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martedì 8 aprile 2008

ECO-APOCALYPSE (NOW) 3

BREATH OF A NATION

La NASA, insieme al Department of Energy (DOE), nell'ambito del North American Carbon Program (NACP), ha finanziato "The Vulcan Project", con lo scopo di dettagliare le emissioni inquinanti prodotte negli USA (un'area totale di 9 milioni di chilometri quadrati). Scienziati della Purdue University, della Colorado State University e del Lawrence Berkeley National Laboratory, hanno realizzato la mappa che consente di visualizzare la situazione reale delle emissioni nocive, che specie nella zona Sud-Est appaiono in concentrazioni molto maggiori rispetto a tutte quelle in precedenza stimate.

courtesy of The Vulcan Project

I ricercatori hanno usato un metodo per estrarre le informazioni relative alle emissioni locali di CO2 dall'inquinamento dell'aria, costantemente monitorato dall'Environmental Protection Agency (EPA), dal DOE e da alte agenzie governative. Il sistema quantifica tutte le emissioni di CO2 risultanti dalla combustione di combustibili fossili, sia che provengano da fabbriche, generatori, strade, quartieri, distretti commerciali. Nel complesso, i dati mostrano chiaramente come tutte le mappe realizzate in precedenza fossero inaccurate: in alcune regioni, le emissioni dello scorso inverno sono arrivate fino a 5 parti per milione; in pratica, l'equivalente di tre anni di emissioni globali in atmosfera (che crescono in media di 1 parte e mezzo per milione ogni anno).

È l'ennesima dimostrazione che i governi mondiali stanno, di molto, sottovalutando il problema del riscaldamento globale. James Hansen, responsabile del Goddard Institute for Space Studies della NASA, dice che il livello fissato dall’UE di 550 ppm per il CO2 - finora il più ferreo al mondo - andrebbe ulteriormente ridotto a 350 ppm. “Se si lascia il pianeta a 450 ppm per un tempo sufficiente", dice Hansen, "i ghiacci si scioglieranno e si avrà un aumento del livello del mare di 75 metri, ovvero, un disastro garantito”. Il livello stabilito dall’Unione porterebbe inevitabilmente ad un aumento delle temperature medie del pianeta di quei famosi 6° C, raggiunti i quali il cambiamento sarà irreversibile. Le previsioni di Hansen non si basano su modelli teorici, ma sul passato geologico rivelato dai carotaggi condotti sul fondo dell’oceano, che permettono di ricostruire i livelli di CO2 presenti nell’atmosfera. È necessario pertanto imporre dei limiti più severi, se “l’umanità vorrà conservare un pianeta simile a quello dove si è sviluppata la civiltà”, dice Hansen.

Concordano alcune università nordamericane, secondo le quali il rapporto dell'IPCC, il pannello di esperti dell'ONU, sui cambiamenti climatici, ha sottovalutato l'urgente bisogno di ulteriori sforzi sui tagli delle emissioni di gas inquinanti. «Anziché un calo si prevede una crescita dell'intensità dell'energia e del carbonio». In un articolo, pubblicato su Nature dall'Università di Boulder, in Colorado, dall'Università canadese McGill di Montreal e dal Centro Nazionale Americano per gli Studi sull'Atmosfera (National Center for Atmospheric Research o NCAR), il rapporto dell'IPCC viene accusato di superficialità ed eccesso di ottimismo: gli scenari prospettati darebbero per scontato che si arrivi a significativi aumenti dell'efficienza energetica e allo stesso tempo si diminuiscano le emissioni inquinanti attraverso nuove tecnologie e strumenti avanzati (nello scenario di riferimento intermedio si assume che il 77% della riduzione delle emissioni arrivi spontaneamente, mentre il rimanente 23% richiederà specifiche politiche puntate sulla decarbonizzazione dell'economia).

In realtà, spiega l'articolo di Nature, dati gli ultimi trend dell'economia globale, che vedono una crescita, piuttosto che un calo, dell'intensità dell'energia e del carbonio e quindi delle emissioni inquinanti, gli scenari prospettati dall'IPCC sono da considerare del tutto irrealistici e irraggiungibili. Certo che l'innovazione tecnologica è necessaria, si legge nell'articolo, ma dipenderà da come agirà la politica. Non si può dare per scontato che gli avanzamenti tecnologici, da soli, riusciranno a realizzare l'obiettivo di tagliare le emissioni future, che nel frattempo vanno aumentando proprio a causa della mancanza di decisioni politiche.

Lo scorso dicembre, alla 13/a Conferenza Mondiale sui Cambiamenti Climatici di Bali, perfino gli Stati Uniti hanno concordato sul fatto che bisogna ridurre le emissioni per fermare i cambiamenti climatici. Nel frattempo, secondo le stime più recenti, la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera è arrivata a 394 parti per milione, mentre a metà Ottocento era di 300 parti per milione.

Lo scorso anno, nei Paesi dell'Unione Europea, le emissioni inquinanti di anidride carbonica sono aumentate dell'1%, nonostante la crisi economica e il maggior ricorso al gas rispetto al più inquinante carbone. In Italia. "il termoelettrico diminuisce le emissioni di CO2, ma il carbone va in controtendenza". Lo ha affermato Legambiente in occasione dell'ultima giornata di lavori della Conferenza sul Clima di Bangkok, dove 164 Paesi riuniti sotto l'egida dell'ONU hanno discusso della tabella di marcia per arrivare entro il 2009 al cosiddetto "post-Kyoto", il nuovo accordo globale sulla riduzione dei gas a effetto serra, dopo il fallimento del protocollo originale, che dovrà entrare in vigore nel 2012. "Il carbone ci allontana dai nostri impegni di riduzione dei gas serra", dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente. Nel 2007, riferisce ancora, "le 12 centrali a carbone attive nel nostro Paese hanno riversato nell'atmosfera 42,5 milioni di tonnellate di CO2", 0,3 milioni in più dell'anno prima. L'impiego del carbone nella produzione di elettricità (aumentato secondo i dati Terna dal 2006 al 2007 dell'1,9%) è coinciso con livelli di inquinamento in crescita.

Nel 2007, il carbone è stato responsabile del 34% delle emissioni inquinanti del settore elettrico, nonostante sia servito a produrre solo il 16% dell'energia. Usando il termoelettrico, invece, le emissioni di anidride carbonica sono passate a 125 milioni di tonnellate rispetto alle 135 circa riversate in atmosfera appena un anno prima. Un taglio netto di quasi 10 milioni di tonnellate di CO2, che equivale a quanto in un anno emette una sola centrale a carbone di grosse dimensioni. Una diminuzione consistente, registrata nonostante i consumi elettrici siano aumentati dello 0,4% rispetto al 2006.

Secondo ricercatori della Gartner, il mondo virtuale - le comunicazioni online, i computers, i cellulari - sono responsabili per ben il 2% delle emissioni di CO2 in tutto il mondo (la stessa percentuale attribuibile all'aviazione civile). L'allarme, lanciato da Der Spiegel, spinge a un drastico ripensamento: bisogna ridurre il numero dei calcolatori e costruirne di nuovo tipo, se si vuole fornire al futuro una vita virtuale più ambientalista.

Le crude cifre illustrate dal professor Hegering, responsabile del supercomputer del centro di calcolo di Garching, la periferia ipermoderna dell'economia postindustriale alle porte della ricca Monaco di Baviera, fanno paura. Il nuovo supercalcolatore di The Rechenzentrum Garching (RZG), il centro computazionale del Max Planck Institute for Plasmaphysics (IPP), che dovrebbe entrare in servizio tra tre anni, avrà un consumo di energia elettrica pari a quello di un "Ice 3", il più moderno treno ad alta velocità made in Germany, quando, con tutto il suo peso di 400 tonnellate a pieno carico, accelera in pochi minuti da zero a 330 all'ora. Il consumo di energia del centro di Garching è salito da 2 a quasi 8 megawatt, il bisogno di energia per gli impianti di raffreddamento vola, i costi delle bollette sono alle stelle. In appena cinque anni, dal 2000 al 2005, il consumo di energia elettrica dei grandi calcolatori è raddoppiato nel mondo. Nel 2006, nella sola Germania, i circa cinquantamila grandi centri di calcolo elettronico assorbono la produzione di una intera centrale nucleare.

Anche Internet incide fortemente sui consumi: bastano pochi secondi per una ricerca online, affidandosi a Google o a un altro moderno motore, per consumare tanta energia elettrica quanto basta per tenere accesa una delle nuove lampadine ecologiche a risparmio di elettricità per un'ora intera. All'inizio, le grandi aziende hanno comprato megacomputer a iosa, senza preoccuparsi del consumo. Mentre, parallelamente, è cresciuto il consumo e l'uso privato della rete, quindi dei personal computer per navigarvi. Nessuno si è preoccupato del consumo di elettricità necessario, e quindi della relativa produzione di energia e di inquinamento. Senza parlare del riscaldamento degli apparati elettronici di per sé: i grandi computer devono essere raffreddati, con sistemi che a loro volta consumano energia. Basta vedere come sale la percentuale media del consumo d'energia nelle bollette di abbonamento ai server: in pochi anni è arrivata al 50% del totale del conto pagato dall'utente. L'anno prossimo, ammonisce Thomas Meyer, esperto della IDC, salirà magari fino al 75%. L'unico rimedio, secondo gli esperti, è, paradossalmente, centralizzare: meno grandi calcolatori, meno centri di calcolo, ma molto più potenti. "Centralizzare la virtualizzazione", come dicono all'IBM, potrebbe significare un risparmio energetico fino all'80%.

Uno studio della Stern, citato dal Fondo Monetario Internazionale, segnala che, entro il 2080, un miliardo di persone potrebbe soffrire di penuria d’acqua tra Africa e Asia, e che oltre 9 milioni potrebbero morire a causa di alluvioni nelle zone costiere, e che, nei prossimi 200 anni, il mondo potrebbe perdere tra il 3 e il 35% della sua ricchezza. È necessario agire subito, se si vogliono limitare i danni dell'inquinamento: i Governi devono cominciare ad avviare «politiche macroeconomiche solide» per non farsi cogliere impreparati.

«Il cambiamento climatico», sottolinea il rapporto, «è una forza globale potente che, assieme all’integrazione finanziaria e del commercio, avrà effetti profondi sulle economie e i mercati nei prossimi decenni». Provocherà cambiamenti nel modo di commerciare, nei flussi di capitale e migratori, nei prezzi di materie prime, beni e servizi.

Per questo, afferma il Fondo, «saranno necessarie politiche macroeconomiche solide e strategie di sviluppo e finanziarie innovative, affinché i paesi possano adattarsi con successo al cambiamento. I Paesi con il reddito più alto, i bilanci più in ordine, i mercati finanziari più sviluppati e la maggiore flessibilità strutturale», conclude il Fondo, «saranno i meglio posizionati per adattarsi alle conseguenze avverse del cambiamento».

RESIDENT EVIL: EXTINCTION

Al crescere dei livelli di biossido di carbonio in atmosfera, le difese dei vegetali dai parassiti diminuiscono. È quanto risulta da una ricerca condotta da biologi dell'Università dell'Illinois a Urban-Champaign, pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). Gli elevati livelli di CO2 sembra infatti che finiscano per interferire con una componente chiave dei meccanismi di difesa della pianta dai parassiti che si nutrono delle sue foglie.

"Attualmente, la CO2 in atmosfera è pari a circa 380 parti per milione. All'inizio della Rivoluzione industriale era a 280 parti per milione, ed era su quei livelli da almeno 600.000 anni, forse da un milione", ha detto Evan DeLucia, che ha partecipato alla ricerca. Si prevede che i livelli di CO2 in atmosfera possano toccare le 550 parti per milione entro il 2050. Dallo studio, è risultato che le foglie vengono aggredite con maggiore veemenza da diversi parassiti, in particolare dai bruchi di coleotteri come la Popillia japonica e la Diabrotica virgifera. Il maggiore contenuto di carboidrati consente inoltre un aumento della durata di vita degli adulti di tali parassiti, che si riproducono in misura maggiore.

In occasione della Giornata Mondiale della Sanità - World Health Day (7 aprile), l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) - World Health Organization (WHO) - ha invitato tutti i Paesi del mondo a trasformare i propri sistemi sanitari per via delle minacce relative ai cambiamenti climatici. "Il cambiamento climatico mette a rischio la nostra salute - dice Marc Danzon, direttore regionale dell'OMS Europa - ma saranno soprattutto le generazioni future a subirne le conseguenze. Attraverso sistemi sanitari più forti, la comunità globale deve prepararsi ad affrontare nuove sfide".

A livello globale, la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di circa 0,74 gradi negli ultimi 100 anni. Fra la fine del Ventesimo e l'inizio del Ventunesimo ecolo, l'incremento che varia dai 2,3 ai 6 gradi. Nei paesi della UE, la mortalità aumenta dell'1-4% per ogni grado in più della temperatura. L'ondata di calore dell'estate 2003, in 12 paesi UE ha fatto registrare oltre 70.000 morti in eccesso. La mortalità invernale invece, per la maggior parte dei paesi europei, oscilla tra il 5 e il 30% (le morti e le malattie associate alle ondate di freddo riguardano soprattutto i più poveri). Rischi per la salute derivano inoltre dall'uso di combustibili solidi fossili per il riscaldamento che, in almeno 14 paesi, causa la morte di 13.000 bambini ogni anno. Un'altra minaccia è quella delle inondazioni costiere, che mettono a rischio la vita di 1,6 milioni di persone (annegamenti, infarti, traumi, malattie infettive, avvelenamenti). C'è poi il problema della sicurezza alimentare (le infezioni da salmonella aumentano del 5-10% per ogni grado di aumento della temperatura settimanale) e della scarsità di acqua, che aumenterà nell'Europa del centro e del sud e in Asia centrale, colpendo un numero variabile tra i 16 e 44 milioni di persone in più entro il 2080. In estate, la diminuzione fino all'80% della portata dei corsi d'acqua determinerà una riduzione delle acque dolci e aumenterà il rischio di contaminazione, diminuendo ulteriormente l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici.

I cambiamenti climatici sono in particolare una delle cause principali dell'aumento di malattie come la malaria e la dengue (una malattia virale acuta che viene trasmessa all'uomo principalmente dalla zanzara "Aegis aegypti"): le zanzare portatrici si sono diffuse in aree dove prima le malattie non esistevano, spostandosi da zone più fredde a quelle tropicali. La malaria uccide almeno centomila persone ogni anno, mentre, secondo gli studi dell'OMS, ci sono almeno 50 milioni di casi di infezione di dengue nel mondo ogni anno, di cui 12.500 mortali. Recentemente, un'epidemia ha colpito Rio de Janeiro, con una media di 80 nuovi casi all'ora. Per far fronte all'emergenza è stato addirittura chiamato in causa l'esercito brasiliano.

Secondo l'OMS, molti di questi problemi potranno essere controllati attraverso interventi come la sorveglianza delle malattie e una preparazione alla gestione delle emergenze attaverso le cure base. Ma sarà necessaria anche una riduzione del consumo di energia e l'utilizzo di tecnologie per ridurre le emissioni di CO2.

Mentre gli apicoltori dell’Osservatorio Nazionale Miele sono imegnati nella campagna per la lotta all’endometriosi, causata dai pesticidi utilizzati in agricoltura, con la semina del mais, appena iniziata nel nord-ovest, è cominciata anche la moria delle api bottinatrici (la denuncia è partita da Legambiente e dall’Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani (UNAAPI).

Il nemico sono gli insetticidi sparsi sulle sementi - Gaucho, Poncho e Cruiser - che hanno un effetto devastante sugli insetti impollinatori. «Le perdite degli allevamenti apistici italiani assommano quest’anno al 30-40% degli alveari – dice Francesco Panella, presidente di UNAAPI - senza api da campo, gli apiari non producono più miele e per qualche apicoltore si tratta veramente di ricominciare da zero». Un rischio che impone un vero e proprio esodo verso le colline e la montagna, dove la fioritura arriverà più tardi, nel tentativo di mettere in salvo gli apiari.

«Sono ormai anni che, nel nostro paese e in Europa, gli apicoltori lanciano un pressante allarme sull’utilizzo dei nuovi principi attivi e dei nuovi formulati in agricoltura – dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente - ma, ad eccezione di quanto avvenuto in Francia, questo allarme è rimasto inascoltato. Le api sono importanti sentinelle ambientali. È pericoloso e stupido, per la nostra salute e per la nostra economia, continuare a sottovalutarne la morte».

A fare ignobilmente affari sulla pelle delle api, e dell'ecosistema, sono le holding della chimica, le multinazionali Bayer e Syngenta, che producono gli insetticidi neonicotinoidi di seconda generazione vendendoli come trattamenti sistemici “preventivi”. Le sementi trattate con queste sostanze rilasciano l’insetticida sotto forma di polvere nell'ambiente, contaminando rugiada e fioriture circostanti e uccidendo tutti gli insetti con cui entrano in contatto, anche a diversi chilometri di distanza. Per questo motivo, la Francia ha sospeso l’utilizzo o autorizzato in maniera condizionata questi insetticidi: Gaucho e Fipronil solo sulle colture visitate da pronubi, Cruiser in maniera condizionata e il Poncho non è autorizzato. In Italia, invece, che è il paese che distribuisce nelle sue campagne il 33% della quantità totale di insetticidi utilizzati nell’intero territorio comunitario, la procedura di valutazione che autorizza l’uso dei neonicotinoidi non considera gli effetti subletali nel tempo; inoltre, per verificare le conseguenze dei pesticidi è necessario che il danno sia constatato da un pubblico ufficiale. A niente serve la testimonianza degli apicoltori sulla morte delle api di campo e sul rapporto di causa-effetto con le semine. Se poi si aggiunge lo scarso tempismo dei servizi veterinari e la mancanza di fondi delle Asl per le analisi chimiche ufficiali, il risultato è che si continuano a spargere pesticidi senza porsi troppo il problema degli effetti che questi hanno sull’ambiente dove vengono utilizzati.

Dopo le api, i pipistrelli. La moria dei pipistrelli è stata notata nei nordici e nevosi stati di New York, Vermont e Massachusetts, le cui caverne o vecchie miniere sono siti d’ibernazione dei mammiferi volanti. I biologi dell’Environmental Conservation Department hanno tentato un censimento in quattro grotte e miniere dello Stato di New York, calcolando che il 90% degli animaletti che vi avevano svernato in letargo sono morti. Li si è visti uscire d'inverno in pieno giorno dalle caverne, mentre di solito volano solo di notte e d’inverno vanno in letargo - e morire sbattendo le ali nella neve. La malattia che li uccide - chiamata "Sindrome del Naso Bianco" - ha causa sconosciuta: si suppone sia un virus o un batterio, una intossicazione da inquinamento o un disordine metabolico. Dieci laboratori americani stanno studiando tutte le ipotesi, ma per ora senza esito.

In una sola caverna presso Albany, dove erano stati contati 15.584 pipistrelli nel 2005, ne sono stati trovati 6.735 nel 2007 e appena 1.500 quest’inverno. Alcuni studiosi sospettano che possa essere un pesticida, introdotto di recente per stroncare il virus del Nilo, la causa della strage, sia per intossicazione diretta sia per cause indirette, riducendo la popolazione di insetti di cui i mammiferi volanti si nutrono. Altri gruppi stanno monitorando il comportamento degli insettivori durante il letargo nella caverne con telecamere ad infrarossi, per vedere quante volte si svegliano durante l’ibernazione, e misurare la temperatura corporea del branco.

Il professor Thomas Kunz, biologo della Boston University, ha studiato i resti dei pipistrelli uccisi dal misterioso male ed ha notato che sono anormalmente magri, mancanti del grasso - specie del cosiddetto «grasso bruno», una sorta di accumulo che si trova tra le scapole, e che fornisce l’energia per il primo volo agli animali che escono dal letargo. Le femmine, così magre, non raggiungono l’ovulazione e quindi, anche se sopravvivono, non partoriscono (nelle razze studiate, ogni femmina genera solo un figlio l’anno, il che rende più vicina la prospettiva di estinzione). «La presenza dei pipistrelli nel Texas consente ai coltivatori di cotone di salvare da un sesto a un ottavo del raccolto, perché divorano gli insetti nocivi», dice la dottoressa Elizabeth Buckles, specialista in mammiferi della Cornell University: «La morìa in corso - mezzo milione di insettivori scomparsi nel solo Vermont - avrà di sicuro effetti economici. Li constateremo la prossima stagione, come sovrabbondanza di insetti infestanti».

Riguardo la moria delle api, ben poche ricerche sono state finanziate e avviate. I proprietari di 22 apiarii di dieci Stati americani si trovano ogni anno in California dove portano i loro alveari durante la fioritura dei mandorli, sia per aiutare l’impollinazione che darà i frutti, sia per ottenere un miele pregiato. Scambiandosi le informazioni, hanno scoperto che il 37% delle 230.500 colonie che allevano è scomparso; l’anno scorso, la perdita era stata del 30%. Ma pochi vedono le api morire. Apparentemente, la malattia, chiamata "Colony Collapse Disorder", induce un comportamento anomalo e distruttivo: le api operaie se ne volano via, abbandonando nell’alveare la regina con le larve nei favi, e non si trovano più. «Se morissero le mucche la gente scenderebbe in piazza a chiedere finanziamenti per lo studio del male», dice Jerry Hayes, l’entomologo del Dipartimento dell’Agricoltura della Florida, «la gente crede che il cibo gli venga dalle industrie. Ma le api impollinano un terzo delle colture degli USA, che danno raccolti per 15 miliardi di dollari».

Secondo uno studio pubblicato dal BMC Neurological Journal, l’esposizione prolungata a pesticidi aumenta significativamente il rischio di contrarre il morbo di Parkinson. Tale conclusione si basa sulle analisi di un campione di 600 persone: è stata rilevata una maggior incidenza del morbo in coloro che erano entrati in contatto durante il corso della loro vita con i pesticidi. Più precisamente, questi soggetti hanno mostrato l’1,6% di probabilità in più di ammalarsi, rispetto agli altri. Benchè si tratti di una malattia genetica, insetticidi, erbicidi, disserbanti e altri prodotti agricoli tossici, contribuiscono ad accelerarne il decorso. Il ché dimostra che la malattia è provocata sia da fattori genetici, che da fattori ambientali.

Nella capitale Nigeriana Abuja, alla vigilia del dodicesimo summit della Commissione per il Lago Ciad, dalla cui salute dipende la vita di circa trenta milioni di persone di 6 Paesi, il ministro degli esteri Ojo Maduekwe ha insistito sul fatto che «il lago è oggi minacciato dai cambiamenti climatici e dalle attività umane".

Sono anni che l’immobilismo politico si limita a guardare l’agonia del grande bacino del Ciad. La Commissione, creata nel 1964 a N´Djamena (la capitale del Ciad) da Nigeria, Niger, Camerun e Ciad, i 4 Paesi che si affacciano sul lago, ai quali si è unita nel 1994 la Repubblica Centrafricana, ha l’obiettivo di realizzare un miglior utilizzo dell’acqua ed una gestione integrata della risorsa idrica e del suolo per giungere ad uno sviluppo sostenibile. Il compito è però quanto mai arduo, in una zona sconvolta da continue guerre, guerriglie, e percorsa da masse crescenti di profughi che fuggono da un Paese all’altro, da conflitti come quello del Darfur, dai colpi di Stato tentati o riusciti e dall’odio interetnico.

La sfida più grande che i Paesi che si affacciano sul lago (o meglio dire si affacciavano, visto che il lago vero e proprio ormai si estende al confine tra Camerun e Ciad) o che traggono beneficio dalle sue acque è quella ambientale. Il grande lago che sorge al bordo del Sahara è un vero e proprio esempio di disastro ambientale in corso, un caso di scuola per la perdita di una risorsa indispensabile. Il lago Ciad sembra essere una delle vittime predestinate del global warming e dell’intensivo sfruttamento umano: nel 1964, aveva una superficie di 25 mila chilometri quadrati, oggi copre solo 9 mila kmq.

Se il tasso di defoestazione rimarà inalterato, entro il 2020, la Nigeria perderà anche tutte le sue foreste. A denunciarlo è un esperto ambientale, Kabiru Yammama, del National Forest Conservation Council (NFCCN). Il Nord ha già perso vitualmente tutte le sue foreste, a causa di un tasso di deforestazione di 400.000 ettari all'anno. D'altronde, la Nigeria consuma 40,5 milioni di tonnellate di legna da bruciare ogni anno. Sebbene la Nigeria possegga la settima riserva di gas del mondo, per via del saccheggio delle multinazionali, non riesce a produrre abbastanza gas per il fabbisogno domestico, per cui la popolazione usa ancora legna o carbone.

"Ora che le foreste del nord sono quasi del tutto scomparse", dice Yammama, "nel sud si bruciano direttamente gli alberi per il carbone, producendo effetti ancora più distruttivi. Se si continuerà così, la Nigeria si ritroverà pesto come l'Etiopia, che ha perso tutte le sue foreste".

Nelle Filippine, 50 fiumi sono stati distrutti da attività umane, soprattutto dalle discariche abusive di rifiuti. Lo ha reso noto Joselito Atienza, segretario di Environment and Natural Resources.

Uno dei fiumi devastati ecologicamente è il Pasig, che bagna Manila. Il governo sta cercando di risistemare migliaia di sfrattati che vivono sulle rive del fiume, ma quelli che rimangono continuano a gettare l'immondizia nelle acque. Il 53% dell'inquinamento fluviale delle Filippine è dovuto proprio ai rifiuti domestici.

"Per affrontare i cambiamenti climatici", ha detto un portavoce del governo, "dobbiamo adottare nuove politiche di conservazione idrica come stile di vita". Tra le misure da adottare, vi è quella di piantare alberi lungo le rive in modo che possano assorbire grandi quantità di acqua durante la stagione delle piogge che poi vengono rilasciate gradualmente durante la stagione secca.

Anche il Perito Moreno, uno dei ghiacciai della Cordigliera Andina, in uno degli angoli più belli della Patagonia, sta soccombendo al riscaldamento globale: è già andata perduta una riserva naturale di oltre 42 chilometri cubici di acqua dolce all'anno nell'ultimo quinquennio.

È stato Jorge Rabassa, un ricercatore argentino del Centro Australe di Ricerca Scientifica, a lanciare l'allarme: "Come gli altri ghiacciai della zona, il Perito Moreno risente del riscaldamento climatico e nella sola estate scorsa ha perso 14 metri di spessore". A Buenos Aires, Rabassa ha presentato i risultati del suo studio in un convegno organizzato dall'ambasciata italiana. "Fino a due anni fa", ha spiegato, "il Perito Moreno era in controtendenza rispetto agli altri ghiacciai della zona e il suo fronte principale continuava ad avanzare. Abbiamo voluto però controllare i suoi margini e abbiamo accertato che il ghiaccio si sta sciogliendo a ritmo preoccupante".

Per anni, i ricercatori sembra si siano lasciati ingannare dalla bellezza del fronte del ghiacciaio, dichiarato Patrimonio Mondiale dell'Umanità dall'Unesco perché rappresenta un esempio di come era la Terra all'inizio dell'era Quaternaria. "Il ritiro del Perito Moreno è solo l'ultimo dei disastri ambientali nel Parque Nacional de Los Glaciares - dice Rabassa - molti dei piccoli ghiacciai della Cordigliera hanno ormai superato il punto critico. Il loro bacino è tanto piccolo che anche se ci fossero numerose stagioni fredde e precipitazioni abbondanti la neve non potrebbe ricreare il ghiacciaio".

Avanzamento e ritiro sono fenomeni comuni nel ciclo di vita dei ghiacciai, ma Rabassa esclude che per il Perito Moreno si tratti di una riduzione temporanea: "Quelli che registriamo in tutta la Cordigliera sono fenomeni di ritiro dei ghiacciai senza precedenti. Negli ultimi venti anni, la percentuale di scioglimento è più che raddoppiata - conclude Rabassa - a questo ritmo, i ghiacciai più piccoli della Patagonia sono destinati a sparire nell'arco di 40 anni".

Anche i Koala sono a rischio estinzione a causa dei gas serra: le foglie di eucalipto sono diventate immangiabili a causa delle alte concentrazioni di tannino: l’incremento di diossido di carbonio nell’atmosfera riduce i contenuti nutritivi delle foglie rendendo più pericoloso il tannino già presente (le foglie di eucalipto, alimento base della dieta dei koala, non sono particolarmente ricche da un punto di vista nutritivo; il loro basso contenuto di proteine, obbliga i marsupiali sono costretti a mangiarne fino a 700 grammi al giorno).

Il problema è serio, perchè i marsupiali passano circa 20 ore al giorno a dormire e nelle restanti mangiano di continuo, e perchè non verrà circoscritto ai soli Koala: a rischio sono anche le altre specie che entrano in contatto con l’eucalipto. Bill Folley, professore dell’ANU (Australian National University) di Canberra, sostiene che l’estinzione dei marsupiali è quasi inevitabile: dalle analisi svolte nelle università australiane, risulta che, nelle aree dove la concentrazione di diossido di carbonio sembra minore, i Koala mostrano evidenti problemi riproduttivi.

The Vulcan Project

DOE

NASA

North American Carbon Program (NACP)

IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change

The National Center for Atmospheric Research

Environmental Conservation Department

WORLD HEALTH DAY 2008

UNAAPI - Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani

BMC Neurological Journal

Global Ecology

Parque Nacional de Los Glaciares

The Australian National University

Gas flaring in Nigeria

Eco-apocalypse 9

Eco-apocalypse 10

Eco-apocalypse 12

Salva il pianeta

Economia shock

Gambling with Gaia

Gambling with gaia 2

Energy revolution 4

Pesticidi killer

OGM apocalypse

OGM APOCALYPSE 2

ECO-APOCALYPSE (NOW)

Eco-apocalypse (now) 2


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