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venerdì 20 giugno 2008

PIANO PER SALVARE IL MONDO 3.0

Negli ultimi quarant’anni, gli oceani si sono riscaldati più del doppio rispetto alle previsioni. L’aumento delle temperature marine ha espanso il volume delle masse d’acqua contribuendo a sommergere molti arcipelaghi e minacciando in futuro le regioni del pianeta che si sviluppano sui delta dei fiumi.

La ricerca, pubblicata su Nature - a cura di un team internazionale che ha visto la partecipazione del Centre for Australian Weather and Climate Research (CSIRO), dell'Antarctic Climate and Ecosystems Cooperative Research Centre e di Peter Glecke, climatologo del Lawrence Livermore National Laboratory - ha comparato i modelli climatici con osservazioni rigorose che hanno mostrato un aumento dei livelli dei mari di 1,5 millimetri l’anno dal 1961 al 2003, il ché equivale approssimativamente ad un aumento di due pollici e mezzo in un arco di 42 anni. Mentre i tassi di calore e di espansione termale sono risultati superiori del 50% rispetto alle precedenti stime relative ai 300 metri superiori delle acque.

Sono stati analizzati modelli climatici di 13 gruppi differenti e le informazioni ottenute grazie al "WCRP (World Climate Research Programme) CMIP3 (Coupled Model Intercomparison Project phase 3) multi-model dataset" sono state elaborate dal "Program for Climate Model Diagnosis and Intercomparison (PCMDI)" del Lawrence Livermore National Laboratory.Sebbene sia le osservazioni che i modelli confermino che il recente surriscaldamento sia maggiore nelle acque superiori, è stato osservato un aumento delle temperature anche a profondità superiori i 700 metri.

I risultati sono stati infine comparati con recenti stime degli altri fattori che contribuiscono all'innalzamento del livello degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai, delle calotte in Groenlandia e in Antartide, il cambiamento delle espansioni termali nelle acque profonde. Ne è venuto fuori che negli oceani si concentra il 90% del calore di tutto il sistema climatico terrestre e che gli oceani agiscono come un cuscinetto temporaneo contro gli effetti dei cambiamenti climatici.

“Ma questa è solo la punta dell'iceberg", dice Gleckler, “dobbimo migliorare ulteriormente la nostra abilità di quantificare l'incertezza strutturale nelle stime basate su osservazioni".

L'arcipelago di Kiribati, nel Pacifico del sud, che conta 33 isole, sta già scomparendo. La minaccia è talmente grave che il presidente di Kiribati, Anote Tong, ha chiesto alla comunità internazionale aiuti concreti per la popolazione. "Comunità intere sono già state evacuate in altri Paesi - ha spiegato Tong - e molti raccolti sono già andati perduti a causa dell'innalzamento del livello delle acque". Secondo le previsioni di Tong, "l'arcipelago sarà ingoiato dall'oceano prima della fine del secolo e già molte case sono sommerse dalle acque. Purtroppo l'unico Paese ad aver risposto all'appello è stato la Nuova Zelanda". Il Governo della Nuova Zelanda infatti ha firmato un accordo bilaterale con l'esecutivo di Kiribati che prevede il raddoppio degli aiuti economici per i prossimi cinque anni, con l'obiettivo di combattere gli effetti del cambiamento climatico.

Il riscaldamento globale rischia di creare un nuovo tipo di rifugiati: coloro che un giorno si troveranno costretti a lasciare i loro paesi perché le loro case sono state sommerse dalle acque del mare. Tuvalu, un piccolo stato della Polinesia composto da otto atolli che conta solo circa 11.500 abitanti, ha chiesto all’Australia e alla Nuova Zelanda una sorta di “asilo ambientale”: soffre della salinizzazione delle terre agricole e della scomparsa delle spiagge a causa dell’innalzamento del livello del mare. Il governo di Tuvalu ha chiesto l’evasione di almeno 3mila persone e possibilmente tutta la popolazione nei prossimi anni. La Nuova Zelanda ha accettato di accogliere 17 persone l’anno. Richiesta respinta invece da parte dell’Australia, ma il governo dell’isola non si dà per vinto e il prossimo anno riproporrà la richiesta.

Il rischio è che tra 20 anni nessun abitante sarà più in grado di vivere sull’isola. Attualmente, gli atolli e le barriere coralline si trovano due metri sotto il livello del mare e le stime delle Nazioni Unite parlano di un innalzamento degli oceani da 18 a 59 centimetri entro il 2100.

Il "Wilkins Ice Shelf" si trova a circa un migliaio di chilometri di distanza dalla punta meridionale dell'America del Sud, sul lato sud-ovest dalla Penisola Antartica. Negli ultimi 50 anni nella regione è stato registrato un aumento medio della temperatura di mezzo grado ogni dieci anni. Il 28 febbraio scorso, si è staccato un frammento di circa 405 chilometri quadrati. Il 30 marzo se ne è staccato un altro di circa 160.

"Avevamo previsto che sarebbe successo", ha detto David Vaughan, glaciologo del British Antarctic Survey (BAS), "ma non pensavamo che accadesse così in fretta. Due volte più veloce di quanto previsto". "Blocco dopo blocco si sta disintegrando nell’oceano", ha aggiunto lo scienziato Ted Scambos.

La Penisola Antartica ha subito un riscaldamento davvero straordinario negli ultimi 50 anni, di circa 3.5 gradi centigradi. Secondo il Dr Matthias Braun, del Center for Remote Sensing of Land Surfaces alla Bonn University, e il Dr Angelika Humbert dell'Institute of Geophysics della Munster University, che stanno studiando le dinamiche dello Wilkins Ice Shelf monitorandolo quotidianamente grazie alle immagini fornite dall'Advanced Synthetic Aperture Radar (ASAR) in dotazione del satellite Envisat, la disintegrazione continuerà fino a divenire completa.

Secondo dati diffusi dal National Snow and Ice Data Center (NSIDC), agenzia governativa statunitense incaricata di monitorare lo stato dei ghiacci polari, tra cinque o dieci anni, i ghiacci del Polo nord potrebbero essere un ricordo: il disgelo, arrivato all’inizio dell’estate artica, procede molto più velocemente della norma e per aree molto più vaste. Già lo scorso anno, la superficie artica rimasta sgombra da ghiacci durante l’estate si era estesa, ma secondo i ricercatori statunitensi, il record del 2007 sarà presto superato.

In maggio, riferisce NSIDC, la banchisa si è avvicinata all'estensione minima per la stagione. Per la precisione, 13,18 milioni di chilometri quadrati contro una media di 13,60. Dopo aver raggiunto la minore estensione mai registrata nell'estate scorsa, durante l'inverno il ghiaccio si era riformato rapidamente. Però ormai buona parte dell'Artico è coperta da ghiaccio "giovane" e sottile, e questo spiega il rapido scioglimento. Altro segno della debolezza del ghiaccio sono le molte "polynya", cioè estensioni d'acqua che interrompono la banchisa. Soprattutto, la velocità di scioglimento del maggio scorso è più rapida ancora che nel maggio 2007.

Agli orsi polari sta mancando, letteralmente, il ghiaccio sotto le zampe. Questo mese, due orsi polari sono stati uccisi a fucilate in Islanda, dove di solito non vanno mai. Erano arrivati come naufraghi, a bordo di zattere di ghiaccio. Si ritiene che proprio lo scioglimento dei ghiacci su cui gli orsi polari vivono e cacciano foche abbia portato i due orsi a 500 chilometri dalle loro zone di diffusione. Il primo dei due orsi è stato ucciso perché si era avvicinato ad un villaggio e - dice la polizia islandese - non era disponibile il fucile che spara il narcotico. Il secondo è morto martedì. Il fucile spara narcotico c'era, ma i poliziotti non sono stati in grado di avvicinarsi abbastanza e l'orso ha tentato di caricare i fotografi.

Gli scongelamenti record degli ultimi anni portano con sé un più rapido riscaldamento delle zone confinanti, e dunque lo scioglimento del permafrost (il sottosuolo ghiacciato in profondità che "intrappola" come un freezer residui organici vecchie di decine di migliaia di anni).di cui sono in buona parte costituite. Se si raggiungerà il punto di non ritorno dello scongelamento del permafrost, il processo "sparerebbe" nell'atmosfera una quantità impressionante di anidride carbonica, il gas dell'effetto serra.

Negli Stati Uniti, uno studio del National Center for Atmospheric Research e del National Snow and Ice Data Center ha stabilito che la velocità del riscaldamento in Canada settentrionale, Alaska e Russia potrebbe più che triplicare se l'Artico continuerà a restringersi d'estate. Dopo lo scioglimento record dell'estate 2007, quest'inverno il ghiaccio si è riformato rapidamente, ma è meno esteso della media. Soprattutto in gran parte ora l'Artico è formato da ghiaccio "giovane" e sottile, più facile a sciogliersi. Quanto ne resterà all'inizio di settembre?

Uno studio del russo Khvorostyanov, pubblicato su Geophysical Research Letters, relativo al permafrost della sola Siberia orientale, basato su modelli matematici, ha cercato di identificare il punto a partire dal quale lo scongelamento del permafrost non si fermerebbe più e si perpetuerebbe da sé a causa del calore prodotto dai microorganismi attivi nel sottosuolo.

Il problema è che il permafrost della Siberia dell'est contiene circa 500 Gigatoni di depositi di carbone ghiacciato altamente suscettibili a disturbi come quelli del riscaldamento globale. Chiamato "Yedoma", dalla sua formazione, che ha avuto luogo tra 20.000 e 40.000 nni fa, questo permafrost non ha subito forti alterazioni dovute ai microrganismi che vivono nel terreno. Per investigare come questa immensa quantità di carbone potrebbe essere degassata dal riscaldamento globale, il team di Khvorostyanov ha usato un modello basato sul trasferimento di calore e la decomposizione del materiale organico del terreno congelato, scoprendo che specifiche condizioni potrebbero innescare un disgelo irreversibile dello Yedoma, che provocherebbe un rilascio in atmosfera di circa 2,7 triliardi di chili di anidride carbonica e metano all'anno, fra il 2.300 e il 2.400, dovuto alla decomposizione dei residui organici accumulati nel sottosuolo e lì rimasti finora congelati

(Articolo di riferimento: Khvorostyanov et al., "Vulnerability of east Siberia's frozen carbon stores to future warming2. Geophysical Research Letters, 2008; 35)

E c'è chi è pronto a speculare: Stati uniti, Canada e Russia stanno già cercando di trarre vantaggio dalla fine dei ghiacci, sia aprendo nuove rotte commerciali attraverso l’Artico, sia studiando il modo di sfruttare il fondo marino per le ricerche di idrocarburi. Mentre le principali organizzazioni ecologiste mondiali premono per un trattato che vieti – come in Antartide – ogni attività industriale e militare.

Un nuovo studio di The Nature Conservancy in collaborazione con la Harvard University - "The implications of current and future urbanization for global protected areas and biodiversity conservation", pubblicato su Biological Conservation - ha esaminato su scala globale gli effetti della crescita urbana sulla natura e sulla popolazione, giungendo alla conclusione che rischiamo di perdere molte risorse naturali come animali e piante.

“Come specie, siamo vissuti nella natura selvaggia per centinaia di migliaia di anni e poi improvvisamente ci siamo trasferiti in gran parte nelle città, fuggendo dalla natura", dice Peter Kareiva, di The Nature Conservancy, co-autore dello studio, “se non impariamo a riprogettare le nostre città nel rispetto della natura, non avremo più natura".

Nel 2007, le Nazioni Unite hanno rivelato che almeno il 50% della popolazione mondiale vie in città. Entro il 2030, il numero crescerà fino al 60%, con quasi due miliardi di nuovi residenti, molti dei quali provenienti da aree rurali. Secondo lo studio, si sta costruendo l'equivalente di una città delle dimensioni di Vancouver ogni settimana. Mentre la maggiorparte della crescita avviene in paesi emergenti come la Cina, l'India e l'Africa, aree ricche ecologicamente come coste e isole sono a rischio.

Lo studio riporta come le aree naturali minacciate dalla crescita urbana contengano le più alte concentrazioni di specie endemiche - come ad esempio lo Wimmer’s Shrew, un roditore che si trova nelle periferie di Abidjan, ex capitale della Costa d'Avorio, nella costa ovest africana, che difficilmente sopravvivrà all’espansione della città - come l'8% delle specie vertebrate siano a rischio estinzione proprio per gli effetti dello sviluppo urbano - numero destinato a crescere con le nuove espansioni e crescite delle aree urbane - come in alcune regioni sia cresciuta la prossimità tra aree protette e città, come ad esempio nell'est dell'Asia, dove la distanza media tra una città e un'area protetta sarà di 14 miglia nel 2030 mentre era di 27 nel 1995 - tale prossimità aumenterà le pressioni sulle risorse naturali minacciando le aree protette.

Negli ultimi anni è anche aumentato il numero di incendi, intenzionali e/o accidentali. Nei pressi del Tijuca National Park vicino Rio de Janeiro, si contano 75 incendi all'anno, quasi tutti causati dall'uomo. Un'altra grave preoccupazione viene dalla qualità dell'acqua, poiché le aree urbane pongono una seria minaccia alla salute delle fonti di acqua fresca. Al Donana National Park in Spagna, ad esempio, i fiumi sono minacciati dalle acque inquinate provenienti da Siviglia.

Le aree urbane producono tassi di inquinamento mortali a tutti i livelli. Solo nelle aree del sud della Cina, ogni anno muoiono almeno 10.000 persone a causa dell'inquinamento dell'aria (lo ha reso noto di recente uno studio di ,Civic Exchange, un'organizzazione non-governativa di Honk Kong).

"Si tratta di 10.000 morti che sono potenzialmente evitabili", dice Anthony Hedley, professore al dipartimento di Medicina Comunitaria della Hong Kong University, che ha partecipato allo studio, "un prezzo troppo alto da pagare per lo sviluppo".

La ricerca ha preso in esame un'area che va da Honk Kong a Macao fino al delta del fiume Perla, dove sono sorte migliaia di fabbriche durante il boom economico degli ultimi trent'anni e dove in molti hanno cominciato a soffrire di malattie respiratorie e cardiovascolari dovute all'inquinamento. Senza contare l'impatto sulle donne incinte e i loro figli, "irrigati dagli inquinanti respirti dalle loro madri".

I ricercatori fanno appello ai governi di queste aree affinché adottino misure di emergenza e forniscano dati in tempo reale alla popolazione sull'evolversi della situazione. In particolare, chiedono a Hong Kong sforzi immediati per ridurre le emissioni derivanti dai trasporti via terra e via mare. Se la morte di 10.000 persone non rappresenta un buon motivo, lo facciano almeno per fini economici, dato che la pessima qualità dell'aria di Honk Kong sta facendo perdere alla città la sua attrazione verso i managers e sta compromettendo la sua posizione di centro finanziario internazionale.

Nella Giornata Mondiale contro la Desertificazione, il Fondo Internazionale dell’ONU per lo Sviluppo Agricolo - International Fund for Agricultural Development (IFAD) - ha ricordato come quasi metà della popolazione povera del mondo viva in terre aride e come proprio coloro che sono maggiormente colpiti dal fenomeno siano parte della soluzione del problema.

L’IFAD ha sottolineato che «pratiche agricole mal concepite, tradizionali o intensificate, peggiorano solamente la situazione», poiché le popolazioni che vivono nelle terre aride «non hanno altra scelta che quella di adottare metodi di sussistenza di breve periodo, mettendo ancora più pressione sulle già scarse risorse locali». E a complicare le cose ci sono anche gli effetti dei cambiamenti climatici, che «stanno aumentando questa pressione con crescenti siccità». Per questo, quasi il 70% dei programmi e progetti dell’agenzia ONU sono concentrati in ambienti ecologicamente fragili e marginali.

L’IFAD vorrebbe trasformare queste aree aride in regioni produttive a livello agricolo per mostrare che le terre aride non sono da considerare terre di scarto. Così, ad esempio, nell’ambito di un programma da 10 milioni di dollari in Matam, area del Senegal duramente colpita dalla siccità, l’IFAD finanzia un progetto condotto da donne che, utilizzando un sistema d’ irrigazione goccia-a-goccia, ha reso redditizia una fattoria che produce melone e ocra, nonostante le condizioni climatiche proibitive.

Tra il 1999 e il 2005, l’IFAD ha investito due miliardi di dollari in prestiti e donazioni per programmi e progetti legati al degrado del suolo e alla desertificazione. Secondo gli esperti dell’agenzia delle Nazioni Unite, per fermare la desertificazione devono essere urgentemente utilizzate tecniche di adattamento di breve periodo per migliorare le attività agricole e ridurre la vulnerabilità delle popolazioni. Che vorrebbe dire innanzitutto migliorare i sistemi di raccolta e la gestione delle foreste, investire nella ricerca e nelle tecnologie, utilizzare l’acqua in modo efficiente.

"Cambiare rotta e farlo subito", hanno detto gli esperti e le personalità internazionali che hanno partecipato alle due giornate di Roma su «Strategie per un pianeta sostenibile». Le ha promosse il Club di Roma, insieme al WWF, in occasione dei quarant’anni del Club e nel centenario della nascita del suo fondatore, Aurelio Peccei, tra i primi a comprendere che la limitatezza delle risorse disponibili sul nostro pianeta non poteva consentire una crescita incontrollata.

Fu proprio il Club di Roma a pubblicare, nel 1972, «I Limiti della Crescita», testo fondamentale nell’elaborazione del concetto di «sviluppo sostenibile». Da allora, le emergenze ambientali e sociali si sono aggravate, mentre si è affievolita la capacità di interrogarsi sul futuro anche lontano. Per questo, appare oggi quasi fantascienza l’obiettivo di riduzione dell’80% per cento entro il 2020 delle emissioni di anidride carbonica, indicato come irrinunciabile da Lester Brown, presidente del Worldwatch Institute e attuale presidente dell'Earth Policy Institute, uno degli analisti ambientali più accreditati al mondo..

Chiusura degli impianti a carbone entro il 2020, riduzione dell’uso del petrolio e no al nucleare [vecchio e antieconomico, lo definisce Brown] sono le strade per affrontare l’emergenza climatica e prepararsi a un mondo molto diverso da quello che conosciamo. Brown ha presentato il suo nuovo libro, "Piano B 3.0 Mobilitarsi per salvare la civiltà”, con prefazione di Beppe Grillo (Edizioni Ambiente), che parte innanzitutto da un dato: per evitare la catastrofe ambientale e ridurre le emissioni di anidride carbonica dell'80% entro il 2020, è necessario e urgente mettere in pratica una serie di dettami ineludibili a partire dalla conversione dell'attuale modello di produzione energetico basato sul petrolio per passare alle energie rinnovabili, in modo rapido e massiccio (portare la quota di rinnovabili al 70-90%, di cui il 40% spetterebbe all'eolico, mentre la parte restante al solare, alla geotermia e a tutte le altre forme di energia pulita).

[...] Mentre stiamo entrando in un nuovo anno, vorrei riflettere su come la nostra economia globalizzata sia giunta, dal punto di vista ambientale, ad una soglia oltre la quale non sia più sostenibile dalla Terra. Mentre tutto questo è sempre stato ben chiaro agli ecologisti, quanto sta accadendo n Cina lo ha chiarito anche agli economisti. La Cina ha superato abbondantemente gli Stati Uniti nel consumo di tutta una serie di risorse di base, come il grano, la carne, il carbone, l'acciaio con la sola eccezione del petrolio. Qualora l'economia cinese dovesse continuare ad espandersi al ritmo dell' 8% l'anno, il reddito per abitante raggiungerà quello americano nel 2031.A quel punto i cinesi, che saranno oltre un miliardo e quattrocentocinquanta milioni, consumeranno risorse quali petrolio e carta in quantità ben maggiori di quanto il mondo non ne stia producendo al momento. Si rischia l'esaurimento del petrolio e delle foreste a livello mondiale.

Il modello economico occidentale - basato su carbone, benzina, automobile, rifiuti - non funzionerà in Cina. E se non funzionerà in Cina non funzionerà neanche in India che, nel 2031, avrà una popolazione ancor più importante di quella cinese. Né tantomeno funzionerà per gli altri tre miliardi di abitanti dei Paesi in via di sviluppo che puntano anch'essi all' "american dream". Ciò è tanto più vero per le economie dei paesi sviluppati che si troveranno a dover agire in un mondo sempre più integrato, nel quale dovranno anch'esse competere per gli stessi petrolio, grano ed acciaio. La sostenibilità dello sviluppo economico dipende dunque dal passaggio ad un modello economico basato sull'energia rinnovabile, sul riciclo e sul riuso dei materiali nonché su un sistema diversificato di trasporto. È il momento di passare al piano B, e di incominciare a costruire una nuova economia ed un nuovo mondo [...].

Il piano B si compone di tre parti:

1. una ristrutturazione dell'economia globale in modo da consentire la sostenibilità della nostra civiltà;

2. un gigantesco sforzo per sradicare la povertà, stabilizzare la crescita della popolazione, riportare la speranza;

3. un enorme sforzo per ridare un equilibrio al sistema terrestre;

Esempi di questo nuovo modello possono essere visti nelle fattorie alimentate ad energia eolica, in Europa, nei tetti giapponesi tappezzati di pannelli solari, nella quantità in rapida crescita di macchine ibride negli Stati Uniti, nella riforestazione in Corea del Sud, e nelle strade dedicate alle biciclette di Amsterdam.

Lester Brown ricorda come, dopo la disfatta americana del 7 dicembre 1941, l'allora presidente Roosevelt, promosse una massiccia conversione dell'industria automobilistica - il perno dell'economia americana di allora - ai fini bellici. A molti sembrava impossibile realizzare un progetto tanto ambizioso, ma gli americani dimostrarono il contrario. E in pochissimo tempo si preparano per affrontare un conflitto su scala mondiale, che poi vinsero.

È emblematico l’esempio del Texas, per decenni Stato del petrolio, che oggi scommette sulle rinnovabili e che “sta per sviluppare 23 mila MW di potenza eolica, e 23 mila MW elettrici, che significano 23 mila impianti a carbone”. “Un impegno enorme”, che secondo Brown si tradurrà in una quantità sufficiente di elettricità per “soddisfare le esigenze residenziali di 12 milioni dei 22 milioni di persone che vivono in Texas”.

“Altro caso interessante è l’Algeria, che - ricorda Brown - sta pensando di sviluppare sei mila MW di generazione elettrica da solare a concentrazione per l'export, perché programmano di esportare energia solare in forma di elettricità attraverso cavi sottomarini”.

Insomma, “abbiamo tantissime energie rinnovabili al mondo, per sfruttarle serve solo la nostra immaginazione". Il potenziale è enorme. Ad esempio “in tre stati americani, North Dakota, Kansas e Texas, tre su 50, c'è tanto vento per soddisfare i consumi elettrici nazionali”. E poi c'è l’ "enorme potenziale dell’eolico offshore, così grande che ancora non possiamo quantificarlo”.

"Ciò che caratterizza il fallimento di uno Stato è l’incapacità del governo di fornire la sicurezza ai cittadini. Somalia, Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Pakistan sono solo alcuni degli esempi più noti. Ogni anno il numero di fallimenti aumenta. Sono segni del fallimento di una civiltà, ormai vicina alla sua fine".

"Si sta consumando una guerra tra sistemi naturali e politici, tra natura e cultura. Riusciremo a mobilitare la politica prima che lo scioglimento delle calotte polari diventi irreversibile? Prima che la foresta amazzonica venga completamente distrutta? Riusciremo a tagliare le emissioni e salvare i ghiacciai dell'Himalaya e con essi tutti i maggiori fiumi asiatici?”.

“È tempo di decidere, di fare delle scelte. Possiamo continuare con questo modello di sviluppo suicida ed assistere al declino inarrestabile della nostra civiltà, oppure adottare il pIano ed essere la generazione che si mobilita per salvarla. Comunque vada, questa generazione deciderà le sorti della vita delle generazioni future".


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