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Some of the world’s leading robotics and artificial intelligence pioneers are calling on the United Nations to ban the development and us...

martedì 6 maggio 2008

STATO DI EMERGENZA 6

Oltre ventimila morti, 22 mila secondo la Tv di Stato. Ancora ben 44mila dispersi. Il Myanmar è stato devastato dal passaggio del ciclone Nargis: il bilancio, ancora provvisorio, potrebbe alla fine rivelarsi più disastroso dello tsunami di tre anni e mezzo fa in cui morirono 230mila persone. La città di Bogalay, nel delta dell'Irrawaddy, è distrutta al 95%: diecimila i morti. In cinque regioni è stato dichiarato lo stato di disastro naturale. Nella capitale Rangoon, secondo le testimonianze, «la città è in ginocchio. Moltissime case sono state distrutte o danneggiate. Tantissima gente non ha più un tetto e si rifugia nelle strutture disponibili, in particolare le scuole o gli edifici governativi che sono affollatissimi. C`è disperazione e stordimento».

Secondo fonti dei servizi di soccorso approntati dalle Nazioni Unite, già adesso i senzatetto sono nell'ordine delle centinaia di migliaia, ma potrebbero ben presto risultare milioni. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha espresso "profondo cordoglio" per le vittime e ha espresso la disponibilità dell'ONU a intervenire al fianco del governo birmano per far fronte alla situazione. "Come prima cosa è stata organizzata un'unità di Disaster Assessment and Coordination (UNDAC), pronta ad assistere il governo per far fronte alle necessità umanitarie - ha dichiarato il portavoce dI Ban Ki-moon in una nota alla stampa - le Nazioni Unite sono inoltre pronte a garantire ulteriore assistenza, se necessaria, e a mobilitare l'aiuto umanitario internazionale".

La tempesta tropicale, proveniente dal Golfo del Bengala, ha colpito la costa sud-ovest della Birmania venerdì sera, con venti oltre i 200 chilometri orari, ed è poi proseguita verso est, causando forti danni a Yangon, ex capitale e maggiore città del paese.

Le tempeste oceaniche sono diventate più frequenti nelle ultime tre decadi. Grazie ai microsismi prodotti dalle onde oceaniche che si alzano a causa dei forti venti, è possibile misurare l'intensità e predire lo sviluppo di eventi a lungo termine come El Niño e La Niña. Richard Aster, professore di Geofisica al New Mexico Institute of Mining and Technology, insieme ai colleghi Daniel McNamara, dello U.S. Geological Survey, e Peter Bromirski, del Scripps Institution of Oceanography, hanno recentemente pubblicato su Seismological Research Letters, il giornale della Seismological Society of America, le analisi dei dati microsismici raccolti in tutto il mondo dal 1972 al 2008, giungendo alla conclusione che le tempeste estreme stanno diventando più comuni a causa del riscaldamento globale.

In America, dove l'ultimo tornado che ha colpito l'Arkansas ha fatto otto morti e tredici feriti, secondo il Department of Atmospheric Science della Colorado State University, almeno 15 tempeste si formeranno quest'anno sull'Atlantico tra giugno e settembre. Di queste, 8 diventeranno uragani, di cui 4 di forte intensità. La probabilità che uno degli uragani si abbatta sugli USA è del 69%, mentre in totale si prevede una stagione del 160% maggiore della media. Secondo i meteorologi dell'Univesità, le cause vanno ricecate negli effetti portati da El Niño e La Niña: il primo provoca un maggiore riscaldamento delle acque e venti più forti che spazzano via le depressioni tropicali prima che si trasformino in tempeste o uragani; il secondo provoca un raffreddamento delle acque e più uragani.

Secondo Kerry Emanuel, professore di Scienza Atmosferica al Department of Earth, Atmospheric and Planetary Sciences del MIT (EAPS), che già nel 2005 aveva registrato un collegamento tra il riscaldamento globale e l'aumento dell'intensità degli uragani, il fenomeno è destinato a peggiorare (la nuova ricerca è apparsa sul Bulletin of the American Meteorological Society). Rispetto allo studio precedente, pubblicato su Nature 3 settimane prima che Katrina devastasse New Orleans, interamente basato su una analisi storica degli uragani del passato, il nuovo studio ha utilizzato una nuova tecnica per rendere più dettagliata la simulazione al computer chiamata Global Circulation Models, su cui si basano molte delle principali proiezioni riguardanti i cambiamenti climatici possimi futuri. Entrambi i metodi hanno mostrato, su scala globale, un significativo aumento dell'intensità e della durata dei cicloni tropicali, ovvero gli uragani, nel Nord Atlantico. Il modello computerizzato ha mostrato in particolare come l'atmosfera si sia stabilizzata rispetto alle maggiori concentrazioni di CO2.

A proposito di CO2, gli ultimi dati sulla concentrazione nell'atmosfera di anidride carbonica parlano di quasi 390 parti per milione. L'anidiride carbonica è il principale gas dell'effetto serra, la si produce soprattutto bruciando combustibili fossili. Il Paese che più ne emette nell'atmosfera è la Cina, seguita dagli Stati Uniti. Secondo i calcoli del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), che fa capo al Governo americano, l'anidride carbonica è arrivata a fine 2007 oltre le 386 parti per milione. Ne sono state pomppate nell'atmosfera 19 miliardi di tonnellate. Due anni fa era a 380 parti per milione. A metà Ottocento, prima della rivoluzione industriale e dell'impiego di combustibili fossili, ce n'erano circa 270 parti per milione.

Molto preoccupante è anche la concentrazione di il metano, un gas più raro nell'atmosfera ma 25 volte più potente, in quanto ad effetto serra, dell'anidride carbonica. Dopo essere rimasto stabile più o meno per 10 anni, nel 2007 è aumentato dello 0,5%, pari a 27 milioni di tonnellate. È probabile, ma non certo, che l'incremento arrivi dalla decomposizione dei residui organici rimasti per millenni congelati nel permafrost attorno all'Artico, che la scorsa estate ha subito uno scioglimento record: in Siberia, giuravano gli studiosi, c'era puzza di cacca di mammouth.

Secondo il rapporto "Arctic Climate Impact Science", presentato dal WWF in occasione dell'Arctic Council, il forum internazionale delle nazioni che si affacciano sull'Artico, nel settembre 2007 il ghiaccio marino della calotta si è ritirato del 39% rispetto alle medie registrate tra il 1979 e il 2000, registrando il livello più basso di tutto il Ventesimo secolo, il peggiore da quando, 29 anni fa, è iniziato il monitoraggio satellitare. Il fenomeno, denuncia l'associazione, ha dimensioni preoccupanti e interessa l'intero ecosistema artico, dall'atmosfera alle acque dell'oceano, dagli icerberg alle precipitazioni nevose e ha un impatto negativo sull'approvigionamento di cibo, di uomini e animali.

Al meeting annuale della European Geosciences Union, svoltosi a Vienna in aprile, alcuni scienziati inglesi hanno deto che I livelli dei mari potrebbero salire di circa un metro e mezzo entro la fine del secolo. Molto di più di quanto fino ad oggi stimato dall'Intergovernamental Panel on Climate Change, secondo le cui le stime lo scioglimento dei ghiacci antartici e della Groenlandia entro la fine del secolo non dovrebbe superare la soglia dei 43 centimetri. Sono sempre di più ormai gli studi che tendono a considerate come sottostimati questi valori. "Il problema - ha spiegato Svetlana Jevrejeva del Proudman Oceanographic Laboratory (POL) di Liverpool - è che lo scioglimento dei ghiacci sta accelerando, ed è molto più rapido di quanto si pensasse". Per arrivare alle loro concluisioni, i ricercatori hanno utilizzato nuovi modelli computerizzati che hanno messo in relazione l'incremento delle temperature a livello mondiale e l'innalzamento dei mari. I dati indicano che alla fine del secolo la banda di oscillazione sarebbe compresa tra un minimo di 0,8 metri in più e un massimo di 1,5 metri. "Per paesi come il Bangladesh - ha detto Jevrejeva - questo potrebbe rappresentare una vera e propria catastrofe". Nei mesi scorsi, anche un altro gruppo di ricercatori, tedeschi, aveva criticato in senso negativo le stime dell'IPCC sull'innalzamento del livello dei mari.

Le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie internazionali temono che la crisi alimentare possa peggiorare, prima ancora di poter migliorare. Secondo l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), i prezzi del cibo a livello globale sono aumentati di circa l’83% negli ultimi tre anni, mentre solo il prezzo del riso è salito di circa il 141% da gennaio di quest’anno. Charles MacCormack, presidente e CEO di Save the Children, sostiene che le crescenti pressioni sui bilanci familiari avranno sempre più effetti negativi sulla salute, l’educazione e la sicurezza dei bambini. “Sappiamo per esperienza che i prezzi più alti dei generi alimentari colpiscono negativamente soprattutto le famiglie impoverite, in particolare i bambini”. MacCormack sottolinea che i costi sempre più alti del cibo stanno spingendo sempre più famiglie nella povertà, costringendole a prendere decisioni difficili su come spendere il loro denaro. “I genitori potrebbero ridurre la quantità e la qualità del cibo per le loro famiglie; togliere i figli da scuola per mandarli al lavoro; ridurre le spese per l’assistenza sanitaria; o vendere i loro beni per far fronte alla nuova grave situazione economica”. L'UNFPA parla anche del rischio che alcune donne povere potrebbero essere costrette a prostituirsi per soddisfare i loro bisogni primari.

"I programmi sul biofuel sono comprensibili in un periodo di abbondante disponibilità di prodotti agricoli, ma non hanno senso in un momento di crisi alimentare mondiale", ha detto Jeffrey Sachs, economista e consigliere speciale delle Nazioni Unite, nel suo intervento al Parlamento Europeo sulla questione della crisi alimentare. Oliver De Schutter, nuovo relatore delle Nazioni Unite per l’emergenza cibo, in un’intervista al quotidiano francese Le Monde, ha affermato che "paghiamo vent’anni di errori", tra i quali la speculazione, che avrebbe lasciato le borse per rivolgersi alle materie prime, e l’agricoltura industriale, "fondata su fattori produttivi troppo costosi". Per non citare, infine, la tendenza della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale a spingere verso la liberalizzazione dei mercati, rendendo i paesi in via di sviluppo "vulnerabili alla volatilità dei prezzi".

All’assemblea convocata dal Segretario generale, Ban Ki-moon, sono convenuti tutti i principali responsabili di questa crisi globale: il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, il direttore generale del WTO, Pascal Lamy, entrambi strenui difensori dell’apertura liberista dei mercati agricoli dei paesi poveri e dello sviluppo criminale dei cosiddetti biocombustibili, due fattori che hanno contribuito esponenzialmente al boom dei prezzi delle derrate alimentari di prima necessità. Il modello neoliberista ha evidentemente fallito se è vero che, al posto della promessa ricchezza per tutto il globo, si devono registrare rivolte per il pane in ogni angolo della terra.

Reuters ha messo insieme una pagina (AlertNet) ricchissima di informazioni che consente di avere un quadro generale della crisi alimentare. La carta geografica evidenzia i Paesi dove, negli ultimi tempi, si sono verificati tumulti legati all'aumento di prezzo dei generi alimentari. Cliccando sull'immagine si accede alla pagina che contiene la mappa originale, sulla quale ogni epicentro di crisi è accompagnato da una finestra esplicativa.

Il motivo per cui il genere umano si è ridotto in questo stato? Molteplici cause, e fra loro intrecciate. Intanto ci sono sempre più bocche da sfamare. Ad esse fanno concorrenza i biocarburanti e il bestiame da carne: in Paesi in via di decollo come l'India e la Cina aumentano coloro che non sono miserabili e che possono permettersi una bistecca. Fanno come l'Occidente, niente più e niente meno.Ma non solo. Le terre coltivabili diminuiscono, i mutamenti climatici - la siccità in Australia - riducono i raccolti, sul prezzo delle derrate alimentari si specula e aumenta il petrolio che è "incorporato" nel cibo sotto forma di trasporti e concimi. L'ONU fa notare che i contadini poveri non cercano di aumentare la produzione per non andare incontro a costi insopportabilmente elevati. Della crisi risentono innanzitutto i Paesi più poveri, dove un'amplissima fetta del reddito è dedicata all'acquisto dei beni di prima necessità. Ma gli effetti si fanno sentire anche nei Paesi ricchi: pane e pasta aumentano, in alcuni supermercati degli Stati Uniti il riso è razionato.

Reuters offre anche una panoramica sul riso: Paesi importatori, Paesi esportatori e prezzo, che segna un'impennata. Ci sono poi i grafici relativi ai mais: il prezzo (anch'esso in forte aumento, sebbene non come il riso), la disponibilità (ferma) e la quantità utilizzata, che è in aumento. Il risultato? Il grafico delle scorte segna una discesa a picco.

La crisi del riso in Asia non ha sorpreso il Pesticide Action Network (PAN), che da anni aveva lanciato l'allarme, ignorato dai maggiori produttori mondiali di riso: Bangladesh, Cina, Filippine, Giappone, Indonesia, Myanmar, Thailandia e Vietnam. «Durante gli ultimi cinque anni abbiamo detto che stavamo per affrontare una crisi della produzione del riso – ha detto Clare Westwood, coordinatrice della campagna Save our rice – che la sovranità e la sicurezza alimentare erano state erose».

Secondo il PAN, gran parte della crisi dipende dalle colture su scala industriale e dalla monocultura: le varietà di riso che assicurano un elevato rendimento necessitano di un grande impiego di fertilizzanti chimici, ma sono state presentate come la risposta ad una domanda in aumento. Una scelta che ha finito per emarginare i piccoli agricoltori che utilizzavano specie locali di riso più adattabili all’ambiente. Il costo dei semi, dei fertilizzanti, dei pesticidi e della benzina, rende impossibile la sussistenza delle popolazioni rurali. La liberalizzazione dei mercati ha fatto il resto, con l'imposizione di prezzi troppo alti Secondo uno studio della United Nations Economic and Social Commission for Asia and the Pacific (UNESCAP), il 70% dei poveri della regione vive nelle aree rurali, dove il riso è l'elemento base per la sopravvivenza, ma proprio queste aree sono state dimenticate dalle politiche di sviluppo nazionali ed internazionali.

Secondo la Banca Mondiale, l’agricoltura rappresentava il 28,7% del Pil della Cina, tra il 1981 e il 1985, mentre l’industria era al 26%; tra il 2001 e il 2006, il Pil agricolo è sceso all’ 8,7% e l’industria è salita al 49,1%. Nello stesso periodo, in India l’apporto agricolo al Pil è calato dal 18,4% al 6,2%, in Indonesia, dal 18,4 all’11,8%. Ma la crescita dell’industria non ha fatto calare il numero dei poveri nelle zone rurali: il 60% della forza lavoro in Asia-Pacifico è ancora impegnata in agricoltura e si tratta in gran parte dei più poveri tra i poveri; mentre manca il riso, sempre più campi coltivati vengono abbandonati da contadini che vanno a cercare un briciolo di benessere nelle sempre più affollate metropoli asiatiche. Secondo l’UNESCAP, è venuto il momento di fare i conti con i costi sociali e ambientali della “rivoluzione verde” degli anni ’40, '50 e '60, che ha introdotto nuove tecniche di coltivazione nei Paesi in via di sviluppo e che ha introdotto varietà di riso ad alto rendimento, alterando profondamente la struttura del processo di coltivazione del riso in Asia. Se tra il 1968 e il 1981 la produzione è cresciuta del 42%, oggi si stanno scontando i costi delle monocolture. Anche gli esperti internazionali di risicoltura sono ormai coscienti del danno ambientale prodotto dal “super-riso” e da fertilizzanti e pesticidi.

Ma ormai, davanti alla fame ed alle rivolte che rischiano di infiammare il mondo, il movimento ecologista resterà inascoltato: bisogna prima di tutto sfamare la gente.

“Il Grande Mutuo” (Editori Riuniti), di Nino Galloni, economista italiano dalla vasta esperienza internazionale, spiega come la grande finanza, senza più freni, limitazioni od ostacoli, grazie al neo-liberismo, si arricchisce sulle spalle dei quattro quinti della popolazione mondiale, ridotta alla fame, e del restante quinto che, per un presunto benessere, i cui effetti collaterali sono inquinamento, precariato, disfacimento sociale, fa da reggicoda. Galloni fa luce sul nodo cruciale del “signoraggio”, ovvero l'espropriazione della sovranità pubblica sulla moneta da parte delle banche, le corporations, i grandi gruppi finanziari: l'esproprio della facoltà da parte degli Stati di emettere moneta, si traduce in un immenso potere trasferito nelle mani di privati senza scrupoli che hanno come unico obiettivo una speculazione selvaggia.

[...] Attraverso tutto il paese, Bankenstein ed i suoi picciotti possedevano molti uffici di prestito. Certo, erano di proprietà privata ed erano separati l'un l'altro. In teoria, erano in concorrenza l'uno con l'altro, ma in realtà lavoravano gomito a gomito. Dopo aver convinto alcuni governanti, misero su una istituzione che chiamarono la "Banda Centrale". Non usarono neppure i loro soldi per crearla: crearono del credito utilizzando i depositi della stessa popolazione.

Questa istituzione aveva la sembianza di una operazione del governo tesa a regolare la fornitura della moneta, ma stranamente, nessun funzionario pubblico venne mai ammesso nel consiglio d'amministrazione.

Il governo non prendeva più a prestito direttamente da Bankenstein, ma cominciò ad usare un sistema di cambiali che scontava presso la Banda Centrale. I Buoni del Tesoro offerti non erano altro che la promessa di future tasse da riscuotere dai cittadini. Questo era confacente al piano di Bankenstein: far sì che la sua rapina sembrasse una operazione governativa. Ma dietro le scene, il burattinaio era sempre lo stesso.

Indirettamente, Bankenstein aveva un tale controllo sull'operato del governo che quest'ultimo non aveva più scelta. Bankenstein amava dire in privato: "Datemi il controllo sulla moneta di una nazione e non mi fregherà niente di chi fa le leggi". Non aveva alcuna importanza quali fossero i governanti di volta in volta eletti, Bankenstein aveva il controllo della moneta, la linfa vitale della nazione.

Il governo otteneva i soldi, ma ogni volta veniva caricato l'interesse su ogni prestito. Sempre più risorse venivano bruciate in progetti assistenzialisti e, ben presto, il governo non fu più nemmeno in grado di pagare l'interesse, figuriamoci il capitale. (pizzo)

Ancora si trovavano delle persone che ponevano la domanda: "La moneta è una creazione dell'uomo. Non può essere aggiustata per servire l'uomo invece di comandarlo?" Ma queste persone diminuivano sempre più e le loro voci si sperdevano nel folle trambusto per l'interesse inesistente. [...].

tratto da "Bankenstein", di Marco Saba

La globalizzazione del sistema economico ha reso priva di senso qualsiasi distinzione tra banche di Stato e banche private, legate organicamente con le multinazionali al punto che è impossibile distinguere il settore della produzione da quello delle finanze. Nella Germania Federale, il 70% di tutte le azioni con diritto di voto sono sotto il controllo di tre banche commerciali; duecento industrie britanniche che rappresentano l'85% di tutta la produzione e centocinquanta società che coprono il 75% delle esportazioni dipendono da quindici grandi banche; negli Stati Uniti, cinque delle 13.000 banche detengono il 90% dell'industria petrolifera, il 66% di quella siderurgica e delle aziende produttrici di macchinari e il 75% di tutta l'attività chimica. La Banca d'Italia è oggi tra le pochissime banche centrali con capitale interamente privato: quattro delle maggiori banche, Intesa (27,2%), San Paolo (17,23%), Capitalia (11,15%) e Unicredito (10,97%), “controllano” con il 66.6% la Banca d’Italia. Il restante 5,65% è nelle mani di anonimi. Tutte le banche centrali nazionali rispondono alla Banca Centale Europea (BCE), l'organo che detiene il potere riguardante la politica monetaria di tutta l'Europa e che, di fatto, è retto da privati.

L’art.105 del trattato di Maastricht prevede che “la BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità.”; l’art.107 aggiunge che “nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti loro attribuiti… né la BCE, né una BCN, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri, né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari, nonché i Governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti.”; all’art.108 A.1, si legge che “ la decisione (della BCE) è obbligatoria in tutti i suoi elementi per i destinatari da essa designati”. Un vero e proprio potere assoluto, in materia di politica monetaria, nelle mani della BCE che è un Ente privato sovranazionale.

"Coloro che controllano il credito di un Paese, ne dirigono la politica governativa e hanno in pugno i destini di quel popolo".

(Reginald Mc, Kenna, membro della Camera dei Comuni, discorso tenuto alla Midland Bank, génnaio 1924)

"Essi somministrano - per così dire - il sangue all'intero organismo economico e ne arrestano la circolazione quando loro convenga; tengono in pugno l 'anima della produzione, in guisa che niuno osi respirare contro la loro volontà".

(S.S.Pio XI, Enciclica "Quadragesimo Anno").

Nel libro "Confessioni di un sicario dell'economia" ("Confessions of an economic hit man"), il banchiere John Perkins racconta di essere stato arruolato dal governo USA allo scopo di risucchiare le ricchezze di paesi poveri a favore degli Stati Uniti "attraverso manipolazioni economiche, tradimenti, frodi, attentati e guerre". Perkins dice di essere stato reclutato quando era ancora studente, negli anni '60, dalla National Security Agency (NSA), l'entità più segreta degli Stati Uniti, e poi inserito dalla stessa NSA in una ditta finanziaria privata. Lo scopo di tutto ciò, dichiara l’autore, era "per non coinvolgere il governo nel caso venissimo colti sul fatto".

Un "sicario dell'economia" é un professionista il cui lavoro consiste nel convincere paesi strategicamente importanti per gli Stati Uniti – quali ad esempio l'Indonesia, Panama, Arabia Saudita, o Iran – a contrarre significativi impegni finanziari con la Banca Mondiale, dell'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di altre organizzazioni umanitarie per far costruire opere necessarie. Fondi che vengono garantiti grazie alle straordinarie (e spesso inventate) previsioni di crescita economica di quel paese stilate dagli stessi sicari. I fondi ricevuti verranno utilizzati per pagare servizi e infrastrutture commissionate a grandi multinazionali americane (fa parte del contratto) e nei forzieri del ristretto numero di influenti e ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del paese. Il livello di indebitamento per il sostegno dello sviluppo del paese però si rivelava, nel medio periodo, un'arma con cui mantenere tali paesi sotto controllo, minacciando il default internazionale e forzare politiche favorevoli agli interessi del governo e delle multinazionali americane. Il tutto si basa sulla non comprensione (o non curanza) da parte dei governanti che quei debiti non saranno mai rimborsabili in quanto basati su stime di crescita impossibili. Il risultato: il paese diventerà un eterno debitore degli Usa, ovvero, in altri termini, una colonia dell'impero.

Come capo economista della ditta privata Chas.T.Main di Boston con due mila impiegati, Perkins decideva la concessione di prestiti ad altri paesi. Prestiti che dovevano essere "molto più grossi di quel che quei paesi potessero mai ripianare: per esempio un miliardo di dollari a stati come l'Indonesia e l'Ecuador". La condizione connessa con il prestito era che in massima parte venisse usato per contratti con grandi imprese americane di costruzioni e infrastrutture, come la Halliburton e la Bechtel (strutture petrolifere). Queste ditte costruivano dunque reti elettriche, porti e strade nel paese indebitato; il denaro prestato tornava dunque in USA, e finiva nelle tasche delle classi privilegiate locali, che partecipavano all'impresa. Al paese, e ai suoi poveri, restava lo schiacciante servizio del debito, il ripagamento delle quote di capitale più gli interessi.

Quando i sicari fallivano, ovvero quando il governante si dimostrava più ostico del previsto (come ad esempio furono Allende, Torrijos o Roldos), entrano in scena gli "sciacalli", figure emblematiche introdotte da Perkins, e i governanti fanno una brutta fine. Se falliscono anche quelli, migliaia di giovani americani vengono mandati a combattere in un paese lontano.

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