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Some of the world’s leading robotics and artificial intelligence pioneers are calling on the United Nations to ban the development and us...

giovedì 24 luglio 2008

LA MOSTRA DELLE ATROCITA'

SEDIA ELETTRICA SHOW

L’uomo sussulta e si contorce, trattenuto a fatica dai legacci di cuoio che lo legano alla sedia. L’agonia prosegue in mezzo al fumo sprigionato dalle scariche elettriche che attraversano il corpo. Sullo sfondo si sentono risate e musica elettronica.

È il "sedia elettrica show", un filmato molto popolare su YouTube, che ritrae l’agonia di un manichino di lattice su una finta sedia elettrica. La trovata, comprata via Internet e spedita da Las Vegas, è di un giostraio del Luna park dell’Idroscalo, nella parte orientale del Milanese.

Basta un euro per godersi uno spettacolo di morte di 55 secondi, che ha subito suscitato l'entusiasmo di centinaia di persone ogni giorno, uomini, donne e bambini.

«Mi fa schifo che nessuno si renda conto della gravità di episodi simili», è il commento su YouTube di Pipperminte, che risponde a Mattiabdk, per cui invece le critiche sono solo «falso moralismo per un gioco da sagra».

«Agghiacciante, che schifo, senti i ragazzini come se la spassano...». I commenti spaziano dal disgusto al divertito imbarazzo.

Le reazioni state immediate. Donato Mosella, parlamentare del Pd, si è appellato al ministro dell´Istruzione, Mariastella Gelmini, per togliere la finta sedia elettrica. Articolo 21 ha lanciato una petizione sul sito, tra i primi firmatari Boosta dei Subsonica.

«Pornografia macabra», è stato il commento di Tiziana Maiolo, assessore comunale e fondatrice dell´associazione Nessuno tocchi Caino, il cui responsabile Sergio D´Elia parla di «operazione demenziale, culturalmente devastante, che cancella anni di lavoro di chi si batte contro la pena di morte».

Uno spettacolo osceno, siamo d'accordo, che però è stato trasmesso in prima serata da tutti i telegiornali, che si sono ben guardati dal censurarlo.

WAR ON THE MIND

Il controllo della mente è sempre stato il sogno, neanche tanto occulto, dei tecnocrati.

È noto il programma di controllo mentale “MK-Ultra” condotto dalla CIA negli anni ’60: droghe psicotrope, ipnosi, elettroshock e lobotomia, esperimenti condotti su cavie umane volti al controllo e manipolazione del cervello. Il progetto fu interrotto ufficialmente per il grosso scandalo scoppiato grazie alle rivelazioni pubblicate dalla stampa. L'inchiesta che venne aperta non concluse nulla. A capo della Commissione incaricata di indagare vi era Nelson Rockefeller.

[...] Il tutto funziona in questo modo. Agli uomini viene mostrata una serie di film raccapriccianti che divengono progressivamente sempre più orrendi. L'uomo sottoposto ad addestramento è costretto a guardare dato che ha la testa bloccata da ganasce, in modo che non possa girarsi, e uno speciale aggeggio tiene aperte le sue palpebre [...] Uno dei primi film mostra un giovane africano che viene crudelmente circonciso dai suoi compagni, membri della sua stessa tribù. Non è usato nessun tipo di anestetico e il coltello è, ovviamente, spuntato e non affilato. Quando il film è finito, all'addestrato vengono poste domande irrilevanti del tipo: “Qual era il motivo (del disegno) sul manico del coltello?”, oppure: “Quanta gente teneva bloccato il ragazzo?”. In un altro film, la camera segue i movimenti di un uomo al lavoro in una segheria, mentre taglia delle tavole di legno. Il film mostra i suoi movimenti - lo spingere la tavola - fino a quando egli scivola e si taglia via le dita. Inoltre, misure fisiologiche vengono prese per assicurare che gli uomini imparino realmente a rimanere calmi mentre guardano [...]

(Peter Watson, "War On The Mind")

Come scrisse T.S. Eliot, "il genere umano non può sopportare troppa realtà". La televisione, iper-realtà senza tregua, ci insegue sin nelle nostre notti insonni, con una riproduzione continua del mondo che ormai ha preso il posto del mondo stesso.

"Il lavaggio del cervello, come si pratica oggi, è una tecnica ibrida, che trae la sua efficacia in parte dall'uso sistematico della violenza, in parte dall'accorta manipolazione psicologica. Rappresenta la tradizione di 1984 che sta per mutarsi nella tradizione del Mondo Nuovo"

(Aldous Huxley, "Ritorno al Mondo Nuovo").

L'OCCHIO CHE UCCIDE

"Oggi, l’occhio fotografico non è solo quello del reporter incollato all’evento, modello Robert Capra, è l’occhio comune: voyeurismo e affetti, turismo e stereotipo, esotismo e controllo, ricordo e tortura, possesso e bisogno morboso di contemplare. Abbiamo consumato lo spettacolo della guerra, siamo passati alle stragi, alle torture, ai rapimenti e agli sgozzamenti mediatici. Da una parte la manutenzione della paura, dall’altra la costruzione delle sicurezze passano a colpi di video digitali e comunicati in rete [...] La distanza che separa Abu Ghraib dai lager nazisti, dalla bomba atomica, dai Gulag, dal Vietnam e persino dall’ex Jugoslavia è la penetrabilità interstiziale della fotografia digitale, l’istantaneità del suo flusso globale, è la rottura del circuito del controllo, è la possibilità di modificare, alterare, sabotare l’immagine ufficiale destinata alle masse infinite di consumatori mediali per determinare e condizionare il presente [...]

(Giovanni Fiorentino, "L’Occhio che Uccide La fotografia e la guerra: immaginario, torture, orrori", Meltemi, 2004).

Nello sguardo dello spettatore contemporaneo albergano ormai in pianta stabile immagini di violenza, morte e guerra. I telegiornali, i quotidiani, i siti Internet, "documentano" l’orrore dei kamikaze e dei bombardamenti sulle popolazioni civili, le decapitazioni e le torture sui prigionieri, in una sorta di danza macabra nella quale non è più rintracciabile un briciolo di verità. Le immagini che invadono ogni giorno la nostra mente sono abilmente selezionate, tagliate, censurate, manipolate, da un sistema informativo mai obiettivo. Ciò determina un vortice mediatico il cui scopo è quello di "sedurre e sedare", tenere a bada le masse, inchiodarle davanti allo schermo, nutrendole di immagini da consumare selvaggiamente senza spazio per alcuna riflessione critica.

"L’immagine è voyeurismo, pulsione, necrofilia, scopofilia, controllo, possesso, bisogno morboso di contemplare. Eros e Thanatos" (Fiorentino, op.cit.)

L’abbraccio "morboso" tra guerra e immagine continua a stringersi sempre di più, avendo come effetto un’amplificazione della rappresentazione del male, sempre più efferata, sempre più morbosa, sempre più ossessiva, sempre più anestetica.

IL DOLORE DEGLI ALTRI

Su questo stesso tema si è interrogata, poco prima di morire, Susan Sontag. "Regarding the Pain of Others" ("Guardando il Dolore degli Altri") è dedicato alla rappresentazione della morte, in particolare a quella fotografica (l'idea del libro gli era venuta durante il suo reportage di guerra a Sarajevo, dopo quelli in Vietnam, Rwanda e Afghanistan).

Margaret Bourke-White fece parte di quel gruppo di fotografi che per primi, nella primavera del 1945, testimoniarono gli orrori di Buchenwald. Qui, come anche a Bergen-Belsen e Dachau, la fotografia si impose su qualsiasi altro tipo di documentazione.

In una delle fotografie scattate in quell'aprile a Buchenwald, una civile tedesca si copre il volto con la mano sinistra per non assistere al macabro spettacolo dei cadaveri.

L'orrore dell'immagine appare il modo più eloquente di testimoniare una realtà "ricostruita", proprio come quella macabra composizione, in cui tre cadaveri costruiscono quasi una croce schiacciata per terra: i due corpi che ne costituiscono i bracci appaiono quasi irreali, l'oscenità di quello al centro, nella sua raccapricciante nudità, rappresenta il centro espressivo dell'immagine.

Siamo di fronte a una di quelle immagini il cui valore consiste nel mostrare.

Non sembrerebbe esserci alcun dubbio sull'autenticità di ciò che mostra una fotografia scattata da Eddie Adams nel febbraio del 1968: il capo della polizia sudvietnamita, il generale di brigata Nguyen Ngoc Loan, mentre uccide un sospetto vietcong in una strada di Saigon.

Eppure, fu una messinscena, orchestrata dallo stesso generale Loan, che condusse il prigioniero, le mani legate dietro la schiena, nella strada dove erano riuniti i giornalisti: collocatosi accanto al prigioniero, in modo che il suo profilo e il volto della vittima fossero visibili alle macchine fotografiche poste alle sue spalle, Loan sparò a bruciapelo.

Il corpo dell’uomo di affari americano Nicholas Berg è stato ritrovato l’8 maggio vicino ad un cavalcavia di Baghdad e un video della sua presunta decapitazione è apparso l’11 maggio su due siti internet ufficialmente collegati ad Al-Qaeda.

In seguito, si è scoperto che, sebbene il server era in Malesia, i responsabili dei due siti si trovavano in Europa, a Londra e in Danimarca (e, come noto, in rete ci sono centinaia di falsi siti islamici gestiti dalla CIA).

Secondo le dichiarazioni rilasciate all’Asia Times Online da un famoso chirurgo e da uno specialista in medicina legale, il video in questione potrebbe essere tutta una messinscena. "Provate a convincermi che non sia un falso", ha detto John Simpson, direttore del Dipartimento di Chirurgia al Royal Australasian College of Surgeons, in Nuova Zelanda. Anche secondo John Nordby, specialista in medicina legale, la decapitazione di Berg è stata "inscenata". "È impossibile stabilire se le scene riprese siano consecutive".

Simpson e Nordby ritengono entrambi altamente probabile che l’ostaggio americano sia morto in un tempo precedente alla decapitazione. All’apparenza, oltre ad altri fattori, manca infatti l’ "imponente" fiotto di sangue che sarebbe dovuto sgorgare dall’arteria recisa. "Le persone nelle immediate vicinanze di Berg si sarebbero ricoperte di sangue nel giro di pochi secondi", ha affermato Simpson. Inoltre, i medici legali sostengono che, durante un simile attacco, il sistema nervoso autonomo di una persona avrebbe reagito in modo violento, con i tipici tremiti e movimenti convulsi. "Potrebbero aver usato un manichino", ha ipotizzato Simpson.

La mostra delle atrocità si impossessa della storia intesa come rappresentazione, nella misura in cui ogni suo documento è il frutto di una "messa in scena". La brutalità e l'orrore che spesso ci sgomentano nelle foto sono frutto di una precisa strategia psicologica.

È il "cuore di tenebra" dell'immagine fotografica.

Il valore di questi documenti visivi non è solo politico ma anche estetico: la loro sovraesposizione o, al contrario, la loro censura, condizionano la percezione che hanno gli spettatori degli eventi reali. Queste immagini oscene, private, progressivamente anestetiche, creano un cortocircuito nell'ambito del visivo.

L'orrore a cui le immagini attingono, spesso in modo totalmente autoreferenziale, simula un'aderenza totale alla realtà rappresentata che può portare all'anestetizzazione degli sguardi e delle coscienze degli spettatori.

La manipolazione è sempre in agguato.

Lo shock provocato dalla mostra è destinato ad affievolirsi parallelamente all'assuefazione. Lo spettatore è ridotto a semplice voyeur, stuzzicato nelle sue più intime e voluttuose paure, tranquillizzato dalla consapevolezza di una distanza fra lui e una sofferenza che non lo riguarda, che, infine, non lo tocca più intimamente.

"Lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci… esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convinti di essere nel giusto – possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo" (Sontag. op. cit.).

THE ATROCITY EXHIBITION

Lo scrittore James Ballard ha dedicato la sua vita a studiare e descrivere l'abitante del "mediascape", il paesaggio artificiale creato dai mass-media che ha cambiato per sempre l'esperienza e il senso di realtà dell'uomo del XX secolo.

"La mostra di quest'anno aveva un segno inquietante: tutti i quadri insistevano sul tema della catastrofe planetaria, come se questi pazienti, così a lungo segregati, avessero avvertito nelle menti dei dottori e delle infermiere una specie di sconvolgimento sismico".

Ne "La Mostra delle Atrocità" ("The Atrocity Exhibition"), uno dei suoi capolavori, un uomo dal carattere sfaccettato che cambia nome (Travis, Talbot, Traven, Tallis, Talbert, Travers) vorrebbe uccidere di nuovo il Presidente John Kennedy, ma in modo che abbia un senso. Nel complesso, i racconti sono una sorta di studio pseudo-scientifico dell'influenza di vari avvenimenti luttuosi del decennio, come l'uccisione del Presidente Kennedy e la morte di Marylin Monroe, sulla sessualità e l'immaginario degli spettatori.

Usando continue citazioni e riferimenti a Raymond Roussel, André Breton, Salvador Dalì, René Magritte, Max Ernst, e all'arte surrealista in genere, Ballard esplora in modo sistematico, quasi clinico, e paradossale, come il mediascape, il paesaggio immaginario costruito dai mass-media, stava in quegli anni ristrutturando non solo l'immaginario collettivo del pubblico, ma lo stesso sistema nervoso della specie: "icone neuroniche sulle autostrade spinali".

I grandi eventi luttuosi rappresentati in modo spettacolare dai media (la morte di Marilyn Monroe, l'assassinio di Kennedy, il disastro dell'Apollo) divengono le nuove mitologie dell'era tecno-mediatica, una realtà virtuale che procura nello spettatore un'alterazione della coscienza spesso traumatica. Come nel protagonista del suo romanzo, che vuole rimettere in scena gli stessi eventi (spesso usando come vittima sacrificale la moglie) per dar loro il senso che avevano perso nella rappresentazione mediatica. L'aspetto mitologico e paradossalmente religioso si incarna nelle tre misteriose figure di Coma, Xero e Kline, che accompagnano Travis/Traven in vari episodi.

La perdita del senso comune, è questo che indagava Ballard, e la nascita di un nuovo senso (una "nuova carne"), una nuova realtà simulata dai media.

Scrive Ballard del libro: "Ho cercato di analizzare quello che succede nel punto in cui si incontrano il sistema dei media e il nostro sistema nervoso. Qual è il reale significato della morte di Marilyn Monroe o dell'assassinio di Kennedy? Come agiscono su di noi a livello neurofisico, a livello inconscio? Come questi eventi mediatici influenzano la nostra immaginazione?".

Le peregrinazioni nel paesaggio mediatico dei vari "sé" di Traven coi suoi molti nomi, la riproposizione della prosa scientifica (medica, sociologica, psicologica), le narrazioni paradossali, sono l'arma con cui Ballard vuole contrastare "il matrimonio tra ragione e incubo che ha dominato il XX secolo".

La "mitologia del futuro prossimo" che Ballard voleva creare andava esattamente nel senso contrario. È proprio tramite l'attraversamento dell'inferno che i suoi personaggi attingono a quel poco di ambigua salvezza a cui possono arrivare. È nella malattia mentale, nel disturbo dell'identità, nella "morte degli affetti", la chiave per comprendere se stessi e il mondo.

La scarnificazione del corpo, lo scambio fra interno ed esterno, reale e virtuale, si riflettono in una scrittura frammentata, frattale, implosiva, schizofrenica. Lo stravolgimento della forma romanzo tradizionale, qui più ancora che nel romanzo postmoderno americano, è la traduzione stilistica di quella rottura fra forma e contenuto in cui Ballard aveva individuato uno dei problemi centrali dell'era post-industriale.

Nella sua analisi del rapporto tra l'ipertrofia tecnologica e la modificazione delle strutture profonde della psiche, nella figura dell'interno del corpo (e in particolare del sistema nervoso) che si scambia e si confonde con l'esterno, nel rapporto di scambio che l'uomo instaura col mondo, dell'insieme delle rappresentazioni mentali che di esso si fa e delle modificazioni che gli impone con la sua azione sull'ambiente, aveva colto uno snodo dell'immaginario, un punto critico, un processo di ingolfamento, una "ipertrofia dell'immaginario" (l'immagine del mondo che diventa un gigantesco sistema nervoso richiama la concezione dei mass-media di Marshall McLuhan, un autore che gli è più vicino di quanto non si pensi).

La mostra delle atrocità rimane un paradigma, con la sua scrittura autenticamente cosmopolita, antropologica, fantarealista o transrealista.

Siamo tutti "abitanti del mediascape", così come descritto da Ballard. Dobbiamo solo prenderne coscienza.

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