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venerdì 26 settembre 2008

ECO-APOCALYPSE (NOW) 5

Ancora cento mesi per salvare la Terra.

Su internet è apparso il timer con il conto alla rovescia relativo al calcolo dei gas serra che sono già nell'atmosfera e al trend delle emissioni. Se non si cambia strada, fra cento mesi i gas serra, attualmente pari a circa 430 parti per milione, raggiungeranno nell'atmosfera le 450 parti per milione, ovvero la fatidica soglia oltre la quale si stima che i cambiamenti climatici diventeranno con ogni probabilità assolutamente ingestibili (il principale gas dell'effetto serra è l'anidride carbonica, che ora ha nell'atmosfera una concentrazione pari a 386 parti per milione circa. Però ci sono anche vari altri gas - il metano, ad esempio - che vengono prodotti dalle attività umane e che hanno la proprietà di intrappolare nell'atmosfera il calore del sole).

Il conto alla rovescia dei 100 mesi è su un sito internet supportato da otto associazioni ambientaliste. Il comunicato stampa che lo accompagna è stato lanciato sul sito di New Economics Foundation (NEF), un centro indipendente di studi e di iniziative che mira ad un benessere economico inteso come miglioramento della qualità della vita.

"Prepararsi al peggio".

Parlando con The Guardian, Robert Watson, ex presidente del Pannello Intergovernativo sui Mutamenti Climatici (IPCC), ora a capo dei consiglieri scientifici del ministero dell'Ambiente britannico, ha dichiarato che la Gran Bretagna deve mettere nel conto la possibilità di un incremento delle temperature medie di ben 4 gradi e mettere in cantiere di conseguenza politiche per la protezione dalle inondazioni, la salvaguardia dell'agricoltura e il contrasto dell'erosione costiera. Da tempo sia l'Unione Europea che la Gran Bretagna hanno intrapreso una serie di iniziative per limitare le emissioni di gas serra allo scopo di contenere il riscaldamento globale entro due gradi. Watson si mostra però scettico sulla possibilità che queste misure riescano a centrare l'obiettivo e invita quindi Downing Street al pragmatismo. “Dato che si tratta di un obiettivo molto ambizioso - avverte - e non sappiamo nel dettaglio in che modo raggiungerlo, dobbiamo essere pronti ad adattarci anche a quattro gradi in più". Ragionamento condiviso da David King, il predecessore di Watson alla guida dei consulenti scientifici del ministero dell'Ambiente. "Anche se riusciamo a mettere insieme il miglior accordo possibile per ridurre i gas serra - ha dichiarato al Guardian - da un punto di vista razionale dobbiamo comunque prepararci ad un 20% di eventualità di rischio. Non c'è da scegliere tra mitigazione e adattamento, bisogna perseguire entrambi".

Il riscaldamento globale costituisce una grave minaccia per le risorse idriche e alimentari del pianeta.

A ribadirlo sono stati i rappresentanti delle Accademie Nazionali delle Scienze dei Paesi del G8 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito, Stati Uniti), di Brasile, Cina, India, Messico e Sud Africa, e i e i presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione Europea.
"Le carenze di cibo e acqua sono già una realtà, specialmente in molti paesi in via di sviluppo", ha dichiarato Martin Rees, presidente della Royal Society, l'Accademia Nazionale delle Scienze del Regno Unito. Una situazione che potrà solo peggiorare se non si cambiano le tendenze attuali. "Negli anni a venire, la situazione sarà resa ancor più grave dalla crescita della popolazione e dai cambiamenti climatici", ha proseguito il prof. Rees, "queste minacce devono essere valutate in modo adeguato ed è necessario identificare delle soluzioni se vogliamo evitare degli errori costosi, che potrebbero derivare dall'investire in tecnologie e infrastrutture che non tengono conto dei cambiamenti climatici".

Non è la prima volta che scienziati delle Accademie delle Scienze per i Paesi del G8+5 manifestano apertamente le loro preoccupazioni riguardanti il riscaldamento globale. Nel 2005, avevano invitato i leader mondiali a limitare la minaccia dei cambiamenti climatici mediante una linea d'azione rapida e concreta. Sfortunatamente, i progressi nella riduzione delle emissioni globali di gas serra ancora non si vedono.

Nel frattempo, il rapporto dello scorso anno a cura dell’IPCC ha riaffermato che i cambiamenti climatici non solo si stanno verificando, ma che stanno anche influenzando molti sistemi fisici e biologici. Le risorse idriche sono le più vulnerabili, assieme a quelle alimentari, la salute, gli insediamenti costieri e alcuni ecosistemi, in particolare quello artico, la tundra, quello alpino e gli ecosistemi delle barriere coralline. Molto probabilmente, le regioni più colpite saranno l'Artide, l'Africa, le piccole isole e i grandi delta asiatici densamente popolati. In quest’ultimo appello, gli scienziati invitano i governi a trovare un accordo entro il 2009 su un programma e sui finanziamenti, e inoltre a formulare un piano coordinato per la costruzione di un numero significativo di impianti dimostrativi per la cattura e lo stoccaggio dell'anidride carbonica.

La questione della cattura dell'anidride carbonica rappresenta un punto molto importante. Secondo Martin Rees, "il carbone continuerà ad essere una delle principali fonti energetiche mondiali per i prossimi 50 anni. Ma se le centrali a carbone e le industrie continuano ad emettere biossido di carbonio con la stessa intensità, arriveremo al punto di innescare un cambiamento climatico irreversibile”. Le tecniche per la cattura e lo stoccaggio dell'anidride carbonica devono quindi essere sviluppate con urgenza. Le nazioni al vertice del G8 dovrebbero impegnarsi in un programma molto più ampio e coordinato. “Quanto prima questa tecnologia sarà dimostrata e largamente adottata, e arrestata anche la crescita delle emissioni annuali di biossido di carbonio”, dice Rees, "tanto più basso sarà il rischio di un cambiamento climatico catastrofico".

La rappresentanza delle Accademie ha anche presentato una dichiarazione in cui si sottolinea la necessità di un maggiore coordinamento internazionale sulle questioni legate alla salute, come l'acqua, i servizi sanitari, l'igiene, la sicurezza alimentare, l'accesso alle informazioni e alle cure mediche e la formazione dei professionisti sanitari.

Tempeste sempre più violente.

Lo ha stabilito un'unica equazione in grado di prevedere il comportamento di fenomeni atmosferici come mulinelli di sabbia, tornado e cicloni.

Lo studio condotto da Nilton Renno, dell'Università del Michigan, docente di Scienze Atmosferiche e collaboratore della Nasa per la missione Mars Phoenix Lander, pubblicato sulla rivista svedese Tellus A, ha portato allo sviluppo di un nuovo modello matematico che ha confermato quanto già previsto da altri studi (sebbene non completamente condiviso): a causa dell'aumento della temperatura media della superficie terrestre, andremo incontro a fenomeni atmosferici sempre più estremi.

I vortici come tornado e cicloni sono fenomeni che coinvolgono la troposfera, la porzione più bassa dell'atmosfera terrestre, e possono essere descritti secondo il principio di Daniel Bernoulli, scienziato svizzero del Settecento. La legge prevede che, quando il vento aumenta in velocità, la pressione dell'aria diminuisce (esattamente quello che avviene sulla parte superiore dell'ala di un aereo e che consente il volo). Lo stesso principio si applica alla dinamica dei vortici. Rispetto alla legge di Bernoulli, Renno ha inserito due nuovi parametri fondamentali: l'energia che alimenta la tempesta (legata alla temperatura e all'umidità dell'aria) e l'intensità dell'attrito prodotto dal vento, che tende invece a renderla più debole. Secondo il ricercatore, grazie a questo nuovo modello termodinamico, che unifica diverse classi di fenomeni, sarà possibile predire con maggiore precisione il comportamento di tutti i tipi di vortice in funzione delle condizioni ambientali.

Per esempio, se la temperatura media terrestre continua ad aumentare, sostiene Renno, dovremo affrontare tempeste sempre più distruttive: un incremento di circa 2 gradi centigradi le renderebbe più potenti del 10%. Una maggiore temperatura, infatti, aumenta l'efficienza dei vortici e la conseguente capacità di trasformare l'energia in vento.

Secondo alcuni esperti statunitensi, la stagione degli uragani atlantici (dall’1 di giugno al 30 novembre) quest’anno a causa del riscaldamento globale sarà particolarmente intensa: si prevedono 17 tempeste tropicali di cui 9 si trasformeranno in uragani. Secondo il team della Colorado State University 5 tempeste si trasformeranno in uragani con venti superiori ai 179 km orari. Un’avvisaglia si è già avuta lo scorso luglio con l’uragano Berta, con venti che hanno sfiorato i 200 km orari, l’uragano Dolly e la tempesta tropicale Edouard.

GREEN NEW DEAL

[…] L’economia globale fronteggia una crisi tripla. Si tratta della combinazione della crisi finanziaria globale, del processo di cambiamento climatico e della crescita dei prezzi dell’energia prodotta dal picco della produzione petrolifera. Questi tre eventi si sovrappongono con il rischio di diventare una “tempesta perfetta”, di quelle che non sono più state sperimentate dai tempi della Grande Depressione. Per aiutare a prevenire questo scenario proponiamo un “Green New Deal”… […].

Dalla Gran Bretagna è arrivata la risposta alla sfida lanciata da Al Gore al suo Paese, produrre cioè il 100% dell’energia da fonti rinnovabili. Prendendo spunto proprio da un esempio americano, il New Deal del presidente Roosvelt, lanciato per fronteggiare la crisi economica del 1929, un gruppo di specialisti di finanza, energia e ambiente britannici hanno deciso di lanciare il “Green New Deal”. Obiettivo, sciogliere i tre nodi della nostra epoca: crisi economica, energetica e climatica.

Il documento prodotto è il frutto di due anni di lavoro di un gruppo di studiosi, ecologisti, esperti di energia ed economisti. Se Al Gore chiedeva 10 anni, in questo caso il periodo invocato per l’azione si riduce a poco più di otto, cioè 100 mesi (mentre il New Deal roosveltiano richiedeva 100 giorni). In questo breve lasso di tempo, si dovrà produrre un cambiamento radicale nelle nostre abitudini e nelle decisioni dei governi, obbligati a puntare su energie rinnovabili e sviluppo sostenibile, ma anche a rivedere i loro sistemi di tassazione e creare una nuova categoria di lavoratori: i “colletti verdi”, al posto degli attuali “colletti bianchi”.

Partendo da una rivoluzione nel sistema finanziario, oggi fondato su speculazione e un sistema di crediti troppo permissivo, il Green New Deal propone di investire in trasporti e mobilità ed energia sostenibili, puntando su un sistema decentralizzato basato sulla generazione diffusa. Per raggiungere questi obiettivi e propiziare un profondo cambiamento nella società, gli animatori del Green New Deal chiedono un’alleanza tra ambientalisti, industria, agricoltura e governi.
LA VERITA' DEL GHIACCIO

Il polo nord potrebbe essere completamente privo di ghiaccio entro l'estate del 2013, invece che tra 60 anni, come si prevedeva finora.

La velocità di scioglimento dei ghiacci dell'Artico sta aumentando. Lo scrive The Observer, citando scienziati americani che basano il loro allarme sullo studio al computer di immagini satellitari del polo Nord. Lo studio più rilevante è di Wieslaw Maslowski, professore di oceanografia alla Naval Postgraduate School di Monterey in California. “La nostra proiezione per il 2013 non tiene conto dei due minimi registrati nel 2005 e nel 2007”, dice Maslowski, “dunque è perfino ottimistica”.

L'anno scorso, la calotta polare, durante l'estate, si è ridotta al minimo storico. Ma il record potrebbe essere battuto o avvicinato. La calotta ha ceduto sul mare di Beaufort, in Alaska, mentre sull'Artico hanno cominciato a spirare venti tiepidi. Il gruppo di Maslowski, che include collaboratori della Nasa e dell’Institute of Oceanology della Polish Academy of Sciences (PAS), è noto per i suoi modelli all’avanguardia fatti girare su supercomputers. Secondo Maslowski, per essere credibili, i modelli devono incorporare delle rappresentazioni più realistiche del modo in cui le acque calde si stanno muovendo dagli oceani Pacifico e Atlantico verso l’Artico. “L’ammontare di calore trasportato verso i ghiacci dall’avvezione oceanica è globalmente sottostimato”, dice il professore, “a causa della bassa risoluzione spaziale che limita attualmente la visione di importanti dettagli. Il nostro modello regionale usa un’alta risoluzione per i ghiacci dell’Oceano Artico che incorpora dati atmosferici realistici, da sopra l’atmosfera a sotto gli oceani”.

Il professore Peter Wadhams, della Cambridge University, esperto dei ghiacci artici, ha usato i dati sonar raccolti dai sottomarini della Royal Navy per mostrare come il ghiaccio si stia assottigliando più velocemente di quanto non si stia ritirando, in accordo con il modello del professor Maslowski. “Il modello di Maslowski”, dice Wadhams, “è più efficiente perché lavora con dati reali e tiene anche conto dei processi che accadono internamente nel ghiaccio”. Ad esempio, l’ “ice-albedo feedback effect”, quando le acque ricevono più radiazioni solari quindi maggiore calore con conseguente scioglimento dei ghiacci.

Anche secondo il professor Wadhams, l’Artico farà registrare ulteriori perdite di ghiaccio nei prossimi anni. “Non è un ciclo e neanche una fluttuazione”, dice, “la perdita di quest’anno segnerà quello che accadrà nei prossimi anni e sarà sempre peggio: maggiori volumi di acqua, maggiore assorbimento di calore e maggiore scioglimento. Finché, molto prima del 2040, forse anche nel 2013, i ghiacci non scompariranno del tutto”.

(Credit: AAP)

Lo scorso luglio, dalla banchina artica si sono staccati due enormi iceberg, uno di 5 e l’altro di 14 km quadrati. Si tratta di due delle più grandi isole galleggianti di ghiaccio oggi esistenti sul pianeta insieme a quella formatasi nel 2005 dopo che un blocco di 66 chilometri quadrati si staccò dall'isola di Ellesmere, nell'estremo nord del Canada.

Il primo iceberg si è staccato intorno al 22 luglio, il secondo tra il 23 e il 24 luglio. Il distacco è avvenuto dalla piattaforma del Ward Hunt Ice Shelf che collega l'Artico con l'isola di Ellesmere. Negli ultimi mesi, un team di scienziati ha evidenziato nuove e profonde fratture formatesi negli ultimi mesi nella zona di Ellesmere. Oltre all'enorme lastra, si sono staccati altri pezzi di ghiaccio, tra cui un segmento di 4 chilometri quadrati.

(Credit: Denis Sarrazin)

Derek Mueller, ricercatore della Trent University in Ontario, è cauto sul global warming come causa del distaccamento, ma è d'accordo sul fatto che le condizioni climatica non permettono la ricostruzione della calotta glaciale.

«È un processo a senso unico», avverte Mueller. «Il tavolato di ghiaccio Ward Hunt, che si estende su 440 km quadrati, sta diminuendo costantemente dagli anni '30. Abbiamo accertato che nel Ventesimo secolo, è andata perduta il 90% della superficie», ha aggiunto il ricercatore.

Il marzo scorso, dalla piattaforma antartica del Wilkins Ice Shelf si era staccato un enorme pezzo di ghiaccio, grande all'incirca 1.350 chilometri quadrati, per la prima volta in pieno inverno. Il satellite Envisat dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) lo ha fotografato tra il 30 maggio e il 9 luglio (le immagini sono state pubblicate sul sito di National Geographic).

"Negli ultimi vent'anni abbiamo visto cambiamenti climatici più pronunciati nell'Artico, e l'Antartide è sempre stata considerata come un 'gigante addormentato' ", ha detto Mark Serrez, scienziato del National Snow and Ice Data Center (NSIDC) di Boulder, in Colorado. "Quello che sta succedendo al Wilkins Ice Shelf - ha aggiunto - è la prova evidente che il gigante sta iniziando a svegliarsi".

Negli ultimi 50 anni, nella regione è stato registrato un aumento medio della temperatura di mezzo grado ogni dieci anni. All'inizio degli anni 90 del secolo scorso, molti scienziati, compreso il prof. David Vaughan del British Antarctic Survey (BAS), avevano previsto che la parte settentrionale della banchisa Wilkins sarebbe andata perduta entro il 2020, se il riscaldamento del clima nella regione fosse proseguito allo stesso ritmo. I dati attuali, tuttavia, dimostrano che quelle previsioni erano ottimistiche. "Gli avvenimenti attuali”, ha detto il prof. Vaughan, “mostrano che siamo stati troppo prudenti. La verità è che tutto sta accadendo molto più rapidamente di quanto avevamo supposto".

Con il progressivo disintegrarsi della banchisa, viene esercitata sempre più pressione sul ponte di ghiaccio che la collega all'isola Charcot. Una volta collassato il ponte, ciò che rimane della banchisa sarà a rischio. Tradizionalmente, gli scienziati seguono i cambiamenti della stabilità delle banchise poiché queste trattengono i ghiacciai. Senza le banchise a trattenere i ghiacciai, questi sprofondano causando di conseguenza l'aumento del livello del mare. Secondo il glaciologo Ted Scambos, del NSIDC, "la frantumazione della banchisa Wilkins non farà salire il livello del mare perché essa già galleggia nell'oceano, e sono pochi i ghiacciai che affluiscono ad essa. Il crollo evidenzia comunque un intenso scioglimento: il ghiaccio marino della regione è quasi scomparso, lasciando la banchisa esposta all'azione delle onde".

Dopo che la frantumazione è stata testimoniata per la prima volta da immagini satellitari, il British Antarctic Survey ha lanciato un volo sopra la banchisa per raccogliere materiale video ed effettuare osservazioni dettagliate da vicino. In questa missione sono stati utilizzati degli aerei speciali, i de Havilland Canada DHC-6 Twin Otter, comunemente usati per missioni in condizioni di freddo estremo, poiché sono in grado di volare a temperature di -75 °C. Ciò che gli scienziati hanno visto, sia nelle immagini satellitari che nelle osservazioni da vicino, non è incoraggiante. Dal 30 al 31 maggio del 2008 si è verificata un'ulteriore frattura, con il distacco di un'area di circa 160 chilometri quadrati, che ha ridotto il ponte a solo 2,7 km. "La banchisa è appesa a un filo", ha concluso il prof. Vaughan.

Secondo le immagini acquisite dallo strumento ASAR in dotazione al satellite Envisat il 7 e il 9 luglio scorso, il Dr Matthias Braun del Center for Remote Sensing of Land Surfaces della Bonn University ha stimato che è andata perduta un’area di circa 1350 km² e che si perderanno dai 500 ai 700 km² se il ponte collasserà.

In Patagonia, il braccio del Perito Moreno, il ghiacciaio star del Parco Nazionale Los Glaciares, proteso attraverso il Lago Argentino è crollato per la prima volta nella stagione invernale australe.

Dopo un primo allarme, i glaciologhi avevano successivamente indicato che il raffreddamento delle temperature e le abbondanti nevicate avrebbero ritardato il processo di rottura. Ma così non è stato: in presenza di meno di 40 testimoni oculari, l'arco di ghiaccio che univa il Perito Moreno alla Penisola di Magellano sulla terraferma si è afflosciato, senza effetti spettacolari. Un cronista di un emittente televisiva, sul posto insieme ad un fotografo del quotidiano La Nacion, ha riferito che il braccio gelato che ostruiva il fluire del Lago Argentino "è andato in frantumi sotto la pressione del ghiacciaio stesso".

I glaciologhi hanno sottolineato che il fatto che la rottura sia avvenuta in inverno è un sintomo allarmante dei mutamenti climatici in atto. Infatti, dal 1917, anno del primo crollo, il meraviglioso “mostro” bianco ha sempre dato spettacolo durante l'estate - come nel caso delle ultime due rotture avvenute 15 anni dopo quella precedente del 1988 - quando le calde temperature rendono il ghiaccio più debole e soggetto alla pressione dell'acqua, cresciuta per il disgelo. Questa volta il Perito Moreno, , ha sorpreso tutti, e soprattutto gli esperti che si interrogano sulle ragioni profonde di questo fenomeno, attribuito comunque alle conseguenze del riscaldamento globale.

Fino a pochi mesi fa il Perito Moreno era considerato una buona notizia in mezzo a un mare di disperazione. Il Perito reggeva, a differenza dei ghiacciai dell’emisfero Nord, dalle Alpi all’Himalaya, che si sciolgono a velocità crescente. «Ma già a marzo - commenta Massimo Frezzotti, glaciologo dell’Enea - abbiamo scoperto con delusione che anche il Perito Moreno si assottigliava. Non diminuiva l’estensione, ma lo spessore sì: 14 metri in meno rispetto il massimo finora rilevato».

L’inverno più rigido degli ultimi anni aveva fatto sperare in una battuta d’arresto. «Invece quest’anno con ogni probabilità toccheremo un nuovo minimo - avverte Don Perovich, del Cold Regions Research and Engineering Laboratory (Usa) - a luglio siamo già agli stessi livelli dell’anno scorso e la diminuzione della superficie ghiacciata è cominciata prima. Ciò moltiplica l’effetto albedo e le acque si riscalderanno di più, soprattutto durante i primi mesi dell’estate». L’effetto albedo è un moltiplicatore dei meccanismi di riscaldamento: ghiacci e neve si sciolgono, sparisce il manto bianco che riflette i raggi solari, la terra o le acque scure assorbono più calore, ghiaccio e neve si sciolgono ancora di più. Per quest’anno i glaciologi più pessimisti si aspettavano a fine estate un Polo Nord senza pack. Dovesse sparire anche il Perito Moreno, forse sarebbe meno grave per il destino dell’umanità, ma per certi versi ancora più triste.

Le popolazioni di organismi marini che vivono sui fondali che circondano la Penisola Antartica - la cui ricchezza ha iniziato ad essere apprezzata solamente in anni recenti - vengono periodicamente falcidiate dagli iceberg che si distaccano dalla banchisa e "dragano" il fondo con la loro estremità sommersa.

I ricercatori del British Antarctic Survey hanno mostrato come il ritmo con cui questo fenomeno sta accadendo sia in continua accelerazione, con gravi ripercussioni su tutti gli organismi che vivono fino a 500 metri di profondità in quell'ecosistema (che ospita l'80% circa di tutte le forme di vita della regione antartica). "Negli anni con una lunga stagione ghiacciata, di otto mesi circa”, dice Dan Smale, co-autore di un articolo in merito pubblicato su Science, “il livello dei disturbi provocati dagli iceberg è molto basso, mentre negli anni in cui la formazione della banchisa sul mare è ridotta, il fondale viene raschiato dal ghiaccio per buona parte dell'anno".

Il motivo di ciò sarebbe legato al fatto che gli iceberg, staccatisi dai ghiacciai, non riescono a prendere il largo, rimanendo parzialmente bloccati dalla banchisa.

(Art. di rif.: Dan A. Smale, Kirsty M. Brown, David K. A. Barnes, Keiron P. P. Fraser, Andrew Clarke, “Ice scour disturbance in Antarctic waters”, Science, July 18, 2008)

Centinaia di baby-pinguini sono stati recuperati su tutto il litorale di Rio de Janeiro, la maggior parte dei quali già morto o in condizioni gravi.

La migrazione dei pinguini di Magellano, che dalla Patagonia risalgono verso Nord nei mesi estivi, è un fenomeno che si registra da tempo, ma quest’anno il viaggio sembra essere diventato un calvario. La denuncia è arrivata dai biologi del Centro marino di Cabo Frio, che hanno raccolto segnalazioni provenienti da diversi punti del litorale brasiliano, dal confine con l’Uruguay fino allo Stato di Bahia: almeno quattrocento pinguini, in gran parte giovani, sono stati trovati morti negli ultimi due mesi. Un centinaio gli esemplari recuperati vivi e portati in centri specializzati, dove si sta cercando di salvarli.

Le cause della moria sono diverse, così come i fattori che spiegherebbero l’aumento considerevole della migrazione. La più accreditata è la comparsa di correnti particolarmente fredde nelle acque dell’Atlantico meridionale, collegate al fenomeno climatico della Niña. «I pinguini - ha spiegato Vincius Quieroz dell’Istituto brasiliano per l’ambiente - scappano dal freddo, arrivano in acque nuove e si cibano di pesci che non conoscono, e che spesso danneggiano il loro organismo. I più giovani hanno difficoltà d’orientamento, si perdono con frequenza e non riescono più a tornare indietro». Un altro fattore è l’attività della compagnia petrolifera brasiliana Petrobras, che sta intensificando l’esplorazione a mare aperto dopo aver scoperto nuovi importanti giacimenti proprio al largo di Rio de Janeiro. «Gli animali più giovani - spiegano i veterinari della segreteria dell’ambiente di Macaè - hanno meno di sei mesi e passano diversi giorni senza mangiare né dormire, trasportati da correnti particolarmente forti. Molti muoiono in acqua. Quando riescono a sopravvivere, arrivano sulle spiagge stremati dalla fatica. Pesano un chilo quando dovrebbero pesarne almeno quattro, presentano ferite su tutto il corpo e difficoltà respiratorie».

Gli effetti del cambiamento climatico stanno rivoluzionando tutta la regione della Patagonia e dell’Atlantico meridionale. Lo si avverte nelle isole Malvinas-Falklands, dove si concentra più della metà della popolazione mondiale di pinguini di Magellano, e nella colonia di riproduzione argentina di Punta Tombo, nei pressi della Penisola Valdes, dove si attendono fra agosto e settembre almeno duecentomila coppie. Agli inizi di giugno, un centinaio di pinguini sono apparsi sulle coste uruguaiane con macchie di petrolio su tutto il corpo. Secondo gli esperti, si sono imbattuti nella gigantesca chiazza provocata dalla perdita di quattordici mila litri di petrolio per lo scontro di due navi cisterna nel Rio della Plata.

Ha spiegato il direttore di una Ong ambientalista: «A causa dell’azione dell’uomo, la migrazione naturale dei pinguini di Magellano è diventata una sorta di corsa ad ostacoli. Se non si regola l’attività della pesca a mare aperto e delle esplorazioni petrolifere nell’Atlantico meridionale, le acque diventeranno un cimitero naturale per questi animali».

APICALISSE

"A Spring Without Bees" ("Una Primavera senza Api"), di Michael Schacker, definisce ciò che sta accadendo alle api "Beepocalypse", un’ “Apocalisse”.

Schacker dice in sostanza: le api sono alla base di tutta la produzione agricola; è grazie al loro lavoro di impollinazione che raccogliamo la gran parte della frutta e della verdura; senza api, i prezzi del cibo - già disastrosamente aumentati - cresceranno ancora, sommandosi alla crisi economica e agli alti prezzi dell'energia.

Da noi, gli apicoltori hanno lanciano l’ennesimo allarme: solo nel 2008, la popolazione degli alveari in Italia si è ridotta del 40%. Una strage che si riflette nella produzione di miele, calata del 30% rispetto allo scorso anno. E che preoccupa anche la politica: la manovra economica triennale, approvata dalla Camera, prevede uno stanziamento di due milioni di euro destinato proprio al settore dell’apicoltura.

Praticamente nullo il raccolto di miele di agrumi in Sicilia, scarsissimo in Calabria, Basilicata e Puglia. Brutte notizie anche per il miele d’acacia, il più consumato in Italia: al Nord e in Toscana a causa delle piogge incessanti se ne è raccolto poco, un po’ di più nel Centro. Niente miele di tarassaco nel 2008 a causa dello spopolamento degli alveari (oltre 50 mila produttori hanno perso le api raccoglitrici in campo) e dell’esodo forzato di alveari dalle zone contaminate da insetticidi tossici dispersi nelle operazioni di semina del mais. Il miele millefiori primaverile ha avuto un tracollo di produzione del 70%, mentre si spera che vada meglio per quelli estivi, come l’eucalipto e il castagno.

Il ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia si è detto soddisfatto del finanziamento da due milioni per cui si era battuto: «Avevo raccolto le segnalazioni degli apicoltori - ha spiegato - e avevo richiesto l’introduzione del fondo per il settore. L’apicoltura è un’attività importante sia per la produzione di miele sia per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura». Zaia ha convocato per martedì 29 luglio un incontro al ministero con le associazioni e le regioni per valutare iniziative comuni contro la moria delle api. Sull’argomento è intervenuto anche il ministro ombra dell’Ambiente del Pd, Ermete Realacci, secondo cui «la moria delle api sta diventando una vera e propria emergenza». Realacci appoggia «la richiesta che arriva da molte regioni di fermare l’uso dei pesticidi che potrebbero essere responsabili del fenomeno».

Intanto, dal Canada è arrivata un’altra ipotesi sulle cause dell’apicalisse. Secondo alcuni ricercatori guidati da Michel Otterstarter dell’Università di Toronto, gli alveari selvatici sarebbero gravemente colpiti da una malattia diffusa dalle api d’allevamento. Secondo i ricercatori, sarebbero proprio le api allevate a fini commerciali e poi rilasciate all’interno delle serre per favorire l’impollinazione delle piante a diffondere pericolosi patogeni che mettono a rischio la sopravvivenza delle api in natura.

Analizzando una popolazione di bombi selvatici che viveva nei dintorni di un’area coltivata, gli studiosi sono riusciti a determinare questo interscambio di patogeni tra le due popolazioni di api: quelle selvatiche e quelle allevate. L’agente patogeno si chiama "Crithidia bombi", un parassita che tipicamente infetta le api allevate, ma assente in quelle che vivono in natura.

LA SESTA ESTINZIONE

Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science, l’aumento di anidride carbonica disciolta nelle acque di mari ed oceani mette a rischio la sopravvivenza dei coralli impedendone la corretta cementificazione.

Secondo alcune stime, un terzo dell’anidride carbonica rilasciata in atmosfera dalle attività umane dalla rivoluzione industriale ad oggi è stata assorbita dagli oceani, dove ha prodotto una acidificazione dell’acqua soprattutto in alcune zone.

I ricercatori dell’università di Miami hanno analizzato i coralli di Panama e delle isole Galapagos, entrambi territori ad alta CO2, confrontandoli con quelli delle Bahamas, invece meno acidi. Il risultato è stato che nei primi una percentuale molto bassa di pori era “cementata” dal carbonato di calcio, mentre i coralli delle Bahamas erano perfettamente riempiti di questo minerale e quindi molto più stabili e resistenti all’erosione. «Questa è la prima volta che si prova come i coralli reagiscano ai cambiamenti climatici - scrivono gli autori - le acque più acide alterano l’equilibrio chimico delle strutture, e mettono potenzialmente a rischio le barriere di tutto il mondo».

L’invasione del pesce scorpione nella regione caraibica pone un’altra minaccia all’ecosistema corallino.

Secondo uno studio condotto da Mark Hixon dell’Oregon State University (OSU), professore di zoologia ed esperto dell’ecologia della barriera corallina, entro un breve periodo dall’ingresso nell’area del pesce scorpione, la sopravvivenza degli altri pesci sarà ridotta drasticamente dell’80% (i risultati dello studio saranno pubblicati su Marine Ecology Progress Series). La perdita dei pesci erbivori causerà la proliferazione delle alghe marine che ricoprono i coralli distruggendo un delicato equilibrio ecologico.

Lo studio dell’OSU è il primo a quantificare la gravità delle invasioni di specie “aliene”: il pesce scorpione, nativo del Pacifico tropicale e dell’Oceano Indiano, praticamente non ha nemici nell’Oceano Atlantico. “È un predatore nuovo e molto vorace e si riprodurrà in fretta”, dice Hixon.

300 delle 634 specie di scimmie rischiano l'estinzione a causa della distruzione dei loro habitat, della caccia o del commercio illegale degli esemplari.

L'allarme è stato lanciato dall'Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) che ha compilato una ''lista rossa delle specie a rischio''. La situazione più difficile sarebbe soprattutto in Asia, dove il 70% dei primati è stata classificata come ''a rischio''. In Cambogia e Vietnam la percentuale sale al 90% con molte specie che vengono cacciate perché parti del loro corpo vengono utilizzate dalla medicina tradizionale cinese.

Oltre alla progressiva distruzione delle foreste che rappresentano il loro habitat, a minacciare la sopravvivenza di molte scimmie - ha spiegato Russell Mittermeier di IUCN - è anche la caccia. ''In molti luoghi, i primati vengono mangiati dalla gente fino a scomparire. La distruzione delle foreste tropicali è sempre stata una delle cause principali, ma ora sembra che la caccia in alcune aree sia un problema altrettanto serio'', ha detto lo studioso. Jean-Chrstophe Vie, vice presidente del programma per le specie animali di IUCN ha evidenziato come, se paragonati con quelli di altri generi animali, i dati sui primati siano i più preoccupanti. ''È pazzesco, stiamo semplicemente cancellando i primati dalla faccia della terra. Il problema di queste specie è che hanno vite piuttosto lunghe e quindi ci vuole più tempo per invertire la dinamica del loro declino. E' piuttosto deprimente'', ha detto.

Il rapporto di IUCN è stato presentato al convegno internazionale sui primati in corso ad Edimburgo e i dati in esso contenuti verranno inclusi in uno studio globale sui mammiferi del mondo che verrà pubblicato a ottobre in concomitanza con il World Conservation Congress di IUCN

In Ecuador, si sta celebrando un processo contro la Chevron - accusata di aver causato "la Chernoyl dell'Amazzonia" - che rischia di pagare 8-16 miliardi di dollari per ripulire la regione del Sucumbios, nel Nord Est del paese, da una mastodontica valanga di rifiuti petroliferi.

Si parla di 1.700 ettari di Amazzonia, contaminati da 17 milioni di tonnellate di rifiuti petroliferi, appena coperti da un po' di terra o da un telo di gomma: la terra è avvelenata e la gente si ammala. La relazione di un esperto nominato dal tribunale, ha suggerito di chiedere un risarcimento di 8-16 miliardi di dollari ai responsabili di questo disastro ambientale.

Secondo Newsweek, la Chevron, che sostiene di essere vittima di un complotto ad opera di giudici di sinistra, ha iniziato a fare azione lobbystica di “alto profilo” negli Stati Uniti, chiedendo all'amministrazione Bush di applicare ritorsioni commerciali all'Ecuador qualora il caso non venga affossato.

Entro il 2030, il 60% della foresta amazzonica potrebbe essere danneggiata in modo irreversibile.

Lo denuncia un rapporto del WWF - "The Amazon's vicious cycles: drought and fire in the greenhouse" - diffuso il dicembre scorso a Bali, durante il Summit mondiale sul clima.

Il processo di deforestazione in Amazzonia potrebbe rilasciare nell’atmosfera, entro il 2030, dai 55.5 a 96.9 miliardi di tonnellate di CO2. La distruzione della foresta amazzonica, uno degli stabilizzatori chiave del sistema climatico globale, costituirebbe inoltre una seria minaccia per l’intero equilibrio del pianeta.

L’importanza della foresta amazzonica per il clima globale non va sottovalutata”, dice Dan Nepstad, Senior Scientist al Woods Hole Research Centre nel Massachussets - uno dei più autorevoli centri di ecologia globale a livello internazionale - e autore del rapporto, “la sua conservazione è essenziale non soltanto per i processi di raffreddamento delle temperature globali, ma anche perché garantisce un’immensa fonte di acqua dolce in grado di influenzare alcune delle correnti oceaniche, e poi, soprattutto, perché è un ingente serbatoio di carbonio”.

Le tendenze all’espansione delle attività agricole, delle zone di pascolo per il bestiame, degli incendi, della siccità e delle continue azioni di deforestazione costituiscono una seria minaccia. Il carbonio generato dalla conversione delle foreste in pascoli per il bestiame e che finisce in atmosfera, è attualmente calcolato dai 0.2 ai 0.3 miliardi di tonnellate all’anno, cifra che potrebbe raddoppiare se lo stato di siccità permanesse e se si intensificassero gli incendi. Se, come anticipato dalla comunità scientifica, le precipitazioni si ridurranno in futuro del 10% , allora un ulteriore 4% delle foreste sarà danneggiato dalla siccità. Il riscaldamento globale in effetti può causare una riduzione delle precipitazioni fino al 20% soprattutto nelle regioni orientali, con un aumento delle temperature locali di 2°C, che potrebbero drammaticamente salire fino a 8°C entro la metà del secolo.

L’accordo sul clima, il cosiddetto Kyoto Plus”, dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile del Programma Clima del WWF Italia, “include misure tese a ridurre le emissioni generate dalle foreste. Fallire nella protezione della foresta amazzonica significherebbe non soltanto un disastro per milioni di persone che vivono in quella regione, ma anche una minaccia per la stabilità climatica del mondo”.

Negli ultimi cinquant'anni, il zooplancton è diminuito di tre quarti, perlomeno nelle acque della Scozia, secondo il "Marine Programme Plan", un documento pubblicato dal Department for Environment Food and Rural Affairs (DEFRA) inglese.

Il plancton è formato da organismi che sono dotati di scarsissimo movimento proprio e vengono trasportati dalle correnti. Comprende zooplancton (larve di piccoli animali, come il krill di cui si nutrono le balene) e fitoplancton, in sostanza alghe mono e pluricellulari.

Lo zooplancton, costituito da esserini di dimensioni fra il millimetro e il centimetro, è alla base di molte catene alimentari: di zooplancton si nutrono balene e molti pesci e dunque dallo zooplancton dipendono indirettamente gli esseri che mangiano quei pesci (foche, squali uccelli marini e uomini compresi).

Per il direttore di Buglife, che si batte per gli invertebrati che scompaiono senza che nessuno muova un dito, come lucciole, libellule e farfalle, il declino dello zooplancton rappresenta un disastro di enormi proporzioni per la biodiversità.

Secondo una ricerca svolta da un team di scienziati australiani, inglesi e americani, la "migrazione assistita", o "colonizzazione guidata", può essere l'unica soluzione per salvare le specie più a rischio dalla scomparsa.

Lo studio, pubblicato su Science, ha analizzato gli effetti dei cambiamenti climatici e le barriere create dall'uomo allo sviluppo spontaneo dell'ambiente. Tra le prime a lanciare l'allarme, la biologa Camille Parmesan dell'Università del Texas, ad Austin, che già 10 anni fa aveva avanzato l'ipotesi del trasferimento di alcune specie animali da un ambiente all'altro per salvarle dall'estinzione.

"Quando lo dissi la prima volta tutti gridarono allo scandalo”, dice la Parmesan, “adesso che il pericolo è diventato concreto le mie ricerche sono state rivalutate". La Parmesan è stata affiancata dai biologi Ove Hoegh-Guldberg e Hugh Possingham dell'Università del Queensland, Lesley Hughes della Macquarie University, Sue McIntyre del CSIRO Sustainable Ecosystems, David Lindenmayer della Australian National University e Chris Thomas dell'Università di York. Su una cosa sono tutti d'accordo: la migrazione assistita non può essere considerata una soluzione vera e propria, ma una misura di emergenza, cui ricorrere in mancanza di alternative e in presenza di precise condizioni. "E inoltre bisogna stare attenti: sarebbe ad esempio un errore gravissimo spostare l'orso bianco dal polo nord al polo sud: farebbe strage di pinguini".

Lo stesso vale per le altre specie "sea-ice dependent", la cui sopravvivenza è legata al mare e ai ghiacci. Esclusa la terra del freddo, gli habitat che più risentono del surriscaldamento globale sono quelli montani, ma anche in questo caso il discorso non è dei più semplici: "Provi a immaginare - continua la dottoressa - se spostassimo alcune specie animali da una vetta all'altra. Magari alla stessa altitudine, ma in condizioni generali diverse: non tutte le montagne sono uguali e anche in questo caso sarebbe un disastro".

Rimangono gli animali costretti a vivere in aree protette ma circondati da zone fortemente degradate, devastate dalla mano inquinante dell'uomo. Si parla in questo caso di "range-restricted species", incapaci di adattarsi ai cambiamenti e di sopravvivere in presenza dell'uomo.

Il professor Chris Thomas, del dipartimento di Biologia dell'Università di York, spiega che è in generale il sud Europa a correre dei rischi, a causa del preoccupante innalzamento delle temperature. In Abruzzo, ad esempio, la situazione sarebbe particolarmente delicata, e non è escluso che alcune specie animali che attualmente abitano il Parco Nazionale del Gran Sasso dovranno un giorno essere "ospitate" da qualche altra parte.

Altra specie a rischio sarebbe il tritone (euprotto) sardo. "Ma l'Italia potrebbe essere anche un ottimo Paese ospitante - aggiunge Thomas - il Picchio muratore dell'Algeria, ad esempio, vivrebbe benissimo in sud Europa".

La lista degli animali in cerca di asilo, comunque, è piuttosto lunga. Al primo posto troviamo gli anfibi. Molti di loro si sono estinti nel corso degli ultimi 20 anni, in particolare quelli che abitavano le foreste dell'America centrale. Benché protagonisti di un destino così sfortunato, i vertebrati di questa classe sono i candidati ideali per la migrazione assistita. Si fanno catturare facilmente e sopravvivono in cattività. E, soprattutto, sopportano bene i cambi di residenza. "L'unico problema - spiega la Parmesan - è che spesso questi animali sono aggressivi tra loro”.

Subito dopo, nella top ten degli animali che potrebbero essere sottoposti con successo alla migrazione assistita, troviamo i coralli. I "fiori animali", la cui sopravvivenza è messa a dura prova da temperature, inquinamento e pesca selvaggia, potrebbero trovar pace grazie alla costruzione di scogliere artificiali capaci di ricreare flussi di corrente. Questa fase di "pre-adattamento" sarebbe il preludio alla creazione di un nuovo habitat. Una trovata che potrebbe capovolgere le sorti di molte barriere coralline ed essere utilizzata per farle proliferare in cattività.

Infine, la specie in assoluto più fragile: la farfalla. Il fatto che viva pochissimo non smorza la situazione, dato che le polveri al piombo depennano decine di specie al giorno. "Non dico che dovrebbero cambiare habitat in modo radicale - continua la biologa americana - e in generale noi consideriamo sbagliatissimo trasportare gli animali da un continente all'altro, ad esempio dall'Europa all'Australia, ma uno spostamento di un centinaio di chilometri, in una zona dove non vivono insetti che si nutrono dello stesso cibo, questo sì, sarebbe possibile. E produrrebbe risultati efficaci".

La bellissima "Euphydryas editha quino", che vive tra Messico e California, sarebbe tra le farfalle la candidata ideale. Anche perché, come ricorda la dottoressa, è una specie innocua.

Non bisogna dimenticare infatti che, un po' come tra gli esseri umani, a volte le nuove presenze vengono accolte con fastidio e provocano squilibri. Anche madre natura, come noi, prima o poi dovrà affrontare il delicato problema dell'emigrazione.

Proteggere le zone umide è urgente e indispensabile.

È l'appello lanciato da 700 scienziati di 28 nazioni riuniti a Cuiaba, una cittadina al centro della zona umida brasiliana del Pantanal, in occasione dell'ottava International Wetlands Conference (INTECOL) promossa dalle Nazioni Unite.

Il cambiamento climatico inaridisce altre terre umide. In effetti l'effetto serra è la principale minaccia alle paludi, soprattutto nelle regioni artiche o vicine all'Artico dove le torbiere un tempo permanentemente ghiacciate si stanno sciogliendo. Se la temperatura globale aumenterà di 3 o 4 gradi centigradi, la maggior parte delle terre umide scomparirà. Succederà anche al Pantanal.

Le zone umide - nelle quali vanno incluse paludi, regioni a mangrovie, delta dei fiumi, tundra, torbiere - pur rappresentando appena il 6% della superficie del pianeta, sono un importantissimo "pozzo" naturale del carbonio, pari a circa il 20% del totale, e la loro distruzione, dicono gli esperti, avrebbe effetti gravissimi.

Le stime attuali valutano in circa 771 miliardi di tonnellate i gas serra (soprattutto CO2 e metano) che verrebbero rilasciate da queste regioni, vale a dire un quantitativo pari a quello attualmente in atmosfera. La "bonifica" delle paludi tropicali, ha esemplificato Paulo Speller, rettore dell'Università federale del Mato Grasso, comporta un rilascio di 40 tonnellate di carbonio per ettaro all'anno.

Circa il 60% di tutte le zone umide del globo - e il 90% di quelle che esistevano in Europa - sono state distrutte nel corso dell'ultimo secolo, in primo luogo per bonificare terreni per l'agricoltura, ma anche a seguito dell'inquinamento, della creazione di dighe, del pompaggio di acqua dal sottosuolo, per lo sfruttamento delle torbiere e per l'espansione urbana. A dispetto del loro importante ruolo per gli equilibri ecologici.

"Le zone umide agiscono da spugne e il loro ruolo di fonte, riserva e regolazione delle acque è largamente sottovalutato dagli agricoltori. Inoltre, riescono a ripulire le acque da molti inquinanti organici, prevengono e attenuano le inondazioni dei fiumi, proteggono le zone costiere, riciclano nutrienti e catturano i sedimenti", dice Wolfgang Junk del Max-Planck-Institute per la biologia evolutiva, "alleggerire lo stress da inquinamento e da altre attività umane potrebbe essere una strategia di adattamento a questi cambiamenti”.

La ricostituzione e la riabilitazione delle zone umide è considerata una alternativa realistica al controllo artificiale dei fiumi e agli sforzi di imbrigliamento che sarebbero necessari per fronteggiare i più frequenti e imponenti fenomeni di alluvione che si prevedono in un mondo più caldo. Si tratterebbe, inoltre, di un'alternativa anche economicamente conveniente, soprattutto per i paesi più poveri.

Secondo quanto pubblicato di recente dai Proceedings of The National Academy of Sciences (PNAS), il tasso di estinzione degli anfibi ha raggiunto livelli senza precedenti.

"Il messaggio”, scrivono Vance T. Vredenburg, assistente professore di Biologia alla San Francisco State University, e David B. Wake, curatore di erpetologia al Museum of Vertebrate Zoology della University of California di Berkeley, “è che ci rimane molto poco tempo per tentare di impedire una potenziale estinzione di massa”.

L’attuale tasso di estinzione degli anfibi, tra i più vecchi organismi che popolano la Terra, sopravvissuti alle ultime quattro estinzioni di massa, allarma particolarmente i biologi. Tra le cause, oltre il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici, una nuova malattia infettiva, la chitridiomicosi, provocata dal fungo patogeno “Batrachochytrium dendrobatidis”, un fungo acquatico di origine sconosciuta, potrebbe essere direttamente responsabile perla scomparsa di più di 200 specie. È la prima volta che una simile malattia infetta solo gli anfibi.

Gli scienziati stanno cercando di mappare come il patogeno è trasmesso da una specie all’altra per cercare di sviluppare dei modi per prevenire o controllare il contagio. Si tratta di un fungo sorprendentemente virulento e ancora non è ben chiaro come causi la morte.

"È un esempio significativo”, dice Vredenburg, “di come un patogeno riesca a saltare i confini tra le specie”.

Edward O. Wilson - biologo di Harvard, autore di “The Creation: An Appeal to Save Life on Earth" - ha stimato che il nostro pianeta sta perdendo circa 30.000 specie viventi all’anno, cioè tre specie all’ora. Anche se il numero totale di specie viventi sulla Terra non è noto, sicuramente la maggior parte scomparirà nei prossimi mille anni se il tasso di perdita rimarrà invariato.

Tale fenomeno è noto come “Crisi della Biodiversità”, o anche “Sesta Estinzione”, così chiamata perché ha molti aspetti in comune con le precedenti estinzioni di massa avvenute durante la storia geologica del nostro pianeta. Tuttavia, diversamente dalle cinque estinzioni di massa del passato, questa non è causata da corpi celesti, comete, o mutamenti climatici, bensì dal comportamento e dallo stile di vita “bio-assassini” di un’unica specie: l’Homo sapiens.

L’essere umano moderno abbatte le foreste, ara le praterie, cementifica i paesaggi, costruisce città, sfrutta in modo esagerato le risorse naturali. Inquina fiumi, laghi, oceani; sposta da una parte all’altra del pianeta microbi, piante e animali, spesso danneggiando le specie locali. Tuttavia anche l’uomo - come ogni altra specie vivente - ha bisogno di quelle funzioni indispensabili che solamente ecosistemi sani e incontaminati possono offrire (come l’ossigeno e l’aria pulita, l’acqua potabile, il cibo, i medicinali). Inoltre il mondo naturale è il luogo dal quale veniamo: è una parte di noi stessi, e noi ne siamo parte.

Combattere il fenomeno della Sesta Estinzione è impresa ardua, ma non impossibile. Basterebbe comprendere l’immenso valore che la biodiversità ha per l’intero pianeta e per la sopravvivenza della specie umana e intervenire concretamente, dalle decisioni quotidiane del singolo individuo alla collaborazione tra settore privato, governo, scienza e tecnologia.

Animali e piante hanno sempre vissuto insieme, stabilendo delle relazioni simbiotiche: l’estinzione di una specie porterà all’estinzione anche dell’altra (per cui si parla di “co-estinzione”). È una sorta di “effetto domino che rende l’attuale rampante estinzione simile al modo in cui si diffondono le malattie: presto o tardi, anche l’uomo sarà contagiato.

L’estinzione degli anfibi ne è un esempio. Per più di 300 milioni di anni rane, rospi, salamandre, tritoni, rospi, sono stati abbastanza forti da precedere e I dinosauri fino ad arrivare ai nostri giorni. Nelle ultime due decadi, però, molti anfibi sono scomparsi o stanno scomparendo. Il fatto ha allarmato molti scienziati che non riescono a spiegarsi come una specie così robusta possa estinguersi nel giro di pochi mesi.

La causa del “biocidio” risiede nei veleni che l’uomo continua a spargere nell’ambiente che spesso agiscono sinergisticamente: inquinanti, pesticidi, gas serra, provocano l’assottigliamento dello strato di ozono, aumentano l’intensità delle radiazioni ultra-violette e inducono i cambiamenti climatici; negli habitat naturali andati perduti a causa dell’espansione urbana; nell’invasione di specie esotiche introdotte dagli uomini; dal commercio legale e illegale di legname; dall’inquinamento luminoso ecc. ecc..

Siamo al punto in cui una gran parte della biodiversità è andata e andrà perduta per sempre. Ci sarebbero dei modi per prevenire il collasso totale dell’ecosistema planetario, ma richiedono tutti azioni immediate e una cooperazione internazionale.

Gli uomini amano appropriarsi di tutti gli spazi senza considerare le spesso terribili conseguenze ecologiche. Sempre più spesso capita che animali feroci, i cui habitats sono ormai compromessi, si spingono nei centri abitati in cerca di cibo: orsi, leopardi, lupi, ecc.

Alcune delle specie selvagge maggiormente in pericolo vivono nell’area di confine tra Messico e Stati Uniti. Nelle Sky Islands, ad esempio, vivono bisonti, giaguari, lupi, costretti ad attraversare illegalmente il confine per cercare di sopravvivere, così come gran parte della popolazione messicana.

The Wildlands Project si batte da circa 14 anni per la salvaguardia delle specie selvagge nordamericane: l’idea è di riconnettere le aree selvagge attraverso una rete pubblica e privata in modo da fornire alle specie in perciolo la possibilità di migrare in aree protette.

Progetti come questo, sono la migliore chance che rimane all’umanità per salvare ciò che rimane di un eco-sistema ormai moribondo.

One Hundred Months









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