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giovedì 10 luglio 2008

OLIGOPOLY INC. 2008

Nel documento finale approvato dal G8 a Hokkaido, in Giappone, si legge che gli 8 Grandi vogliono più petrolio e più nucleare. “Siamo molto preoccupati”, hanno detto i leaders di Oligopoly Inc., “per il deciso aumento dei prezzi del greggio che mettono a rischio l’economia mondiale”.

Si invitano dunque i paesi produttori ad aumentare “sul breve termine” la capacità di produzione e raffinazione per ridurre i prezzi. ‘’Sul lato della domanda è importante fare ulteriori sforzi per migliorare l’efficienza energetica così come incrementare gli sforzi per seguire una diversificazione energetica'’. Poche parole invece sul tema della speculazione finanziaria: ‘’Sosteniamo gli sforzi presi dalle più importanti autorità nazionali per una maggiore trasparenza nei mercati dei futures nelle materie prime'’.

Sempre in tema di energia, i leaders di Francia, Inghilterra e Italia si aspettano “mille nuove centrali nucleari nel mondo”. Berlusconi ha aggiunto: “il mondo industrializzato vuole passare dai combustibili fossili al nucleare, più pulito”.

Sul riscaldamento globale, altro grande tema, nel documento approvato si punta a “un dimezzamento delle emissioni dei gas serra entro il 2050″. Il primo ministro giapponese, Yasuo Fukuda, sostiene che l’intesa raggiunta rappresenta “un grande risultato. C’è una visione comune sulla questione del clima”.

In totale disaccordo le associazioni ambientaliste, a cui l’impegno appare assai poco concreto, soprattutto per il suo termine. troppo lontano nel tempo: “Patetico slogan”, secondo Greenpeace. “Nel 2050 la Terra sarà già bruciata”, gli ha fatto eco Oxfam International, una Ong britannica. “I grandi fuggono dalle loro responsabilità”, ha lamentato il WWF.

Responsabilità che dovrebbero essere condivise da tutte le potenze energetiche, prima fra tutte la Cina, il paese che inquina di più al mondo. Gli Stati Uniti sostengono di non poter portare avanti l'obiettivo di dimezzare le emissioni nocive se le economie in rapido sviluppo come la Cina non faranno la loro parte.

E invece, sia Cina che India, si sono permesse di rifiutare l'accordo che prevede un taglio del 50% alle emissioni di gas serra entro il 2050. Le due emergenti economie asiatiche, che assieme producono il 25% delle emissioni, si sono dette disponibili ad assumere impegni solo più avanti nel tempo.

Il presidente cinese Hu Jintao ha detto che il problema del cambiamento climatico è stato preso molto sul serio, ma ha sottolineato che l'onere maggiore deve ricadere sui paesi ricchi. La Cina, ha ribadito, è un paese ancora in via di sviluppo, la crescita delle emissioni dipende in larga parte dall'insediamento di industrie occidentali nel Paese.

I "lavori" si erano aperti sabato 5 luglio a Sapporo, nel nord del Paese, dove 5.000 persone sono scese in piazza per manifestare il proprio dissenso: sindacalisti, pacifisti, agricoltori e studenti si sono ritrovati in un parco della cittadina giapponese, circondati da migliaia di poliziotti in tenuta anti-sommossa.

«I Paesi membri del G8 sono venuti meno alle loro responsabilità», ha denunciato Akiyoshi Ishida, uno degli organizzatori della manifestazione, sottolineando i fallimenti della lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici e la crisi alimentare.

«Non è il momento di andare in vacanza, è il momento di affrontare i problemi - ha dichiarato Lucy Brinicombe, di Oxfam International - dobbiamo lavorare affinché vengano cercate soluzioni a problemi come la crisi alimentare e il clima del pianeta».

Tra fischi, canti e slogan i manifestanti hanno indossato delle maschere dei dirigenti del G8 e, vestiti con tradizionali kimono, hanno intonato il ritornello di una canzone del gruppo musicale Abba: «Money, Money, Money».

Le associazioni ambientaliste, in un momento promosso dal Climate Change Action Network, al quale aderisce anche Legambiente, presso l’International Media Center, hanno tenuto un breve briefing proprio sui mutamenti climatici.

Le maggiori preoccupazioni del mondo ambientalista sono rappresentate dall’insistere sul processo MEM (Major Economies Meeting on Energy security and climate change), promosso dal presidente degli Stati Uniti Bush, ovvero il dialogo fra tutte le maggiori economie mondiali al fine di trovare un consenso sul futuro regime di riduzione delle emissioni di gas serra - dato che il Protocollo di Kyoto prevede impegni solo fino al 2012 - che per il momento sta lasciando ad ogni singolo paese la scelta di soluzioni al problema con tempi, limiti e strumenti del tutto indipendenti.

L’altra forte preoccupazione riguarda la via del nucleare, dopo che il ministro italiano dello sviluppo economico Claudio Scajola, durante il G8 dei ministri dell’Energia riunitosi ad Aomori, ha convinto i propri colleghi ad adottare un testo propedeutico a quello finale di Toyako in cui si afferma che: “un numero crescente di paesi ha espresso interesse per i programmi nucleari quali strumento per affrontare le sfide del cambiamento climatico e della sicurezza energetica. Questi paesi considerano il nucleare uno strumento essenziale per ridurre la dipendenza dai carburanti fossili e di conseguenza ridurre le emissioni di gas a effetto serra”.

Nonostante Le imponenti misure di sicurezza che hanno contraddistinto il vertice, nella piccola cittadina di Toyako, sull’isola di Hokkaido, sono convenuti oltre 2000 rappresentanti di Ong mondiali insieme ai movimenti No Global per manifestare il proprio dissenso.

Hanno riferito in una nota le numerose associazioni umanitarie presenti: "L’aumento vertiginoso dei prezzi di cibo e carburanti stanno avendo un impatto disastroso sulle persone che vivono con l’Hiv/Aids, sulle donne, i poveri e in generale sui più vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo.Temiamo che i Paesi ricchi intendano sostituire con promesse insignificanti gli impegni presi in passato per la lotta contro le pandemie".

Secondo quanto denunciato, i Paesi del G8 hanno rispettato solo il 14% degli aiuti sin qui promessi, pari a 3 miliardi di dollari dei 22 annunciati. Mancano all’appello le quote di Francia, Canada e Italia.

(© WWF/Meike Naumann)

Nessuno dei paesi più industrializzati è andato neanche vicino agli impegni presi per ridurre le emissioni nocive. In particolare, secondo un recente studio commissionato dalla società internazionale di servizi finanziari Allianz e dal WWF, Stati Uniti, Canada e Russia.

Un anno fa, al G8 summit di Heiligendamm, in Germania, i leaders delle 8 economie occidentali più industrializzate - responsabili per più del 60% delle emissioni di anidride carbonica - avevano promesso di combattere i cambiamenti climatici in grande stile. Ma, come al solito, le parole non sono state seguite dai fatti.

Compilato da Ecofys, una società di consulenza specializzata in analisi ambientali ed energetiche, lo studio "G8 climate scorecards 2008" ha esaminato le promesse politiche, le politiche anti-emissioni implementate dai governi del G8 e trends attuali comparati a quelli del 1990, che il punto di riferimento stabilito dagli obiettivi di Kyoto. Nello specifico, lo studio ha valutato le performance di ogni paese in tre diverse categorie: efficienza energetica, energie rinnovabili e funzionalità del mercato delle quote.

Il punteggio maggiore è stato assegnato alla Gran Bretagna, seguita da Francia e Germania, mentre i peggiori sono risultati Stati Uniti, Canada e Russia. Lo studio afferma che gli Stati Uniti, in particolare, "fanno registrare il punteggio peggiore di tutto il G8, essendo il paese con le più alte emissioni pro capite e con un trend totale in aumento". Inoltre, data la sua scarsa efficienza energetica, le politiche attualmente in discussione e il prossimo cambio di governo, c'è ben poca speranza che possano far registrare dei miglioramenti significativi nei prossimi anni.

L’Italia si ritrova al quarto posto perché ha aumentato del 12% le emissioni rispetto al 1990 a confronto coi propri impegni di riduzione del 6,5%. La sua posizione nelle politiche a livello internazionale (spesso influenzata da lobby) risulta passiva e dunque alla fine diviene un ostacolo anche per gli altri.

In generale, il quadro rilevato da Ecofys mostra un blocco dei Paesi UE che si mostrano incapaci di determinare una reale svolta.

La Gran Bretagna è stata premiata per i suoi recenti sforzi legislativi, la Francia per il suo ruolo di leadership internazionale e il suo basso livello di emissioni, la Germania per aver puntato con successo sulle energie rinnovabili. Tuttavia, nessun paese ha fatto abbastanza rispetto a ciò che aveva promesso. Lo studio cita anche la crescita delle emissioni in Giappone e in Russia, l'aumento dell'uso di carbone in Gran Bretagna e in Germania, l'assenza di uno schema di emissioni funzionante in Giappone. Inoltre, viene gettato uno sguardo preoccupante anche sulle economie emergenti di Brasile, Cina, India, Messico e Sud-Africa.

Secondo il WWF, solo un taglio di almeno l’80% entro il 2050, d’accordo con quanto oramai stabilito anche dal mondo scientifico, potrebbe “mantenere il riscaldamento globale, dovuto all’intervento umano, al di sotto della pericolosa soglia dei 2 gradi rispetto alla temperatura media della superficie terrestre dell’epoca preindustriale”.

Pur riconoscendo che i nuovi Fondi G8 di investimento nel clima promossi da USA, Gran Bretagna e Giappone possono aiutare i Paesi poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici, è indispensabile un netto aumento”del capitale, a tutt’oggi ancora insufficiente. Solo l’adattamento immediato al cambiamento climatico di un Paese come l’Etiopia, riferisce Oxfam, “costa quasi 512 milioni di euro”, contro i 319,7 milioni di euro su cui finora può contare il Fondo G8 per l’Adattamento.

L’appello lanciato da Oxfam e Ucodep vuole richiamare all’azione soprattutto l’Europa. Di fronte al rifiuto di USA, Giappone e Canada di ridurre le emissioni di CO2 entro il 2020, l’UE “è l’unica che possa garantire un reale progresso dei negoziati”. E ancora più cruciale sarà il ruolo dell’Italia, dal momento che a gennaio assumerà la presidenza del G8.

Rimangono solo sette anni per tentare di stabilizzare le emissioni di gas serra a livelli considerati sicuri.

È quanto ha dichiarato Rajendra Pachauri, il capo dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il pannello di esperti dell'ONU, ad un raduno di ministri dell'Unione Europea.

Pachauri ha fatto appello all'Unione Europea affinché diventi la leader della lotta ai cambiamenti climatici, "altrimenti", ha detto, "ho paura che tutti i tentativi di gestire e risolvere il problema collasseranno".

Alle isole Marshall, il capo dello Stato Litokwa Tomeing ha dichiarato lo stato di emergenza economica a causa del rincaro del carburante.

Salvo miracoli o soldi dall'estero, ad agosto finirà il gasolio che aziona i generatori elettrici. E comunque non ci sono i soldi per pagare l'ultima fornitura.

Il decreto dispone innanzitutto di risparmiare energia e poi ordina ai ministri delle Finanze e degli Esteri di cercare soldi in patria e all'estero.

Soldi che serviranno, nell'ordine, per comprare il gasolio ed assicurare così l'elettricità; per stabilizzare i costi dei trasporti dei rifornimenti di cibo; e, buono ultimo, per la produzione di energie da fonti rinnovabili.

Per frenare gli effetti che il rincaro dell'energia ha sulla popolazione, saranno detassati alcuni generi alimentari e offerte agevolazioni fiscali e di ogni altro tipo alle società che operano nel campo dell'energia. Il decreto prevede anche l’obbligo per i dipendenti pubblici di parcheggiare l'auto di servizio appena finito il lavoro, che il ministro della Sanità assicuri piani di emergenza per il funzionamento degli ospedali, che quello dei Lavori Pubblici riduca l'illuminazione nelle strade e il condizionamento d'aria negli uffici pubblici, che quello dello Sviluppo Economico renda disponibili progetti di energie alternative

La crisi energetica si sta facendo sentire anche in Pakistan, dove sta finendo la benzina, e in Messico, che ha cominciato a razionarla.

A causa del rincaro dei prodotti petroliferi, il Pakistan ha riserve di carburante per appena 7-8 giorni e di petrolio per 16 giorni. Normalmente, le riserve sarebbero state sufficienti per tre settimane. Ma coi prezzi correnti…

Analoga seppur diversa è la situazione in Messico, dove stanno finendo le riserve perché se le scolano tutte gli americani, dato che in Messico la benzina costa la metà, o poco più, rispetto agli Stati uniti spingendo molti americani, messi alle corde dalla benzina oltre i 4 dollari al gallone, ad andare a fare il pieno oltre confine.

Secondo una nota della Coldiretti, la soia ha raggiunto un nuovo record storico. Il tutto a seguito della riduzione delle superfici (un 30%) avvenuta negli USA e alle alluvioni del Midwest.

La situazione per gli allevatori comincia ad essere preoccupante. Questo alimento infatti viene utilizzato in massima parte per l’alimentazione zootecnica come principale fonte di proteine (anche se ultimamente fava e favino sono stati riscoperti soprattutto perché OGM free).

È quindi logico attendersi a breve un aumento dei prezzi delle carni e la conseguente tiritera giornalistica sui prezzi alti, che tutto fa tranne evidenziare le vere cause ed i possibili rimedi per questi rincari.

Rispetto a queste problematiche, Coldiretti propone all’Unione Europea la produzione di una riserva che garantisca un prezzo stabile contro gli sbalzi di produzioni interne ed esterne.

Secondo una ricerca di Don Mitchell, economista della Banca Mondiale, le impennate dei prezzi delle materie prime alimentari, che stanno mettendo in crisi mezzo Pianeta, sono dovute per il 75% ai biocarburanti. Una valutazione che contraddice quelle presentate dagli Stati Uniti, che attribuiscono l’aumento dei prezzi alla crescente domanda delle economie emergenti di Cina e India (i cui volumi di richiesta di cibo sarebbero aumentati vertiginosamente di pari passo con la crescita dei rispettivi PIL del 12% e del 9%.)

Il rapporto di Don Mitchell, secondo quanto riferisce The Guardian, sarebbe stato divulgato in ritardo per evitare attriti con Bush e la Casa Bianca, dato che proprio gli Stati Uniti sono i maggiori richiedenti di biocarburanti assieme all’Europa.

Nel dossier si legge che, dal 2002 al 2008, i generi alimentari sono aumentati del 140%, il 15% di cui causato dai costi maggiorati di energia e fertilizzanti (in linea con gli aumenti del petrolio), il 75% dai biocarburanti. Le colture alimentari difatti sono state dirottate per la produzione di carburanti e oltre 1/3 del mais americano è diretto alla produzione di etanolo, mentre circa la metà della produzione di oli vegetali europei finirebbe nei motori.

Secondo l'analisi della Banca Mondiale, l'aumento dei prezzi non sarà un fenomeno temporaneo, ma piuttosto una crescita che si manterrà stabile per un periodo di media durata. Le previsioni sui prezzi del grano, ad esempio, per il 2008 ed il 2009 sono che il costo si manterrà elevato.

Già lo scorso aprile, la Banca Mondiale aveva diffuso un documento in cui si sviluppava, in una dozzina di pagine, una analisi dello stato della crescita dei prezzi e delle possibili cause e rimedi. Il report sottolineava anche l'impegno di molti governi per porre rimedio a questi problemi. Alcuni governi stanno curando programmi di sostegno finanziario alle fasce più deboli della popolazione, programmi di “cibo-per-lavoro” o piani di aiuti straordinari con distribuzione di viveri, come ha fatto recentemente il Word Food Programme dell'ONU in Corea del Nord e sta tentando di fare in molti altri stati.

Molti paesi hanno abbassato tariffe e tasse su nodi chiave dell'economia, per dare un po' di sollievo ai consumatori. Ma questo non si sta verificando dappertutto. Il report proponeva di rafforzare le infrastrutture di base come i trasporti, le forniture elettriche e l'irrigazione, nonché gli investimenti in tecnologie per l'agricoltura.

La Banca Mondiale si è appellata alla comunità internazionale perché si riesca a coprire il buco di 500 milioni di dollari per gli aiuti alimentari del Wolrd Food Programme. Ha poi annunciato che aumenterà i fondi per terre destinate all'agricoltura in Africa nel prossimo anno, con investimenti che raddoppieranno da 400 ad 800 milioni di dollari.

Robert B. Zoellick, presidente della Banca Mondiale, prima del meeting in Giappone, aveva lanciato un appello al Presidente Bush - inviando una lettera all'amministrazione americana i cui contenuti sono stati resi noti dal New York Times - e agli altri premier del G8 proprio per trattare i recenti andamenti dell'economia mondiale.

Ma a Hokkaido di questo non si è discusso.

Lo scorso giugno si è tenuta la conferenza annuale del Gruppo Bilderberg, a Chantilly, in Virginia (USA).

Una conferenza internazionale non ufficiale, semi-segreta, ad invito, che raduna circa 130 esponenti, spesso con ruoli di rilievo nel mondo economico, finanziario o politico.

Dato che le discussioni durante questa conferenza non sono mai registrate o riportate all'esterno, questi incontri sono sia oggetto di forte critica sia la fonte di molte teorie del complotto.

L'obiettivo iniziale del gruppo sarebbe stato, nel contesto della guerra fredda, di rafforzare la cooperazione tra gli Stati Uniti ed i loro partner Europei. Poi, in seguito alla caduta dell'Impero Sovietico, lo scopo principale sarebbe diventato quello di orchestrare la globalizzazione.

Alla prima riunione, che ebbe luogo dal 29 al 31 maggio 1954 presso l'Hotel Bilderberg di Oosterbeek (in Olanda), presero parte circa un centinaio tra banchieri, politici, universitari, funzionari internazionali. Pare che figurassero tra queste personalità: i Capi del governo belga e italiano Paul van Zeeland e Alcide De Gasperi, Panavotis Pipinelis di Grecia, Denis Healey e Hugh Gaitskell del Partito Laburista inglese, Robert Boothby del Partito Conservatore.

Secondo i giornalisti che presenziarono alle riunioni del gruppo, dopo il 1976 alla presidenza subentrò David Rockefeller, membro fondatore della Commissione Trilaterale, membro della Commissione Bancaria Internazionale, presidente del Council on Foreign Relations, membro del Club di Roma e di numerose altre organizzazioni internazionali.

Altri membri di spicco dell'organizzazione sono: Giovanni Agnelli; Donald Rumsfeld; Peter Sutherland, irlandese, ex commissario di Unione Europea e presidente di Goldman Sachs e di British-Petroleum; Paul Wolfowitz ex presidente della Banca Mondiale; Roger Boothe. L'attuale presidente del gruppo è Etienne Davignon.

Tra i personaggi presenti alla riunione del 1999 venivano citati dal Corriere della Sera: Umberto Agnelli, Henry Kissinger, Mario Monti.

La riservatezza degli incontri del Bilderberg è rimasta relativamente intatta fino a che nel Parlamento europeo, nelle ultime settimane del 2004, non è salito alla ribalta il caso Diamandouros. Nell'occasione della rielezione del greco Nikiforos Diamandouros nella carica di mediatore europeo, il cosiddetto “ombudsman”, fu contestata l'appartenenza di Diamandouros al Gruppo Bilderberg.

«Questa potentissima lobby mira a conquistare posizioni nelle istituzioni dell'Unione Europea a vantaggio dei suoi membri ed è strutturata con il meccanismo della segretezza quale obbligo assoluto dei membri. Chi vuol essere mediatore Europeo non può vantare la partecipazione come membro di una lobby. Diamandouros ha persino partecipato ad una apposita conferenza Bilderberg come membro, mentre era Ombudsman greco» (intervento di Giuseppe Fortunato).

[estratto da Wikipedia]

Alla conferenza di quest’anno hanno partecipato gli italiani Franco Bernabè, CEO di Telecom Italia Spa, Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, John Elkann, vice presidente della Fiat S.p.A., Mario Monti, Preside della Università Luigi Bocconi, Tommaso Padoa-Schioppa, ex Ministro delle Finanze.

«I cartelli non sono peccati veniali; sono gravi misfatti contro la società perché corrompono la libera competizione delle forze economiche sul mercato ».

Il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, nella sua relazione annuale al Parlamento, ha sottolineato che «i cartelli sono particolarmente odiosi quando riguardano beni essenziali come il pane».

Secondo i primi dati emersi dall'indagine conoscitiva sulla governance di banche e assicurazioni condotta dal Garante, l'80% delle banche e assicurazioni quotate presenta problemi di conflitti di ruolo, legati alla presenza nei propri organi di amministrazione di persone che siedono contemporaneamente nei board dei concorrenti. L’Antitrust ha avviato 23 istruttorie contro le banche per accertare eventuali ostacoli alla applicazione della legge sulla portabilità gratuita dei mutui.

«Nonostante la nostra tempestiva presa di posizione – ha detto Catricalà - e nonostante un intervento della Banca d’Italia, molte banche si sono ostinatamente attardate in una prassi che noi riteniamo elusiva della legge che impone la portabilità dei mutui senza oneri per i risparmiatori, sì da costringerci ad aprire ben 23 procedure istruttorie».

Nel 2007, in 267 filiere alimentari monitorate dall'antitrust è emerso che il ricarico medio sul prezzo finale è stato pari al 200%, con punte del 300%. «La tensione di origine internazionale sui prezzi dei prodotti alimentari ripropone con forza l'inefficienza della nostra struttura distributiva».

Le sanzioni complessive decise dall’Antitrust nel 2007 ammontano a 86 milioni di euro. In particolare, «per i casi in cui sono state accertate violazioni delle normative comunitaria e nazionale che vietano le intese restrittive, abbiamo comminato sanzioni per 62 milioni: solo per questa misura la Global Competition Review ci colloca al primo posto nella lotta ai cartelli tra tutte le autorità nazionali dell’Unione europea. In aggiunta, occorre considerare altri 24 milioni di euro in ammende per abusi di posizione dominante».

Dal 2006 a oggi, il numero dei provvedimenti decisi, con esclusione di quelli relativi a questioni solo amministrative, delle archiviazioni e delle segnalazioni, fa registrare un incremento del 39%. Inoltre, nel 2007 le concentrazioni esaminate sono state 864, ben 147 in più del 2006. La cifra costituisce il massimo storico dalla nascita dell’istituzione.

Anche per il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, uno dei fattori dell'attuale spirale caropetrolio-crisi finanziaria è da individuare nell'impatto che hanno i "cartelli" sul lato dell'offerta.

Al Parlamento europeo, Trichet ha spiegato che la crisi è determinata da un "triangolo" di fattori di cui il primo vertice è "il fenomeno nuovo della crescita della domanda da parte delle grandi economie emergenti (...). Poi c'è l'offerta, il secondo vertice, e qui non va bene che ci siano dei cartelli, che in alcuni paesi, inoltre, ostacolano le attività di esplorazione e di costruzione di raffinerie, e creano problemi all'offerta".

A completare il triangolo c'è la "maggiore attenzione (dei mercati) alle materie prime, un fenomeno che esiste e che è determinante". Per questo, ha detto Trichet, "dobbiamo esortare i mercati a essere il più trasparenti possibile".

L'articolo 81 del Trattato di Roma contro i comportamenti anti-concorrenziali sul suolo europeo (la norma madre a tutela del mercato) e il seguente articolo 82 che blocca e sanziona gli abusi dei singoli soggetti, i due «meccanismi antitrust » in vigore nell'UE da anni, sono noti per la lotta contro le intese, i cartelli, la collusione.

Ma gli speculatori tendono a muoversi in gruppo, perché hanno bisogno di massa critica per imprimere una direzione ai prezzi delle commodities, sia pur sostenuti da "fattori fondamentali" e da ben documentati squilibri tra la domanda e l'offerta globale, mentre l'articolo 82,è in grado di prendere di mira solo le singole imprese per gli abusi di posizioni dominanti, che sono molto spesso i monopoli.

Questi due articoli del Trattato di Roma sono stati utilizzati in più occasioni contro soggetti che "vengono da fuori", che non sono europei ma che operano sul territorio europeo. La disciplina dell'ex art. 85 CEE, attualmente rinumerato dal Trattato di Amsterdam art. 81, fu applicata alla fine degli anni 70 contro un cartello chimico inglese. In seguito, i casi di applicazione contro "Paesi terzi" come la Svizzera, la Norvegia (intese su cemento, legno) sono stati numerosi.

L'episodio più eclatante e recente è quello che ha colpito la Microsoft: proprio lo scorso febbraio la Commissione UE ha inflitto una nuova multa al colosso dell'informatica, accusato di aver continuato ad abusare della sua posizione dominante dopo la condanna della Commissione nel marzo del 2004.

Nella dichiarazione finale del G8 di Osaka, pur sostituendo il termine "speculazione" con quello di " fattori finanziari", si è ammesso che il problema esiste e che va affrontato e si è assegnato al Fondo Monetario Internazionale il compito di effettuare un'indagine di verifica sul ruolo della speculazione nell'esplosione dei prezzi delle commodities.

Intanto il Brent, il greggio di riferimento europeo ha sfondato il tetto di 145 dollari al barile, portandosi a 145.75.

Secondo il segretario generale dell’OPEC, Abdallah El-Badri, intervenuto a Madrid al 19esimo Congresso Mondiale sul Petrolio, in caso di attacco militare all’Iran sarà difficile rimpiazzare gli oltre 4 milioni di barili di greggio che il paese produce attualmente.

L’Iran è il quarto esportatore di petrolio al mondo. Già lo scorso 28 giugno, il governo iraniano aveva dichiarato che taglierebbe senza esitare le forniture di greggio qualora dovesse subire un attacco di natura militare: una grave minaccia per la situazione già precaria in cui versa l’economia mondiale.

Oxfam International

Climate Action Network Europe

IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change

ucodep

G8 Climate Scorecards 2008 (pdf)

Ecofys

Major Economies Process on Energy Security and Climate Change

Coldiretti

United Nations World Food Programme

Oligopoly Inc. 2005

Oligopoly Inc. 2006

Oligopoly Inc. 2007

Eco-apocalypse 12

Estinzione globale 3

L'impero di Cindia

Economia shock

Eco-apocalypse 13

Eco-apocalypse (now)

Eco-apocalypse (now) 2

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