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mercoledì 11 giugno 2008

STORIA DELLA MORTE DI DIO 3

Il positivismo, definito come "il punto di vista secondo il quale tutta la vera conoscenza è scientifica", è un approccio filosofico derivato da pensatori dell'Illuminismo come Pierre-Simon Laplace e molti altri, secondo il quale il metodo scientifico avrebbe dovuto sostituire la metafisica nella storia del pensiero ed essere applicato a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana.

Il movimento filosofico e culturale nasce in Francia con Auguste Comte, anche se il termine era stato usato per la prima volta nel 1822 da Henri de Saint-Simon, convinto che il sapere scientifico fosse un sapere "positivo", rivolto alla realtà effettiva delle cose, valido perché verificabile sperimentalmente, mentre la metafisica e altri saperi non scientifici fossero negativi in quanto vuote astrazioni prive di qualsiasi riscontro sperimentale.

Grande impatto sullo sviluppo del pensiero positivista ebbe “L’Origine delle Specie” di Darwin secondo cui la materia, meccanicamente e senza alcun intervento di forze superiori, si è evoluta in una molteplicità di esseri viventi in virtù di leggi (la lotta per la sopravvivenza e la selezione naturale) inerenti alla materia stessa.

Comte nacque a Montpellier, in Francia. Studiò alla Scuola Politecnica di Parigi, e già a quattordici anni si propose di rinnovare il metodo di tutte le scienze sulle ali dell'entusiasmo diffuso dalla Rivoluzione francese. Nel 1826, una violenta crisi nervosa lo costrinse ad entrare in manicomio, ma riuscì a riprendersi prontamente. Il clima di ostilità che incontrò il suo "Corso di Filosofia Positiva" gli impedì però di ottenere la cattedra di matematica alla Scuola Politecnica. Visse il resto della sua vita in povertà, mantenendosi grazie all'aiuto economico di amici ed estimatori. Nel 1846, in seguito alla morte dell'amata Clotilde de Vaux, si dedicherà al progetto di fondare una nuova religione, un "Catechismo Positivista" basato sul culto della scienza.

Le leggi che regolano lo sviluppo dell'uomo e della realtà, sono per Comte leggi che possiedono la precisione e la determinazione delle scienze empiriche. Scopo del vero scienziato è quindi quello di portare alla luce queste leggi in modo tale da possedere una conoscenza che possa agire sulla realtà concretamente. Il termine "positivo", da cui deriva positivismo, designa tutto ciò che è concreto, reale, sperimentabile, misurabile, in contrapposizione a ciò che è astratto, metafisico, impalpabile, ma anche ciò che è utile al miglioramento materiale dell'uomo, in contrapposizione a ciò che appare inutile, come le sterili teorie metafisiche.

Dalla fede assoluta nella scienza, in particolare le scienze naturali (fisica, chimica, biologia, astronomia), secondo Comte l'unico metodo per raggiungere una vera conoscenza, nascerà lo studio della sociologia come indagine scientifica dei rapporti naturali che vincolano gli uomini: il positivismo ritiene che ogni aspetto del reale, anche quelli umanistici, rispondano a leggi ben determinate.

La fede positivista nel progresso, conseguente a quella nella scienza, ritiene che l'evoluzione tecno-scientifica aumenterà sempre di più il benessere degli uomini portando ad un generale e costante miglioramento qualitativo della vita. Alla filosofia, non dovrà più essere affidato il compito di indagare l'essenza intima delle cose e rispondere alle domande fondamentali, a questo ci penserà la scienza, ma quello di organizzare e coordinare i risultati delle singole scienze specialistiche.

Comte spiega come l'uomo sia arrivato alla fase positivista raggiungendo il culmine di uno sviluppo storico ininterrotto verso la vera conoscenza delle cose diviso in tre stati: il primo stato è quello teologico, in cui l'uomo spiegava l'ignota origine dei fenomeni attribuendone le cause a forze divine superiori (ad esempio, "il fulmine è un dardo scagliato da Zeus"). Questo periodo corrisponde all'infanzia dell'umanità; il secondo stato è quello metafisico, in cui l'uomo rifiuta la spiegazione divina e cerca nell'essenza astratta dei fenomeni la spiegazione a tutto (ad esempio, il fuoco brucia perché possiede l' "essenza" del calore, la "virtù calorifica"). Questo periodo corrisponde all'adolescenza dell'umanità; il terzo stato è quello positivo, che si trova a vivere l'uomo moderno, il quale spiega i fenomeni studiando le leggi empiriche della causa e dell'effetto (ad esempio, "il fulmine è provocato da una scarica elettrica"). Questo periodo corrisponde alla maturità dell'uomo.

Il Positivismo decreta dunque definitivamente la fine di ogni metafisica, rinunciando alla ricerca dei perché delle cose e concentrandosi esclusivamente sul come. Una prospettiva estremamente materialista e razionalista abbracciata da tutta la scienza moderna e anche dalla filosofia contemporanea (Heidegger, ad esempio, e la fenomenologia). Nello stato positivo, l'umanità dunque rifiuta l'indagine teologica e metafisica, escludendo dall'orizzonte culturale tutto ciò che sfugge all'analisi meccanica del funzionamento dei fenomeni naturali.

Comte afferma che le varie discipline scientifiche a lui contemporanee stanno per entrare o sono entrate nella fase positiva (ad esempio la fisica con Newton, l'astronomia con Galileo, la chimica con Lavoisier). Tuttavia, in generale, la scienza non ha ancora aderito pienamente al positivismo. Alcune discipline umanistiche, infatti, non sono ancora giunte nella loro fase positiva o non potranno mai raggiungerla (come, ad esempio, la psicologia). Questo crea un disequilibrio nell'avanzamento generale della conoscenza. L'idea è che il pensiero positivo si sia affermato prima nelle scienze più semplici e facilmente riducibili all'esperimento, quali la matematica, la fisica, l'astronomia e la biologia, mentre le scienze il cui oggetto di studio è più complesso, perché entra in gioco lo spirito dell'uomo, abbiano maggiori difficoltà a procedere sulla strada del terzo stato.

Nell'ultimo periodo della sua vita, Comte credette di poter diffondere ed affermare una vera e propria religione positivista. Assoggettarsi infatti alle sole leggi tecnico-scientifiche non avrebbe permesso all'umanità di sentire il positivismo come legge morale e vincolante, la passione per la scienza avrebbe dovuto penetrare negli uomini seguendo la strada dell'emotività. Al centro del culto positivista, Comte mise l'umanità, definita come il "Grande Essere", ovvero l'insieme di tutti gli uomini passati, presenti e futuri. Seguivano il "Grande Feticcio", la Terra, e il "Grande Mezzo", lo spazio.

Il progetto di Comte in fondo era idealista: nuovi riti e nuove liturgie, un nuovo calendario e una nuova morale universale, l'altruismo, che avrebbe dovuto risolvere i problemi più evidenti di convivenza civile. Un progetto di salvezza affidato all'evoluzione della tecno-scienza che ben presto si è rivelato una utopia: se, da una parte, la fede positivista nella scienza ha guadagnato nel corso del tempo sempre più proseliti, fino a generare ai giorni nostri delle frange estreme come quelle "tecno-fondamentaliste" del transumanesimo, si è del tutto allontanata da qualsiasi ideale di solidarietà e fratellanza, fondandosi essenzialmente sul culto borghese dell'individualismo e sull'adorazione del Dio denaro.

"Dobbiamo renderci conto che la Morte di Dio è un evento storico, che Dio è morto nel nostro cosmo, nella nostra storia, nella nostra esistenza".

Queste parole di Thomas J.J. Altizer, professore di religione alla Emory University di Atlanta, una scuola Metodista, furono al centro negli anni '60 di un ampio dibattito e dettero vita al movimento della "teologia radicale" nell'ambito del pensiero cristiano che si rifaceva al famoso annuncio di Zarathustra: "Dio è morto!".

Ne "La Città Secolare" (1965, tr.it. Vallecchi 1968), Harvey Cox, teologo di Harvard allievo di Tillich, si legge che la secolarizzazione è “il sottrarsi del mondo alle interpretazioni religiose e quasi-religiose, il dissolversi di tutte le concezioni chiuse del mondo, l’infrangersi di tutti i miti soprannaturali e di tutti i simboli sacri (…) è l’uomo che distoglie la sua attenzione dall’oltremondo e la rivolge a questo mondo e a questo tempo”.

I “teologi della Morte di Dio”, come furono chiamati, sostenevano che a causa della secolarizzazione non era più possibile credere in un Dio trascendente che agisce nella storia umana e che la Cristianità avrebbe dovuto continuare ad esistere senza farvi più riferimento. Altizer, in particolare, sosteneva che questa nuova Cristianità senza Dio era un fenomeno unicamente americano, anche se attribuiva un debito intellettuale a certi pensatori europei sia religiosi che secolari. A cominciare da Kierkegaard, i sostenitori della Morte di Dio avevano sviluppato l'idea che la Cristianità organizzata (soprattutto il Cattolicesimo) fosse diventata una sorta di idolatria che aveva oscurato il vero messaggio del Vangelo mediante forme culturali datate e irrilevanti. Dietrich Bonhoeffer, il martire anti-nazista, durante la sua carcerazione scrisse del bisogno della chiesa di privilegiare una "interpretazione non-religiosa dei concetti Biblici" e di un mondo secolare in divenire che non aveva più bisogno dell'ipotesi di Dio per spiegare il sole o le stelle o per rispondere all'ansietà dell'uomo.

Il movimento dunque - formato oltre che da Altizer, da Paul van Buren della Temple University, da William Hamilton della Colgate Rochester Divinity School e da Gabriel Vahanian della Syracuse University - partendo dalla constatazione storica della Morte di Dio, prova a ridefinire i principi della Cristianità senza più un Creatore. Secondo Altizer, che attinge ecletticamente al Buddismo, a William Blake, a Hegel e a Mircea Eliade, l'uomo ha ormai smarrito quel senso del sacro che tanto forte era stato nel periodo medievale: il Cristianesimo, invece di portare Dio nella vita umana, è capitolato alla secolarizzazione del mondo moderno. È allora solo nel profanesimo più radicale che l'uomo potrà d'ora in poi sperare di ricatturare il sentimento e la comprensione del sacro.

In "The Gospel of Christian Atheism" ("Il Vangelo dell'Ateismo Cristiano"), Altizer analizza la Morte di Dio essenzialmente come un atto di redenzione. Quella di Altizer professore di scrittura sacra vuole essere una nuova predicazione, un nuovo annuncio profetico consono alla cultura immanentistica, materialistica e ateistica del secolo XX, con una nuova teologia corrispondente che prenda atto della frana del trascendente e pretenda “un Verbo interamente incarnato, una forma annichilita del Verbo che indica l’auto-annichilimento di Dio e l’assunzione di un’incarnazione interamente immanente del Verbo”. Altizer vede la Morte di Dio come un processo (una auto-estinzione o una separazione) iniziato con la creazione del mondo e conclusosi con la venuta di Gesù Cristo sulla Terra, la cui crocifissione ha riversato lo Spirito Santo nel mondo. In "Godhead and the Nothing" presenta il male come "assenza di volontà", ma non lo separa da Dio: la Cristianità ortodossa, che Nietzsche considera nichilistica, ha nominato il male (Satana) separandolo dal bene per esaminarne la natura; tuttavia, l'immanenza dello Spirito Santo, seguita alla morte e resurrezione di Gesù Cristo, abbraccia tutto il creato ed è la risposta al nichilismo che, secondo Nietzsche, la Cristianità secolarizzata impone al mondo. Con la presenza di Dio nel mondo, con la sua immanenza, non ha più senso ricercare un mondo trascendente, bisogna abbracciare completamente il presente, il Qui e Ora.

Secondo Paul van Buren, ministro Episcopale e professore di religione alla Temple, anche solo parlare di Dio o della sua ricomparsa non ha alcun senso filosofico. Van Buren, del tutto singolarmente, utilizza gli strumenti concettuali, logico-linguistici, del neopositivismo, secondo cui gli enunciati di fede del linguaggio religioso e teologico sono irrazionali e totalmente inverificabili, privi di alcuna fondatezza empirica. Dall’analisi linguistica dei vangeli, van Buren, ne "Il Significato Secolare dell’Evangelo" (1966, tr.it. Gribaudi 1969), si chiede che senso abbia il linguaggio "soprannaturale” dell’antica tradizione nel contesto storico della Morte di Dio, concludendo che è completamente insensato e ingannevole.

William Hamilton, forse il più etico del gruppo, sostiene che la consapevolezza della Morte di Dio dovrebbe spingere i cristiani ancor più verso l'emulazione di Gesù, il ché significa una totale dedizione all'amore e al servizio del prossimo. Al tempo della Morte di Dio, argomenta Hamilton, il posto dei cristiani non è più l'altare, ma il mondo secolarizzato, le città, la società tecnologica, le arti e le scienze.

Il professore Gabriel Vahanian, più conservatore degli altri, in quanto sociologo delle religioni e storico delle culture, analizza la percezione umana di Dio, giungendo a dire che se Dio è uno ed è conosciuto dall'Uomo attraverso la sua cultura, sostanzialmente è un idolo, dato che, teologicamente, ogni concetto che l'Uomo può farsi di Dio può essere solo una approssimazione. Vahanian ritiene che il concetto di Dio promulgato dalla Chiesa sia frutto dell'incontro tra la Cristianità primitiva e la filosofia greca e che non sia più rilevante rispetto alla cultura secolare dominante, neutralizzato dalla sovraesposizione se non interamente rifiutato. Secondo Vahanian, Dio non potrà tornare in vita finchè la Chiesa rimarrà strutturalmente secolarizzata, senza alcuno spazio per la metafisica.

Secondo Altizer, l’annuncio che Cristo è presente qui e non è presente in nessun altro luogo ci conduce al "centro" del mondo, nel suo cuore profano. Una volta messi di fonte al fatto che Cristo è pienamente presente nel momento che ci sta davanti, possiamo veramente amare il mondo e accettare perfino la sua pena e le sue tenebre come un’epifania del corpo di Cristo. “Il verbo diventa sempre carne nel nostro presente, nel nostro tempo e nella nostra esistenza” (Altizer-Hamilton, "La Teologia Radicale e la Morte di Dio", 1966, tr.it. Feltrinelli 1969). Allora, “il cristiano contemporaneo può rallegrarsi e gioire poiché il Gesù che il nostro tempo ha scoperto è il proclamatore di un vangelo incarnante un Regno che rovescia l’ordine della storia e mette in dubbio la stessa realtà dell’essere. Forse finalmente siamo pronti a comprendere la vera unicità del vangelo cristiano” (op.cit.).

Contrapponendosi con forza a Nietzsche e al nichilismo ateista, Martin Buber dichiara che Dio non è definitivamente morto, ma che si è solo temporaneamente eclissato (analogamente, Horkheimer, di fronte alle atrocità del nazismo, aveva parlato di "eclissi della ragione"): da ciò nasce la fiducia nel Suo ritorno. "L’eclissi della luce di Dio non è l’estinguersi, già domani ciò che si è frapposto potrebbe ritirarsi" ("L’eclissi di Dio").

Decisamente più pessimista è la visione di Umberto Galimberti che in "Orme del Sacro Il Cristianesimo e la Desacralizzazione del Sacro", scrive: "Il risveglio religioso, in tutte le disparate forme cui oggi assistiamo, non deve trarre in inganno. Esso è solo un sintomo dell'inquietudine dell'uomo contemporaneo che, cresciuto nella visione della tecnica come progetto di salvezza, oggi percepisce, all'ombra del progresso, la possibilità di distruzione, e all'ombra dell'espansione tecnica, la possibilità di estinzione".

Storia della morte di Dio (parte 1)

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