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Professor Stephen Hawking has pleaded with world leaders to keep technology under control before it destroys humanity.

domenica 1 giugno 2008

ECO-APOCALYPSE (NOW) 4


"Mai nel passato sono stati raggiunti i valori attuali dei gas-serra". Ad affermarlo è Giuseppe Orombelli, vice-presidente della Commissione Scientifica Nazionale per l'Antartide (CSNA) impegnata nel progetto EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica), un programma scientifico finanziato dall’UE, sotto l’egida dell’European Science Foundation, che prevede la perforazione profonda del ghiaccio della calotta orientale dell’Antartide per studi sulla evoluzione del clima degli ultimi 800 mila anni. Riferendosi ai dati recentemente rilevati dalla stazione italo-francese Concordia nel continente antartico, ha parlato di "384 parti per milione in volume di anidride carbonica e di 1770 parti per miliardo in volume di metano".

Una crescita record per i valori dei gas serra, i maggiori responsabili dei cambiamenti climatici. Negli ultimi due secoli, la CO2 è aumentata del 35%, il metano del 130% e la maggior parte dell’aumento si è prodotta negli ultimi 50 anni. Alle parole di Orombelli hanno fatto eco quelle di Wilfried Haeberli, del World Glacier Monitoring System: «Negli ultimi tre decenni - ha detto - la diminuzione dei ghiacciai dell’Artico è proceduta in media a ritmi dell’8,9% in settembre e del 2,5% in Marzo. Per la prima volta nella storia, il Passaggio a Nord Ovest attraverso le acque canadesi è diventato navigabile in estate. Nei ghiacciai marini della Groenlandia e dell’Antartide - ha concluso - è contenuto il 99% delle riserve di acqua dolce del pianeta, il cui scioglimento significherebbe l’equivalente del sollevamento di 64 metri del livello del mare, che avrebbe un drammatico impatto sulla circolazione delle correnti oceaniche».

Le nuove analisi delle tracce di gas intrappolate nei ghiacci dell'Antartico, hanno confermatdo ulteriormente il collegamento tra i livelli di gas serra attuali e il riscaldamento globale e anche che le concentrazioni di metano e anidride carbonica non sono mai state così alte (lo studio è apparso su Nature). I ricercatori hanno determinato la temperatura del passato esaminando la miscela di isotopi dell'acqua nel ghiaccio, mentre le informazioni sulle concentrazioni atmosferiche di gas serra sono state raccolte da piccole bolle d'aria intrappolate nel ghiaccio. La ricerca ha esteso i dati di 150.000 anni rispetto alla precedente, ma i ricercatori contano di giungere fino a 1 milione e mezzo di anni fa.

Altri brutti segni giungono dall'Artico: un'impressionante rete di crepe scoperta su una vasta area del Ward Hunt, un blocco di ghiacci perenni fra i più estesi. Le crepe si estendono su un'area di 16 chilometri. I blocchi di ghiaccio sono accostati gli uni agli altri, ma non sono coesi fra loro.

A rilevarlo è stata una spedizione canadese militare impegnata in un "pattugliamento di sovranità". Poiché, man mano che i ghiacci si sciolgono, il petrolio che c'è sotto - un quarto delle risorse di petrolio e gas del pianeta ancora inesplorate - fa gola a tutti i Paesi affacciati sull'Artico: Danimarca, Groenlandia (che appartiene alla Danimarca, sebbene autogovernata), Norvegia, Russia, Stati Uniti e Canada, che si sono incontat per due giorni di colloqui a Ilulissat, in Groenlandia, proprio per discutere come spartirsi la torta. Attualmente, i trattati internazionali attribuiscono ad ogni Paese una sovranità sul mare che si estende fino a 200 miglia nautiche (370 chilometri) dalle coste. Il resto è terra di nessuno.

Canada e Danimarca continuano a disputarsi Hans Oe, un isolotto roccioso vicino alla costa occidentale della Groenlandia ed a quella dell’isola canadese di Ellesmere, apparsa tra i ghiacci che si scioglievano e che liberavano il mitico passaggio a nord-ovest. La Russia, invece, ha piantato la sua bandiera a 4.000 metri sul fondo del Polo Nord. La Norvegia ha egualmente chiesto di estendere i suoi confini artici partendo dal suo estremo avamposto delle isole Svalbard. Per Viktor Kremenyuk, direttore dell’istituto americano-canadese di Mosca, ha dichiarato: «Quel che osserviamo oggi è semplicemente l’innesco di un conflitto futuro intorno alle risorse dell’Artico. Sarà un conflitto particolarmente pericoloso perché sono coinvolte grandi Nazioni, capaci di battersi tra loro». Per il Ministro degli Esteri russo, «i cambiamenti climatici creano nuove possibilità e sfide nella regione per le quali occorre sviluppare la cooperazione con le popolazioni autoctone». Che sono quelle più minacciate dal riscaldamento globale.

Nel rapporto “Driving Climate Change", Greenpeace denuncia come la lobby dell’industria automobilistica, guidata dai tedeschi, stia cercando di azzerate la normativa europea sull’efficienza delle auto.

“Siamo arrivati al punto che la lobby dell’auto mette a rischio la capacità dell’UE di adempiere ai propri impegni nell’ambito del Protocollo di Kyoto”, ha dichiarato Andrea Lepore, responsabile della campagna Trasporti e Clima di Greenpeace. “II Parlamento non deve consentire che questa lobby indebolisca il primo standard di efficienza per le auto dell’UE, mettendo a rischio il pianeta con la logica del profitto a breve termine”, ha aggiunto Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace.

Greenpeace chiede dunque all’Unione Europea di prendere una posizione decisa e di fissare le emissioni medie per le flotte a 120 g CO2/km al 2012 e 80 g al 2020, pena multe salate.

Secondo il dossier del WWF «2008. Acque in Italia. L’emergenza continua: a rischio molte specie di pesci», delle circa 50 specie autoctone di pesci che vivono nei nostri fiumi, laghi e lagune, tre si sono già estinte e ventidue sono, a diverso grado, in pericolo di estinzione, tra cui anguille, lampreda padana, lampreda di ruscello, storione cobice, trota macrostigma, carpione del Fibreno, trota marmorata, carpione del Garda, panzarolo, ghiozzo di ruscello.

I problemi dei pesci derivano in massima parte dalla scarsità di acque pulite in cui nuotare. Ci sono un sacco di interessi di parte che cercano di erodere le portate minime vitali, ovvero che cercano di prendere acqua per l’agricoltura, per l’industria e per la produzione di energia elettrica lasciando a secco i fiumi. L’allarme è particolarmente inquietante perché queste specie sono i "termometri" della qualità e dello stato di salute dell’ambiente.

«La rarefazione della fauna ittica è sintomo della gravità della situazione e del degrado delle acque interne italiane», avverte il WWF, che fa appello ad un maggior coordinamento tra le varie autorità che usano le acque dolci, e che vedrebbe con favore la creazione di un organo tecnico-scientifico tipo Istituto Nazionale per la Fauna Ittica d’Acqua Dolce.

Per quanto riguarda le api, la Germania ha proibito otto pesticidi, ritenuti dannosi per le api dopo una morìa verificatasi in concomitanza con la semina del mais (da qualche anno c'è l'abitudine di trattare con pesticidi la semente).

L'UNAAPI (Unione Nazionale Associazione Apicoltori d'Italia) ha contato 40.000 alveari spopolati a inizio aprile in Pianura Padana. Anche queste morìe si sono verificate al momento della semina del mais conciato. Un successivo aggiornamento ha portato a 50.000 gli alveari colpiti. È lecito supporre che, come le api, siano morti anche altri insetti.

Mentre in Germania - il Paese della Bayer - le autorità federali, oltre a sospendere l'uso di otto pesticidi, hanno detto che bisogna verificare la sicurezza dei contadini che li impiegano, in Italia nulla si è mosso.

Con le otto nuove specie inserite quest'anno, è salito a 190 il numero degli uccelli gravemente minacciati di estinzione. Secondo la nuova "Red List", segnalata dalla Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli (LIPU) e resa nota dall'IUCN (International Union for Conservation of Nature) e da BirdLife International in occasione della Conferenza degli Stati firmatari della Convenzione sulla Diversità Biologica, le specie minacciate a livello mondiale sono salite a 1.226, di cui 24 hanno ricevuto una classificazione superiore all'anno passato. In Europa, per esempio, il chiurlo maggiore e la magnanina sono diventate vulnerabili a livello globale. Fra i casi più gravi, le isole Galapagos, dove sono rimasti solo 60 esemplari (erano 150 nel 1966), e la Papua Nuova Guinea, mentre la crescente deforestazione causata dalla domanda di olio da palma minaccia seriamente l'astore della Nuova Britannia.

La situazione è migliorata solo per quattro specie che sono passate da "gravemente minacciate" a "minacciate", mentre due sono passate da "gravemente minacciate" a "vulnerabili". Per il responsabile della ricerca di BirdLife International, Stuart Butchart, ''gli uccelli sono doppiamente colpiti, da una parte dalla perdita di habitat e dall'altra dai cambiamenti climatici''. Il Paese al mondo con più specie di uccelli minacciate è il Brasile (141), seguito da Indonesia (133) e Perù (106). Inseguono la Cina (102), Filippine (92), Colombia (90), India (88), Ecuador (74), USA (73) e Nuova Zelanda (72).

In occasione della Giornata Internazionale della Biodiversità, l'IUCN ha presentato anche il primo studio sulla situazione globale di 21 specie di squali e razze pelagiche che popolano i nostri oceani, rivelando che ben 11 specie sono a rischio estinzione. Lo studio rivela che questa situazione è dovuta al grave depauperamento delle risorse ittiche e invita i governi a implementare misure di emergenza per salvaguardare squali e razze.

In generale, la biodiversità nel mondo è calata quasi di un terzo negli ultimi 35 anni, principalmente a causa della progressiva distruzione di ambienti vivibili dalle varie specie animali e del commercio degli stessi. Il dato è contenuto nel "Living Planet Index" a cura del WWF, l'indice globale della biodiversità che l'associazione aggiorna ogni due anni in collaborazione con la Zoological Society di Londra.

L'indice monitora circa 1.500 specie tra uccelli, pesci, mammiferi, rettili e anfibi. Mostra che tra il 1970 e il 2007, le specie terrestri sono calate del 25%, quelle marine del 28 e quelle di acqua dolce del 29. Gli uccelli marini, in particolare, sono calati del 30% dalla metà degli anni Novanta. In dettaglio, l'indice degli animali terrestri mostra una caduta libera tra le specie tropicali, mentre quelle delle aree temperate si sono difese meglio (meno 26%, contro meno 35). Va però ricordato che nella fascia più mite del pianeta, il crollo della biodiversità s'era già avuto prima degli anni Settanta, quando era stata distrutta la foresta pluviale, che nelle zone subequatoriali sta resistendo più a lungo. Il numero di specie marine è rimasto sostanzialmente stabile fino agli anni 90, per crollare in tempi recenti, trascinando con sé un'analoga ecatombe tra gli uccelli marini. Tutto questo, inoltre, potrebbe peggiorare nel prossimo trentennio, a causa del riscaldamento globale.

"La biodiversità è un po' la cartina al tornasole dello stato di salute del pianeta ed ha un impatto diretto sulla vita di tutti, quindi è allarmante che, nonostante la crescita della coscienza ambientalista, non si sia ancora riusciti ad arrestare questa tendenza", ha detto Colin Butfield, il responsabile della campagna del WWF. La diffusione dei dati è arrivata in concomitanza col meeting di Bonn tra le nazioni che hanno aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica che dovrebbero mettere a punto una strategia duratura per salvare le specie animali e vegetali messe sotto scacco dalle attività umane.

Alcuni scienziati sostengono che quella in atto è di fatto la sesta grande estinzione di massa sul pianeta, la prima dopo quella dei dinosauri, avvenuta 130 milioni di anni fa. Un problema che ci riguarda anche più da vicino di quanto possiamo pensare, se è vero che buona parte dell'alimentazione e dei medicinali che usiamo attinge in qualche modo dalla natura. "La riduzione della biodiversità - ha spiegato il direttore generale del WWF, James Leape - significa, per milioni di persone, il rischio di un futuro nel quale le disponibilità alimentari sono più vulnerabili rispetto a epidemie e malattie, e che anche le provviste d'acqua sono più a rischio. Nessuno può sfuggire all'impatto catastrofico di una minore biodiversità, perché questa comporta minore disponibilità di medicinali, maggior vulnerabilità rispetto ai disastri nucleari e agli effetti del riscaldamento globale".

Tra le creature per le quali gli esperti sono maggiormente preoccupati vi sono l'antilope africana, il pesce spada e lo squalo martello. Più nessuna traccia nemmeno del delfino bianco che popolava le acque del fiume cinese Yangtze e che dallo scorso agosto è considerato ufficialmente estinto.

Per salvaguardare la biodiversità delle numerose specie animali in via di estinzione, un gruppo di scienziati tedeschi e di zoologi europei ha annunciato la creazione di una «Banca dell’Eredità Genetica degli Animali». L’istituto avrà sede a Lubecca e servirà da magazzino dell’eredità genetica zoologica della maggior parte delle specie animali della terra.

Il «Cryo Brehm», chiamato così in onore del biologo tedesco Alfred Brehm, entrerà in funzione tra breve e vedrà la collaborazione dell’Istiuto Fraunhofer di Biotecnologia Marina di Lubecca, e dell’Istituto Fraunhofer di Tecnica Biomedica di San Ingbert. Presentando l’iniziativa a Kiel, il ministro della Scienza e della Ricerca dello Schlesing-Holstein, Dietrich Austermann, ha sottolineato che la nuova banca dei geni rappresenta un punto di partenza nell’opera conservazione delle diversità biologiche. Il ministro ha ricordato che un mammifero su otto, un volatile su otto e più dei due terzi delle piante mondiali sono minacciate dal rischio dell’estinzione.

Il direttore del progetto, Charly Kruse, ha sottolineato che il materiale genetico criogenizzato, congelato a bassissime temperature, si conserverà nei secoli e sarà una valida riserva per le generazioni future. «Un progetto del genere sarà importante per i nostri discendenti così come sono stati importanti per noi i giacimenti di petrolio, di carbone o quelli minerali», ha concluso il professor Kruse.

Due articoli su Science puntano il dito su un fenomeno troppo spesso trascurato e forse poco noto alla comunità di non esperti, che rischia tuttavia di aggravare la già precaria situazione del nostro pianeta. Si tratta dell’eccesso di nitrogeno reattivo che si accumula nel suolo, nelle acque e nell’atmosfera in conseguenza della crescente produzione di cibo ed energia.

«La popolazione non sa ancora molto del nitrogeno, ma sotto molti aspetti è un problema pari a quello del carbonio, e a causa delle interazioni tra nitrogeno e carbonio, fornire cibo ed energia alla comunità mondiale senza arrecare danni all’ambiente diventa un enorme problema», dice James Galloway, autore dello studio, «stiamo accumulando nitrogeno reattivo nell’ambiente a tassi allarmanti, e potrebbe rivelarsi tanto dannoso quanto il rilascio di anidride carbonica nell’atmosfera».

Galloway, che quest’anno ha vinto il Tyler Prize per la scienza ambientale, si occupa da lungo tempo del ciclo del nitrogeno e delle sue conseguenze per il nostro pianeta. Attraverso varie ricerche, negli anni è arrivato a formulare il concetto di “cascata del nitrogeno”, e ha redatto un rapporto con alcuni colleghi, in cui dimostra gli effetti pervasivi e persistenti del nitrogeno sull’ambiente.

Preso nella sua forma inerte, il nitrogeno non è una minaccia per nessuno, e anzi costituisce il 78% dell’atmosfera terrestre. Ma la crescente richiesta di fertilizzanti a base di nitrogeno dell’agricoltura e la combustione di carburanti fossili, non fa che aumentare la percentuale di nitrogeno reattivo (come per esempio l’ammoniaca). E le conseguenze possono essere devastanti: «Un aspetto unico ed estremamente preoccupante del nitrogeno è che un singolo atomo rilasciato nell’ambiente può provocare una cascata di eventi, che può risultare una minaccia al naturale equilibrio dei nostri ecosistemi e alla nostra stessa salute», sottolinea Galloway. Si tratta di un ciclo, quello del nitrogeno, che non risparmia nessuno: dall’atmosfera, dove viaggia in forma di smog, l’atomo di nitrogeno si deposita nei laghi e nelle foreste, come acido nitrico che uccide pesci e insetti, da lì scorre verso le coste, dove contribuisce alle correnti rosse e alle zone morte. Dall’acqua poi torna nell’atmosfera, come protossido di azoto, che insieme ad altri gas serra distrugge lo strato di ozono.

In particolare, dal secondo studio pubblicato su Science (frutto di un progetto che ha riunito 30 ricercatori da tutto il mondo, Italia inclusa) risulta che addirittura un terzo del nitrogeno che arriva nelle acque oceaniche dall’atmosfera è prodotto dall’uomo. «Il ciclo naturale del nitrogeno è stato influenzato molto pesantemente dalle attività umane nel corso dell’ultimo secolo – probabilmente anche più di quello del carbonio – e ci aspettiamo che gli effetti dannosi continuino a crescere. È essenziale agire subito per arrestare questo fenomeno», spiega Peter Liss ,della University of East Anglia, «la soluzione risiede nel controllo dell’utilizzo dei fertilizzanti a base di nitrogeno e nel controllo dell’inquinamento dovuto al crescente numero di automobili, in particolare nei paesi poveri».

Grazie al progetto "Climate Change On Your World", risultato della collaborazione tra il motore di ricerca Google e il Met Office e il ministero dell'Ambiente britannici, è disponibile in ete una mappa animata per conoscere quale potrebbe essere l'impatto del cambiamento climatico sul nostro pianeta da qui a 100 anni.

Basato sulle mappe di Google Earth - elaborate grazie a immagini satellitari NASA - il servizio offre sequenze che rappresentano, in serie temporale e fino al 2100, il potenziale futuro ambientale del pianeta, con la possibilità di zoomare su tutte le regioni della Terra e persino su singole città. "Il progetto mette in contatto la gente con la realtà del cambiamento climatico, attraverso stime sia del cambiamento delle temperature medie nei luoghi in cui vivono, sia dell'impatto che questo avrà sulla vita delle persone di tutto il mondo", ha detto il ministro dell'Ambiente britannico Hilary Benn.

Le mappe di Google mostrano come gli aumenti maggiori del riscaldamento terrestre, con l'avanzare degli anni,.registrano ai due poli, dove la colorazione rossa indica innalzamenti a due cifre della temperatura media. Oltre a dati specifici sull'impatto del cambiamento climatico su ogni area del pianeta, sono anche disponibili informazioni su ciò che si può fare e ciò che già si fa per prevenirne gli effetti negativi.

Secondo gli scienziati, le temperature medie globali aumenteranno, nei prossimi 100 anni, da 1,8 a 4 gradi Celsius, a causa delle emissioni derivanti dalla combustione di carburanti per i trasporti e per la produzione di energia. Le conseguenze potrebbero essere inondazioni e carestie che minacceranno la vita di milioni di persone. La media globale comprende tuttavia ampie variazioni a livello regionale e locale.

Cambiare le sorti del nostro pianeta è ancora possibile. L’innalzamento delle temperature, l’aumento di fenomeni quali le inondazioni, gli uragani, la desertificazione, ci rivelano come l’impatto globale delle attività umane sugli ecosistemi stia minando la sopravvivenza della Terra. Aldilà di ogni previsione allarmistica, il punto di non ritorno è dietro l’angolo…

Affidandosi al parere di personalità del calibro di Mikhail Gorbachev, Stephen Hawking, R. James Woolsey, ex capo della CIA, oltre che di numerosi esperti impegnati nel campo dello sviluppo sostenibile, "L’undicesima ora", prodotto e narrato da Leonardo DiCaprio, mostra le cause, profondamente radicate nel nostro stile di vita, dell’attuale situazione ambientale ctstofica, proponendo le possibili soluzioni a un sistema creato dall’uomo che, lentamente ma inesorabilmente, gli si sta rivoltando contro.

L'undicesima ora per il genere umano è adesso, l'ultimo attimo nel quale è ancora possibile cambiare e fermare la nostra corsa verso il collasso ecologico globale. Incredibili immagini di inondazioni, incendi, uragani, scioglimento dei ghiacci e crescenti montagne di rifiuti giustapposte ad immagini di un futuro sostenibile ci esortano ad agire.

Riusciremo ad utilizzare le tecnologie innovative a nostra disposizione e a cambiare il nostro comportamento per salvare il pianeta?

Commissione Scientifica Nazionale Antartide

World Glacier Monitoring Service (WGMS)

Driving Climate Change

UNAAPI - Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani

International Union for Conservation of Nature

LIPU - Lega Italiana Protezione Uccelli

BirdLife International

2008. Acque in Italia

WWF - Living Planet Index

Zoological Society

Climate Change In Your World

Global Catastrophic Risks

ECO-APOCALYPSE (NOW)

ECO-APOCALYPSE (NOW) 2

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Pesticidi killer

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