioni reali del vento solare (densità, velocità, temperatura del plasma) e del campo magnetico terrestre come dati di ingresso al modello “BATS-R-US” (Block-Adaptive-Tree-Solarwind-Roe-Upwind-Scheme) - sviluppato dal Computational Magnetohydrodynamics (MHD) Group della University of Michigan, ora Center for Space Environment Modeling (CSEM) - fatto girare al NASA/GSFC Community Coordinated Modeling Center.

Il modello BATS-R-US, parte dello “Space Weather Modeling Framework” (SWMF), sfruttando la potenza dell’elaborazione parallela, è in grado di risolvere equazioni MHD a 3D usando una grid adattiva composta di blocchi rettangolari arrangiati in vari gradi di rifinimento spaziale. I dati di input vengono prima trasformati in coordinate GPS poi proiettati in base alle posizioni calcolate dai satelliti e ad una approssimazione dell’orientamento dell’asse dipolare
del campo magnetico e del plasma interno magnetosferico (l’angolo di orientamento viene aggiornato in base al tempo della simulazione o ad una posizione fissata che può essere specificata indipendentemente dall’intervallo di tempo simulato). In uscita, il modello restituisce i parametri del plasma magnetosferico (unità di densità della massa atomica, pressione, velocità, campo magnetico, correnti elettriche) e parametri ionosferici (potenziali elettrici e conduttanze).

Il modello può generare una serie di eventi FTEs con caratteristiche variabili a seconda della forza del campo magnetico. I risultati delle simulazioni indicano una struttura curvata con eventi che si estendono dalle latitudini più alte lungo la magnetopausa sul lato illuminato fino all’emisfero opposto. Anche nel corso di un singolo FTE, sono stati osservati diversi orientamenti dell’asse dell’evento rispetto alla linea inclinata di riconnessione subsolare. Cioè, diverse parti dello stesso evento si muovono in direzioni differenti. Alcuni FTEs sono seguiti inoltre da cavità magnetiche del tipo recentemente descritto dal Chris Owen dell’MSSL alla University College of London.

Sibeck crede che ci siano principalmente due varietà di FTEs: attivi e passivi. Quelli attivi sono cilindri magnetici che permettono alle particelle di volarvi attraverso piuttosto facilmente; sono importanti conduttori di energia per la magnetosfera della Terra; quelli passivi offrono più resistenza, la loro struttura interna non ammette con facilità un flusso simile di particelle e campi. Sibeck ha calcolato le proprietà degli FTEs passivi e sta incoraggiando i suoi colleghi a dare la caccia a segnali di FTEs passivi nei dati raccolti da THEMIS e Cluster. "Gli FTEs passivi potrebbero non essere molto importanti, ma finché non ne sappiamo di più non possiamo esserne sicuri".

Restano molte domande senza risposta. Perché i portali si formano ogni 8 minuti? Perché i campi magnetici all'interno del cilindro si deformano?

"Magnetic Portals Connect Sun And Earth”, SpaceDaily.com, 31 ottobre 2008

INFORMAZIONE COSMICA

Un gruppo di ricercatori della Pennsylvania State University ha identificato un meccanismo attraverso cui l'informazione può essere recuperata dai buchi neri.

Negli anni Settanta, Hawking ha teorizzato che i buchi neri evaporano attraverso processi quantistici e che l'informazione in essi contenuta - relativa all'identità della materia inglobata - vada per sempre perduta. Una affermazione che sfida la meccanica quantistica, secondo cui l'informazione non può essere distrutta.

L'idea di Hawking è stata generalmente accettata dai fisici fino alla fine degli anni Novanta, quando molti hanno cominciato a dubitarne, insieme allo stesso Hawking, che in seguito, nel luglio del 2004, nel corso del 17° Congresso Internazionale su Relatività Generale e Gravitazione, tenutosi a Dublino, ha perfino ammesso di essersi sbagliato. Tuttavia, nessuno è stato in grado di prospettare un meccanismo plausibile attraverso cui l'informazione potesse sfuggire al buco nero.

Il team guidato da Abhay Ashtekar, direttore dell’Institute for Gravitation and the Cosmos alla Penn State University, è
convinto di aver scoperto tale meccanismo. Per illustrarlo, su Physical Review Letters, Ashtekar ha usato un'analogia con “Alice nel Paese delle Meraviglie: "Quando il gatto del Cheshire svanisce, il suo sorriso rimane. Noi pensiamo che accada qualcosa di simile con i buchi neri. L'idea di Hawking suggerisce che alla fine della sua vita, quando è completamente evaporato, un buco nero lasci dietro di sé una singolarità, una sorta di punto finale dello spazio-tempo, che funge da pozzo per il recupero dell'informazione".

Ashtekar e i suoi collaboratori Victor Taveras e Madhavan Varadarajan suggeriscono che queste singolarità non esistano nel mondo reale. "L'informazione sembra perduta solo perché abbiamo guardato a una parte limitata dell'autentica meccanica quantistica dello spazio-tempo", afferma Varadarajan, "se consideriamo la gravità quantistica, lo spazio-tempo diviene molto più grande e c'è spazio sufficiente perché l'informazione riappaia in un futuro lontano dall'altro lato di quello che prima pensavamo essere la fine dello spazio-tempo".

Secondo Ashtekar, lo spazio-tempo non sarebbe un continuum, ma sarebbe piuttosto formato da singoli blocchi: "Una volta che capiamo che la nozione di spazio-tempo come continuo è solo un'approssimazione della realtà, diventa chiaro che le singolarità sono costrutti puramente artificiali".

Nel loro studio, i ricercatori hanno usato un modello bidimensionale di un buco nero - che in realtà è quadridimensionale - perché ciò permetteva l'uso di strumenti matematici più semplici, ma dicono che il meccanismo individuato vale anche nelle quattro dimensioni. In futuro cercheranno di sviluppare un modello più aderente alla realtà in grado di simulare il comportamento di buchi neri quadrimensionali.

"Physicists Demonstrate How Information Can Escape From Black Holes”, Physorg.com, 14 maggio 2008

BLACK HOLE SYMPHONY

Un nuovo supercomputer costruito dal Dipartimento di Fisica della University of Syracuse potrebbe aiutare ad identificare il suono di un buco nero celestiale.

Chiamato “SUGAR” (Syracuse University Gravitational and Relativity Cluster), dovrà elaborare una grande quantità di dati forniti dal California Institute of Technology che li ha raccolti in un periodo di due anni al Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO).

Le onde gravitazionali sono prodotte da eventi violenti nell’universo distante, come la collisione di buchi neri o l’esplosione di supernove. Le onde irradiano nell’universo alla velocità della luce. Albert Einstein ha predetto la loro esistenza nel 1916 nella sua teoria della relatività generale, ma ci sono volute decadi per sviluppare la tecnologia in grado di rilevarle. La realizzazione dei rilevatori del LIGO è stata completata nel 2005. Come parte della LIGO Scientific Collaboration (LSC), è stato creato anche il dipartimento del Gravitational Wave Group della Syracuse University, dove è stato assemblato SUGAR.

Prima di poter isolare il suono di un buco nero, gli scienziati devono dedurre a cosa può assomigliare. Siccome i buchi neri assorbono la luce e non possono essere studiati usando telescopi o altri strumenti basati sul rilevamento di onde luce, si spera che la decifrazione sonora delle onde gravitazionali possa aiutare ad indagare la natura di questo affascinante fenomeno astrofisico.

Lavorando con colleghi del progetto “Simulating eXtreme Spacetimes” (SXS), una collaborazione tra il Caltech e la Cornell University, Duncan Brown, assistente professore di fisica e membro del Gravitational Wave Group, userà le equazioni di Einstein per creare dei modelli di simulazione dei percorsi gravitazionali delle onde generate dalla collisione di buchi neri. "È come cercare di ascoltare il suono dell’Universo”, dice Brown, "ogni differente tipo di evento produce differenti percorsi d’onda e quindi dei suoni speciali. Vogliamo estrarli comparandoli mediante il nostro modello da tutto il rumore contenuto nei dati del LIGO".

Servirà una enorme potenza di calcolo e capacità di storaggio per farlo. SUGAR è formato da 80 computers che nel complesso utilizzano 320 CPU con una memoria da 640 Gigabytes. Inoltre, dispone di un hard disk da 96 terabytes contenente i dati del LIGO ed è collegato ad un network in fibra ottica ad alta velocità per trasmettere i dati tra il Caltech e la Syracuse University realizzato in collaborazione con NYSERNet.

"Le onde gravitazionali possono insegnarci molto dell’Universo”, dice Brown, “non abbiamo mai guardato alla teoria di Einstein in questo modo”.

"Syracuse Supercomputer Will Help Scientists Listen For A Symphony Of Black Holes”, SpaceDaily.com, 11 febbraio 2008

Orizzonte degli eventi – Wikipedia

Radiazione di Hawking - Wikipedia

LHC – CERN

ATLAS EXPERIMENT

GLAST

THEMIS Mission

ESA Science & Technology: Cluster

BATS-R-US

Center for Space Environment Modeling (CSEM)

Space Weather Modeling Framework

Sugar Computing Cluster

Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory

Simulating eXtreme Spacetimes

NYSERNet

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