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venerdì 14 marzo 2008

RIVOLUZIONE SESSUALE: ORIGINI

"La Rivoluzione non è frutto della semplice malizia umana. Essa apre le porte al demonio, dal quale si lascia eccitare, esacerbare e dirigere" (Corrêa de Oliveira, "Rivoluzione e Contro-Rivoluzione").

La Rivoluzione Sessuale nasce "demoniaca", "anti-Cristica", in quanto diretta conseguenza della Morte di Dio e della rimozione del peccato originale. Reso autosufficiente mediante la scienza e la tecnica, l’uomo può eliminare il dolore, la povertà, l’ignoranza, l’insicurezza, tutto quanto si pensava discendere dal peccato originale, e realizzare in Terra, senza il soprannaturale, la felicità definitiva dell’uomo. In tale mondo, la Redenzione del Cristo è del tutto superflua: l’uomo è convinto ormai di poter sconfiggere il male con la "magia" artificiale della tecno-scienza e di poter trasformare la Terra in un "regno celeste" tecnicamente perfetto. E, con il prolungamento indefinito della vita, nutrirà la speranza di vincere un giorno anche la morte.

La Rivoluzione Sessuale ha distrutto in definitiva la nozione stessa di peccato, la distinzione fra il bene e il male. Negando la necessità di Redenzione, che, senza il peccato, perde motivo di essere e qualsiasi relazione con la storia e con la vita.

[…] Già con il Rinascimento e la Riforma, all' "homo siniplex" aristotelico e cristiano, nel quale, in una armonica unità, "il dualismo paolino di soma e pneuma si riassorbiva in una santità che spiritualizzava il corpo e che comunicava allo spirito una vitalità purificata", si sostituisce progressivamente l' "homo duplex", "caratterizzato dal dualismo e dall'irriducibile scissione di spirito e vita": "Non è soltanto la rappresentazione teorica dell'uomo che nello scindersi in due si modifica, ma è anche l'atteggiamento concreto degli uomini che vivono e si muovono sulla scena della storia a subire una manifesta trasformazione". […]. (M. De Corte, "Incarnazione dell'uomo", tr. it., Morcelliana, Brescia, 1949, citato da Massimo Introvigne in "La Rivoluzione Sessuale", Cristianità, n.54, 1979).

È quella che Corrêa de Oliveira, in "Rivoluzione e Contro-Rivoluzione", chiama "IV Rivoluzione": la prima è stata la Rifoma protestante, che ha disgregato il legame religioso (cattolico) che univa l'Europa medievale; la seconda è stata l'Illuminismo e il Liberalismo, che ha disgregato i legami politici su cui si fondava l'Ancien Regime feudale; la terza è stata il Comunismo, che con l'abolizione della proprietà privata ha fatto tabula rasa di tutti i legami economici. La quarta rivoluzione, quella del '68, culturale e sessuale, ha distrutto i legami sociali: mediante il divorzio, mediante lo scontro edipico generazionale, ha attentato alla famiglia; mediante l'aborto, all'ordine biologico. Il medico che interrompe legalmente una vita in divenire, rappresenta il compimento del programma rivoluzionario di dissoluzione della morale, ma segna allo stesso tempo anche il trionfo della contro-rivoluzione neo-borghese: il dominio assoluto della tecnica sulla natura, che spianerà la strada all'economia biopolitica della globalizzazione.

Il Movimento del '68, di cui quest'anno ricorre il quarantennale, ha vinto e perso allo stesso tempo: ha vinto, perché alcune delle sue istanze rivoluzionarie - la liberalizzazione sessuale, l'emancipazione della donna, il laicismo, la secolarizzazione, il progressismo - sono state accolte; ha perso, perché il sistema capitalista non si è scomposto, si è solo riorganizzato, riappropiandosi di alcune delle (apparenti) nuove conquiste e rifiutando tutte le altre - il pacifismo, l'ecologia, la spiritualità, la psichedelia, il neo-primitivismo.

"La rivoluzione sessantottina ha spalancato le coscienze, ma ha fallito in economia e in politica", scrive Mario Capanna in "Il Sessantotto al Futuro" (Garzanti).

Ateismo, naturalismo, materialismo, sensismo, empiricismo, razionalismo, libertinismo, sono le tendenze filosofiche dominanti che hanno preparato il terreno alla Rivoluzione Sessuale. Il principale riferimento è stato il dualismo inconciliabile tra spirito e corpo, corrispondente all'antinomia cartesiana tra "res cogitans" e "res extensa".

[…] Dopo il grande sonno della "notte" aristotelica del Medioevo, l' "homo platonicus," rinnovellato dall'elisir di lunga vita del metodo matematico, si avanzerà sulla ribalta della storia in abito di "homo cartesianus". […] (M. De Corte, cit.).

I materialisti illuministi portano il razionalismo cartesiano alle estreme conseguenze, riducendo il dualismo a unità con la soppressione della "res cogitans": è la tesi sostenuta da Offray de La Mettríe in "L'Homme Machine". La Mettrie afferma risolutamente che l'uomo è una macchina, seppur dotata di pensiero, è materia che pensa, giacché "il pensiero [è] così poco incompatibile con la materia organizzata che sembra esserne una proprietà, come l'elettricità, la facoltà motrice, l'impenetrabilità, l'estensione, ecc." (J. Offray De La Mettrie, "L'Homme Machine", a cura di M. Solovine, Bossard, Parigi 1921, cit. da Intovigne).

"Finché gli uomini, intestarditi nelle loro opinioni religiose, andranno a cercare in un mondo immaginario i princípi della condotta che devono tenere quaggiú, non avranno affatto princípi; finché essi si ostineranno a contemplare i cieli, cammineranno a tentoni sulla terra ed i loro passi incerti non incontreranno mai il benessere, la sicurezza, la tranquillità necessari alla loro felicità. Ma gli uomini, resi dai loro pregiudizi ostinati a danneggiarsi, sono in guardia contro quelli stessi che vogliono procurare loro i piú grandi beni. Abituati ad essere ingannati, sono in continui sospetti; abituati a diffidare di se stessi, a temere la ragione, a considerare pericolosa la verità, trattano come nemici quelli che vogliono rassicurarli; premuniti di buon ora dall'impostura, si credono obbligati a difendere accuratamente la benda con la quale gli si coprono gli occhi ed a lottare contro tutti quelli che tentassero di strapparla. Di conseguenza l'ateo è considerato un essere malefico, un avvelenatore pubblico; colui che osa svegliare i mortali da un sonno letargico in cui l'abitudine li ha gettati passa per un perturbatore; colui che vorrebbe calmare i furori frenetici passa per un frenetico lui stesso; colui che invita i suoi associati a spezzare le catene sembra solo un insensato e un temerario a prigionieri i quali credono che la loro natura li ha fatti unicamente per essere incatenati e per tremare. In forza di queste prevenzioni funeste, il discepolo della natura è comunemente accolto dai suoi concittadini come l'uccello lugubre della notte, che tutti gli altri uccelli, quando esce dal nido, perseguitano con odio comune e con grida differenti" (P.-H. d'Holbach, "Sistema della Natura", UTET, Torino, 1978).

Con Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach (1723-1789), nato in Germania ma naturalizzato francese, il materialismo raggiunge la sua espressione più organica e dottrinaria. Holbach é una delle figure più dinamiche della cultura illuministica in Francia: il suo salotto parigino e il suo castello di Grandval furono punto di incontro dei più importanti esponenti della cultura settecentesca, sia francese (Diderot, Helvètius, Turgot) sia straniera (Hume, Smith, Beccaria). Egli scrisse molte voci per l'Enciclopedia, il manifesto degli illuministi, e pubblicò, come Voltaire, molti testi della letteratura filosofica clandestina o opere dei deisti inglesi che, per via della radicalità delle loro tesi, non erano stati tradotti e diffusi sul suolo francese. La sua stessa opera principale, il "Sistema della Natura" (1770), fu condannata al rogo per il materialismo apertamente difeso in essa. D'Holbach sostiene, infatti, una rigorosa identificazione della natura con la materia, pervenendo ad una concezione rigorosamente meccanicistica e deterministica: la natura é un gran tutto regolato da leggi deterministiche e composto da materia in movimento e in trasformazione continui. Di conseguenza, anche l'uomo é concepito come un essere puramente fisico, che sottostà, come tutti gli altri enti naturali, alle leggi della fisica. In questa visione, la negazione della libertà umana é totale: l'uomo non é libero di volere, ma é spinto ad agire dall'amore di sè, che é il corrispettivo morale di quella forza che agisce in tutti gli esseri naturali: la forza di gravità; il suo temperamento individuale sarebbe dunque il risultato di cause fisiche e chimiche che cominciano ad agire fin dalla sua esistenza prenatale. L'azione dell'uomo é determinata dalla ricerca della felicità, la quale viene definita anch'essa in termini puramente fisici e materiali, come piacere duraturo.

Nelle sue ultime opere, soprattutto in "Politica Naturale" (1773) e in "Morale Universale" (1776), d'Holbach sviluppa le conseguenze etico-politiche del suo materialismo radicale. Riprendendo le tesi eudemonistiche del pensiero illuministico, che volevano la felicità per il maggior numero possibile di persone, d'Holbach vede nella felicità la finalità sia dell'agire individuale, sia dell'organizzazione politica (tesi neo-epicuree). Ogni istituzione che impedisca il conseguimento di tale fine naturale perde con ciò stesso la sua legittimità, sia che essa abbia carattere politico (come nel caso del despotismo) sia che essa abbia carattere religioso (come nel caso dell'organizzazione ecclesiastica). D'Holbach prospetta quindi la possibilità di una società di atei, nella quale il riferimento a Dio e ai valori soprannaturali viene sostituito dal riconoscimento di una legge della natura (della materia) che, prescrivendo la felicità di ciascun uomo, prefigura un ordine socio-politico universale. Il materialismo totalitario di d'Holbach vorrebbe escludere ogni rapporto con il sacro, bandire definitivamente la religione, proclamare la natura regno esclusivo della materia, e la ricerca del piacere unico fine dell'esistenza. È questa una concezione evidentemente "assassina", nel senso che invoca il deicidio, l'uccisione di Dio, e tralascia, ignobilmente, di considerare la dimensione tragica dell'esistenza, il suo continuo oscillare tra i poli dell'apollineo e del dionisiaco.

D'Holbach approda dunque all'ateismo più radicale: riducendo tutto a materia, abolendo ogni forma di spiritualità, di irrazionalità, facendo scomparire Dio dall'orizzonte culturale. Celebre é la sua espressione sprezzante nei confronti del Dio cristiano e, più in generale, di ogni forma di divinità: "Se Dio é dappertutto, é anche in me, agisce con me, sbaglia con me, offende Dio con me, combatte con me la sua stessa esistenza". Egli nega anche il Dio "orologiaio" dei deisti - che con la sua intelligenza avrebbe creato il tutto, a cui si deve l'ordine meccanico e la legalità della natura - che considera un'ipotesi assurda. Per il barone, Dio non esiste, é l'uomo che immagina Dio e i suoi comportamenti a propria somiglianza. D'Holbach ammette una causalità nella natura, una concatenazione di cause ed effetti, ma la riconduce essenzialmente alla ricerca della felicità, in una prospettiva decisamente antropocentrica, estesa a tutto l'esistente.

Dunque, i materialisti francesi condividono con l'illuminismo l'esigenza di dare una spiegazione scientifica, materialista, razionalista, della realtà, finendo col sostituire alla vecchia metafisica spiritualistica una nuova metafisica materialistica. D'Holbach arriva a sostenere perfino la materialità del pensiero: se la natura é materia vivente, lo é anche il pensiero; se in natura tutto nasce e tutto muore, si crea e si distrugge, così é anche per lo spirito umano. Quella che Cartesio aveva chiamato res cogitans, ossia la spiritualità, l'intelletto, il pensiero, viene da d'Holbach ricondotta a res extensa, ovvero a pura materialità e corruttibilità (ipotesi puramente speculativa e del tutto anti-scientifica, poiché indimostrabile).

Un'altro materialista, Jean Meslier, in anticipo su Marx, esorta le masse a sbarazzarsi dell' "oppio dei popoli", delle mistificazioni religiose compiute dai politici che determinano tirannia e oppressione; incita il popolo ad unirsi, a organizzarsi per ribellarsi e sbarazzarsi della tirannia dei preti e della tirannia dei sovrani. Istanze, queste, tipiche del libertinismo (libertinage), la componente letteraria, erudita, del materialismo illuministico, che criticava duramente la religione, la metafisica, la morale, distinguendosi per un forte individualismo e un élitismo legati alla teoria - molto diffusa e che derivava in particolare di Machiavelli - secondo cui tutte le religioni sono delle imposture politiche necessarie all'ordine sociale, di cui il libertino si deve liberare. Ma, nel farlo, liberandosi dei pregiudizi, il libertino non deve manifestarlo, deve guardarsi bene dall' illuminare le masse su quelle verità che sono riservate a lui soltanto. Si tratta dunque di una tendenza anarchica ma fondamentalmente borghese, vicina all'aristocrazia.

Il maggior rappresentante filosofico è stato Pierre Gassendi (1592\1655), che si rifaceva direttamente all'atomismo di Epicuro. In genere, in tutti i libertini eruditi domina un atteggiamento anticonformista, in un periodo in cui l'anticonformismo si pagava anche con la vita. Alcuni scrissero opere di polemica religiosa e politica (Gabriel Naudé, Guy Patin, François de La-Mothe-le-Vayer, che fu parlamentare, cortigiano e filosofo) ed influenzarono scrittori come Cyrano de Bergerac, Charles de Saint Evremond, La Fontaine , Molière. Le loro idee furono attaccate da Garasse e da Mersenne, e poi da Bossuet, Bourdaloue, Pascal, che li accusarono di ateismo e dissipatezza di costumi (ciò per cui da allora il termine è usato con accezione negativa). Ciònonostante, le idee e le prospettive materialistiche e anticonformiste del libertinismo agirono in profondità, fino a riesplodere in superficie al tempo della rivoluzione sessuale.

LIBERTA' O MORTE

«Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino».

Donatien-Alphonse-François, conte De Sade, detto il Marchese De Sade. "Capolavoro dell’infamia e del vizio", come ha scritto Maurice Blanchot, la vita del "divin marchese” è quella di un "colpevole di puro e semplice libertinaggio". È Sade stesso ad ammetterlo nella lettera che indirizza a sua moglie, dal torrione di Vincennes, il 20 febbraio 1791.

Nato in una vecchia famiglia provenzale tra i cui antenati si annovera la Laura cantata dal Petrarca, il piccolo Sade entra nel prestigioso collegio dei gesuiti Louis-le-Grand (1750 -1754), quindi è interno al collegio di Cavalleria reale. Nominato capitano, partecipa alla Guerra dei Sette Anni (1756 -1763). Congedato dopo il trattato di Parigi, sposa Renée de Montreuil (17 maggio 1763), con l'approvazione della famiglia reale, ma ben presto un ordine di cattura (29 ottobre 1763) lo fa internare al torrione di Vincennes "per deboscia reiterata". Il destino di Sade è già segnato. Le sue relazioni multiple, il suo libertinaggio dichiarato (mentre quello dei membri della sua casta, non meno outré, è invece saggiamente tenuto nascosto) gli valgono numerose incarcerazioni. Nel 1768, scoppia l'affaire Rose Keller, un'operaia ridotta alla mendicità che scappa dalla finestra di una casa ad Arcueil dove Sade vive. La donna si lagna in paese di essere stata sequestrata quindi fustigata. Sade è arrestato e condannato. Nel 1772, a Marsiglia, dove vive con il suo servo Latour, è accusato di flagellazione, di omosessualità e di utilizzo di pillole avvelenate: quattro prostitute, lamentanti dolori intestinali, accusano Sade di sodomia. Nuovo soggiorno in prigione, ma evade e viaggia in Italia sotto il nome di conte de Mazan. Nel 1774, M.me de Montreuil, la suocera, lo fa rinchiudere a Vincennes. Sembra, agli studiosi di oggi, che la gravità dei delitti di Sade sia stata esagerata; l'ostilità di M.me de Montreuil fu determinante. Nel 1784, il prigioniero è trasferito alla Bastiglia, quindi a Charenton. È durante questo periodo che scrive "Le 120 Giornate di Sodoma o La Scuola del Libertinaggio" (1785) e "Justine o Le Sventure della Virtù" (1787). Liberato e poi arrestato nuovamente, è ristretto in diverse prigioni-manicomi (Madelonnettes, Carmes, a Saint-Lazare e infine Picpus). Un’altra volta liberato, pubblica "La Filosofia nel Boudoir" (1795), "Aline e Valcour" (1795), "La Nuova Justine" (1797), "I Crimini dell'Amore" (1800), opere che fanno scandalo. Sade viene imprigionato anche dal regime bonapartista, inizialmente a Sainte-Pélagie, a Bicêtre, infine a Charenton, dove muore in miseria in mezzo ai malati di mente, nel 1814. Nelle sue ultime volontà, ribadisce la sua ferma intenzione di non lasciare alcuna traccia del suo passaggio sulla Terra e chiede di essere sepolto nel parco della sua proprietà, senza alcuna iscrizione.

Erede del “naturalismo” di Diderot e di Rousseau (ossia di una filosofia conforme alla natura), Sade, «lo spirito più libero» (Apollinaire), ha spinto questa filosofia fino alle sue estreme conseguenze, arrivando a giustificare l'espansione senza limiti dell'individuo. «Se la natura disapprovasse le nostre inclinazioni», proclama uno dei suoi personaggi, «non ce le ispirerebbe». È vero anche che il materialismo e l’ateismo di Diderot e del barone d'Holbach sono invocati a giustificazione dei suoi excès e supplices. Molto distante dalla preoccupazione del barone d’Holbach di disancorare la morale dalla teologia e porre le fondamenta di un ateismo virtuoso (il Barone pensa, a differenza del Marchese, che, anche se Dio è morto, si debba ancora seguire una morale), Sade nega, nel suo sistema "erotico-criminale", "pornologico", come dirà Deleuze, ogni chance a qualsiasi morale, ma anche ogni spiraglio all’esercizio libero e gioioso del sesso (sarà quanto gli rimprovererà il pornografo Retif de la Bretonne). Il vizio e la crudeltà varcano in Sade i confini della ragione, sfociando nella follia. La sua opera può ispirare orrore, per l’infinita, stilizzata e “teatralizzata”, ritualità erotico-pornografica. Ma, proiettando senza freni, nell’ossessione della scrittura, i suoi fantasmi, Sade rende un grande servizio alla psicologia, fornendo un documento eccezionale sugli stati della mente e sulle sue perversioni. Non a caso, i surrealisti hanno riconosciuto in lui il simbolo dell'uomo che insorge contro tutti i divieti. Il “pensiero” di Sade ha dunque un carattere politico che lo avvicina alla corrente dei libertini, così vigorosa nel XVIII° secolo e in quello precedente. Sade vuole riconciliare Eros e Natura («Tutto è nella natura», sostiene), si oppone come d'Holbach al deismo e all’Essere Supremo di Robespierre, che voleva fondare un nuovo ordine. Sade è anarchico, accusa Robespierre di voler soffocare la rivoluzione totale, che deve essere anche quella dei costumi.

Lo spirito criminale di Sade supera infinitamente l'uomo (in questo è radicalmente nietzchiano): se l'uomo "sadico" è singolarmente libero nei confronti delle sue vittime, da cui dipendono i suoi piaceri, la violenza verso queste vittime va al di là, non mira che a verificare freneticamente l'atto distruttivo stesso che «ha ridotto Dio ed il mondo a nulla» (Maurice Blanchot). Il mondo dove avanza l'uomo sadico è un deserto. All'inizio delle "120 giornate di Sodoma", il duca di Blangis dice alle donne reclutate per il piacere di quattro libertini: «Siete rinchiuse in una cittadella impenetrabile, nessuno sa dove vi trovate, siete sottratte ai vostri amici, ai vostri genitori, siete già morte al mondo». Sade introduce nel romanzo una nuova dimensione che vede il vizio, sempre e ovunque, trionfante, e la virtù vittima delle sue pretese e rinunce.

La virtù è la sola ragione della disgrazia di "Justine", vicenda in cui le scene di orge, una successione di stupri, di incesti e di mostruosità sessuali, si alternano a "dissertazioni morali". Jean Paulhan ha sottolineato questo modo dell'accumulo ripetitivo e rituale, che fa pensare «ai libri delle grandi religioni».

SADE (Jacquot Benoît, Francia, 2000) Tratto dal romanzo di Serge Bramly "La Terreur dans le Boudoir".

Nel 1794, mentre la Rivoluzione francese vira verso le tinte sanguinose del Terrore, Donatien Alphonse Francois de Sade (Daniel Auteuil) è internato nella clinica Picpus, rifugio per aristocratici, dietro le cui mura, la sua amante Sensible (Marianne Denicourt) cerca di proteggerlo dall'ondata neopuritana scatenata da Robespierre. Il divino marchese ha cinquant'anni, ha già sperimentato la Bastiglia e SaintLazare, ma, ateo e libero pensatore, continua a farsi beffe di tutti gli "esseri superiori", tanto in cielo quanto in terra. Inviso al potere repubblicano, come lo era a quello monarchico, Sade rischia di rimetterci la testa allorché il Terrore penetra dentro la clinica. Ma, alla fine, è l'incorruttibile Robespierre a ritrovarsi decapitato, mentre il marchese torna libero e con la testa ben salda sulle spalle. "I rimorsi della virtù sono peggiori di quelli del vizio" recita uno dei paradossi favoriti del protagonista. Imperniato più sul Sade filosofo che sul Sade libertino, il film di Benoît rende il sadismo ironico e quasi soave. L'idea sottostante è che sono le idee ad essere scandalose e/o eccitanti (i due concetti si sovrappongono e spesso si equivalgono), e dunque atte a corrompere, mentre i fatti non ne sono che la logica conclusione e compimento.

LA FILOSOFIA NEL BOUDOIR

Più volte arrestato, processato e imprigionato, Sade persegue con tenacia il proprio scandaloso esistenzialismo. La sua filosofia dell’insurrezione permanente contro ogni limite della condizione umana – per dissolvere le tenebre dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza, per praticare il potere demiurgico della materia, della Natura, per elevare il singolo, consapevole della sua unicità di materia pensante e desiderante – costituisce un potente reattivo per chiunque vi si avvicini. Il sesso è usato da Sade come linguaggio espressivo per dare forma concreta alla sua filosofia e per dar sfoggio della sua verve umoristica. Pur rifacendosi ad una millenaria tradizione di dialoghi filosofici, nonchè ai preziosismi della commedia di costume aristocratica, la "Philosophie", pur nella sua eterodossia, resta la principale opera teatrale del marchese. Stilata in forma di sette dialoghi, tratta dell'educazione al libertinaggio di una giovane nobildonna, Eugènie de Mistival, ad opera di tre libertini. Man mano, questi quattro personaggi verranno raggiunti da altri due, un giardiniere (che funge esclusivamente da amante nonchè elemento di colore) e la madre di Eugènie (al contempo oggetto di studio e vittima sacrificale). Teoria e pratica si alternano per rivendicare il tradizionale legame tra filosofia e pratica libertina, per dare giustificazione ideologica alle scelte sessuali dell'individuo, oltre che, beninteso, per fornire una pausa scenica tra le avventure erotiche.

Secondo Deleuze, il linguaggio erotico di Sade trova la sua massima espressione proprio nella dimostrazione, subordinando le altre due funzioni del linguaggio erotico, quelle più rudimentali, più strettamente pornografiche, cioè l'ordine e la descrizione. L'aspetto pornografico sussiste, ma si immerge nell'elemento dimostrativo, "esiste rispetto a lui". Contro gli schemi della costruzione narrativa, che vede le enunciazioni delle dimostrazioni come intermezzi all'azione, le dimostrazioni diventano le parti principali del discorso di Sade, a cui le azioni, descritte e ordinate, sono subordinate, come esemplificazioni sensibili di teoremi di validità generale e come sperimentazioni atte a persuadere i protagonisti. È altamente significativo in questo senso un passo citato da Deleuze in cui un libertino dice: "L'ho teoricamente dimostrato, convinciamocene ora attraverso la pratica". Nella intenzione dell'autore, resa esplicita fin dal titolo, è dunque la filosofia la protagonista, è la dissertazione che restituisce il "tono" di eccitazione degli attori, che poi sentono il bisogno perentorio di "sfogare" i desideri evocati.

Il noto trattatello "Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!", che potrebbe apparire in questo contesto come un appliquè inserito a posteriori per irridere la censura rivoluzionaria, costituisce invece la summa morale e teologica del pensiero sadiano. È proprio in questa satira rivolta al regime che si rivela l'animo rivoluzionario, o contro-rivoluzionario, di Sade. Una modernità audace, che si ritrova più semplicemente nel corso delle lezioni, nella rivendicazione dei diritti riproduttivi delle donne, dei loro diritti ad una piena gratificazione sessuale, della parità dei sessi davanti allo stato. Dalle repentine svirgolate di senso, dalle cesure orgasmiche che scandiscono il ritmo delle copule, create talvolta da brusche virate linguistiche, emerge anche un umorismo sferzante che rende la "Philosophie" una lettura "colta" dai contenuti scandalosi che si presta anche al puro intrattenimento. Può essere letta come una commediola spassosa, oppure come un leggiadro schizzo della natura umana, o anche come un'opera surrealista. Di certo, non può lasciare indifferenti.

RIVOLUZIONE SESSUALE

Nel processo che dall' "homo duplex" cartesiano conduce al materialismo puro, Sade introduce un'ipotesi estrema: l'uomo come res extensa impazzita.

Nel breve opuscolo "Francesi! Ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!", in cui si prevedono, con eccezionale lucidità, le tappe del processo rivoluzionario che dovranno fare seguito alla Rivoluzione francese, lo schema attraverso cui de Sade articola questi momenti è quello della negazione di tutti i doveri che il pensiero tradizionale impone all'uomo: doveri verso Dio, doveri verso il prossimo, doveri verso sé stesso. Secondo l'espressione di Klossowski, uno dei più noti studiosi del pensiero sadiano, per de Sade, il regicidio di Luigi XVI è il "simulacro della messa a morte di Dio", ciò che permette di sostituire "alla fraternità dell'uomo naturale quella solidarietà del parricidio adatta a cementare una comunità che non poteva essere fraterna perché cainica" (P. Klossowski, "Sade prossimo mio", tr. it., Sugar, Milano, 1970, citato da Introvigne).

Per "consolidare la rivoluzione" occorrerà, dunque, consolidare il deicidio: de Sade propone, in particolare, la lotta sistematica contro la religione cattolica, e si abbandona alle più turpi bestemmie contro Cristo, la Vergine, i santi. "Sì, distruggiamo per sempre ogni idea di Dio - urla - e facciamo soldati dei suoi preti"; "le bestemmie più insultanti, le opere più atee siano pienamente autorizzate, allo scopo di finire di estirpare dal cuore e dalla memoria degli uomini gli orribili trastulli della nostra infanzia". Altrettanto inesistenti dei doveri verso Dio sono, secondo De Sade, i doveri verso gli uomini, in nome dei quali si reprimono, da sempre, la calunnia, il furto, i "delitti causati dall'impurità", l'assassinio: tutte azioni che "in un governo repubblicano" devono essere al contrario incoraggiate e permesse. La calunnia, anzitutto, non può essere un male "in un governo in cui tutti gli uomini, più legati, più vicini, hanno evidentemente un più grande interesse a conoscersi bene": in uno Stato repubblicano la calunnia è "un lume, uno stimolante, in tutti i casi qualcosa di molto utile". Quanto al furto, il suo effetto "è di livellare le ricchezze", effetto benefico e perfino necessario "in un governo il cui fine è l'uguaglianza". La proprietà privata è "una barbara ineguaglianza", e la prova dell'ingiustizia della proprietà sta appunto nel furto, che dimostra come chi detiene i beni di solito non li custodisce con diligenza. "Punire i ladri" è, dunque, "orribile crudeltà", e, al legislatore repubblicano, de Sade consiglia il contrario: "punite l'uomo tanto negligente da lasciarsi derubare, ma non pronunciate alcuna condanna contro colui che ruba" (De Sade, "Francesi! Ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!", in "La filosofia del "boudoir", ne "Le Opere", scelte e presentate da E. Zolla, Longanesi, Milano 1964, cit. da Introvigne).

Attraverso la paradossale apologia del furto, De Sade prevede l'abolizione della proprietà privata - storicamente realizzata dal comunismo - come momento rivoluzionario successivo alla rivoluzione francese, mentre la difesa della calunnia annuncia sinistramente le società totalitarie moderne fondate sulla delazione e sulla menzogna. "Sade - scrivono Adorno e Horkheimer n "Dialettica dell'illuminismo" (Einaudi, Torino, 1976) - ha pensato fino in fondo il socialismo di Stato, mentre Saint-Just e Robespierre erano incespicati ai primi passi". Ma De Sade non si limita a prevedere il comunismo: egli prospetta anche una rivoluzione ulteriore, il cui paradigma è la rivoluzione sessuale. Tra i doveri verso gli uomini, de Sade attacca con particolare violenza il dovere di rispettare il pudore e la libertà sessuale altrui. Uno Stato repubblicano deve essere "immorale per necessità": sarà pertanto opportuna l'organizzazione di "numerosi edifici sani, vasti, decorosamente ammobiliati e sicuri sotto tutti gli aspetti", in cui "si obblighino le donne [e gli uomini] a prostituirsi", in cui ognuno possa convocare qualunque altra persona, senza limiti di sesso, di età, di parentela, e obbligarla a sottomettersi a tutti i suoi capricci. […] Un uomo che vorrà godere di qualsiasi donna o fanciulla potrá dunque intimarle di trovarsi in una di quelle case di cui vi ho parlato e lì, sotto la salvaguardia delle matrone di questo tempio di Venere, essa gli verrà offerta per soddisfare con umiltà e sottomissione tutti i capricci che gli piacerà prendersi con lei, per quanto bizzarri e irregolari possano essere, perché non ve ne è alcuno che non sia nella natura, alcuno che non sia riconosciuto da essa. Né vi dovranno essere limiti di età, perché "chi ha il diritto di mangiare il frutto di una pianta può sicuramente raccoglierlo maturo o verde, seguendo le inclinazioni del proprio gusto". Per converso, anche le donne godranno degli stessi diritti: ci saranno case destinate al libertinaggio femminile, come quelle degli uomini, sotto la protezione del governo; lì saranno forniti loro tutti gli individui d'ambo i sessi che esse potranno desiderare, e più frequenteranno queste case, più saranno stimate. […] (De Sade, "Francesi! Ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!", cit.).

Anche l'omosessualità, l'incesto, la bestialità e ogni tipo di perversione devono essere considerati leciti. […] Queste inezie, derivando da una conformazione naturale, non potrebbero mai rendere più colpevole colui che vi è incline di quanto non lo sia colui che la natura creò mostruoso. […]. Se l'uomo è pura materialità, non è responsabile dei suoi atti: è la natura stessa a determinare il funzionamento della "macchina umana". […] È mai possibile immaginare che la natura ci dia la possibilità di commettere un delitto che la oltraggi? Potrebbe essa imporre agli uomini di annientare i loro piaceri, permettendo che diventino più forti di lei? È inaudito in quale abisso di assurdità si getta chi abbandona, per ragionare, il soccorso dei lumi della ragione. […].

Proseguendo nella negazione dei doveri verso gli uomini, De Sade annuncia ancora tappe successive del processo rivoluzionario. In pagine che sono oggi di tragica attualità, il marchese inneggia all'aborto. […] non è ingiusto impedire di nascere ad un essere che sarà certamente inutile. La specie umana deve essere epurata sin dalla culla: un individuo che sarà inutile alla società dev'essere strappato del suo seno: ecco i soli mezzi ragionevoli per limitare una popolazione, la cui sovrabbondanza è il più dannoso degli eccessi […]. De Sade propone, accanto all'aborto, l'infanticidio, e consiglia alla repubblica francese di imitare quegli Stati pagani dove "si esaminavano attentamente tutti i bambini che venivano al mondo, e se non li si trovava fisicamente adatti a difendere un giorno la repubblica venivano immediatamente immolati; non si giudicava infatti indispensabile conservare questa vile feccia della natura umana". Infine, anche l'assassinio deve essere incoraggiato, poiché esso rappresenta la rottura più radicale dei legami dell'uomo con il suo prossimo, ed è dunque un momento decisivo della Rivoluzione sadiana. L'assassino, "uomo molto coraggioso", è "prezioso in un governo repubblicano"; del resto, l'omicidio rituale di Luigi XVI ha iniziato un processo irreversibile: la Repubblica "è già nel delitto, e se volesse passare dal crimine alla virtù cadrebbe in un'inerzia il cui risultato sarebbe la sicura rovina".

"Francesi! Ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!", si conclude con la negazione, dopo i doveri verso Dio e verso gli altri, dei doveri verso sé stessi. Il momento conclusivo della rivoluzione sadiana è il nichilismo più radicale: l'apologia del suicidio. Il suicidio, rottura dell'ultimo legame che è possibile spezzare, quello che lega l'uomo alla propria esistenza, è l'epifania dello spirito rivoluzionario; contro "l'imbecillità di quella gente che giudica questa azione un delitto", de Sade propone il ritorno a tempi in cui "ci si uccideva in pubblico e si faceva della propria morte uno spettacolo fastoso", e conclude: "seguendo l'esempio di questi fieri repubblicani supereremo tosto le loro virtù: è il governo che fa l'uomo".

De Sade sostituisce dunque, nel suo percorso verso l'abisso della morale, al culto della Natura, il momento "teologico" di culto di un Essere Supremo del tutto malvagio. Il dio di Saint-Fond, il ministro dissoluto e perverso di Justine, eroe sadiano par excellence, è "l'essere mostruoso, esecrabile, che potè creare un mondo così bizzarro", pieno di orrori e di perversioni: un dio che è "unicamente il male, e vuole ed esige soltanto il male". "Tutto dev'essere cattivo, barbaro e inumano come il vostro dio - proclama Saint-Fond - tali i vizi che deve adottare chi vuol piacergli, senza peraltro speranza alcuna di riuscirvi, giacché il male che sempre nuoce, il male che è l'essenza di dio non potrebbe essere capace d'amore né di riconoscenza" (J. Lacan, "Kant avec Sade", in "Ecrits II", Seuil, Paris, 1971).

La religione sadiana è dunque "demoniaca", adora un Essere Supremo satanico che crea gli uomini per tormentarli e per farne strumento dei crimini e delle atrocità di cui si compiace. «Se ci inabissiamo in fondo alla regione dei morti, è per essere il più possibile lontano dai vivi. Quando si è dissoluti, depravati, scellerati come noi, si vorrebbe essere nelle viscere della terra per meglio fuggire gli esseri umani e le loro assurde leggi».

In "La Nouvelle Justine", de Sade parla sacrilegamente attraverso Papa Pio VI, facendogli dire che la natura prova la sua malvagità "attraverso i flagelli con i quali ci perseguita e ci schiaccia senza posa, attraverso le divisioni, le zizzanie che semina fra noi" e "con l'inclinazione all'omicidio instillataci ad ogni istante", cosicché il criminale è "il miglior servitore della natura" e "non si commetteranno mai abbastanza crimini sulla terra rispetto all'ardente sete che la natura ne prova" (De Sade, "La Nouvelle Hustine", cit. e commentato in P. Klossowsky, "Sade prossimo mio", cit.).

Il culto della morte è la tappa di arrivo della rivoluzione demoniaca sadiana, che è odio dell'Essere e adorazione filosofica del divenire malvagio e criminale. "L'eroe sadico - scrive Deleuze - appare come colui che si pone, quale compito da pensare, l'istinto di morte" (G. Deleuze, "Presentazione di Sacher-Másoch",Bompiani, Milano, 1978, cit. da Intovigne). Il libertino Saint-Fond non gusta i suoi banchetti se non vi si commettono "almeno tre omicidi". L'omicidio e il suicidio sono il momento finale del processo rivoluzionario. Come nel Freud di "Al di là del principio del piacere", "la combinazione con Eros si pone come condizione per la presentazione di Thanatos" (Deleuze, Cit.). Solo l'ascritto alla "società degli amici del delitto" di Saint-Fond, che ha conosciuto tutte le perversioni dell'Eros, può adorare Thanatos allo stato puro.

La rivoluzione, distruzione di tutti i legami, non si accontenta di distruggere - con il suicidio - il legame dell'uomo con la sua esistenza, ma vuole intaccare il legame più profondo che lega ogni uomo alla sua essenza, quello con l'anima immortale: se l'anima non può essere "uccisa", essa può però essere privata della sua qualità eminente, che è la grazia di Dio. I rivoluzionari più coerenti, i devoti della morte, seguaci di de Sade, si sforzeranno allora di uccidere non solo il corpo, ma anche l'anima stessa, in una ossessionante e monotona sequela di peccati. Sade, anche su questo punto, secondo Blanchot procede come un ricercatore, provando diverse soluzioni. La prima è quella delle società segrete, sul modello delle varie massonerie, di gran moda nella seconda metà del Settecento. Per esempio, la "Società degli Amici del Crimine" ammette ogni scelleratezza verso gli esterni, ma proibisce di farsi del male a vicenda. Anzi, prevede la creazione di appositi serragli "di quali le classi virtuose assicurano il popolamento". Il modello sarebbe insomma quello di una società di criminali, di soggetti profondamente ed esplicitamente infidi e diffidenti l'uno verso l'altro. Una società di libertini sadiani estesa all'intero stato.

Essendo la morte del corpo un momento limite, e la morte dell'anima un traguardo impossibile, al fedele di De Sade non resta che ripetere all'infinito, nella tragica monotonia che caratterizza i suoi romanzi, gli stessi atti: stupri, violenze, perversioni. Nello schema di De Sade, afferma Lacan, il "punto di aphanisis" è indefinito; da qui "la poco credibile sopravvivenza di cui Sade dota le vittime delle sevizie e tribolazioni che infligge loro nella sua favola": "il momento della loro morte non sembra determinato che dal bisogno di rimpiazzarle all'interno di una combinatoria che sola esige la loro molteplicità" (Lacan, cit.). Da qui, più che ad un orgiasmo dionisiaco, ad un nichilismo vitalistico, l'ascetica sadiana approda ad una apatia criminale, una progressiva noia e de-sensibilizzazione che deriva della monotona ripetizione del male.

Roland Barthes ha descritto De Sade come un Ssant'Ignazio rovesciato, considerando il complesso della sua opera come un vasto e organico corso di esercizi spirituali (R. Barthes, "Sade, Fourier, Lodola", in Tel Quel, 1971, cit. da Montevigne): è l'inferno il luogo metafisico a cui vuole accedere de Sade attaverso la sua pratica rivoluzionaria del male. Saint-Fond spiega la sua condotta depravata proprio come una marcia verso l'inferno, il luogo dove le "particole del male" potranno infine riunirsi, in una "seconda morte" (De Sade, "Histoire de Juliette", Pauvert, Parigi, vol. II, cit. da Introvigne). Il boudoir di De Sade, non-luogo filosofico, non è altro che l'anticamera terrena dell'inferno.

"Una specie di chiostro ignoto [...] la cui chiave, nell'Ultimo giorno, sarà buttata nell'abisso dal Diavolo" (L. Bloy, "Esegesi dei luoghi comuni", 2a ed. it., Paoline, Milano, 1978, cit. da Intovigne).

La teologia "infernale" di De Sade detta la "regola" per i suoi seguaci, sadici mistici del male, "monaci della Rivoluzione". Tra questi, il marchese Leopold von Sacher-Màsoch, nato a Lemberg nel 1836, figlio di un alto funzionario dell'amministrazione austriaca, "filosemita non ebreo", come lui stesso dichiarava, osannato dal mondo intellettuale dell'epoca (Zola, Ibsen, Hugo), che conobbe il successo - insieme ad una moderata dose di scandalo - soprattutto con "Venere in pelliccia" e "La donna divorziata" (1870), dietro cui sono riconoscibili le sue avventure galanti con Fanny von Pistor e Anna von Kottowitz. La donna crudele e l'iniziazione pedagogica masochista - tra flagellazioni varie fino al supplizio sulla croce e l'antropofagia - oltre che in "Venere in Pelliccia" e ne "La Donna divorziata, sono temi centrali anche ne "La madre santa", nei racconti "Grausame Frauen" e in "Afrikas Semiramis", pubblicati postumi. Nella "Psichopatia Sexualis" - prima edizione 1886 - Kraft-Ebing utilizza la figura di Masoch per definire un comportamento perverso: in particolare, il masochismo, il cui segno distintivo, secondo Kraft-Ebing, non è tanto il particolare rapporto tra piacere e dolore, quanto il meccanismo di asservimento e di schiavitù accettata (il piacere provato nel ricevere punizioni e derive feticiste rientrano nella definizione). Sacher-Màsoch protesterà - inutilmente - contro l'utilizzo del suo nome da parte di Kraft-Ebing, non riconoscendosi nella descrizione di perversione.

"Troviamo nel Medioevo la distinzione fra due tipi di demonismo, o due perversioni fondamentali: l'una per possessione, l'altra per patto d'alleanza. È il sadico che pensa in termini di possessione istituita, mentre il masochista in termini di alleanza pattuita" (G. Deleuze, cit.).

Rispetto a De Sade - oltre al fatto che, mentre De Sade fu per tutta la sua vita un perseguitato, von Sacher-Màsoch è stato, almeno per un certo periodo della sua vita, un personaggio celebrato e popolare nel mondo della cultura progressista europea - il suicidio come momento culmine e terminale della Rivoluzione, sfuma, in von Sacher-Màsoch, nel desiderio di essere torturato, oppresso, lentamente annientato, sottomesso ad un padrone totalitario. Sacher-Màsoch firma con le sue amanti dei contratti in cui si concede loro come "schiavo", autorizzandole "all'esercizio della più grande crudeltà", invitandole a fargli soffrire "tutti i tormenti immaginabili". Per contro, l'amante si impegna, secondo il modello del più celebre romanzo di von Sacher-Màsoch, "Venere in pelliccia", a "portare pellicce il più spesso possibile, soprattutto quando sarà crudele".

La mistica della morte raggiunge il suo culmine ne i "Chants de Maldoror" di Lautreamont: festa cimiteriale e carnasciale della decomposizione, i Canti inneggiano alla dissoluzione in una danza macabra degna di un dipinto di Hyeronimus Bosch.

In seguito, De Sade sarà ivalutato dal surrealismo, "un atteggiamento totale di vita, diretto a rappresentare la pienezza dell'idea rivoluzionaria nel suo aspetto primo" (Del Noce, "L'erotismo alla conquista della società", in AA.VV., "Via libera alla pornografia?", Vallecchi, Firenze 1970 38). Il surrealismo, o "sub-realismo" secondo l'espressione di Sedlmayr, evocazione della distruzione e del caos e "offensiva in grande stile contro la civiltà cristiana" (così il titolo di un pamphlet del surrealista H. Pastoureau), si pone anch'esso sulla scia della filosofia sadiana: "il marchese de Sade - scrive Nadeau dei surrealisti - è la figura principale del loro Pantheon" (H. Sedlmayr, "La morte della luce", tr. it., Rusconi, Milano, 1970, cit. da Intovigne).

Più tardi, dopo un breve processo, lo stesso surrealismo arriva alle idee di Reich (A. Del Noce 41). Che, tramite Freud e Marx, vuole far passare la rivoluzione sessuale "dall'utopia alla scienza". Infine, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto dopo il 1968, una folla di "Lenin del pansessualismo" - strutturalisti, filosofi del desiderio, neopsichiatri - si sforzeranno di tradurre questa scienza in prassi rivoluzionaria.

SALO' O LE 120 GIORNATE DI SODOMA

Nel 1944/45, durante la Repubblica di Salò, quattro gerarchi fascisti si riuniscono in una villa, un tempo sontuosa, con quattro Megere, delle ex prostitute, e un gruppo di giovani, figli e figlie di partigiani o partigiani loro stessi, fatti prigionieri, per dare sfogo alle loro perversioni psicopatologiche, eccitati dalle fantasie erotiche di tre narratrici. Nella villa vige il regolamento dei Signori, al quale nessuno si può sottrarre, che possono disporre della vita dei prigionieri in qualunque momento e in qualunque modo. Chi si ribella pagherà con la morte.

Ispirandosi al racconto del Marchese De Sade, Pasolini porta sullo schermo una delle più crude rappresentazioni moderne della "porno-società", basata su un potere e una dittatura che producono iniquità e nefandezze totalitarie, dalla quale nemmeno la religione si salva (uno dei torturatori è un monsignore). Il film riprende l’impostazione del romanzo del Marchese De Sade, basato sulla ripetizione infinita del numero quattro. Protagonisti principali sono quattro Signori, detentori dei quattro poteri: il Duca possiede il potere nobiliare, il Monsignore quello ecclesiastico, Sua Eccellenza il Presidente della corte d'Appello quello giudiziario e il Presidente Durcet quello economico. Anche la struttura del film è quadripartita, secondo una struttura una struttura a gironi simile a quella dell'Inferno dantescoa: un Antinferno e tre Gironi.

Nell’Antinferno, i signori sottoscrivono il loro patto di sangue e catturano le loro vittime, trascinandole, con l’aiuto dei soldati delle SS, nella villa poco fuori Salò. Il primo Girone è quello delle Manie, nel quale i Signori esercitano sulle vittime una serie di sevizie, costringendoli a mangiare a quattro zampe, nudi e latranti, o a ingerire cibo gettato in terra e riempito di chiodi. Il secondo Girone è chiamato della Merda, ed è incentrato sull’analità e in particolare sulla scatofagia. Nel Girone del Sangue, Pasolini arriva all’apice di efferatezze, fino a rappresentare un’orgia di torture, amputazioni, uccisioni rituali, e atti di necrofilia. La pellicola si chiude con un Epilogo, nel quale due giovani collaborazionisti, nel mezzo della carneficina, cambiano canale della radio e improvvisano un improbabile danza al ritmo di "Son tanto triste", motivo conduttore del film.

De Sade è usato da Pasolini per rappresentare una società irrimediabilmente corrotta e insana, dannata e condannata dalle proprie azioni. Lo si capisce bene dai nomi dei gironi: manie, merda e sangue. Nel girone della merda, l'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato: ognuno sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nell'atto del consumare, perché questo è l'ordine inconsciamente ricevuto, e a cui si deve obbedire, a patto di sentirsi "diverso"'; la merda è servita su vassoi d'argento, è afrodisiaca, è dorata, è sfavillante, è irresistibile; i liquidi spermatici sono un'arma per attuare il potere, con cui controllare il popolo. E con cui annientarlo.

Non più armi di seduzione, di affermazione vitale, strumenti del desiderio, i corpi nudi diventano figure "normali" oggetti, porno-estetica, figure ammassate sui pavimenti; seni, natiche e falli diventano incolori, perdono ogni significato simbolico. Proprio come nella nuova Salò di Abu Ghraib, una messa in scena sadiana, il capolavoro di Pasolini Salò spiega molto bene, pur con allegorie e metafore, il rapporto sado-masochistico che il potere instaura con le persone che gli sono sottomesse.

Salò è l'ultima e più grande opera di Pasolini, il suo epitaffio: fu ucciso, in circostanze rimaste misteriose, ancor prima che il film uscisse nelle sale italiane. Per trent'anni, sequestri e censure hanno letteralmente massacrato Salò, ancora oggi proibito in alcuni paesi, trasformandolo in un oggetto di culto, imponendo l'eliminazione di scene giudicate troppo scabrose, in particolare di quattro minuti che nessuno ha mai visto.

La Rivoluzione Sessuale è dunque il processo attraverso il quale l’uomo manifesta concretamente che non esistono più per lui né doveri verso Dio, né verso gli altri uomini, né verso sé stesso.

L’uomo è una macchina, è pura res extensa. L’ordine e il disordine, il bene e il male, non esistono. Per questo, l’omosessualità, l’incesto, la pedofilia, la bestialità, l'omicidio, ogni tipo di perversione, devono essere considerati leciti. Perfino il suicidio, l'ultimo legame che è possibile spezzare, quello che lega l’uomo alla propria esistenza.

Secondo Deleuze, la filosofia immorale di De Sade costituisce un'autentica "pornologia", ovvero una scienza della violenza sessuale e insieme una utopia del male.

Il fine della Rivoluzione Sessuale è il culto della morte: l’eroe sadico è chi si pone, quale compito da pensare, l’istinto di morte. I mezzi della Rivoluzione sessuale sono una sequela ininterrotta, ossessionante e monotona di peccati, messi in opera per distruggere l’anima.

E così ci ritroviamo, oggi, come per incanto, nell'inferno sadiano. Il Marchese de Sade è stato stuprato, ri-sessualizzato e ri-attualizzato. Da quegli stessi carnefici che lo incarcerarono, lo torturarono, lo perseguitarono fino alla morte.

Il culto sadico della morte, fatto proprio dai mass-media assassini, si propaga come un virus attraverso il vampirismo delle immagini, della simulazione e della iper-realtà. Il boudoir di de Sade, non-luogo filosofico, anticamera dell'inferno, si è materializzato. La sovversione sadiana si è risolta nel suo opposto: da mistica e prassi porno-rivoluzionaria a psicopatologia sexualis.

La società libertina "criminale" prospettata da De Sade si è infranta nella danza macabra cantata da Lautremont nei "Chants de Maldoror": culmine della fase mistica del culto della morte, requiem della decomposizione, inno alla dissoluzione.

Il suicidio, momento terminale della Rivoluzione sadiana, divenuto seriale, industriale, individuale e collettivo, ha raggiunto il grado massimo dell'annientamento, della sottomissione dello schiavo ad un padrone totalitario.

Ha vinto il libertinismo contro-rivoluzionario. Ha vinto il sado-masochismo psicopatologico. Ha vinto la dialettica dell'illuminismo. Eros soccombe a Thanatos.

"Salò o le 120 Giornate di Sodoma", aveva messo in scena tutto questo. E Pasolini ha pagato con la morte. Ultimo eroe autenticamente sadiano.

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