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sabato 5 luglio 2008

ROMANZO CRIMINALE 7: IL RITORNO DEL PRINCIPE

ROMA, 7 marzo 2006.

Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha perso la causa per diffamazione intentata contro il giornalista Marco Travaglio, l'ex deputato Elio Veltri e gli Editori Riuniti per i contenuti del libro "L'Odore dei Soldi Origini e Misteri delle Fortune di Silvio Berlusconi", ritenuti lesivi della sua reputazione.

Il giudice della prima sezione civile del tribunale di Roma, Luciana Sangiovanni, ha respinto la richiesta di risarcimento di 10 milioni di euro avanzata dal premier e lo ha condannato a 15 mila euro di spese di giudizio. Il giudice, nelle motivazioni alla sua decisione, ha sostanzialmente riconosciuto che non sussiste diffamazione perché Travaglio ha esercitato il diritto di critica e di cronaca. Come a dire che il libro non contiene né falsità né calunnie, ma fatti. Per Veltri è stata riconosciuta l’immunità prevista dall'articolo 68 della Costituzione sull'insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari.

(Segue l'intervista di Luttazzi a Marco Travaglio sul libro "L'Odore dei Soldi" andata in onda a marzo del 2001 nel corso del programma "Satyricon", in conseguenza della quale Luttazzi è stato rimosso dai palinsesti televisivi).

Luttazzi: Nel suo libro si parla di tesi, di teoremi?

Travaglio: Si parla di fatti e di documenti, che andrebbero spiegati. C'è un dirigente della Banca d'Italia, Giuffrida, che, su incarico della Procura di Palermo, studia i finanziamenti arrivati negli anni Settanta e Ottanta alle 32-34 holding di Berlusconi.

L: Cosa sono le holding?

T: Contenitori di denaro. Questo funzionario ha cercato di capire da dove venissero quei soldi: 115 miliardi in contanti dell'epoca (che sarebbero 500 di oggi), che arrivano in sette anni in contanti. Non so come arrivino, forse con dei valigioni o dei tir... Alla fine Giufrida si arrende e scrive: provenienza sconosciuta. Solo Berlusconi potrebbe spiegare. Magari c'è qualche benefattore segreto che inviava periodicamente questi soldi...

L: Ma non c'è un modo per seguire i movimenti passo passo?

T: No, Il sistema francovaluta faceva in modo che il soggetto fosse inindividuabile. Poi ci sono delle amenità, come il fatto che alcune di queste società siano state registrate fra i negozi di parrucchiere e estetista. E Infatti non si trovavano. Poi le banche dicono: "Ci siamo sbagliati...".

L: Di che banche si trattava?

T: Una era la Banca Rasini, dove lavorava il padre di Berlusconi.

L: Che cosa faceva il padre di Berlusconi nella Banca Rasini?

T: È entrato come impiegato, mi pare che abbia concluso come direttore. La Banca Rasini è indicata dai giudici di Palermo come tra le principali impegnate nel riciclaggio dei soldi della mafia.

L: Poi c'è la questione delle società chiamate monouso. Usate una volta e poi fatte sparire. Come funzionano?

T: Sono società che fanno una operazione e poi tornano all'origine. È una delle cose più incomprensibili. Neppure una persona di alto livello come Giuffrida riesce a spiegarlo. Solo Berlusconi può farlo. Può darsi che tutto ciò sia lecito. L'importante è spiegarlo.

L: Nel libro si parla di due fasi. La prima dagli anni Settanta al 1983, in cui piovono miliardi non si sa perché. Poi inizia la fase craxiana. A proposito, viene fuori che Bettino Craxi ha partecipato alla fondazione di Forza Italia, giusto?

T: Sì, c'è un ex democristiano di nome Maurizio Cartotto che racconta che nel '92 Marcello Dell'Utri lo ha convocato e gli ha detto che Berlusconi stava pensando di mettere su un partito...

L: Chi è Marcello Dell'Utri?

T: È il braccio destro di Berlusconi, palermitano. Cartotto racconta che nel '92 Dell'Utri lo ingaggia in Publitalia e gli dice di non dire niente a nessuno perché neppure Confalonieri doveva saperne nulla. Perché Confalonieri dice una cosa semplicissima: "Non possiamo entrare in politica con le tv". Oggi sarebbe tacciato di stalinismo. Comunque si tengono diverse riunioni ad Arcore. E a un paio di queste partecipa anche Bettino Craxi, poco tempo prima di volare ad Hammamet. Cartotto racconta poi anche il movente della nascita di Forza Italia, illustrato chiaramente dallo stesso Berlusconi durante una convention di quadri Fininvest: "I nostri amici, cioè Craxi e compagnia, contano sempre meno. I nostri nemici contano sempre di più. Quindi dobbiamo difenderci da soli". Ma c'è un'altra cosa assolutamente straordinaria.

L: Qual è?

T: Che nel '92-'93 Berlusconi si aggirava per le sue aziende dicendo che se non fosse entrato in politica sarebbe stato accusato di essere mafioso. Temeva che gli fossero rivolte accuse di contiguità alla mafia. Diceva: "Faranno di tutto, tireranno fuori tutte le carte". Poi, nel '94, in un momento in cui i sondaggi andavano meno bene, disse che la colpa era di Dell'Utri e delle voci su una sua vicinanza alla mafia. Ma Dell'Utri replicava: "Silvio mi dovrebbe ringraziare. Se dovessi aprire bocca io...". Molto interessante è anche la requisitoria del pm Luca Tescaroli al processo per la strage di Capaci, dove sono stati condannati tutti i boss di Cosa Nostra da Riina in giù. Tescaroli fa un accenno a un'indagine in corso a Caltanissetta sui mandanti a volto coperto che avrebbero suggerito se non altro la tempistica. Nella sua requisitoria, il Pubblico Ministero ha ricordato le parole di alcuni collaboratori di giustizia che dicono che Riina e gli altri, prima della strage avrebbero incontrato alcuni personaggi importanti: Berlusconi e Dell'Utri.

L: Ma sono accuse che non sono state dimostrate...

T: Fanno parte di una requisitoria, sono state pronunciate in un'aula di tribunale. È un documento pubblico, che penso meriterebbe un certo interesse. Invece niente. È il periodo dell'attenzione della mafia al patrimonio artistico italiano e dell'attentato a Maurizio Costanzo che era contrario all'ingresso di Berlusconi in politica.

L: Un capitolo molto interessante è quello sulla legge Tremonti, l'esponente di Forza Italia che pochi giorni fra ha dato del gangster a Visco, e Mediaset. Che cosa è successo?

T: In soldoni, la legge Tremonti offre sgravi alle aziende che reinvestono gli utili. È successo che Mediaset ha comprato dei film e ha chiesto al governo se poteva beneficiare o no degli sgravi per 243 miliardi. Non so se ne avesse diritto oppure no. C'è chi sostiene di no, in quanto i film non sono assimilabili ad un investimento materiale. Ma non è questo il punto. Il punto è che a beneficiare della legge è colui che l'ha fatta, che con una mano fa la legge e con l'altra ne gode i benefici. È lo stesso Berlusconi che si domanda "posso"? Si risponde di sì e ci guadagna 250 mliardi.

L: Ma Berlusconi, quando gli rimproverano il conflitto di interessi, dice che ogni volta che si parlerà di cose che lo riguardano si alzerà e se ne andrà dal Consiglio dei Ministri.

T: Allora il suo dovrebbe essere un governo vacante, in esilio.

L: Ho provato a elencare le cose di cui si occupa: televisioni, assicurazioni...

T: Negozi di parrucchieri...

L: E poi nel libro c'è la trascrizione di un'intervista filmata a Paolo Borsellino.

T: Un'intervista agghiacciante a Borsellino. Roberto Morrione, direttore di Rainews24, l'ha proposta a tutti, ma a nessuno sembra interessare.

L: Che cosa dice di così agghiacciante?

T: Dice che la procura di Palermo sta indagando su Berlusconi, Dell'Utri e Mangano. E poi dice che c'è un'intercettazione telefonica in cui Mangano, nel 1981, contratta con Dell'Utri a proposito di un cavallo. E dice anche che nel Maxiprocesso si è appreso che Mangano, quando parla di cavalli si riferisce a partite di droga. Borsellino, che ha senso dell'umorismo, dice : "Nella telefonata si parla di cavalli consegnati in un hotel. Se io dovessi consegnare dei cavalli li consegnerei all'ippodromo o al maneggio". Che cosa si direbbe di Borsellino, se fosse vivo oggi? Che è una toga rossa, che è arrivata la cavalleria comunista? Ma Borsellino votava per il Movimento Sociale. Se facesse oggi questa intervista sarebbe deferito come minimo al CSM. Comunque la cassetta c'è ed è in questo paese, ma non si trova un programma che la mandi in onda se non a notte fonda. È stata acquisita agli atti della Procura di Caltanissetta che si occupa delle stragi. Sarebbe molto interessante sapere di che si occupava la procura di Palermo poco prima che i suoi due maggiori esponenti saltassero per aria...

Note:

Il libro "L'Odore dei Soldi", pubblicato nel febbraio del 2001, ebbe un boom di diffusione (fino a diventare il libro italiano più venduto dell’anno e ad essere tradotto anche in Francia e in Spagna) soprattutto dopo l'intervista di Travaglio al programma di Daniele Luttazzi.

Il boss Vittorio Mangano, condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, indicato al maxiprocesso di Palermo sia da Tommaso Buscetta che da Totò Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa Nostra, morto in carcere, fu assunto da Berlusconi presso Villa Arcore tra il 1973 e il 1975, su consiglio di Dell'Utri, in qualità di stalliere; in realtà aveva il compito di proteggere il "Cavaliere" e i suoi familiari dall'anonima sequestri.

L'11 novembre 2007, alla riunione dei circoli del Buongoverno di Marcello Dell'Utri a Montecatini, Berlusconi ha difeso a spada tratta l'amico Dell'Utri dalle accuse di mafia, non esitando a riabilitare Vittorio Mangano, dichiarando che "non è mai stato condannato per mafia".

Il 7 aprile 2008, a Savona, in piena campagna elettorale, Dell'Utri ha definito Mangano un eroe: "Il fattore Vittorio Mangano, condannato in primo grado all'ergastolo – ha affermato - è morto per causa mia. Era malato di cancro quando è entrato in carcere ed è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e il presidente Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato. A modo suo è un eroe".

Milano, 17 marzo 2007.

"Non sopporto più di vedere i corrotti riabilitati. La cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su due categorie: furbizia e privilegio".

Con queste parole, l'ex PM di Mani Pulite, Gherardo Colombo, dopo 33 anni, ha annunciato l'addio alla magistratura. Il magistrato che si è occupato della loggia P2, dei fondi neri dell'IRI e di Tangentopoli, con una lettera al CSM ed al Ministero della Giustizia, ha spiegato che le motivazioni principali che lo hanno spinto a prendere una simile decisione sono dovute al fatto che il suo lavoro svolto è stato troppo spesso vanificato. Troppi reati sono entrati in prescrizione oppure a causa di leggi abrogate o modificate sono rimasti addirittura impuniti.

L'addio di Colombo alla magistratura è stato salutato con amarezza dal leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro: "Le dimissioni dalla Magistratura del Giudice Gherardo Colombo devono far riflettere - ha sentenziato - Colombo è un uomo il quale per ogni processo che ha fatto ne ha dovuti subire due. C'è bisogno che qualcuno s’interroghi profondamente su questa nuova frontiera d'illegalità che induce a non difendersi nelle aule di Tribunale, ma difendersi da esse e, soprattutto, dai magistrati che fanno il proprio dovere".

(Alberto Suchi, "Teatro d'Italia", Olio su tela, 1984)

Roma, 1 luglio 2008.

"La norma blocca-processi pone problemi di compatibilità con alcuni principi costituzionali, presenta"profili di grave irragionevolezza e può provocare effetti pesanti sul funzionamento della giustizia: costringerà a fermare un numero ingente di processi, più della metà di quelli in corso, il ché produrrà una ulteriore dilatazione dei tempi

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ha bocciato la norma "salva premier" - che sospende i dibattimenti per i reati puniti con meno di 10 anni e commessi fino al 30 giugno 2002, cioè proprio quelli che interessano il Presidente del Consiglio - che il governo Berlusconi ha inserito nel decreto legge sulla sicurezza con una modifica sottratta "ai controlli preventivi di costituzionalità del capo dello Stato e della commissione Affari Costituzionali del Senato".

L'intero decreto è finito sotto la lente dell'organo di autogoverno della magistratura che, dopo giorni di polemiche anche aspre, afferma che la norma, non solo non rispetta il principio della ragionevole durata del processo, tutelato dall'articolo 111, ma "pone delicati problemi di compatibilità" anche con l'obbligatorietà dell'azione penale sancita dall'articolo 112 della Carta. "La norma non si limita a fissare criteri di priorità" nella trattazione dei processi, "vengono introdotte nel sistema rigidità tali" da creare anche "l'esclusione dell'azione penale per intere tipologie predeterminate di reati".

La norma in questione presenta inoltre "profili di grave irragionevolezza"come la scelta dei reati, tra i quali vi sono "numerosi delitti che, secondo altre previsioni dello stesso decreto, determinano particolare allarme sociale".

"La sua struttura - scrive il CSM - la fa apparire una sorta di amnistia occulta applicata al di fuori della procedura prevista dall'articolo 79 della Costituzione".

(tra i processi che rischiano di saltare per effetto della norma, c’è pure quello sul massacro alla caserma Diaz durante il G8 di Genova, avvenuto, guarda caso, quando c'era al governo Berlusconi).

"Il fine giustifica i mezzi".

Si può parlare, in Italia, di una “storia criminale” della sua classe dirigente?

“In Italia, la storia nazionale, quella con la S maiuscola, è inestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente, tanto che in alcuni tornanti essenziali non è dato comprendere l’evoluzione dell’una senza comprendere i nessi con la seconda”.

Con il libro-intervista "Il Ritorno del Principe", il giudice Roberto Scarpinato (già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino) e il giornalista Saverio Lodato tracciano una prospettiva storica della costante collusione tra classi dirigenti e organizzazioni mafiose.

“I vertici della piramide politica”, afferma Scarpinato, “sono spesso collegati trasversalmente ai vertici di altre piramidi (…) in un’unica trama che si ricompone variamente dando vita ad un sistema globale che (…) tracima spesso nell’abuso organizzato (…) producendo ingiustizia e sofferenza sociale”.

Scarpinato e Lodato parlano di una vocazione perpetua alla violenza delle classi dirigenti italiane, che utilizzano l’arma dell’omicidio e della violenza come strumento concorrenziale in un mercato dove il fine da raggiungere è l’assunzione di posizioni monopolistiche.

D’altronde, le classi dirigenti e la loro rappresentanza politica (sia di destra che di sinistra) non hanno mostrato riserve nel “combattere” la magistratura piuttosto che la criminalità organizzata. “I testimoni e i collaboratori di giustizia sono stati progressivamente ridotti al silenzio”, afferma l’ex membro del pool antimafia ed aggiunge, “come dimenticare la demonizzazione indiscriminata dei collaboratori di giustizia nei processi di mafia che ha finito quasi per prosciugare il filone delle collaborazioni di rango?”.

La giustizia e i metodi del processo sono stati ampiamente rivisti, rimaneggiati, in nome di un garantismo formalistico, ma dove, in realtà, le necessarie garanzie di difesa si sono quasi sempre tradotte in salvacondotto per l’impunità di mafiosi e stragisti.

In Italia, in altri termini, vige una tradizione machiavellica che va dall'elogio di assassini quali Cesare Borgia alla proclamazione di eroi come Vittorio Mangano, e che dimostra, secondo Scarpinato, “la normalità della pratica dell’omicidio e dell’astuzia sleale nella lotta politica, in dispregio di ogni regola e criterio di lealtà anche nello scontro militare”.

La verità, come aveva intuito Machiavelli, è che in politica qualsiasi mezzo è lecito, anche quelli armati: le stragi - vedi 11 Settembre - sono utili soprattutto alla politica del "Principe".

APPENDICE: I COMPLICI

Il segretario nazionale dei giovani dell'UDEUR, il nipote dell'ex vicesindaco comunista di Villabate e l'ultimo erede di una famiglia per anni socia del ministro per gli Affari Regionali, Enrico La Loggia: tre picciotti di Bernardo Provenzano.

La storia di "Cosa Nuova" è raccontata da uno dei maggiori giornalisti d'inchiesta italiani, Peter Gomez, e da un grande esperto di "cose siciliane", ne "I Complici" (Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento).

La biografia del boss Bernardo Provenzano è letta attraverso le alleanze politiche ed economiche di Cosa Nostra: dall'appoggio al Partito Socialista nel 1987 fino alla stagione delle bombe di mafia del 1992-93; dall'arresto di Totò Riina fino agli accordi stretti, secondo i magistrati di Palermo, con i vertici di Forza Italia e dell'UDC siciliana.

Un resoconto esplosivo, che ricostruisce, con documenti e testimonianze inedite, la ragnatela di legami politici trasversali coltivati da Provenzano in quarantatré anni di latitanza: a cominciare da quelli sorprendenti con mafiosi iscritti al Partito Comunista e con fiancheggiatori funzionari dei DS, per arrivare sino al cassiere del clan di "zio Bìnu", pupillo di Clemente Mastella e amico di Totò Cuffaro.

Un viaggio lungo i tentacoli della Piovra, un'organizzazione criminale che in Sicilia controlla buona parte degli appalti pubblici, lavora con cooperative rosse e imprese di dimensione internazionale, ha amici che siedono ai vertici delle banche, degli ospedali, delle istituzioni economiche, come la Confindustria, e culturali, come le università.

A quindici anni dagli omicidi di Falcone e Borsellino, Gomez e Abbate raccontano, facendo nomi e cognomi, come tutto in Sicilia sia tornato come prima: decine di deputati regionali eletti a Palazzo dei Normanni, nonostante i loro evidenti rapporti con la criminalità organizzata, e parlamentari arrivati a Roma grazie al supporto degli "uomini d'onore".

Su tutto, spunta la "lunga mano" del vecchio Padrino corleonese, un uomo che non ha finito la seconda elementare, ma che si è circondato di boss che sono medici, avvocati e imprenditori.

In questo quadro, l'arresto di Provenzano, più che il segnale della riscossa, rappresenta solo una tappa nella metamorfosi definitiva verso la "Cosa Nuova" del terzo millennio: quella che affilia preferibilmente i laureati e che alla lupara preferisce il doppiopetto.

L'inchiesta parte dal ruolo centrale che ha assunto negli ultimi anni la magistratura. Come mai i politici che avevano, e hanno tuttora, frequentazioni, non occasionali, con i boss, non sono stati automaticamente espulsi dal proprio partito? Quando questo si è verificato è stato solo perché erano scattate le manette (e a volte non sono bastate nemmeno quelle). Dopo la cattura di Provenzano la situazione è addirittura peggiorata, mentre Rai e Mediaset ci hanno raccontato l'ex capo dei capi di Cosa Nostra come un vecchio senza denti, malato, ormai costretto a nascondersi in una masseria dove si producevano ricotte. Insomma, con la complicità di tutti, mass-media, istituzioni e politica, si fa finta di dimenticare che il grande potere della mafia è quello di avere rapporti totalitari, in particolare con la politica.

[...] perché è quella l'unica immagine del vecchio Padrino che è bene rimanga negli occhi degli italiani. L'immagine di una mafia antica, un po’ animale, che un tempo uccideva anche personaggi importanti evidentemente solo per il gusto di uccidere. Di tutto il resto, dei rapporti politici trasversali di Provenzano, del cassiere del suo clan, pupillo del presidente della Regione (UDC) e di un ministro UDEUR del governo Prodi, dei capi-mafia di Corleone da sempre amministratori dei beni di un importante deputato azzurro, del loro collega di Enna, abituato a baciare sulle guance e discutere di affari con un onorevole DS, mai cacciato e anzi promosso, è meglio non parlare. Le sentenze poi vanno lasciate assolutamente perdere. Condannano in primo grado Marcello Dell'Utri per tentata estorsione insieme al boss di Trapani, Vincenzo Virga, e Bruno Vespa si dedica al delitto di Cogne e al pigiama della signora Franzoni. L'attuale senatore UDC ed ex ministro Calogero Mannino si vede appioppare cinque anni e quattro mesi in appello (verdetto poi annullato con rinvio) e a Porta a Porta discute di calcio scommesse con Maurizio Mosca e Aldo Biscardi. Non è un caso. Se uno sa certe cose poi magari si mette delle strane idee in testa. Magari comincia a riflettere: forse, pensa, sono tutti innocenti, forse non hanno commesso reati, forse non avevano capito chi avevano di fronte. Ma se non sanno nemmeno distinguere un mafioso da un attivista di partito, perché bisogna permettere loro di amministrare la cosa pubblica? Oggi le analisi della Confcommercio dicono che l'organizzazione capeggiata, fino all'11 aprile 2006, dal latitante corleonese raccoglie il pizzo dal 70% delle attività commerciali in Sicilia (80% a Palermo). L'Eurispes spiega che il fatturato complessivo delle tre mafie (Cosa Nostra, Camorra e 'ndrangheta) nel 2006 ha toccato il 9,5% del prodotto nazionale lordo. Il Censis, dopo aver consultato settecento imprese, aggiunge che senza lo "zavorramento mafioso" annuo le regioni del Mezzogiorno sarebbero sviluppate come quelle del Nord. Ma un dato narra meglio di ogni altra indagine quello che sta accadendo: nella più moderna clinica di tutta l'isola, la Santa Teresa di Bagheria, di proprietà di un presunto prestanome di Provenzano, la Regione Sicilia versava per ogni ciclo completo di terapia antitumorale alla prostata 136.000 euro. Ora, dopo il sequestro da parte della magistratura, lo stesso ciclo costa 8.093 euro. E allora diventa chiaro che Cosa Nostra non conviene, che gli amministratori pubblici, collusi o distratti, vanno emarginati non per moralismo, ma per un semplice calcolo economico. I soldi che gestiscono sono i nostri [...].

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