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giovedì 14 febbraio 2008

THE ABU GHRAIB SHOW 2

Barack Obama ha lasciato l'opinione pubblica statunitense a bocca aperta: ha definito "appropriata" la condanna a morte per i sei detenuti di Guantanamo, che potrebbero risultare coinvolti nell'attentato alle Torri Gemelle. "Yes We Can!". Si può fare...


E Hilary? Temporeggia. La candidata peró è nota per il suo favore alla pena di morte: proprio lei nel 1996 appoggió il marito Bill nell'ampliamento della possibilità, a favore dei tribunali federali, di ricorrere alla pena di morte. Eppure, lo scorso dicembre, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato a favore di una moratoria universale delle esecuzioni capitali.


Obama precisa: qualche dubbio lo ha, ma solo perché a pronunciare la sentenza saranno i tribunali militari istituiti da George W. Bush. I dubbi nascono perché si tratta di "presunzione" di colpevolezza non ancora accertata, e perché le prove sono state acquisite attraverso dichiarazioni estorte sotto pratiche che le convenzioni internazionali definiscono "tortura".


Rob Freer, di Amnesty International, ha riferito che, prima di essere trasferiti a Guantanamo, nel settembre 2006, cinque dei sei uomini incriminati hanno trascorso "più di tre anni in centri di detenzione segreti della CIA, situati in luoghi sconosciuti". E dunque "sono stati vittime di sparizione forzata". Inoltre, "almeno uno di loro, Khalid Sheikh Mohammed, e per ammissione della stessa CIA", è stato sottoposto alla tecnica di interrogatorio del semiannegamento.


Piena "violazione dei diritti umani" anche per il sesto incriminato, Mohamed al-Qahtani, "che a Guantanamo ha subito torture e altri maltrattamenti". Amnesty ha riferito che l'uomo è stato "tenuto incappucciato e nudo, sottoposto a umiliazioni sessuali e di altro genere, alla deprivazione sensoriale, a temperature estreme, a musica assordante e a rumore bianco". Nonostante questo, "il Pentagono ha concluso che queste condizioni non costituiscono un trattamento inumano".


Per Amnesty, "l'impunità nell'ambito dei programmi CIA rimane un punto fermo della condotta degli USA nella guerra al terrore".


Il prigioniero incappucciato, con le braccia aperte legate ai fili della corrente, una delle foto-simbolo delle violenze di Abu Ghraib, ha un nome e un volto. Si chiama Ali Shalal el Kaissi, ha 42 anni, e fu arrestato nell’ottobre 2003 a Bagdhad con l'accusa di far parte della guerriglia. Ali, studioso e insegnante di religione, era un "Mokhtar", un'autorità amministrativa e religiosa in uno dei distretti di Bagdhad. Dopo essere stato rilasciato, aveva denunciato le torture subite alle autorità irachene, ma nessuno gli aveva creduto, perchè le foto dell’orrore dovevano essere ancora pubblicate. Doveva venire nel nostro paese a raccontare la sua storia, ma il consolato italiano gli ha negato il visto.


Sigfrido Ranucci, inviato di Rainews24, l'ha intervistato ad Amman, in Giordania, dove stava seguendo il corso "Non Violent Action for Iraqi", organizzato da Un Ponte Per e altre Ong europee, e dove ha fondato l’Associazione delle Vittime delle Prigioni Americane. Ad Abu Ghraib, Ali veniva chiamato in gergo sprezzante "Clawman", l'uomo uncino, per una tremenda ferita alla mano.


[...] Prima di essere arrestato avevo subito un’operazione chirurgica alla mano. Ma quando sono entrato in prigione, gli americani hanno usato questa ferita come strumento di pressione. Mi dicevano: "Se collabori ti possiamo aiutare a far diventare la mano come prima con un intervento chirurgico". Invece me l'hanno schiacciata. [...] Dopo 15 giorni di prigionia mi hanno tolto dalla cella, mi hanno messo una coperta con dei buchi, come se fosse un vestito tradizionale arabo. Mi hanno legato con del filo elettrico e messo su una scatola di cartone. Poi mi hanno detto che mi avrebbero elettrizzato se non avessi collaborato. Per tre giorni mi hanno colpito con scosse elettriche. La persona che mi torturava parlava la lingua araba molto bene. Si è presentato con una musica in sottofondo, “By the Rivers of Babylon”, mi diceva che aveva già lavorato a Gaza e che aveva fatto parlare molte persone. Ogni volta che usavano gli elettrodi sentivo gli occhi che fuoriuscivano dalle orbite. Una scossa è stata talmente forte che mi sono morso la lingua e ho cominciato a sanguinare. Sono quasi svenuto. Hanno chiamato un dottore, che ha aperto la mia bocca con gli stivali, ha visto che il sangue non veniva dallo stomaco ma dalla lingua e ha detto “continuate pure". [...]


Tutte le carceri in Iraq sono sotto il controllo degli americani. Due compagnie private, La Caci International e la Titan Corp, avevano contratti con mercenari di diverse nazionalità. Tra le testimonianze raccolte da Ali Shalal el Kaissi c'è anche quella di un ex diplomatico iracheno, Haitham Abu Ghaith, secondo il quale a condurre gli interrogatori dei prigionieri c'erano anche contractors italiani, ingaggiati da ditte americane, colpevoli di aver commesso le stesse torture. Ma Ali Shalal el Kaissi non perdona ai nostri connazionali di aver trafugato soldi e reperti archeologici. "Noi amiamo il popolo italiano, conosciamo la differenza tra la popolazione civile e chi compie questi gesti, ma questo non ci impedisce di denunciare cosa facevano gli italiani".


«La foto in cui sollevo il pollice in segno di vittoria, accanto a un cadavere? È stato un gesto istintivo, quando ti fanno una foto è naturale sorridere». Si è fatta crescere i capelli ma è proprio lei: Lynndie England, la soldatessa che puntava la mano verso i genitali degli iracheni con i sacchi in testa, che teneva un prigioniero nudo al guinzaglio, come un cane.


Lyndie Parla per la prima volta, assieme agli altri commilitoni nel carcere iracheno di Abu Ghraib, in "Standard Operating Procedure", di Errol Morris, un documentario in gara alla Berlinale. «Una donna soldato deve mostrare uguale forza, devi comportarti come un maschio se vuoi rispetto», ricorda con apparente sprezzante indifferenza. Le reazioni dei suoi compari sono le più diverse: «noi siamo americani e non sappiamo distinguere tra bene e male», «sono figlio di reduci del Vietnam, gettano il mio nome nel fango», «se ce ne andiamo dall'Iraq, si uccideranno tra loro, se restiamo, si uccideranno tra loro e uccideranno noi».


"Criminal Acts", atti criminali, furono definiti. Il linguaggio militare ha poi inventato la "Standard Operating Procedure", Procedura Standard. Nato a Long Island, premio Oscar per "The Fog of War", Morris mette in pratica la scuola anglosassone, lasciando parlare i nudi fatti, senza giudicare. «Senza le foto non ci sarebbe stato il film, e nessuno avrebbe parlato. Ci ho messo 2 anni a convincere i soldati ».


«In cella mettevo la musica a tutto volume, col country andavano fuori di testa», rivela uno degli intervistati. Un altro parla dei bollettini medici alterati: infarto anziché torture. «Ognuno ha una sua dimensione morale, ognuno sa cosa è giusto e cosa non lo è», dice Morris. I prigionieri, «privati di identità umana», ha scelto di non farli parlare.


[...] Sono appassionato alle fotografie di guerra. Mi interessa molto capire cosa rivelano, e cosa nascondono. Riguardo Abu Ghraib, m'interessava tutto ciò che quelle foto non dicevano. Sono foto molto strane. Penso a quella con la piramide umana, per esempio. O a quella in cui un detenuto incappucciato è legato con dei fili elettrici. O a quella della soldatessa che tiene un prigioniero per un collare, un'immagine di dominazione che si capovolge e diventa involontariamente ironica, e ci fa pensare a chi è dominato da cosa, e per quale proposito [...] Le immagini fotografiche, inclusi i film, sono davvero misteriose. Da un lato sono vere, perché vengono dal mondo reale. E quindi non si può non credergli. Ma al tempo stesso, la realtà che rivelano è parziale. In un brano di Mark Twain che mi piace molto, il re del Belgio, Leopoldo dice: «La Kodak è il solo testimone che non sono stato capace di corrompere». È vero, ma credo che sia anche il solo testimone del quale non si può essere sicuri di cosa dirà. Persone diverse vedono cose diverse nella stessa foto. E il valore di una foto è sempre relativo a una cultura. Nel mio paese, la foto simbolo della seconda guerra mondiale è quella di Iwo Jima: soldati americani che issano una bandiera e nessun giapponese. Se parliamo del Vietnam, due foto vengono alla mente. La bambina, che corre in quella stada devastata dal Napalm, e quella con il sodato vietnamita che spara al viet cong. Sono foto che tutti conoscono. E in entrambi, non ci sono gli americani. È l'effetto della presenza americana, ma gli americani non ci sono [...] La mia tecnica sta nel lasciare parlare le persone, senza interromperle. Punto al flusso di coscienza, a far ribollire le cose, per estrarre l'essenza del personaggio che ho davanti. Ne controllo l'energia. Ho fatto così tante interviste nella mia carriera che adesso credo che sia possibile dirigerle almeno quanto una scena di fiction. E più penso alle differenze tra fiction e documentari, meno ne vedo. Con una sola precisazione: ai documentari è richiesto di parlare del mondo reale, piuttosto che di mondi immaginari. Sei costretto di fronte a ogni personaggio a chiederti: mi sta dicendo la verità? E il dramma nasce proprio dalla tensione tra quanto queste persone dicono e il mondo reale [...] Ci sono molte domande che Abu Grahib solleva. Su quello che è successo lì, senz'altro, ma anche sulla guerra, su noi stessi e sul tempo in cui viviamo. È un momento storico strano, e la direzione in cui il mondo sta andando non mi piace affatto. Come cineasta, sento il bisogno di cercare la verità. Stare zitti, senza guardare quello che succede incontro, è da irresponsabili [...].


"Quel posto mi ha trasformato in un mostro", dice Javal Davis, condannato a sei mesi per il suo ruolo minore nei fatti di Abu Ghraib. Ex prigionieri ricordano le urla degli altri prigionieri: "Sembrava come se gli frantumassero l'anima", dice uno.


Com'è possibile che tranquilli cittadini diventino dei mostri? Qual è il meccanismo che spinge una persona a torturarne un'altra? Cosa significa per l'opinione pubblica statunitense avere le immagini di questi abusi nella coscienza? E noi, cosa sentiamo, pensiamo, a vedere le scene filmate dentro la prigione di Abu Ghraib?


Nel documentario "Ghosts of Abu Ghraib", della filmmaker Rory Kennedy, le interviste che la regista realizza con alcune vittime della torture e con i loro carnefici, insieme alla ricostruzione delle condizioni della prigione, spingono a chiedersi: perché sono stati processati e puniti soltanto soldati e ufficiali, mentre gli alti ranghi del governo e dell'esercito, gli uomini che hanno ideato e ordinato queste torture nelle prigioni di Abu Ghraib e di Guantanamo, come anche in Afghanistan, sono rimasti impuniti?


Alex Gibey, nominato all'Oscar per il miglior documentario nel 2006 con "Enron: The Smartest Guys in the Room", è il regista, lo sceneggiatore, il produttore e la voce narrante del film-documentario "Taxi To The Other Side", premiato al Tribeca Film Festival. Il viaggio verso la "dark side" parte da un villaggio di pastori in Afganistan, dove una famiglia racconta la storia di Dilawar, loro parente, che con il suo taxi un giorno sparisce nel nulla: Dilawar sarà arrestato per un equivoco e trattenuto nella prigione militare di Bagram, dove verrà torturato, seviziato, picchiato, umiliato; tornerà a casa solo il giorno della sua morte. La perizia medica dichiarerà che le sue gambe erano totalmente spappolate al momento del decesso, sembrava che un camion gli fosse passato sopra. Questo evento farà partire delle indagini, diventando oggetto di ricerca per molti giornalisti. Ne viene fuori una pellicola che mostra un luogo senza leggi e senza alcun rispetto per la dignità umana, l'inferno sulla Terra.


Gibney presenta, con una intelligente alternanza, testimonianze di scampati alle torture del carcere di Guantanamo, vecchie interviste di professori universitari autori di ricerche sperimentali sulla segregazione e su nuovi metodi di tortura, dichiarazioni alle tv americane di Bush: “uno per uno i terroristi stanno imparando cosa significa la giustizia americana”.


Il regista lacera il muro di auto-censura dei media che ancora avvolge la questione della tortura, anche dopo la scoperta del “caso” Abu Graib. Il bombardamento di immagini dei marines in posa con i prigionieri morti o seviziati dimostra un paradosso: bastano poche informazioni reiterate e fatte digerire al pubblico televisivo per nascondere l’oscura verità che si cela dietro i pochi ufficiali e soldati semplici incriminati.


Gabbie con filo spinato, interrogatori di 20 ore consecutive, privazione della luce, del sonno, uso di LSD, uso dell’acqua immessa a forza in gola con un imbuto, tecniche messe in atto da bassa manovalanza del terrore e avallate dai notabili della politica internazionale. La tortura come tecnica studiata scientificamente, con tanto di memorandum, di esperimenti in rinomate Università canadesi che sostengono la “genialità” della violenza senza sevizie fisiche, quella che colpisce la psiche e trasforma i prigionieri in una sigla: PUC (Persons under US Custody).


La polizia militare, dopo l´11 settembre, riceve informazione vaghissime sui limiti dei trattamenti dedicati ai carcerati; volutamente, il governo ha lasciato enormi buchi neri nelle indicazioni comportamentali.


L'amministrazione Bush ha sconvolto le leggi stabilite dalla Convenzione di Ginevra sulla tutela dei detenuti. La sodomia, l´umiliazione, la privazione del sonno, la costrizione in posizioni assurde, sono all´ordine del giorno, storie di ordinaria follia. Gli psicologi di Guantanamo si interessano agli studi di Donald O. Hobb, esperto di scienza comportamentale che ha scoperto il risultato psicotico che può avere sull'uomo la privazione sensoriale. Viene resumata anche una tecnica antichissima, usata nel medioevo, che è il "waterboarding": consiste nel legare il soggetto a una sedia, coprirgli la faccia con uno straccio e versarci sopra dell'acqua. Il soggetto ha la sensazione di annegare. Una variante consiste nel versargli dell'acqua in gola stando ben attenti a non farlo annegare, ma facendo in modo che ne abbia l'impressione. Le tecniche usate dalla CIA per interrogare i pezzi grossi di al Qaeda sono in qualche modo 'migrate' in Iraq, causando gli abusi di Abu Ghraib, creando un percorso che arriva fino a Guantanamo e che dà vita ad un nuovo sistema globale di tortura. I numeri parlano chiaro: 105 detenuti morti omicidi in pochi anni.


L'ironia della sorte vuole che molti di questi detenuti siano stati consegnati dagli Afghani stessi agli Stati Uniti, per una ricompensa in denaro, o per rubare il campo d'oppio al proprio concorrente: solo il 5% dei detenuti di Bargam erano effettivamente coinvolti, solo il 7% di quelli di Guantanamo. Chi è stato sottoposto a torture ha dichiarato che in nessun modo sono state utili per estorcere informazioni. Lo dicono anche gli psicologi: è solo instaurando un rapporto di confidenza, con la pazienza e con l'umanità, che si riesce ad estrapolare informazioni utili. Altrimenti si producono degli effetti devastanti sulla psiche: chi entrando in queste carceri non era terrorista, è molto probabile che lo sia diventato davvero.


RaiNews24 "Il Fantasma di Abu Ghraib"

Association of Victims of American Occupation Prisons

http://www.taxitothedarkside.com/

The Abu Ghraib Show

Road to Guantanamo

Occupation: Dreamland

Bin Laden è morto





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