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giovedì 17 aprile 2008

2022: I SOPRAVVISSUTI 2

Secondo il World Food Programme (WFP) dell'ONU, sono oltre sei milioni i nordcoreani che non avranno sufficienti alimenti nei prossimi mesi. La popolazione, sotto il tallone del regime di Kim Jong Il, ormai da anni sopravvive in larga misura grazie agli aiuti internazionali, ma le forti inondazioni dell’anno passato hanno compromesso i raccolti primaverili, aggravando ulteriormente il problema. Senza massicci interventi esterni potrebbere ripetersi la trementa carestia degli anni Novanta, che costò oltre due milioni di morti.

Il paese nordcoreano, ormai da anni convive con il problema delle scarse risorse alimentari, e periodi di drammatica crisi si sono già presentati in passato. Alla metà degli anni Novanta, una sfortunata serie di inondazioni e siccità si stima abbia causato circa due milioni di morti. Nel più recente passato, Kim Jong Il aveva utilizzato le trattative per lo stop ai programmi nucleari per strappare aiuti internazionali. Secondo gli analisti delle Nazioni Unite, il deficit di derrate alimentari quest’anno sarà il doppio rispetto all’anno passato. Alla fine di marzo scorso, l’organizzazione “Good Friends”, un movimento di ispirazione buddista con sede nella Corea del Sud ed attivo nella distribuzione di cibo fra i due paesi, aveva lanciato un segnale inequivocabile. Secondo l’organizzazione, anche i dirigenti di partito di medio livello (tradizionalmente considerati dei privilegiati) avevano visto le loro razioni di febbraio ridotte del 60%, mentre quelle di marzo, alla metà del mese, non erano ancora state consegnate.


Il responsabile del World Food Programme per la Nord Corea, Jeanne-Pierre de Margerie, ha ammonito la comunità internazionale riguardo l’imminente catastrofe: “Eravamo ben consci che le inondazioni avrebbero influito sul problema della cronica mancanza di cibo, ed ora gli effetti cominciano a vedersi anche nei mercati”. I prezzi delle derrate alimentari, infatti, sono quasi raddoppiati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Non ci sono altre soluzioni che aumentare le importazioni di cibo nel paese, sotto forma di aiuti internazionali. Interrogato dall’emittente inglese BBC, il direttore del WFP per l’Asia, Tony Banbury, ha detto chiaramente che “è un problema che il WFP non può risolvere da solo”. Banbury ha anche attaccato il regime di Pyongyang: “Le autorità nordcoreane devono creare le basi affinchè le agenzie internazionali possano operare in modo adeguato, per dare ai donatori tutte le garanzie possibili che gli aiuti vengano utilizzati secondo gli scopi proposti”. Secondo molti osservatori, spesso gli aiuti internazionali finiscono nelle mani del regime.


Secondo il rapporto trimestrale diffuso dalla FAO - "Crop prospects and food situation" - la bolletta cerealicola dei Paesi poveri, nel 2007/2008 aumenterà del 56%. Il rapporto esorta tutti i Paesi donatori e le istituzioni finanziarie internazionali ad incrementare la propria assistenza, per un ammontare compreso tra 1,2 ed 1,7 miliardi di dollari. La situazione è critica soprattutto per i Paesi africani a basso reddito con deficit alimentare, la cui bolletta aumenterà fino al 74% a cuasa del boom dei prezzi dei cereali, del petrolio e dei trasporti. Contrariamente ai paesi occidentali, dove l'alimentazione interessa dal 10 al 20% del reddito familiare, essa rappresenta fino al 60-80 % del reddito nei paesi poveri. L'aumento della quotazione dei cereali qui è, di conseguenza, più sensibile, soprattutto per coloro che vivono nei centri abitati e che non producono direttamente prodotti agricoli.


Anche se la produzione di cereali è aumentata nel 2007, ed è destinata a crescere del 2,6% nel 2008, raggiungendo la quantità record complessiva di 2,164 miliardi di tonnellate, essa non permette di soddisfare la domanda mondiale, in forte aumento. Come conseguenza, da un anno all'altro, gli stock mondiali si riducono. Le scorte mondiali di cereali, secondo l'Organizzazione ONU per l'Agricoltura e l'Alimentazione, dovrebbero perdere ancora il 5% entro la fine dell'anno, raggiungendo nel 2007-2008 i 405 milioni di tonnellate, il volume minore degli ultimi venticinque anni, ben 21 milioni di tonnellate in meno rispetto al livello già assai ridotto dell'anno precedente. Ciò spiega la tensione sui prezzi dei mercati agricoli mondiali e i rialzi folli dei generi di prima necessità che si sono verificati negli ultimi mesi nelle città africane.


Si sono avverate le ipotesi di Jacque Diouf, direttore generale della FAO, che aveva profetizzato ad ottobre 2007 delle "rivolte della fame", allorché il prezzo medio di un pasto di base era aumentato del 40% nell'arco di un anno. Il grano (al suo massimo storico degli ultimi 28 anni), il mais, il riso, la soia, la colza o l'olio di palma hanno visto raddoppiare, addirittura triplicare, in due anni, la loro quotazione, con grande rammarico delle popolazioni povere, i cui redditi, al contrario, non progrediscono. E il fenomeno del "caro vita" esplode prepotente per le strade africane. Nelle ultime settimane, tutto il continete è stato scosso da manifestazioni di protesta: da Douala (Camerun) a Abidjan (Costa d'Avorio), dal Cairo (Egitto) a Dakar (Senegal), la collera delle masse ha infiammato le capitali africane, costringendo i governi a prendere misure urgenti per controllare i prezzi, giocando sulla produzione, le esportazioni o le importazioni. Ma i mercati agricoli sono ristretti (solamente il 17,2% dei volumi totali di grano sono scambiati sul mercato mondiale, il 12,5% di mais, il 7% di riso) e qualsiasi decisione crea, per contraccolpo, tensioni altrove.


"Non è con delle decisioni unilaterali che il problema si risolverà", aveva già detto Diouf a fine gennaio, richiamando gli Stati a prendere delle decisioni strategiche in materia d'alimentazione mondiale, ma collettivamente. Appurato che, nei paesi sviluppati, la produttività e le superfici sono al loro massimo livello, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERD) e la stessa FAO stessa hanno recentemente richiamato i paesi dell'Europa dell'est, in particolare Russia, Ucraina e Kazakistan, a "dopare" le loro produzioni. In questi paesi, circa 23 milioni di ettari di terre coltivabili non sono più utilizzate per l'agricoltura da qualche anno, e 13 milioni potrebbero essere recuperate senza "costi ambientali aggiuntivi". Ma è tutta una questione di investimenti del settore pubblico e privato. L'America del Sud è l'altra riserva potenziale: si stimano in circa 20 milioni di ettari le superfici che potrebbero essere messe a coltura nel Mato Grosso brasiliano, ma a tutto discapito della foresta amazzonica, che tanto bene non stà.


In Egitto, 12 mila persone sono state arrestate perché vendevano farina al mercato nero. Nelle Filippine, il governo minaccia di condannare all'ergastolo chi si accaparra il riso per poi rivenderlo a prezzi maggiorati. Ovunque - dall'Africa al Pakistan, dalla Thailandia al Messico - i cereali, nuovo oro dei campi, vengono protetti come un bene prezioso: nell'imminenza del raccolto, i terreni sono sorvegliati da guardie armate.


Il raddoppio dei prezzi di grano, mais, riso e soia sta sconvolgendo il mondo: Stati che credevano di aver sconfitto la fame ripiombano nella situazione di qualche decennio fa. La Fao denuncia che in Africa, Asia e America Latina, 36 Paesi rischiano la guerra civile. Sono nazioni poverissime nelle quali la gente spende più della metà del suo reddito (spesso i due terzi) per alimentarsi. In molti casi - da Haiti al Kenia - sono già scoppiate gravi rivolte sanguinose. I governi reagiscono con misure di polizia e con blocchi dell'export che stanno sconvolgendo il commercio internazionale in un periodo già reso tumultuoso dalla crisi del credito e dalle tempeste valutarie: Cina e Vietnam, grandi produttori di riso, hanno deciso di limitare le vendite all'estero; la Russia ha bloccato per 60 giorni l'export di grano; l'Argentina tassa sempre più pesantemente le esportazioni dei suoi agricoltori nel tentativo di bloccare la crescita dei prezzi sul mercato interno. L'India, nuova potenza dell' industria e dei servizi informatici, osserva il cielo col fiato sospeso: tra qualche settimana, col monsone, arriverà il raccolto che deve sfamare un miliardo e cento milioni di persone. Se il monsone arriverà in forma attenuata, come nel 2002, il raccolto potrebbe ridursi del 20%: 30 milioni di tonnellate di grano in meno. Sarebbe un disastro. Le scorte sono all'osso e i mercati in questo momento sono disertati dai grandi produttori. Le autorità indiane tremano e si pentono della loro scarsa lungimiranza.


Dopo la «rivoluzione verde» degli anni '70 che raddoppiò il rendimento dei campi in tutto il Terzo mondo, la produzione è rimasta stazionaria. Colpa dei governi ma anche delle agenzie internazionali che hanno smesso di promuovere gli investimenti nello sviluppo dell'agricoltura. Quando i consumi hanno cominciato a salire, per il maggior ricorso a biocarburanti a base di mais e per l'aumento della domanda da parte di Paesi emergenti come Cina e India, non è rimasta altra soluzione che ricorrere a queste riserve. I governi che, scossi dalla crisi, reagiscono tutti con misure repressive all'interno e bloccando l'export, danno una risposta miope che elude il problema centrale: la necessità di aumentare la produzione. Per di più, la loro azione impedisce al commercio internazionale di funzionare da fattore di riequilibrio almeno parziale tra domanda e offerta. In Egitto, pressato da tempo dagli integralisti islamici, il regime di Mubarak ha usato il pugno di ferro contro le speculazioni sulla farina e ha bloccato l'export di riso. Nulla che serva a risolvere il problema nel lungo periodo, ma intanto sul mercato domestico il prezzo del riso, che era passato da 200 a 430 dollari la tonnellata, è sceso di 100 dollari. L'effetto di simili misure sarà, però, solo momentaneo, così come momentaneo sarà l'effetto del versamento straordinario di 500 milioni di dollari a favore del World Food Programme richiesto dall'ONU ai Paesi donatori: la Banca Mondiale avverte, infatti, che il fenomeno dell'impennata dei prezzi ci accompagnerà per anni. Le quotazioni continueranno a salire almeno fino al 2009, prima di stabilizzarsi. L'eventuale contrazione non arriverà prima del 2015.


Nell'immediato, paradossalmente, si spera nella recessione USA: il rallentamento della crescita dell'intera economia mondiale, potrebbe alla fine frenare anche il «boom» della domanda alimentare dell'Asia. Dove però, per ora, la crescita di Cina e India sta spingendo i ceti benestanti di quei popoli ad inseguire anche a tavola i modelli di consumo dei Paesi ricchi. C'è, poi, la spinta ad assorbire volumi crescenti di mais per la produzione di biocarburanti: un fenomeno che non si arresterà, anche se gli americani si stanno rendendo conto che l'etanolo riduce sì la dipendenza energetica degli USA, ma ha un impatto negativo sull'ambiente, soprattutto per il grande assorbimento di risorse idriche. Alla fine si torna sempre alla necessità di aumentare la produzione cerealicola. Ma in giro per il mondo di terreni coltivabili ce ne sono rimasti ben pochi. Per questo, il presidente della World Bank, Robert Zoellick, chiede ai Paesi più colpiti di avviare una nuova «green revolution» per incrementare in misura significativa le rese per ettaro coltivato.


Gli unici che gongolano sono i sostenitori degli OGM: mentre si riaffaccia l'incubo della fame, l'industria chimica prepara le molecole di seconda generazione, capaci di far crescere i cereali anche in condizioni di siccità.



Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia, dai microfoni del Development Committeee, il Comitato per lo Sviluppo del Fondo Monetario Internazionale, ha dichiarato che la rincorsa dei prezzi ha "un impatto drammatico sulla povertà" e costituisce un "ulteriore ostacolo" al processo di sviluppo dei paesi più dimenticati, mettendo a repentaglio la crescita di alcune tra le nazioni già fragilissime dell'Africa sub-sahariana che consuma principalmente cibo. "Gli elevati prezzi dell'energia fanno crescere i costi dei trasporti, mettendo così una pressione addizionale sui prezzi alimentari". Risultato: s'allarga il divario tra ricchi e poveri.


Le parole di Draghi, seguono i conti da brivido forniti da Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, che si è presentato in conferenza stampa con un filone di pane in mano dicendo che più di un miliardo di persone vive ancora con meno di 1 dollaro al giorno. In paesi come lo Yemen, una famiglia media spende più di un quarto delle sue entrate proprio in pane. Il Fondo Monetaio ha calcolato che i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti del 48% a livello globale dalla fine del 2006, mentre, secondo l'OCSE, sono diminuiti dell'8,4% gli aiuti dei paesi ricchi, per il secondo anno consecutivo. A livello globale, il prezzo del riso è salito del 75% negli ultimi due mesi, quello del grano del 120% nell'ultimo anno.


A livello nazionale, in Sudan, il grano è aumentato del 90%, in Armenia del 30%, in Senegal è raddoppiato. In Uganda, il mais costa il 65% in più, in Nigeria il miglio costa il 50% in più. Nelle Filippine, il prezzo del riso è cresciuto dell'80% da gennaio 2007. In certe zone del mondo, dal Burkina Faso all'Etiopia, al Madagascar, i governi sono intervenuti con la forza per evitare assalti al cibo. La Banca Mondiale ha stanziato 10 milioni di dollari per aiutare Haiti a combattere la crisi alimentare: un team di esperti partirà alla volta del paese per mettere a punto un piano d'emergenza.


"Servono progressi rapidi nella lotta alla povertà", ha esortato il banchiere, ricordando che secondo il Millennium Development Goal, entro il 2015, bisogna dimezzare il numero degli affamati nel mondo. I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell'attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno.


Il "New Deal for a Global Food Policy" fa parte di una serie di iniziative presentate da Zoellick che puntano a «far progredire lo sviluppo in un contesto di fiammata dei prezzi del petrolio e dei oprodotti alimentari». Zoellick ha anche presentato un Piano per incoraggiare investimenti nello sviluppo dell’Africa, così come «un nuovo approccio per fare in modo che i prezzi elevati delle materie prime si traducano in un miglioramento delle condizioni di vita dei poveri».


Una possibile soluzione, in via di sperimentazione, al problema della scasità degli approviggionamenti, potrebbe essere la "carne in provetta": bistecche non di vitello, di maiale o di pollo, ma provenienti da colture di cellule. Potrebbe essere l'antidoto a cereali sempre più insufficienti e costosi con i quali pretendiamo di nutrire, oltre a noi stessi, anche il bestiame ed i serbatoi delle auto.


Si è svolto propio di recente in Norveglia, il primo meeting internazionale degli allevatori di carne in provetta: esponenti governativi, biologi, tecnici, imprenditori, si sono chiesti come rendere economiche e "popolari" le colture di cellule per fornire proteine animali. Anche se si tratta di una meta lontana (per ora si tratta di una via troppo costosa rispetto a quella convenzionale), la carne in provetta potrebbesostituire molti allevamenti in batteria, specie quando gli animali finiscono per diventare crocchette, panatine, wurstel o altre combinazioni finemente tritate di carne e “aromi”.


La Coldiretti si è espressa negativamente in merito, lasciando intendere che una roba che cresce in provetta, “grazie a una alimentazione fondata su nutrienti non specificati e a una stimolazione con corrente elettrica” potrebbe finire in tavola sotto forma di prosciutto sintetico.


WFP United Nations World Food Programme

FAO Crop Prospects and Food Situation

Development Committee

http://invitromeat.org/

Coldiretti

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