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giovedì 20 marzo 2008

ECO-APOCALYPSE (NOW) 2

Una nuova ricerca, realizzata da un gruppo di fisici dell'atmosfera del Goddard Space Flight Center della Nasa a Greenbelt (USA) utilizzando lo strumento Modis (Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer) che si trova sul satellite americano Terra, ha permesso di realizzare una carta molto dettagliata dell'inquinamento atmosferico che interessa il pianeta, in particolare quello prodotto dalle aree asiatiche (i risultati della ricerca sono stati pubblicati sul Journal of Geophysical Research-Atmospheres).

"Abbiamo sempre considerato i Paesi occidentali come i maggiori produttori di inquinamento", spiega Hungbin Yu, tra i responsabil della ricerca, "ma ora i satelliti ci dicono che sta accadendo qualcosa di profondamente diverso". Modis ha misurato per la prima volta la quantità di polveri che viaggiano tra i continenti, rilevando che ogni anno 4,5 milioni di tonnellate di polveri inquinanti raggiungono gli USA dall'Asia. "Poiché le sostanze inquinanti sono immesse nell'atmosfera in grandi quantità", dice Yu, "i venti le catturano e le trasportano anche a migliaia di chilometri di distanza".

La Cina ha visto negli ultimi due decenni una crescita industriale senza precedenti, che ha richiamato decine di milioni di persone nelle città. Ciò ha aumentato il numero di automobili e l'inquinamento prodotto è così raddoppiato in un decennio, facendo della Cina il Paese che produce maggiori danni atmosferici a livello planetario. Dopo che, nel 2006, le emissioni della Cina hanno superato quelle degli Stati Uniti, oggi, le emissioni di anidride carbonica, il principale gas serra, crescono più rapidamente del previsto e surclassano di gran lunga le riduzioni operate altrove. Un saggio in uscita sui prossimi numeri del Journal of Environmental Economics and Management, anticipato da Reuters, sostiene che la crescita delle emissioni cinesi di gas serra nel 2004-2011 è pari almeno all'11% all'anno. In precedenza, si riteneva che la crescita fosse del 2,5-5% all'anno. Questo significa che, fra il 2000 e il 2010, la Cina avrà immesso nell'atmosfera una maggior quantità di anidride carbonica pari a 600 milioni di metri cubi.

Credits: University of Heidelberg/KNMI

Studiando i dati del satellite dal 2002 ad oggi, i ricercatori hanno potuto stabilire che la quantità di inquinamento partito dall'Asia e arrivato sul Nord America corrisponde al 15% di quello prodotto dagli Stati Uniti e dal Canada. È un valore incredibilmente spropositato, soprattutto se si considera il fatto che da qualche tempo ormai vivamo in una costante emergenza dovuta propio all'inquinamento umano, e che, in teoria, i Paesi che più inquinano sono anche quelli maggiormente impegnati nel ridurre le emissioni. "I dati ci dicono che gli sforzi per ripulire l'aria sopra i cieli americani vengono quasi totalmente vanificati dall'inquinamento asiatico", dice ancora Yu.

Il trasporto del materiale varia di molto durante l'anno. Spiega Lorraine Remer, che ha seguito la ricerca: "È particolarmente intenso proprio in questi mesi, durante la fine dell'inverno e l'inizio dela primavera, quando i venti in quota sono molto intensi. Minore, invece, è il trasporto in estate e durante le altre stagioni. A volte, le particelle solide viaggiano molto velocemente, impiegando non più di una settimana ad attraversare l'intero Oceano Pacifico".

Yu e colleghi hanno calcolato la quantità delle sostanze che lasciano l'Asia per attraversare l'Oceano Pacifico. "Nell'arco di circa 3 anni, si sono mosse 18 tonnellate di materiale inquinante, delle quali circa 4 tonnellate e mezzo sono scese sugli Stati Uniti. Le altre si sono disperse sugli oceani", sottolinea Yu. Dallo studio, si scopre che anche l'Europa è un importante produttore di sostanze dannose all'uomo e all'ambiente, ma una parte dell'inquinamento che ristagna sul nostro continente giunge dalle attività industriali degli Stati Uniti.

Nella nube tossica che viaggia nell'atmosfera da un continente all'altro, c'é anche il pulviscolo inquinante. Il pulviscolo si forma a causa degli incendi, dell'inquinamento urbano e delle emissioni industriali, e impiega circa una settimana ad attraversare il Pacifico (ma non è un problema limitato all'Asia). "In questo studio abbiamo esaminato quello asiatico, ma l'inquinamento viaggia a partire da tutti i continenti - spiega Yu - anzi, secondo alcuni modelli matematici, anche l'Europa esporterebbe grandi quantità di pulviscolo in America".

Un nuovo rapporto dell' Environmental Integrity Project (EIP), basato su dati dell'Environmental Protection Agency (EPA), rivela che le emissioni di CO2 industriale in America sono aumentate del 2.9% nel 2007, facendo registrare l'aumento annuale più significativo dal 1998. Mentre l'inquinamento prodotto dalle sole industrie elettriche è aumentato del 5,9% rispetto al 2002 e dell'11,7% rispetto al 1997. E meno male che siamo in stato di emergenza.

Secondo il rapporto di EIP, i 10 stati che hanno fatto registrare i maggiori aumenti di emissioni inquinanti sono: Texas, Georgia, Arizona, California, Pennsylvania, Michigan, Iowa, Illinois, Virginia e North Carolina. Tra questi, Texas, Georgia e Arizona possono vantare il record di aumento delle emissioni negli ultimi 10 anni. L'impianto Powers Scherer in Georgia, ad esempio, è quello che inquina di più di tutti gli Stati Uniti, avendo emesso nel 2007 circa 27.2 milioni di tonnellate di CO2.

Eric Schaeffer, direttore dell'EIP dice: "La situazione paradossale è che mentre si discute come ridurre le emissioni nei prossimi 50 anni, queste stiano notevolemte aumentando. E, quel che è peggio, siccome l'inquinamento da CO2 persiste nell'atmosfera dai 50 ai 200 anni, le emissioni attuali prolungheranno il riscaldamento globale almeno di un altro secolo".

Sono 4,2 i milioni di ettari di foresta tropicale rasi al suolo in 25 anni nella sola provincia dell'isola di Sumatra di Riau, in Indonesia. Un disastro, secondo il WWF, che denuncia la connessione tra deforestazione, cambiamenti climatici e perdita di specie rare. Come la popolazione degli elefanti, che in 25 anni a Riau è scesa dell'84% con soli 210 esemplari rimasti, mentre quella delle tigri si è ridotta del 70% arrivando a quota 192 individui. Una foresta che sparisce incide poi sul bilancio delle emissioni di anidride carbonica causa dell'effetto serra, quanto quelle di un'intera nazione.

Ogni anno, l'Indonesia perde 1,5 milioni di ettari di foresta. I 145 milioni di ettari di terreno indonesiano ancora coperti da alberi, si riducono velocemente. Secondo un rapporto non governativo, ogni giorno vengono distrutti 51 chilometri quadrati di foreste, per un totale di 1,8 milioni di ettari l’anno. Un recente decreto presidenziale, dell’amministrazione Yudhoyono, ha concesso zone protette a compagnie minerarie per 200 dollari a ettaro. Il Mining Advocacy Network (Jatam) denuncia che tale decreto interessa 13 grandi compagnie minerarie, che già dal 2004 hanno ottenuto il permesso di operare nelle zone forestali. Si calcola che le loro attività – concentrate in zone come Sumatra, Papua, Molucche, Kalimantan – rilascino nell’ambiente tra i 125 e 251 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Il ruolo delle foreste è fondamentale per la cattura del carbonio. La loro distruzione, invece, provoca un rilascio del carbonio che in atmosfera incrementa significativamente le emissioni inquinanti. Secondo i dati del WWF, le emissioni di CO2 provocate dalla perdita e dal degrado di queste foreste, dall'erosione del suolo e dagli incendi, equivalgono al 122% delle emissioni totali annuali dell'Olanda, al 58% delle emissioni annuali dell'Australia, al 39% di quelle della Gran Bretagna e al 26% di quelle della Germania. In particolare, a Riau le foreste sono scomparse per fare posto a complessi industriali, tra i quali quelli per la produzione di carta (30%) e olio di palma (20%). Anche l'Italia da il suo contibuto, essendo fra i grandi importatori mondiali di legname.

''Sumatra è solo apparentemente lontana - dice Massimiliano Rocco, responsabile del Programma specie del WWF Italia - ma dalla sua sopravvivenza dipende anche la nostra. Dall'Indonesia sono partiti fra gli anni '70 e meta' '90 oltre 500mila metri cubi di Ramino, un tipo di legname particolarmente tenero usato per cornici dei quadri, battiscopa. Nel 2002, la metà del volume legale di Ramino esportato dall'Indonesia è sbarcato in Italia, ma uno dei fattori che alimentano il mercato illegale è la triangolazione tra paesi esportatori: la rotta del legname illegale indonesiano passa attraverso paesi limitrofi che dichiarano come produzione propria il prodotto che finisce nei mercati europei''. Di qui, l'appello del WWF all'industria del settore e al governo italiano per intervenire e promuovere una gestione sostenibile delle risorse forestali.

Kivalina, un paesino eschimese dell'Alaska, ha deciso di denunciare le principali compagnie petrolifere del mondo in quanto responsabili del riscaldamento del pianeta e della lenta ma inesorabile scomparsa del villaggio che sorge sulle coste dell' Oceano Artico a quasi mille chilometri a nord di Anchorage, che sta lentamente scivolando in mare.

Costruito su una isola lunga una decina di chilometri tra il mare di Chukchi e il fiume Kivalina, all'estremo nord dell'Alaska, Kuvalina rischia di scomparire a causa dell'erosione dei ghiacci. Per questo, i legali - appoggiati da tre organizzazioni nonprofit - hanno deciso di procedere con la causa contro le compagnie petrolifere Exxon, Shell e BP. Anche se la legge statunitense non prevede ancora il reato per riscaldamento globale.

“I nostri avi hanno vissuto qui da secoli – ha raccontato Janet Mitchell, amministratore di Kivalina - pescavano salmone e cacciavano caribù. Il gelo ci ha sempre protetti dalle tempeste dell’oceano. Una volta cominciava a ghiacciare a ottobre, oggi solo a dicembre. E il nostro villaggio è in balia delle bufere. I venti sono sempre più forti, gonfiano il mare, e le onde entrano nelle nostre case e ci portano via tutto. Anche la speranza”.

Secondo uno studio della Società Meteorologica Americana, basato sui rapporti dei primi esploratori del continente, le prime tracce di inquinamento causato dall'uomo al Polo Nord risalgono ad almeno 130 anni fa. Tim Garrett, dell'Università dello Utah, ha spulciato tra i diari dei primi esploratori dell'Artico, trovando, già dal 1870, numerose descrizioni di una "nuvola grigiastra" che si deposita sulla neve formando uno strato contenente metalli. Secondo il ricercatore, questa nuvola deriverebbe dalla combustione del carbone durante la prima Rivoluzione Industriale. ''Abbiamo cercato anche nella letteratura scientifica - spiega Garrett - trovando ad esempio un articolo su Science del 1883 dove il geologo svedese Adolf Erik Nordenskiold descriveva già l'inquinamento''.

Oggi, secondo i satelliti, l'Artico si avvicina sempre più alla perdita totale del ghiaccio perenne (attualmente al 30% mentre due decenni fa era al 60%), per via del riscaldamento globale. Si prevede che nel 2013, l'Oceano Artico, d'estate, sarà del tutto privo di ghiacci.

All'altro capo del mondo, lo scioglimento completo del "West Antarctic Ice Sheet" (WAIS) comporterebbe un innalzamento del livello del mare di circa 1,5 metri. I geologi e i glaciologi del British Antarctic Survey (BAS), dell'Università di Durham e dell'Alfred Wegener Institute for Polar and Marine Research (AWI) sono riusciti a stabilire la velocità di scoglimento dei ghiacciai antartici - o quanto meno di quelli che fanno parte del WAIS, corrispondente all'incirca alla regione compresa fra il Mare di Ross e la Penisola antartica - su un lasso di tempo particolarmente lungo. Il metodo utilizzato per ottenere questo importante risultato è stato quello dell'analisi isotopica delle rocce via via lasciate scoperte dal ritiro e dall'assottigliamento dei ghiacciai (descritto in un articolo su Geology a firma di Joanne Johnson, Mike Bentley e Karsten Gohl).

"Quando le rocce vengono allo scoperto per l'assottigliamento della coltre glaciale e restano esposte ai raggi cosmici ad alta energia, possiamo osservare la formazione di particolari elementi che possiamo estrarre e misurare in laboratorio", ha detto Mike Bentley, facendo riferimento ai cosiddetti "isotopi cosmogenici", come il berillio-10 e l'alluminio-26. I risultati preliminari mostrano in particolare che i ghiacciai Smith e Pope hanno subito un assottigliamento di circa 2 centimetri all'anno nel corso degli ultimi 14.500 anni, mentre il ghiacciaio di Pine Island si è assottigliato di circa 4 centimetri all'anno nel corso degli ultimi 5000 anni. Il cambiamento è stato 20 volte più veloce a partire dagli anni novanta del secolo scorso: in particolare il ghiacciaio di Pine Island, in particolare, ha registrato un assottigliamento medio annuo compreso fra gli 1 e 1,6 metri.

In generale, secondo esperti dell'UNEP (United Nations Environment Programme), il programma ambientale dell'ONU, i ghiacciai del pianeta si stanno ritirando a ritmi record (lo dimostrano misurazioni effettuate in una trentina di regioni). Nel 2006, si sono ritirati in media di un metro e mezzo.

Il restringimento dei bacini di ghiaccio è una costante a partire dagli anni Ottanta. Wilfried Haeberli, direttore del World Glacier Monitoring Service (WGMS), Servizio di Monitoraggio dei Ghiacciai del Mondo, ha spiegato che, dal 1980 al 1990, il volume dei ghiacciai è diminuito in media di 30 centimetri all'anno, mentre con il nuovo millennio, il processo si è di molto velocizzato. A correre i rischi maggiori, se i bacini di ghiaccio dovessero scomparire - avvertono dall'ONU - sarebbero l'india, i cui fiumi principali sono alimentati dei ghiacciai dell'Himalaya, e la costa occidentale del Nord America, i cui bacini fluviali dipendono invece dalla Montagne Rocciose.

La perdita più consistente è stata subita dal ghiacciaio norvegese di Breidalblikkbrea, che ha dovuto rinunciare a più di 300 centimetri di ghiaccio, mentre quello di Echaurren Norte, in Cile, è stato l'unico a crescere, anche se di poco.


Un rapporto, scritto da Javier Solana, segretario generale del Consiglio dell'Unione Europea, avverte che se il Polo Nord si scioglie, l'Unione Europea potrebbe andare incontro a un conflitto con la Russia per il controllo del petrolio e degli idrocarburi nell'Artico. I contendenti saranno innanzitutto la Russia e la Norvegia, ma probabilmente anche Stati Uniti, Canada e Damimarca, quest'ultima per via della Groenlandia. La Nato potrebbe diventare il "cane da guardia" degli interessi occidentali sugli oleodotti che attraversano il Caucaso.

Inoltre, l'Europa andrà incontro anche a immani ondate di "profughi climatici" che faranno impallidire le attuali, dolenti schiere, di lavavetri, venditori di accendini e prostitute.

Per i più scettici, il libro “Fragile Earth“ ("Pianeta Fragile Immagini di un mondo in pericolo“, De Agostini) di James Bruges, illustra con una serie di immagini il prima e il dopo di luoghi del mondo diventati tristemente famosi per disastri naturali.

È un un ottimo contributo scientifico per capire come i cambiamenti climatici stanno cambiando radicalmente l’aspetto della Terra. Grazie ad elaborazioni effettuate al computer, possiamo vedere, ad esempio, com’erano le coste prima dello tsunami, com’era l’America prima del passaggio dell’uragano Katrina, com’erano i laghi del Ciad prima del loro restringimento.

Il primo giorno, solo silenzio. Il secondo verrà l'acqua. E le terre asciutte torneranno a essere sommerse. Avverrà nei corridoi delle metropolitane di New York e Londra che diventeranno lunghi e contorti canali sottomarini. Il settimo giorno verranno le tenebre e torneranno a coprire la luce. Avverrà nelle oltre 400 centrali nucleari del pianeta dalle quali si scateneranno fiamme e radiazioni. Avverrà nei pozzi petroliferi, nelle raffinerie, nei grandi impianti petrolchimici e le esplosioni oscureranno il sole. Il mondo ripiomberà nel buio e la Genesi, in sette giorni come era iniziata, sarà azzerata. Il mondo, come lo conosciamo, diventerà un pianeta inabitabile, saturo di sostanze tossiche, devastato dalle radiazioni. Ma l'uomo non ci sarà più.

È l'ipotesi catastofista di Alan Weisman, giornalista scientifico e autore del bestseller "The World Without Us", ora tradotto in Italiano ("Il Mondo Senza di Noi", Einaudi). Un'analisi fantascientifica molto dettagliata di che cosa potrebbe accadere alla Terra se di colpo la razza umana si estinguesse. Come se la caverà il pianeta dopo di noi? Cosa resterà della nostra plurimillenaria storia? Per dare la base scientifica del libro, Weisman ha visitato alcuni luoghi che l'uomo ha abbandonato, come la Bialowieza Puszcza, l'ultima foresta primordiale sopravvissuta in Europa, tra Polonia e Bielorussia, la Zona Demilitarizzata alla frontiera tra Corea del Nord e Corea del Sud, dove sono tornate specie in via d'estinzione, la "zona" tarkowskiana intorno alla centrale di Chernobyl, in Ucraina, ormai dominio di piante e animali, le foreste e le giungle di Africa e Amazzonia.

Dopo il settimo giorno e l'apocalisse, in pochi mesi, piante e vegetazione invadono strade, palazzi, monumenti e ogni costruzione umana. Ogni campo coltivato torna selvaggio. Col passare degli anni, se ne vanno le altre grandi opere dell'uomo. Come il Canale di Panama, che si richiude nel giro di vent'anni. Dopo un secolo, i grandi mammiferi come orsi ed elefanti si moltiplicano grazie allo spazio vitale aumentato a dismisura. Dopo tre secoli, cadono i grandi ponti di città come New York, Parigi, Roma.

Dopo centomila anni, l'ecosistema è tornato quello dell'Eden prima della creazione dell'uomo (sono spariti anche i detriti di plastica). Ora è davvero l'anno zero. Del nostro passaggio sulla Terra non è rimasto nulla. Unica eccezione, forse, dice Weisman, le facce scolpite dei presidenti americani sul monte Rushmore, ancora vagamente riconoscibili, sette milioni di anni dopo.

Fine del viaggio. La Terra è sopravvissuta, si è rigenerata, è rifiorita ed è pronta, ammesso che la natura compia lo stesso sbaglio due volte, ad accogliere un'altra specie evoluta.

Modis

Journal of Environmental Economics and Management

Environmental Integrity Project

Mining Advocacy Network

American Meteorological Society

World Glacier Monitoring Service

Fragile Earth

The World Without Us

Il Mondo Senza di Noi (video)

Mappa dell'inquinamento globale

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