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giovedì 19 giugno 2008

STORIA DELLA PROSTITUZIONE 4

«La prostituzione in strada deve essere considerata un reato».

Così si è espresso Gianni Alemanno, sindaco di Roma, in merito alla proposta di legge ”Merlin Il”, che non significherebbe un ritorno alla situazione pre-Merlin, cioè alla riapertura dei bordelli, piuttosto una prostituzione regolamentata.

«Se una povera disgraziata ha deciso di rovinarsi la vita facendo la prostituta, si affitti un appartamento e faccia quello che vuole...».

Secondo Alemanno, l’importante è che la donna non si venda seminuda in strada, a tutte le ore del giorno e della notte, mettendo in imbarazzo le famiglie e creando ingorghi nel traffico (un pensiero ipocritamente populista, ndr).

Qualche settimana fa, Alemanno era andato al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza a chiedere alla polizia il pugno di ferro. Ma il questore e il prefetto, Marcello Fulvi e Carlo Mosca, gli avevano spiegato di non farsi illusioni, perché con le leggi attuali non si può fare granché. Servono norme più efficaci.

«A me - dice Alemanno - non interessa se sono italiane o straniere. Non devono stare sulla strada e basta. E così come chiedo con forza il reato per la prostituzione esercitata in pubblico, sono altresì contrario alle aree del sesso, ai parchi dell’amore oppure cose del genere. Sono contro gli zoo degli esseri umani».

"Stare all’angolo non mi va più. Troppe storie, troppi controlli. Meglio pagare le tasse, e tornare nei bordelli".

Parola di Sandra, 60 anni, la “regina” di Via Ormea, a Torino, nel cuore di San Salvario, in sintonia con la proposta dell’Onorevole Santanché, che ha sottolineato l’urgenza di "chiudere questi bordelli a cielo aperto, ridare le strade agli italiani e consentire alle donne che fanno la scelta di prostituirsi di organizzarsi in modo autonomo", magari attraverso la costituzione di cooperative. Inoltre, secondo l’esponente de La Destra, “serve anche una legge più severa, "perché gli sfruttatori sanno che da noi c'è la tolleranza assoluta e non c'è la certezza della pena".

Alessandra Mussolini, deputato Pdl, una che di prostituzione se ne intende, è d'accordo con il Ministro Maroni circa la necessità di aprire zone a luci rosse, in pratica dei nuovi postriboli, chiarendo che proprio questo è il senso della proposta di legge che ha presentato: regolamentazione della prostituzione, tutela della salute delle donne, difesa contro le violenze e lotta serrata al racket.

Anche l'assessora alle Attività Produttive del Comune di Milano, Tiziana Maiolo (Forza Italia), è convinta che il quartiere a luci rosse sia "l'unico sistema per risolvere il problema della prostituzione nelle strade della nostra città, per sottrarre dallo sfruttamento le ragazze (spesso minorenni, spesso straniere clandestine), per introdurre norme e controlli sia sanitari che fiscali", e rendere così del tutto lecito vendere il proprio corpo.

"Per raggiungere questi scopi – dice la Maiolo - sono indispensabili due cose: abrogare la Legge Merlin e legalizzare il fenomeno, combattendo un mercato del sesso che non è abrogabile (ci piaccia o no) ma che oggi è clandestino e nelle mani della criminalità organizzata. Far emergere questa professione dal mercato nero e regolamentarla con le norme del codice civile (facendo anche pagare le tasse alle prostitute) vuol dire affrontare in modo laico e non moralistico un fenomeno che oggi, con l'invasione di donne straniere clandestine sfruttate dalle mafie, ha assunto proporzioni non più tollerabili dai cittadini. Solo abrogando la legge Merlin e legalizzando la prostituzione si riuscirà a far diventare il fenomeno come qualcosa di normale non scandaloso, portando il mercato del sesso a semplici rapporti tra privati, come da anni accade nelle civilissime città di Amsterdam, Amburgo, Liverpool, Edimburgo, Sydney".

Non condivide Maurizio Lupi, Vice Presidente Pdl della Camera dei Deputati. "In tutti i Paesi del mondo - afferma - e questo è un dato inconfutabile, i quartieri a luci rosse sono il simbolo evidente del degrado. Peraltro non ha senso lanciare idee simili quando quotidianamente ci si interroga sulla necessità di trovare tutele per le donne. Lo Stato non può avallare lo sfruttamento della prostituzione in quanto questo significa non rispettare la persona".

''In una società in cui prolificano i messaggi con espliciti richiami al sesso, perché, anche una fascia socialmente debole come la terza età, non può accedere facilmente alle gioie che la sessualità può offrire?''.

Italia Nuova, l'associazione giovanile che fa capo a La Destra, appoggia la proposta di Daniela Santanché sulla riapertura dei casini. Di più, vuole anche proporre un referendum abrogativo della legge Merlin. Propone ''una regolamentazione chiara e funzionale della prostituzione'', in modo che ''le persone anziane avrebbero meno remore o paure ad usufruire delle prestazioni di operatrici od operatori di tale settore''.

''Inoltre, visto che l'attività sessuale porta indubbi benefici sotto il profilo fisico e psicologico, si potrebbe pensare - prosegue l'associazione - ad una sorta di prescrizione medica del sesso accompagnata da un certificato di sana e robusta costituzione".

Fantastica la nuova destra populista: ricette di lunga vita a base di viagra e puttane di stato. Ma siamo sicuri che faccia bene andare a mignotte?

PROSTITUZIONE DI STATO

Il termine “prostituire” deriva dal latino "pro-stit·ere": “porre davanti”, “offrire”, “esporre”, e significa “vendere ciò che non è ammesso dai valori morali perché strettamente legato alla libertà e alla dignità umana”. La prostituzione è insomma la vendita del proprio corpo e di prestazioni varie per un corrispettivo in denaro, la forma più antica di svilimento della sacralità femminile (o maschile nel caso di prostituti).

Nel 594 a.C. si ha, ad opera del legislatore Solone, una delle prime regolamentazioni pubbliche delle case di piacere, a dimostrazione che il fenomeno è riconosciuto, accettato e, anzi, normato dalle stesse istituzioni, con l'ipocrita giustificazione che in questo modo era possibile "salvare la società dall'adulterio, e le donne rispettabili dall'insidia alle proprie virtù" (G. Greco, "Lo Scienziato e la Prostituta. Due Secoli di Studi sulla Prostituzione", Edizioni Dedalo, Bari 1987).

Solone istituisce nella città di Atene i "dicterion", luoghi situati vicino al tempio di Venere, presso il porto, in cui fa imprigionare molte donne, le “dicteriadas”, per la maggior parte schiave asiatiche da lui stesso comperate. Tali istituti sono diretti e amministrati finanziariamente dai "parnotropos", incaricati di controllare che ogni ragazza percepisca un salario e che l'insieme dei benefici vada allo Stato (S. de Beauvoir, "Il Secondo Sesso", Il Saggiatore Economici, 1994).

L'istituzione di case riservate all'esercizio del meretricio e riconosciute dallo Stato, inaugura una doppia morale che, da una parte, accetta la pratica della prostituzione a garanzia della famiglia e delle "donne oneste", dall'altra, la relega in luoghi chiusi e separati dalla vita sociale. La prostituta, dice Simon de Beauvoir, «è un capro espiatorio; l'uomo si scarica su di lei della propria turpitudine quindi la rinnega».

Nell'antica Roma, il corrispettivo del dicterion greco è il "lupanare": in entrambi i casi, si tratta di postriboli, cioè di locali pubblici sorvegliati dallo Stato. La ragione di istituzionalizzazione del fenomeno non cambia: essa «rispondeva a tante filosofie governative, che andavano dalla necessità di soddisfare i bisogni sessuali di truppe in guerra all'esigenza di controllare, in qualche misura, l'igiene e la sanità in questo tipo di rapporti, dall'opinione che la sessualità maschile si proponesse per un'eccedenza extra-familiare che andava soddisfatta ed incanalata, alla sorveglianza ed alla vigilanza delle autorità sul comportamento delle ospiti delle case» (G.Greco, op. cit.).

Nella tradizione romana antica, non è mai esistita una prostituzione sacra, anzi, tale attività è considerata tra le più infime e relegata nelle case chiuse. Solo in seguito ai primi contatti con l'Oriente, si diffonderà anche la figura della "cortigiana", alla quale sono riconosciuti un posto e un peso nella vita pubblica: essendo il matrimonio un semplice contratto sganciato da ragioni affettive, è accettata l'idea che la prostituzione serva ad appagare i sensi.

Cicerone (106 a.C.), in un passo del discorso "Pro Caelio" sentenzia: "Se c'è qualcuno che pensa che ai giovani debbano essere vietate le relazioni amorose con prostitute, certo questi è un uomo di austere opinioni, ma è lontano non solo dalle usanze dei contemporanei, ma anche dalle consuetudini e dalla permissività degli antenati. Quando mai cose del genere non sono accadute? Quando mai sono state biasimate? Quando sono state proibite?". Quanto a Catone, l'austero per antonomasia, secondo Orazio ("Satire"), aveva idee piuttosto larghe in materia. Vedendo un conoscente uscire da un lupanare, o casa di tolleranza, lodò il giovanotto perché aveva sfogato la propria "increscevole libidine discendendo laggiù, senza godersi la moglie altrui".

A Roma, le prostitute si dividevano in molte categorie: c'erano le "etere" o "emancipate", le "attrici" o "danzatrici", che avevano contatti con personaggi pubblici, storici e filosofi (Cicerone pranzava con una certa Citeride); un gradino più in basso si trovavano le "arpiste" e le "musicanti"; poi c'erano le prostitute vere e proprie, perlopiù schiave che non potevano sottrarsi al loro destino, che come tali erano registrate e schedate nella lista degli edili, insieme ad un appellativo da "battaglia" o "nome d'arte" che dir si voglia.

Il diritto romano regolò la prostituzione con varie leggi: sopra l'abito, le prostitute dovevano indossare la toga, cioè il vestito maschile, per essere riconosciute; le “case”, note come lupanari, potevano essere aperte solo nelle ore notturne, perché di giorno avrebbero danneggiato l’economia distraendo il cittadino dalle consuete attività produttive, ed erano situate fuori città o comunque in zone urbane ben individuabili e accessibili solo da chi volesse frequentarle.

A Roma c’erano qualcosa come 32mila prostitute che si vendevano per l’equivalente di pochi euro di oggi nei lupanari dei bassifondi, dove le stanze erano piccole e più simili a celle che a un’alcova di piacere; sui muri, dipinti o scritte erotiche solleticavano gli appetiti dei clienti e servivano come catalogo delle varie prestazioni (in realtà, oltre che nei postriboli dichiarati, se ne trovavano negli alberghi, nei forni o nelle rosticcerie, nei locali notturni; vi erano anche le "ambulatrices" o passeggiatrici, le "noctilucae" o falene notturne, le "bustuariae", che si aggiravano nei pressi dei cimiteri e, al caso, si producevano anche come prefiche o piagnone durante i funerali. Infine, c'erano le "diobolariae", le infime, quelle da due soldi. Naturalmente, come oggi, non mancavano i prostituti maschi. E non mancavano nemmeno quelli che oggi chiamiamo “club privés”: dei lussuosi postriboli privati ospitati in abitazioni patrizie, gestiti dalle stesse matrone e ben frequentati dall’alta società, mariti e figli delle matrone compresi. Ciò non toglie che la tendenza principale dello Stato fosse quella di regolare e controllare direttamente il meretricio, tanto che con Caligola le prostitute furono sottoposte a gravami fiscali.

Ma chi frequentava le prostitute? I giovani innanzi tutto. Non bisogna dimenticare che, secondo Dione Cassio, già all'inizio dell'età imperiale, la popolazione femminile era di circa il 17% inferiore a quella maschile, e dunque molti uomini, anche volendo, non avrebbero saputo con chi sposarsi, e dovevano, dunque, frequentare le prostitute. Superfluo dire quanto la diffusione di questo tipo di prestazioni sessuali mercenarie, accompagnate dalla mancanza di igiene e di controllo sanitario, abbia favorito il propagarsi di malattie venéree. Celso, affermato medico romano, riferendosi alla gonorrea, così la descrive: "La regione sessuale va soggetta ad una malattia che è un flusso di semenza, che senza stimolazione erotica, senza fantasie notturne, esce con abbondanza tale da far morire il paziente dopo breve tempo, per consunzione". Di alcune ulcerazioni sui genitali si dice: "Strane piaghe ulceranti deturpano fortemente ed in modo orribile le parti genitali; possono essere curate con rami di rovo". Mentre Marziale ne parla come di una "malattia vergognosa che ha distrutto la ghiotta parte".

Era con il suo primo rapporto sessuale con una donna, più che indossando la toga virile, che il maschio romano attestava il proprio ingresso nella maggiore età. Per la mentalità latina, il soddisfacimento dei piaceri fisici era una delle condizioni indispensabili per garantire la stabilità della struttura sociale, basata soprattutto sulla virilità dell'uomo.

Solitamente, le meretrici erano schiave o appartenevano ai ceti più miseri, ma, per quel gusto della trasgressione che è sempre stato forte nella natura umana, non era nemmeno infrequente trovarsi a letto con una "prestatrice d'opera" d'alto rango, che ovviamente si presentava sotto falso nome, come si dice dell'irrefrenabile Messalina, moglie dell'imperatore Claudio.

Le prostitute godevano della protezione di due divinità: Venere Ericìna, importata dalla Sicilia, le cui sacerdotesse praticavano la prostituzione come un rito religioso, e Prìapo, importato a dall'Asia minore, raffigurato con un membro piuttosto virile. A questi dèi, la società romana non mancò mai di esprimere nei fatti la propria spontanea e compiaciuta venerazione. Mentre le prostitute venivano considerate perlopiù come feccia.

Se un maschio libero si concedeva rapporti erotici con un altro maschio, era al massimo considerato semplicemente "impudicus", uno sporcaccione; mentre alle prostitute venivano affibbiati appellativi che, col tempo, sono diventati parte nel moderno vocabolario volgare: "lupa", dal nome di quella selvaggia, e sempre "allupata", Acca Larenzia che aveva allevato Romolo e Remo; "puttana", dal verbo latino "putere", puzzare; "troia", termine spregiativo che fa riferimento alla femmina del porco o anche al troiaio, il porcile, per indicare quel luogo fetido e lurido dove le malcapitate si prostituivano.

"Qui sono venuto ed ho fottuto" (iscrizione trovata nei lupanari di Pompei).

I bordelli (lupanari) erano assai numerosi. Nella sola Pompei, ce n'erano almeno un paio di dozzine, per una cittadina che contava circa 8000 persone. A Roma se ne contavano, nel IV secolo, almeno 46, ma c'è da dire che a questo numero mancano tutti i lupanari che non erano dichiarati, inseriti come attività secondaria in taverne ed ostelli. I lupanari comunque non erano solo presenti a Roma o nelle città. Anche nelle zone di campagna, sovente, i proprietari terrieri allestivano ambienti atti ad ospitare incontri amorosi a pagamento.

I quartieri in Roma dove erano concentrati i bordelli erano la suburra ed i dintorni del Circo Massimo. Qui sembra "operasse" Messalina, che, per placare il suo insaziabile desiderio di "amore", prestava servizio proprio in un lupanare situato nei pressi del ludico complesso. Il suo nome d'arte era Lycisca. C'è pesino chi giura che Messalina, o se volete Lycisca, si aggiri ancora nei pressi del Circo Massimo per adescare clienti...



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