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giovedì 30 ottobre 2008

LA GUERRA DEGLI OGM 4

“Il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha organizzato due riunioni clandestine, a luglio e a ottobre scorsi, affinché i capi di governo dei paesi dell’Unione esautorino i loro rispettivi ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura perché bisogna a tutti costi introdurre in Europa prodotti contenenti OGM (Organismi Geneticamente Modificati)". Con questa denuncia, Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici, ha dato il via ai lavori per la presentazione del II° rapporto MediaBiotech.

I leader europei starebbero segretamente preparando un piano senza precedenti per diffondere le colture geneticamente modificate. Nonostante ai popoli che essi governano, gli OGM proprio non piacciano. Lo ha rivelato, prima di Capanna, l'Independent on Sunday, che si è procurato documenti inediti e riservati secondo cui esisterebbero piani per "accelerare" l'introduzione di colture e di cibi geneticamente modificati, affrontando la resistenza dell'opinione pubblica. In particolare, si darebbe più voce ai rappresentanti delle organizzazioni agricole e alle industrie - includendo fra queste i giganti delle biotecnologie tipo Monsanto - per contrastare gli "interessi costituiti" degli ambientalisti.

Secondo l'Independent, a questo piano sono state dedicate due riunioni indette dal presidente della Commissione Europea Barroso e presiedute dal suo capo di gabinetto con rappresentanti dei capi di governo dei 27 Paesi dell'Unione Europea (l'Independent non rivela chi è andato per l'Italia).

"Europe's Secret Plan to Boost GM (Genetically Modified) Crop Production”, Independent on Sunday

In Europa, a piccoli passi, o meglio, a piccole spallate, sta iniziando a crollare il muro difensivo contro le colture OGM. A soli tre giorni di distanza dall’approvazione dell’importazione e trasformazione, ma non alla coltivazione (almeno non ancora), della soia transgenica “A2704-12” della Bayer (con voto contrario dell’Italia), che entrerà in commercio dal prossimo anno, è sbucato fuori il secondo il rapporto del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, secondo cui gli OGM sono sicuri per la salute umana.

La Commissione di esperti, si legge nel dossier, in base alle attuali conoscenze (piuttosto scarse, ndr), ritiene che gli OGM siano sicuri, anche se restano delle aree di possibile miglioramento. A dire sì agli OGM sono la SANCO (Directorate General for Health & Consumers), l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e un pool di 20 superesperti internazionali. Il documento, tuttavia, non rappresenta la posizione ufficiale della Comunità Europea. Il fatto che non sia specificato da chi siano finanziati questi studi, se da organismi indipendenti o dalle stesse multinazionali produttrici dei semi OGM, lo rende alquanto discutibile.

Assobiotec, a nome del Presidente, Roberto Gradnik, ha commentato: “A questo punto ci attendiamo che il governo italiano, dopo le aperture espresse da numerosi suoi esponenti e dallo stesso presidente del Consiglio, faccia ripartire da subito la sperimentazione in campo di quegli OGM che hanno già ricevuto il parere positivo di un comitato di tecnici esperti del ministero dell’Agricoltura, del ministero dell’Ambiente e delle Regioni. Così come ci attendiamo un’inversione di tendenza rispetto alla chiusura pregiudiziale che da anni caratterizza la posizione dell’Italia in sede di approvazione europea per la coltivazione e per l’import di prodotti geneticamente modificati”.

Di tutt’altro avviso, i rappresentanti di 47 Regioni europee e Slow Food International, che al Salone del Gusto di Torino hanno firmato un accordo contro gli OGM. Tra i firmatari, il presidente della Rete delle Regioni d'Europa OGM-Free, Gonzalo Saenz De Samaniego. L'azione che i firmatari hanno deciso di intraprendere, secondo l'assessore regionale all'agricoltura del Piemonte, Mino Tarocco, sarà "una forma di pressione sull'Unione Europea", soprattutto perché il libro verde su produzione e qualità, non specifica, nel testo "la distinzione tra le coltivazioni con OGM e quelle libere".

La Rete delle Regioni europee “OGM-Free” comprende Toscana, Marche, Lazio, Sardegna, Provincia autonoma dell’Alto Adige, il Salisburghese, l’Alta Austria, il Burgenland e la Stiria (Austria), l’Highlands & Islands (Scozia) e il Galles, lo Schleswig-Holstein (Germania), l’Ile de France, la Bretagna, l’Aquitania, il Limousin e il Poitou-Charentes (Francia), i Paesi Baschi, Drama-Xavala-Xanthi (Grecia).

L’EFSA, intanto, dovrà valutare una trentina di dossier relativi ad altrettanti prodotti OGM già in commercio in Europa e fornire un parere alla Commissione Europea entro un anno. L'EFSA ha già dato pareri sulla "salubrità" di certi alimenti
modificati, ma tali posizioni sono state spesso criticate perché molto possibiliste e rassicuranti. Ora dovrà valutare se su questi trenta prodotti sono emersi nuovi elementi. Tra i dati che l'EFSA deve esaminare, ci sono anche quelli forniti direttamente dalle aziende produttrici dei prodotti da valutare. Ultimamente, la direttrice Catherine Geslain Laneelle ha affermato che verranno consultati anche i dati statistici forniti da Greenpeace.

Lo scorso 25 luglio, l’Austria ha bandito il mais OGM MON863.

"Analisi di laboratorio mostrano chiaramente che il MON863 produce segni di tossicità per gli animali, ciò nonostante la Commissione Europea continui a permettere l’ingresso di questo OGM nella filiera alimentare", denuncia Federica Ferrario, responsabile campagna OGM di Greenpeace, "è decisamente preoccupante che il sistema autorizzativo europeo per gli OGM non riesca ad identificare questi pericoli, un chiaro segnale che una riforma radicale è quantomai necessaria".

Il MON863 é nell’occhio del ciclone dal maggio del 2004, quando il quotidiano francese Le Monde informava che i topi nutriti con questo mais transgenico mostravano cambiamenti nella composizione del sangue e possibili danni agli organi interni. Nonostante le controversie di natura scientifica, la Commissione Europea, nel gennaio 2006, ha permesso l’importazione di questo OGM nel mercato europeo per uso alimentare e mangimistico. L’ok è arrivato contro il parere della maggioranza degli stati dell’UE: a settembre del 2004, 14 Stati membri avevano votato contro l’autorizzazione del mais Monsanto, mentre solo 5 paesi avevano dato parere favorevole. Investigazioni di Greenpeace e ulteriori studi indipendenti, pubblicati nel marzo del 2007, hanno confermato che fegato e reni dei topi alimentati con mais MON863 vengono danneggiati.

“È semplicemente inaccettabile che l’Unione Europea anteponga gli interessi commerciali di aziende come la Monsanto alla sicurezza dei cittadini europei. Il bando austriaco è un esempio da seguire in Italia e in tutti gli stati europei”, conclude la Ferrario.

"Austria blocca mais OGM MON863”, Greenpeace.org, 25 luglio 2008

L’Institute for Prospective Technological Studies (IPTS) del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, ha pubblicato un’indagine sull'effetto delle coltivazioni OGM nelle dinamiche agricole della Spagna.

L'indagine, intitolata "Adozione e performance della prima produzione GM introdotta nell'agricoltura UE: il mais Bt in Spagna", è stata condotta nelle tre regioni spagnole che maggiormente producono mais Bt, ovvero Aragona, Catalonia e Castilla-La Mancha. A partire dal 2006, queste tre regioni rappresentano il 90% delle aree a coltivazione di mais Bt della Spagna. I coltivatori coinvolti nelle tre province di queste regioni (Saragozza, Lleida e Albacete) coltivano mais Bt per la produzione di mangime.

I risultati dell'analisi mostrano che soltanto in una delle regioni si è verificato un aumento della raccolta: a Saragozza (11,8%). È interessante notare che, dal momento che tutto il mais prodotto viene venduto come mangime, i coltivatori non ricevono alcun premio per aver prodotto mais non-OGM. Di conseguenza, i coltivatori di mais Bt sono in grado di ottenere un guadagno maggiore, perché riescono a produrre di più, riducendo l'uso di insetticidi, sebbene, inizialmente, devono fronteggiare maggiori costi per acquistare i semi rispetto ai coltivatori tradizionali. In media, i coltivatori di mais tradizionale hanno applicato una media di 0,86 trattamenti pesticidi all'anno, mentre quelli di mais Bt, una media dello 0,32 all'anno.

Il rapporto, in conclusione, rileva che "l'impatto dell'adozione del mais Bt sul margine lordo registrato dai coltivatori nelle varie province oscilla tra zero e 122 Euro per ettaro all'anno". La motivazione maggiormente avanzata dai coltivatori durante l'indagine per aver scelto il mais Bt, è che "abbassa il rischio dei danni provocati dalla piralide del mais", seguita da "produzioni maggiori”.

"The first large-scale study on the agronomic and economic performance of a genetically modified crop cultivated in the EU”, Cordis, 14 luglio 2008

Un altro studio, a cura dell’Institute of Environmental Science and Technology della Universitat Autònoma de Barcelona, che ha analizzato la situazione in Catalonia e Aragona, principali produttori europei di cibi transgenici, ha concluso che la coltivazione di mais OGM ha causato una drastica riduzione della coltivazione organica e ha reso impossibile la coesistenza tra le diverse colture (i risultati sono stati pubblicati sul Journal of Agricultural and Environmental Ethics).

Lo studio è stato condotto dalla ricercatrice Rosa Binimelis, che lavora al progetto europeo “ALARM” (Assessing Large Scale Risks for Biodiversity with Tested Methods) analizzando le applicazioni del concetto di coesistenza tra colture OGM e convenzionali nell’Unione Europea. Tale concetto è stato introdotto nel 2002 dalla Commissione Europea con due obiettivi: rispondere alle crescenti preoccupazioni riguardanti la possibile contaminazione delle colture tradizionali e contrastare la moratoria "de facto" – non riconosciuta ufficialmente – in modo da introdurre in Europa nuove coltivazioni transgeniche. In base al principio della coesistenza, dunque, dopo l’applicazione di misure tecniche, sarebbe dovuto diventare possibile operare liberamente nel mercato riducendo i conflitti politici legati agli OGM.

La ricerca della Binimelis, unica nel suo genere, ha riguardato le tecniche qualitative mediante 51 interviste e osservazione diretta (22 interviste con agricoltori e le altre con esponenti politici, tra cui rappresentati governativi, scienziati, accademici, membri di ONG e di altre organizzazioni). Nel 2007, la situazione era la seguente: la superficie usata per coltivare mais transgenico Bt in Catalonia e Aragona era rispettivamente di 23.000 e 35.900 ettari, ovvero il 55% e il 42% della superficie totale usata per coltivare mais. Il processo di produzione è integrato in cooperative e copre l’intera catena di produzione, rendendo difficile e costoso separare i raccolti OGM da quelli convenzionali. La Binimelis fa anche notare che, sebbene in Spagna stia crescendo in generale il numero di produttori ed ettari dedicati alle colture organiche, nel caso del mais, il trend è opposto: aumentano le colture OGM e diminuiscono quelle tradizionali. In particolare, l’area dedicata alla coltura organica, in Aragona si è ridotta del 75% dal 2004 e del 5% in Catalonia tra il 2002 e il 2005.

In conclusione, lo studio analizza le difficoltà degli agricoltori che coltivano mais organico nel chiedere una compensazione nel caso di contaminazioni, a causa delle incertezze tecniche, ma anche per ragioni sociali, per evitare che si creino conflitti locali in piccoli paesi. Sia il concetto della coesistenza che le proposte di differenti implementazioni, hanno dunque generato nuovi problemi invece di risolvere i conflitti esistenti.

"Lo studio condotto dall'Università di Barcellona dimostra una volta di più che nel contesto dell'Europa mediterranea è impossibile la coesistenza fra coltivazioni OGM in pieno campo e colture biologiche". Così Paolo Carnemolla, presidente di FederBio, l'organizzazione unitaria dell'agricoltura biologica italiana, ha commentato la pubblicazione dei risultati dello studio. "Nella regione dell'Aragona – ha proseguito - dal 2004 al 2007, la coltivazione del mais biologico è calata del 75% a causa dell'impossibilità di certificare il prodotto per la contaminazione derivante dalla coltivazione in pieno campo di mais BT geneticamente modificato, che in quella regione ha raggiunto nel tempo oltre il 40% delle superficie coltivata a mais".

"Ribadiamo quindi - ha concluso - che la nostra opposizione alle coltivazioni OGM non ha nulla di ideologico, ma è una semplice questione di sopravvivenza per un'agricoltura che, non solo per il nostro Paese e per le imprese, è elemento importante di competitività ma ha una insostituibile funzione ambientale e sociale".

"An Impossible Coexistence: Transgenic And Organic Agriculture”, ScienceDaily.com, 2 luglio 2008

Secondo il Ministro del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, l'Italia dovrebbe sbloccare l'attuale situazione degli OGM, soggetti al momento ad una "moratoria di fatto".

Il ministro auspica che il legislatore si ponga in una situazione di imparzialità, senza pregiudizi né a favore dei processi naturali, né a sfavore di processi biotecnologici, che potrebbero comportare migliorie del prodotto, se soggetti a rigorosi controlli e test.

"Credo si debba applicare anche in Italia - ha concluso Sacconi - il principio della coesistenza fra diverse tecniche produttive. Ci sono i modi per garantire ciò, la Commissione Europea ha robusti protocolli di valutazione per quanto riguarda i modi stessi e per poter garantire questa coabitazione tra diverse tecniche produttive".

In precedenza, Adolfo Urso, sottosegretario allo sviluppo economico, aveva chiesto a Bruxelles, in rappresentanza del governo italiano, che l'Europa si apra alla ricerca in campo OGM, soprattutto per quanto riguarda il loro uso per i biocarburanti, in modo da rendere più competitiva l'industria agroalimentare comunitaria. “In materia di OGM”, ha detto Urso rivolgendosi ai colleghi e ai commissari europei, ma anche ai rappresentanti del mondo produttivo, “non avremo mai una visione ideologica, riteniamo che sia sbagliato essere ideologicamente contro o ideologicamente a favore, pensiamo che bisogna essere responsabili ed avveduti”. Per questo, ha aggiunto, “non comprendiamo come non si possa o non si debba realizzare in maniera significativa la ricerca sugli OGM, proprio al fine di utilizzare i prodotti per i biocarburanti. Vogliamo che questi prodotti siano realizzati nei campi oggi non utilizzati per coltivazioni alimentari. Su questo le regole devono essere ferree”.

A proposito di biocarburanti. Il ricercatore Greg Pal, direttore del LS9, uno dei tanti istituti di ricerca presenti nella Silicon Valley, ha scoperto che alcuni batteri, se modificati geneticamente, sono in grado di produrre un biocombustibile simile al petrolio a partire da scarti della produzione agricola: servirebbero non più di 20 mila dollari e poche settimane di lavoro, per ottenere un biocarburante che non arriverebbe a costare più di 50 dollari al barile.

Un petrolio rinnovabile e anche ecologico: le emissioni di gas serra prodotte dalla sua combustione, infatti, dovrebbero essere minori di quelle emesse dai materiali grezzi da cui viene solitamente il petrolio tradizionale. Greg Pal ha dichiarato che il piano è quello di avere una dimostrazione su scala planetaria entro il 2010 e, parallelamente, lavorare su un impianto commerciabile da avviare entro il 2011.

"Building Better Biofuels”, Biomass Magazine, agosto 2008

Credit:John Innes Centre

Pomodori viola per combattere i tumori.

Creati da Cathie Martin, che da anni studia le proprietà dei pomodori, contengono i geni di un fiore e producono una quantità importante di antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, di cui i pomodori normali (pur ricchi di anticancro come i licopeni) sono privi. La combinazione triplica lo scudo. Così almeno si è visto sui topi di laboratorio (lo studio è stato pubblicato su Nature Biotechnology).

Grazie allo studio europeo “progetto Flora”, a cui partecipa l'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Umberto Veronesi, Cathie Martin e la sua équipe hanno realizzato i pomodori OGM anti-cancro nei laboratori britannici del John Innes Centre di Norwich. Inseriti nella dieta di topi mutanti (senza il gene p53) particolarmente suscettibili ai tumori, sono riusciti ad allungarne la sopravvivenza. O meglio, a posticipare la comparsa scontata del tumore.

Lo IEO punta molto sullo studio di questi cibi «arricchiti» per prevenire i tumori, sperando in futuro di riuscire a bloccare lo sviluppo di cellule neoplastiche, creando verdura e frutta migliorata geneticamente per farci arrivare sani ai 120 anni di vita media programmata dai nostri geni.

«Senza esagerare con la fantasia, si tratta di un importante passo avanti - dice Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca dello IEO - nello studio degli antiossidanti, dei flavonoidi (le antocianine) in particolare, ormai largamente considerati una valida arma di prevenzione nei confronti di una vasta gamma di patologie, dalle malattie cardiovascolari ad alcuni tipi di cancro. La dieta seguita dalla maggioranza della popolazione nel mondo occidentale non sembra essere sufficiente a garantire un apporto adeguato di queste sostanze, presenti nelle verdure e nella frutta (soprattutto frutti di bosco, uva, arance rosse). Per questo, il progetto Flora punta a capire meglio i loro meccanismi di azione e a trovare nuove strade per aumentarne il consumo».

Per ottenere una particolare ricchezza di antocianine, i ricercatori inglesi hanno fatto ricorso a due geni presenti nel fiore bocca di leone, conferendo così un colore viola (blu-rosso) ai nuovi pomodori. «I due geni che abbiamo isolato dalla bocca di leone - spiega Eugenio Butelli che lavora nel centro di Cathie Martin ed è primo autore della ricerca - sono responsabili dei colori dei fiori e, se introdotti in altre piante, sono la combinazione vincente per produrre antocianine». Una polvere ottenuta dai pomodori viola è stata somministrata a topi di laboratorio mutanti privi del gene della proteina p53 (comunemente conosciuta come «guardiana del genoma»). È una proteina fondamentale nel processo di sviluppo dei tumori. I topi che ne sono privi sviluppano, precocemente, diversi tipi di tumore, soprattutto linfomi. Gli animali usati per i test sono stati divisi in tre gruppi, a dieta diversa: al primo gruppo, è toccato cibo comune, al secondo, è stato aggiunto un 10% di estratto di pomodoro rosso normale, al terzo, mangime con estratto di pomodoro viola. «Tra i primi due gruppi non sono state riscontrate differenze - spiega Marco Giorgio, dello IEO, che ha condotto la sperimentazione sui topi - mentre l'ultimo gruppo, che ha mangiato pomodori viola, ha mostrato un allungamento della vita significativo: è sopravvissuto in media 182 giorni rispetto ai 142 dei topi a dieta comune». Anche se i risultati sono molto promettenti, i ricercatori invitano comunque alla cautela.

I pomodori scuri e OGM, comunque, non sono una novità. Esistono già il “Kumato”, un OGM, e il Nero di Crimea, ma queste varietà non hanno antocianine. Poi c'è il pomodoro “Sun Black” (progetto italiano Tom-Anto finanziato dal ministero dell'Università e della Ricerca), in cui le antocianine sono accumulate nella sola buccia.

Dure le crtiche dei VAS (Verdi Ambiente e Società) espresse da Simona Capogna, dell'esecutivo nazionale: "Abbiamo semplicemente visitato il sito internet di Flora, il progetto finanziato dalla Commissione Europea, per scoprire che la soluzione per essere più sani è a portata di mano: basta mangiare arance, pomodori, frutti di bosco, broccoli, olio di oliva, uva, basilico, legumi, cioccolata e bere tè verde. Sono tutti flavonoidi - sottolinea la Capogna - presenti in una dieta sana, che consentono al nostro corpo di tutelarci dall'insorgenza di malattie tumorali e cardiovascolari”.

A chi può servire un pomodoro del genere? "Sicuramente - rispondono i VAS - ai soggetti che ne deterranno il brevetto, alle aziende che lo venderanno (ad un prezzo maggiorato) e ai ricercatori che faranno carriera o compreranno azioni di aziende biotech”. Cosa sarebbe invece veramente utile fare per i cittadini? “Utilizzare i risultati della ricerca Flora per favorire il consumo di flavonoidi (ancora troppo scarso in Occidente, secondo i ricercatori) attraverso l'uso di alimenti naturali (già esistenti in abbondanza). E, quindi, vietare l'utilizzo di sostanze chimiche dell'agricoltura industriale. Ridurre la distanza tra il campo e la tavola".

Secondo Simona Capogna, occorrerebbe "fare delle leggi più stringenti per i prodotti industriali, spesso ingannevoli, che non contengono ciò che dovrebbero: succhi al gusto di arancia senza arance, olio di oliva senza olive, vino senza uva, barrette di cioccolata senza cacao. Sono solo alcuni degli esempi delle contraffazioni alimentari legalizzate (dalle norme che regolano il settore)".

"Insomma - concludono i VAS - le soluzioni sono tante, ma hanno tutte un inconveniente: vanno ad erodere i profitti di grandi gruppi industriali e finanziari. Gli stessi che parteggiano per il pomodoro transgenico".

"La bioingegneria è solo l’ennesimo business che proverà a vendere illusioni attraverso un pomodoro viola”, dice Michela Kuan, responsabile della Lega Anti Vivisezione (LAV), che critica, in particolare, la sperimentazione delle qualità anticancro su topi geneticamente modificati a tal fine: “I topi, come molti altri mammiferi, non sviluppano il cancro e non sono soggetti a metastasi - spiega Michela Kuan - quindi per studiare gli effetti antitumorali del pomodoro sono stati geneticamente modificati, creando un vortice di aberrazioni che in maniera esponenziale rende qualsiasi dato ottenuto sempre più inapplicabile ed inutile".

"Nei pomodori viola geneticamente modificati - continua la Kuan - sono stati inseriti due geni della pianta bocca di leone. I ricercatori hanno ottenuto un aumento dell’aspettativa di vita dei topi da laboratorio di 40 giorni, passando da 142 giorni di vita a 182. Come sarà possibile trasferire il risultato ad un'altra specie, quella umana che, oltretutto, vive in media 85 anni? La ricerca risulta ancora più discutibile considerando che in natura esistono numerosi cibi che contengono gli stessi principi curativi e preventivi; tra i più efficaci: aglio, prodotti a base di soia, frutti rossi, legumi, agrumi, verdure della famiglia delle crocifere (broccoli, cavoletti di Bruxelles, cavolo, cavolfiore e verza) e tè, tutti facilmente accessibili ed in grado di prevenire una vasta gamma di patologie".

"Invece di spendere fondi per finanziare ricerche inutili basate sulla sofferenza di animali - conclude la Kuan - sarebbe più logico garantire maggiore informazione sulle proprietà curative e preventive degli alimenti, sottolineando la fondamentale importanza di un’alimentazione sana e variata, soprattutto nelle fasi di crescita e sviluppo".

"Purple tomato may boost health”, BBC News, 26 ottobre 2008

Secondo un sondaggio Demoskopea per Assobiotec, il 74% degli agricoltori lombardi che coltivano mais sarebbero favorevoli alla sperimentazione di OGM e il 67% sarebbe pronto a coltivare da subito mais geneticamente modificato, se la legge lo consentisse. Inoltre, il 30% dei consumatori si dichiara favorevole agli OGM, affermando che comprerebbero da subito prodotti OGM in commercio.

Secondo Coldiretti, invece, la grande maggioranza degli italiani, nonostante la crisi finanziaria e l'emergenza alimentare, non giudica la diffusione degli OGM una soluzione positiva. Al contrario, si rafforza l'opposizione (+5,2% rispetto all'analisi del 2007). Ad affermarlo è l'indagine sulle abitudini alimentari dopo l'esplosione della crisi finanziaria, presentata, a Cernobbio, all'ottavo Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione della Coldiretti.

In particolare, quasi tre italiani su quattro che esprimono una opinione (72%), ritengono che i cibi con organismi geneticamente modificati siano meno salutari di quelli tradizionali. "Le coltivazioni OGM nel mondo non solo non hanno risolto il problema della fame, ma hanno aggravato la dipendenza economica dall'estero di molti Paesi in via di Sviluppo", ha affermato il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, sostenendo che "l'Italia, con i suoi primati qualitativi, ha una ragione in più per rispettare il principio di precauzione nei confronti dei consumatori che mostrano una forte opposizione agli OGM".

Secondo tre indagini commissionata dalla Fondazione Diritti Genetici, gli italiani vogliono capirne di più sugli OGM perché hanno grandi timori sui possibili rischi per la salute e, comunque, gradirebbero maggiori approfondimenti da parte dei media sui temi del rapporto tra alimentazione e salute.

Secondo l'indagine condotta dall'istituto nazionale di ricerche Demopolis, il timore per i rischi sulla salute è tra le principali ragioni della contrarietà espressa dal 78% degli intervistati. Nella spesa quotidiana, il 36% dichiara che per l'acquisto dei prodotti agro-alimentari si orienta anche sulla base delle informazioni contenute nelle etichette. Ma tali indicazioni sembrano non essere sufficienti visto che oltre 9 italiani su 10 hanno sete di informazioni sui temi della qualità del cibo e sul rapporto tra alimentazione e salute. Attenzione che cresce ulteriormente tra le donne e tra gli over 54. In particolare, il 76% dichiara che seguirebbe un programma televisivo o radiofonico di approfondimento su questi argomenti.

Secondo l’indagine di Datalab, risulta che nel medium più fruito dell'informazione, la TV, su 30 ore di programmazione, soltanto due nel palinsesto, cioè il 6,7% del totale, sono state dedicate a notizie sulla qualità del cibo, la sicurezza alimentare e gli OGM. "Poiché l'80% degli intervistati vorrebbe avere specifiche rubriche settimanali informative su questi temi, già domani - ha annunciato il presidente della Fondazione Diritti Genetici, Mario Capanna - chiederò, sia alla Rai che all'Ordine dei Giornalisti, più spazi dedicati per approfondire i temi della qualità agroalimentare, la sicurezza a tavola e quello degli OGM e delle loro ricadute".

A fronte di questo interesse diffuso, "manca una divulgazione davvero adeguata alla forte istanza informativa dei consumatori", ha sottolineato la ricercatrice dell'Università degli studi di Salerno Grazia Basile. Dal monitoraggio dell'attenzione della carta stampata per i temi della qualità del cibo, nell'autunno 2007, durante la consultazione nazionale su OGM e modello agroalimentare promossa dalla Coalizione “ItaliaEuropa Liberi da OGM”, emerge che giornali e periodici offrono ai lettori un'informazione discontinua, spesso poco approfondita e con tecnicismi senza spiegazioni. "Le fonti - afferma la ricercatrice - spesso non sono menzionate e il taglio degli articoli è quasi esclusivamente politico, con metafore belliche o sportive che evocano guerra, più che un sano confronto tra le parti. La maggior parte degli articoli poi, su un tema che incide sull'alimentazione quotidiana di tutti, presuppone da parte del lettore un livello di conoscenze medio, se non medio-alto, e ha come protagonisti i politici (46,8%) e rappresentanti di organizzazioni".

In Gran Bretagna, l´opposizione alla colture OGM ha fatto registrare atti eclatanti: le proteste hanno preso di mira i campi che ospitano gli impianti sperimentali delle 54 coltivazioni resistenti ai pesticidi, con l’intenzione di impedire la diffusione di prodotti biotecnologici e di OGM in Europa e nel mondo in via di sviluppo.

A Leeds, è stato addirittura espiantato un intero campo di patate OGM e i ricercatori del National Institute of Agricultural Botany hanno chiesto al Ministro dell´Ambiente Phil Woolas di realizzare una struttura sicura per difendere gli OGM rimanenti dai
vandalismi.

Nel settembre dell’anno scorso, in Francia, attivisti di Greenpeace hanno marcato in rosso un intero campo di mais transgenico MON810 illegale, per cercare di porre la questione delle coltivazioni OGM illegali all’attenzione della Commissione Europea.

"Leeds University gives in to GMO Genetically Modified Organisms or God Move Over for PROFIT”, ThisisUll.com, 13 maggio 2008

In India, anche a seguito delle migliaia di suicidi tra gli agricoltori non più in grado di reggere economicamente allo “strozzinaggio" annuo delle sementi sterili prodotte dalla Monsanto, la Coalition for Genetically Modified (GM) Free India ha radunato centinaia di agricoltori provenienti da 15 diversi stati davanti al Jantar Mantar per protestare contro le colture geneticamente modificate e raccogliere il sostegno del deputato Murli Manohar Joshi del Partito del Popolo Indiano (BJP), che ha paragonato i danni causati dalle colture biotecnologiche all’agricoltura indiana al flagello della tubercolosi.

Joshi ha fatto notare che la comunità agricola nazionale non è stata in alcun modo rappresentata nella Commissione che ha deciso del destino delle colture transgeniche in India, mentre la Wall Mart e la Monsanto, i maggiori beneficiari di una loro eventuale immissione in commercio, hanno pesantemente influenzato il corso delle trattative.

Mentre resta irrisolta l'emergenza economica, ambientale ed umana innescata dal cotone transgenico, l'India potrebbe essere il primo paese al mondo ad autorizzare l'immissione in commercio di un prodotto geneticamente modificato, destinato al consumo alimentare umano: la melanzana biotech. Yudhvir Singh, del sindacato degli agricoltori indiani (Bharatiya Kisan), dice: “L'India produce già melanzane in abbondanza. Siamo il secondo produttore mondiale di melanzane. Il lancio commerciale di questo nuovo prodotto transgenico gioverà solo alle multinazionali a tutto discapito della salute dei cittadini”.

"Protest for GM free India”, YuvaIndia.org

Secondo gli ambientalisti, le colture OGM incoraggiano un maggiore uso di prodotti chimici che minacciano gli ecosistemi e la salute umana, erodendo la speranza di andare verso una produzione alimentare più ecologica (cioè biologica), che garantisca ai produttori locali il giusto prezzo (cioè commercio equo e solidale), pagato da consumatori riconoscenti e più sani. Oggi, però, la stretta energetica sta mettendo con le spalle al muro molti contadini e pescatori, mentre l´aumento del costo dei prodotti alimentari e la domanda crescente che viene dai mercati asiatici in
espansione, fanno aumentare gli argomenti a favore degli alimenti geneticamente modificati. In molti paesi, la domanda di cibo spazzerà via ogni dubbio sui metodi di produzione.

Secondo Bill Freese, un analista politico del Center for Food Safety di Washington, «le proteste estreme sono sovraesposte sui media, in parte anche per gli sforzi fatti dall’industria biotech per discreditare l´opposizione. È davvero difficile ottenere che il nostro punto di vista venga rappresentato dai media».

L´industria biotech sostiene che con gli OGM è possibile produrre colture con rese più elevate, perché resistenti ai parassiti, che potranno alleviare la fame nel mondo. Ma l´ “International Assessment of Agricoltural Knowledge, Science and Tecnology Development”, un rapporto dell´ONU edito all´inizio di quest´anno, sottolinea che la produttività globale delle colture può migliorare anche con altre tecniche naturali, come l´utilizzo di piante più resistenti alla siccità o un´irrigazione più sostenibile e che le informazioni sulle biotecnologie e sulla produttività degli OGM sono ancora sono ancora «anedottiche e contraddittorie». Inoltre, secondo il rapporto ONU, le tecniche di sviluppo degli OGM sono in così rapida evoluzione che è impossibile una valutazione ambientale e dei rischi per la salute sul lungo termine. Inoltre, vi sono prove che la diffusione di colture OGM può portare alla creazione di nuove allergie alimentari e alla perturbazione dell´equilibrio ecologico. La relazione dell´ONU, conclude che le biotecnologie, concentrando la proprietà dei semi nelle mani di poche multinazionali, ha spinto verso l´alto il costo delle sementi e costretto i Paesi in via di sviluppo a servirsi di colture non adatte a quegli ambienti.

Nel mondo, sono attualmente coltivati ad OGM 114,3 milioni di ettari, con un incremento del 12% rispetto al 2006. Il biotech è ormai consolidato in Argentina, Brasile, Canada, Paraguay, USA ed altri Paesi si stanno orientando verso gli OGM, compresa la Cina. In Africa, il piccolo Malawi è diventato il secondo paese africano ad approvare l´uso di colture OGM.

"British Protests Highlight Global GMO Debate”, OneWorld.net, 7 agosto 2008

Il Sud-Africa è l’unico paese della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe [SADC] che coltiva sementi OGM – mais, cotone e soia – a livello commerciale. Dal 1997, l’agricoltura OGM è regolata dal “Genetically Modified Organisms Act”.

Negli ultimi dieci anni, l’adozione di colture OGM è aumentata e si è diffusa anche tra i piccoli coltivatori. «Come ogni altra tecnologia, anche gli OGM presentano una serie di rischi potenziali, alcuni dei quali relativi alla salute umane e animale e anche dell’ambiente” – ammette Priscilla Sehoole, capo ufficio stampa del ministero dell’agricoltura – “di conseguenza, la regolamentazione di tutte le attività che comportano l’uso di OGM viene sottoposta a un procedimento di valutazione scientifica che ne accerta i rischi potenziali». Seehole afferma che il ministero dell’Agricoltura sudafricano vorrebbe armonizzare le politiche sugli OGM della SADC, per «eliminare alcune barriere tecniche che [attualmente] frenano il commercio nella regione».

Gli attivisti anti-OGM, come l’African Centre for Biosafety, si oppongono a questo approccio. «L’industria degli OGM spinge per avere una legislazione omogenea, perché così sarà più facile commercializzare varietà di sementi OGM in diversi paesi. Chi si preoccupa della biosicurezza, nutre forti dubbi sugli ipotetici vantaggi di una armonizzazione legislativa regionale”, afferma la direttrice dell’African Centre of Biosafety, Mariam Mayet, “Attualmente, ogni paese della SADC ha le proprie politiche in materia, e le leggi differiscono l’una dall’altra. Ciò significa che ogni applicazione di OGM deve passare per il sistema di consultazione e di approvazione pubblica di ciascun paese, e questo giova alla
trasparenza e alla responsabilità».

Quando il Sud Africa ha varato la legislazione sugli OGM nel 1997, la maggior parte della popolazione non era consapevole delle polemiche che avrebbero investito questa tecnologia. «Ma ormai non si può tornare indietro. Quel che è fatto è fatto», dice Mayet. L’industria alimentare sudafricana è già satura di OGM, afferma: «È tutto contaminato, e, a peggiorare la situazione, l’etichettatura del contenuto OGM non è obbligatoria. Occorre una profonda riforma della legislazione in vigore, e un sistema di verifica per individuare quali cibi contengono OGM e quali no».

Nell’ultimo decennio, il Sud Africa ha stretto accordi commerciali con grandi imprese multinazionali di biotecnologia agricola, come la Monsanto, che – nel tentativo di controllare la produzione agricola mondiale – promuove il sovvenzionamento di sementi OGM brevettate. Mediante un sistema di incentivi a sostegno delle monocolture, i piccoli coltivatori vengono sistematicamente integrati nell’agricoltura commerciale, soprattutto per l’export, e incoraggiati a mettere insieme le proprie terre.

«Sulla carta è tutto molto bello, ma in realtà è un ingegnoso stratagemma per ottenere accesso alle terre. I piccoli agricoltori che firmano i contratti per gli OGM perdono presto il controllo della gestione dei semi, della produzione e infine della terra. E quindi perdono la propria sovranità alimentare”, spiega Mayet, “gli OGM emarginano i piccoli coltivatori poveri. Ci aspettano tempi duri e bisogna lottare per il diritto alla terra e alle risorse. Ma non molleremo».

"I piccoli coltivatori sudafricani spinti a piantare semi geneticamente modificati” ipsnotizie.it, 24 luglio 2008

Il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali ha reso noto i risultati per il 2007 dell’attuazione del “Piano nazionale di controllo ufficiale sulla presenza di organismi geneticamente modificati negli alimenti”. Per i prodotti convenzionali, i campioni prelevati sono stati 698. “In quest’ambito – si legge nel rapporto - le positività riscontrate, relative ad OGM autorizzati sul territorio comunitario, sono state 65 ossia il 9,3%”.

Il 25% delle contaminazioni ha interessato la farina di mais, il 10% bevande di soia, il 9% fiocchi di cereali, l’8% biscotti, il 6% il mais dolce, il 5% granella di mais fino ad arrivare all’1-2% di diverse matrici quali amido di mais, snacks dolci o crackers.

Per i prodotti biologici, i campioni prelevati sono stati 97 con una percentuale di positività del 3% dovuta alla presenza di soia Roundup Ready (Monsanto), in due campioni di farina di soia e in un prodotto dolciario da forno.

Nell'Emilia del Parmigiano Reggiano, in questi ultimi anni, fra i foraggi naturali, si è insinuata la soia transgenica della Monsanto - la soia Roundup Ready - in grado di sopportare massicce dosi di erbicida Roundup (prodotto sempre dalla Monsanto). Greenpeace sta portando avanti una battaglia per salvare il Parmigiano dalla contaminazione transgenica.

Secondo Greenpeace, oltre il 90% degli OGM importati in Europa, consiste in soia e mais destinati agli animali come mangimi. E la dieta degli animali allevati in Europa è composta fino al 30% da OGM: questo vuol dire che, ogni anno, 20 milioni di tonnellate di OGM entrano nella catena alimentare degli europei, all'insaputa dei consumatori e senza che si possa esercitare il diritto di scelta.

Mentre sono sempre di più i prodotti e i produttori italiani che escludono l'uso di OGM in tutti i passaggi della produzione, il disciplinare di produzione non esclude l'impiego di mangimi contenenti OGM. È vero che l’Italia non produce soia sufficiente per l’intero fabbisogno nazionale, e perciò la importa da Paesi quali Argentina, Brasile o Stati Uniti. Ma, mentre la produzione argentina é quasi completamente transgenica, ed é purtroppo molto impiegata nell’alimentazione animale in Italia, per Stati Uniti e Brasile sono attivi da tempo canali di produzione ed esportazione di soia certificata non-OGM. Il Brasile, in particolare, dal punto di vista quantitativo, è il paese esportatore di maggiore interesse. Nonostante vi venga prodotta anche soia OGM, la maggioranza della produzione rimane libera da OGM.

Nel 2005, il Brasile ha esportato quasi 40 milioni di tonnellate di soia, di cui quasi la metà verso l’Europa. Si tratta di milioni di tonnellate di soia che possono essere certificate non-OGM, e mettere così fine all’incertezza. La soluzione dunque ci sarebbe e un consorzio di tutela dovrebbe agire in tal senso.

Seguendo l'elaborazione dei dati Nomisma, Greenpeace sostiene che sarebbero sufficienti 200.000 tonnellate annue di soia certificata non-OGM per assicurare la salvaguardia del Parmigiano-Reggiano sui mercati internazionali. Chi esclude gli OGM dalla filiera, in realtà esiste già, grazie al parmigiano reggiano biologico che per precisa indicazione disciplinare non impiega OGM e offre ai consumatori un prodotto garantito da tutti i punti di vista. Ma anche altri allevatori aderenti al Consorzio hanno già espresso la propria volontà di utilizzare solo mangimi senza OGM, per poter continuare a produrre un latte sicuro al 100%.

EFSA: Panel on Genetically Modified Organisms (GMO)

Joint Research Centre

Directorate-General for Health and Consumer Protection

Progetto Flora

ALARM Project

LS9, Inc.

International Assessment of Agricoltural Knowledge, Science and Tecnology Development

African Centre for Biosafety

Biowatch South Africa

Assobiotec

Slow Food

Rete Europea OGM Free

Center for Food Safety

Federbio

Fondazione Diritti Genetici

Liberi da OGM

PIANO NAZIONALE DI CONTROLLO UFFICIALE SULLA PRESENZA DI OGM (pdf)

PARMIGIANO REGGIANO LIBERO DAGLI OGM

La Monsanto Semina Terrore

La Guerra degli OGM

INVASIONE MOLECOLARE 2

CONTAMINAZIONI OGM

MAIS OGM TOSSICO

PESTICIDI KILLER

REFERENDUM POPOLARE SUGLI OGM

OGM APOCALYPSE

OGM APOCALYPSE 2

LA GUERRA DEGLI OGM 2

LA GUERRA DEGLI OGM 3

BIOLOGIA SINTETICA 4.0

martedì 28 ottobre 2008

BIOLOGIA SINTETICA 4.0

Il rapido progresso della bionanotecnologia strutturale è ancora limitato dagli alti costi e dalla alta complessità del lavoro per costruire nanostrutture di DNA passo per passo in laboratorio. Una partnership tra il laboratorio di Hao Yan al Biodesign Institute dell’Arizona State University e quello di Nadrian C. Seeman alla New York University, è riuscita a replicare due nanostrutture basiche di DNA, in modo efficiente ed economico, in cellule batteriche. Il fatto che questi blocchi di DNA artificiale auto-assemblanti siano tollerati da cellule viventi è stato sorprendente e potrebbe aprire la strada a nuove sinergie tra nanotech e biologia sintetica (i risultati sono stati pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences).

Nel regno della nanotecnologia, i nanoscienziati usano un'ampia varietà di materiali per costruire strutture su scala atomica. Ma il business della nanoingegneria è spesso limitato dalla scarsità di materia prima. “Quella che abbiamo creato è una bionanostruttura artificiale che può essere replicata dalla cellula”, dice Yan, “in questo modo le cellule possono essere utilizzate come nanofabbriche viventi”.

In questi ultimi dieci anni, i nanotecnologi hanno sviluppato diverse tecniche e diversi strumenti per unire ed organizzare le molecole in varie nanostrutture di DNA. “Per un singolo grammo di DNA”, dice ancora Yan, “c’è bisogno di un grammo di DNA da cui partire. Per copiare la struttura di partenza, si possono usare vari metodi chimici oppure si possono far replicare dalle cellule o anche da virus”.

Per testare la capacità nanomanifatturiera delle cellule, Yan e il suo team, Ned Seeman e Xing Wang della New York University, hanno riprodotto la prima nanostruttura di DNA - a forma di croce, a 4 braccia, e un’altra giunzione con una differente topologia. Per copiarla all’interno della cellula vivente, prima hanno il posto il “carico” all’interno di una cellula batterica, poi hanno tagliato e incollato il DNA necessario per incorporare queste strutture in un fagemide, una particella tipo virus che infetta la cellula batterica. Una volta all’interno della cellula, il fagemide ha usato la cellula come una macchina fotocopiatrice per riprodurre milioni di copie del DNA. Quindi, partendo da una singola infezione e da un singolo millilitro di cellule coltivate in laboratorio, sono riusciti ad ottenere trilioni di copie della nanostruttura di DNA.

Si tratta solo di un primo passo”, dice Yan. In futuro, i ricercatori sperano di riuscire a modificare a fare evolvere le nanostrutture di DNA usando il sistema cellulare, aprendo la strada a nuove applicazioni della biologia sintetica, come ad esempio la realizzazione di interfacce tra le nanostrutture di DNA e le cellule viventi. In un articolo pubblicato su Nature - “Nanotech comes alive: Viruses and bacteria act as factories for nanostructures“, Philip Ball cita anche altre ricerche nello stesso campo come il potenziale per applicare la selezione darwiniana e far evolvere artificialmente delle nanostrutture di DNA all’interno di cellule viventi.

"Using Living Cells As Nanotechnology Factories”, ScienceDaily.com, 8 ottobre 2008

Ricercatori del MedicalCollege of Wisconsin di Milwaukee hanno richiesto il brevetto di una nuova forma sintetica di proteina coinvolta in certi tipi di cancro e in malattie del sistema immunitario.

La proteina “CXCL12” è conosciuta anche come chemochina. Le chemochine sono una particolare classe di citochine che regola il movimento delle cellule nei tessuti e richiama globuli bianchi per combattere le possibili infezioni nei siti a rischio. Essenzialmente, agiscono come fari guida per il sistema immunitario. Nuove informazioni relative alla struttura della proteina sono state scoperte nel 2001 nel laboratorio di Brian Volkman, professore associato di biochimica al Medical College, sulla base di ricerche seminali svolte da Michael Dwinell, professore associato di microbiologia e genetica molecolare. “Crediamo che versioni sintetiche stabili della CXCL12 ci consentiranno di poter prevenire malattie come il cancro”, dice il Dr. Volkman.

Le recenti scoperte del Medical College (pubblicate su Science Signaling, un nuovo giornale online pubblicato da Science) sono relative ad uno studio condotto da Christopher Veldkamp, della Graduate School of Biomedical Sciences. Per indagare più a fondo il ruolo chiave della CXCL12 e del suo recettore cellulare, “CXCR4”, nel dirigere la migrazione di cellule cancerose verso siti comuni come il midollo osseo, linfonodi, tessuti del fegato e dei polmoni, nel laboratorio del Dr. Volkman è stato creato un modello tridimensionale per visualizzare come la CXCL12 interagisce con una porzione del CXCR4, scoprendo che era necessario collegare due molecole della CXCL12 in una forma chiusa, conosciuta come “dimero”, per far sì che non potessero essere separate chimicamente e si legassero al recettore. Ma la proteina dimero ha mostrato un comportamento differente, non facendo più migrare le cellule. I ricercatori allora hanno provato a combinare una normale CXCL12 con una chiusa, con il risultato che la migrazione delle cellule è stata quasi del tutto eliminata. Hanno scoperto così che è possibile alterare le proprietà della CXCL12 inibendo la migrazione cellulare.

"Di certo non ce l’aspettavamo”, dice il Dr. Volkman, “significa che le chemochine dimero possono essere partecipanti attivi nel dirigere la migrazione di globuli bianchi e anche altri tipi di cellule”. Il prossimo passo sarà stabilire se la CXCL12 dimero può davvero essere efficace nell’inibire la diffusione di un cancro.

"Researchers Find Synthetic Protein Which May Help Prevent Spread of Cancer” DailyTech.com, 18 settembre 2008


(Credit: Janet Iwasa, Szostak group, MGH / Harvard University MCT)

Un gruppo di ricercatori guidato da Jack Szostak, dell’Howard Hughes Medical Institute, sta tentando di creare la prima forma di vita interamente artificiale a partire da 0, una cellula sintetica capace di evolversi e riprodursi. "Abbiamo fatto notevoli progressi”, dichiara Szostak, “contiamo di realizzare la cellula sintetica nel giro di 10 anni”.

Per il momento, i ricercatori stano modificando ed assemblando molecole biologiche esistenti in natura per costruire cellule sintetiche con in possesso alcuni attributi di quelle viventi. `”Creare una vita artificiale è molto diverso dal riprodurre ciò che già esiste in natura”, dice Eckhard Wimmer, un microbiologo della Stony Brook University di Long Island, ”forse sarà possibile in futuro, ma ci vorrà ancora qualche centinaio di anni”.

Secondo Szostak, una cellula vivente ha bisogno di due cose essenziali: un certo numero di geni che contengono le istruzioni per nutrirsi, crescere, dividersi e riprodursi e una membrana o muro cellulare che separa il contenuto dall’esterno consentendo ai nutrienti di entrare. Lo scorso giugno, Szostak ha annunciato che il suo laboratorio ha realizzato il modello di una “protocellula”, una membrana sintetica che avvolge una copia di un segmento di materiale genetico. Il suo team, ora sta provando a sintetizzare l’altra metà del puzzle: una qualche forma di DNA artificiale.

George Church, professore di genetica all’Harvard Medical School di Boston, e Anthony Forster, un farmacologo della Vanderbilt University di Nashville, sono i co-autori del “diabolico” piano per costruire quella che chiamano una “cellula minimale”, contenente solo 151 geni, meno del più piccolo organismo esistente in natura, che ne contiene quasi 500. “La nostra creazione si differenzia dalla vita naturale”, dice Forster, ”sarà una forma di vita sintetica che dipenderà dalle parti esistenti”.

Steen Rasmussen, un fisico del Los Alamos National Laboratory, analogamente, è a guida del ``Protocell Project”, il cui obiettivo è costruire cellule artificiali simili a quelle naturali capaci di auto-sostenersi, riprodursi ed evolversi in strutture complesse. Per accelerare questi processi, bio-ingegneri di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology, hanno realizzato una libreria di centinaia di parti biologiche standard chiamate “BioBricks”.

"Science's awesome challenge: Creating artificial life”, McClatchydc.com, 4 agosto 2008

Una molecola contro la malaria ottenuta con microbi geneticamente modificati. Un team di ricercatori della University of California di Berkeley, guidato da Jay Keasling, ha inserito una dozzina di geni sintetici in cellule di lievito lasciate crescere e proliferare in enormi vasche di fermentazione in modo da ottenere il miracoloso acido di artemisinina, con cui si spera di debellare la temibile malattia in ogni continente da qui a tre anni (i risultati sono stati illustrati al convegno della Royal Society a Londra).

L'artemisinina, o dolce assenzio, si basa sull'estratto di un'erba cinese, la "Artemisia annua", una pianta della famiglia delle Asteracee originaria della provincia di Hunanche. Ma il procedimento attualmente in uso per estrarre il farmaco da questa erba di antico uso è lungo ed estremamente costoso. Attaverso la biologia sintetica, invece, si potranno creare quantità sufficienti di farmaco in un singolo bioreattore o fermentatore, così da sopperire nel giro di due anni alle necessità di milioni di persone a un decimo del costo degli anti-malarici attualmente in uso. "Il processo è molto simile a quello di produzione della birra - dice Keasling - anche se qui siamo alle prese con una dozzina di geni ingegnerizzati".

L’Italia ospiterà invece i primi test confinati, in quattro grandi gabbie, su zanzare geneticamente modificate per combattere la malaria. Le zanzare saranno chiuse in inverno in gabbie larghe 10 m e alte 15. Saranno maschi resi sterili grazie ad una tecnica messa a punto 2 anni fa dal gruppo del prof. Andrea Crisanti, la prima che permette di distinguere i maschi dalle femmine nelle zanzare. “La scelta è caduta sull'Italia per ragioni scientifiche, etiche e di sicurezza”, dice Crisanti.

"Malaria drug to be made from synthetic biology organism, Telegraph, 03 giugno 2008

"Genetically Modified Mosquitoes May Stop Malaria”, FoxNews, 19 giugno 2008

(Credit: iStockphoto/Sebastian Kaulitzki)

Ricercatori USA hanno creato dei “computer viventi” alterando geneticamente dei batteri, dimostrando che il bio-computing è fattibile, aprendo la strada ad una miriade di possibili applicazioni come lo storaggio dati o la creazione di nuovi strumenti per la manipolazione e l’ingegneria genetica.

Il team di ricerca formato da biologi e matematici del Davidson College in North Carolina e la Western State University nel Missouri, ha aggiunto geni al batterio Escherichia coli, creando un computer cellulare in grado di risolvere un classico puzzle informatico conosciuto come “burnt pancake problem” (problema delle frittelle bruciate): si tratta di sviluppare un algoritmo - un insieme di istruzioni - per ordinare gli elementi dal più grande al più piccolo scambiandoli di posizione, come un cuoco cambierebbe la posizione in una pila di frittelle di diversa grandezza a seconda se sono più o meno bruciate. Ciò che rende la progettazione di tale particolarmente complicata, è che tutti gli elementi, prima di essere ordinati, devono essere capovolti (per verificare la bruciatura) in modo tale che uno specifico lato si affacci verso l'alto (quello non bruciato).

Nell’esperimento, i ricercatori hanno usato frammenti di DNA come se fossero frittelle, aggiungendo geni di un tipo di batterio differente per consentire a E. coli di capovolgere le “frittelle” di DNA, includendo anche un gene per rendere il batterio più resistente ad un antibiotico solo quando i frammenti di DNA sono stati tutti capovolti e ordinati. “Il sistema offre molti vantaggi potenziali rispetto ai computer tradizionali”, dice Karmella Haynes, a capo della ricerca, “perché si possono utilizzare miliardi di batteri, ognuno dei quali può contenere diverse copie del DNA usato per il calcolo. Questi computer batterici possono agire in parallelo, quindi i risultati si avranno in un tempo molto più rapido, usando meno spazio e a costi più ridotti, e offrono inoltre il potenziale per auto-ripararsi ed evolversi dopo un uso ripetuto".

Anche per questo studio, i ricercatori hanno utilizzato i BioBricks.

"Engineering bacteria to solve the Burnt Pancake Problem" (pdf download) Journal of Biological Engineering

Nei laboratori di Los Alamos, negli Stati Uniti, è stato creato un batterio geneticamente modificato capace di degradare la cellulosa presente nell'ambiente. Dopo aver mappato il genoma del batterio “Cytophaga hutchinsonii”, che è naturalmente capace di degradare la cellulosa trasformandola in un idrocarburo semplice e sviluppando calore, i ricercatori lo hanno modificato geneticamente in modo da aumentarne l'efficacia, rendendolo capace di scomporre anche altri composti della cellulosa. Mark McBride, responsabile della ricerca, spiega che in questo modo è possibile ottenere quantità significative di energia diretta e sottoprodotti utilizzabili per la combustione, da un insieme di fonti rinnovabili.

Solo con le biotecnologie si è riusciti ad ottenere un mezzo in grado di incrementare, standardizzare e rendere più efficiente il processo di digestione delle strutture, nonostante sia già nota da tempo la possibilità di produrre energia di pronto impiego tramite la degradazione della cellulosa variamente aggregata. Spiega McBride: "Già da molti anni si utilizzano colture di batteri selezionati in molti processi industriali che richiedono separazioni o fermentazioni naturali. Questi, infatti, sono in grado di catalizzare, controllare e mantenere attiva la metabolizzazione degli zuccheri, trasformandoli via via in alcoli o composti aromatici di base utilizzabili in motori endotermici".

Dal 10 al 12 ottobre, si è svolto a Honk Kong "Synthetic Biology 4.0", un raduno globale dei biologi sintetici, impegnati a creare forme di vita artificiali partendo da 0. La biologia sintetica, d'altronde, sta diventando un grosso business, alimentato dai giganti corporativi dell'agrobusiness, dell'energia e della chimica, in quasi totale assenza di un dibattito sul controllo della tecnologia, su una regolazione del settore a dispetto di serie preoccupazioni riguardanti la biosicurezza dei "designer organisms". Tra le corporazioni che investono o collaborano nel settore vi sono BP, Chevron, Shell, Virgin Fuels, DuPont, Microsoft, Cargill and e Daniels Midland.

"SynBio 4.0 suona come una convention per scienziati geeks, anche se la vera agenda è tutta improntata verso il profitto", dice Pat Mooney dell'ETC Group, che ha guidato a Honk Kong un pannello di discussione, a cui hanno partecipato attivisti della società civile, chiamato "Global Social Impact", focalizzato sui rischi derivanti dall'uso delle tecnologie di biologia sintetica. L'ETC Group ha anche redatto un rapporto di 12 pagine intitolato "Commodifying Nature's Last Straw? Extreme Genetic Engineering and the Post-Petroleum Sugar Economy", in cui denuncia come le "bioraffinerie" corporative creeranno una domanda massiccia di materie agricole, minacciando le comunità di agricoltori più marginali, ridurrendo i terreni e le acque e distruggendo la biodiversità.

"I biologi sintetici riunitisi ad Honk Kong propongono un futuro verde, pulito, post-petrolifero, dove la produzione di composti economicamente non dipenderà dai combustibili fossili ma si poggerà su piattaforme manifatturiere biologiche alimentate da piante di zucchero", dice Jim Thomas dell'ETC Group, "il ché suona interessante, peccato che la cosiddetta economia dello zucchero catalizzerà una offensiva corporativa senza precedenti sulle piante da zucchero e causerà una distruzione della biodiversità su grande scala".

L'economia dello zucchero significa produzione industriale basata materali biologici (raccolti, erbe, residui di foreste, oli vegetali, alghe, ecc.) da cui è estratto lo zucchero da fermentare e convertire in sostanze chimiche, polimeri, o altri blocchi costituenti molecolari. Ad esempio, la Amyris Biotechnology sta cercando di modificare geneticamente il lievito in modo che fermenti zucchero per produrre lunghe catene di molecole di gasolio, diesel e carburante per jet. Ha recentemente firmato un contratto con Crystalsev, la grande produttrice di zucchero in Brasile, per trasformare lo zucchero in combustibile diesel commercialmente disponibile entro due anni. La Solazyme, Inc., in partnership con la Chevron, ha recentemente annunciato di aver prodotto con successo il primo carburante per jet derivato da microbi ottenuto mediante alghe sintetiche in grado di produrre olio attraverso la fermentazione.

L’anno scorso, la Synthetic Genomics del “bio-pirata” Craig Venter ha stretto un accordo con il Genting Group malesiano per sequenziale il genoma dell’olio di palma. Le due compagnie poi hanno cominciato a sequenziale anche un altro materiale per biocarburanti molto popolare nel Sudest asiatico, la Jatropha, con l’obiettivo di modificare geneticamente le due piante in modo da ottenere un più alto rendimento e una maggiore resistenza alle malattie.

DuPont, in partnership con Genentech e il gigante dello zucchero Tate & Lyle, ha ingegnerizzato un batterio E. Coli in modo che fermenti zucchero di grano per produrre fibra di “Sorona”, l'ultima famiglia di polimeri DuPont, un prodotto destinato a rimpiazzare il nylon. Il problema è che ci vuole una grande quantità di grano per produrre l’ingrediente chiave della fibra, il “Bio-PDO” (la bio-raffineria DuPont aperta recentemente in Tennesse ne produce 45.000 tonnellate all’anno).

I ricercatori della DuPont e della Tate & Lyle, l’anno scorso, hanno ricevuto il premio “Heroes of Chemistry 2007” proprio per il programma di sviluppo del Bio-PDO, utilizzato inizialmente per produrre i polimeri Sorona, poi, con una partnership tra il gruppo americano e Genencor per l’estrazione del propanediolo dallo zucchero del mais. Il successo del programma ha portato, nel 2000, ad una seconda partnership, Tate & Lyle, per la commercializzazione del nuovo processo biologico. La prima fornitura commerciale è avvenuta a novembre 2006. Oggi, il Bio-PDO non viene impiegato solo per produrre i polimeri Sorona, ma è anche un ingrediente biodegradabile per cosmetici, detergenti liquidi e altre applicazioni industriali, come i fluidi anti-gelo, e per molte altre applicazioni a base di glicoli.

Secondo le stime dell’industria biotech, ci vuole un minimo di 500.000 acri di raccolto (o meglio, i residui di un raccolto di tale area) per sostenere una bio-raffineria di dimensioni moderate su scala commerciale. Gli avvocati insistono col dire che la questione relativa alla sottrazione di aree coltivabili per produrre cibo è irrilevante, perché i carichi di materiale verranno da grandi quantità di “biomasse cellulosiche” – cioè materie vegetali composte di fibre cellulose, inclusi residui del raccolto come gambi, pagliericci, legna, erba, alghe ecc. "Sembra che non abbiamo ancora imparato niente dal disastro della prima generazione di agro-carburanti”, dice Camila Moreno di Terra de Direitos, "che sta costringendo gli agricoltori più poveri in tutto il mondo e i popoli indigeni ad abbandonare le proprie terre e contribuisce all’aumento dei prezzi. Con l’economia dello zucchero basata sulla biologia sintetica, la domanda di materie per le biomasse crescerà esponenzialmente, non solo per il carburante destinato ai trasporti, ma anche per le lavorazioni plastiche e chimiche. Si ripeterà la debacle su una scala ancora più grande".

Gli avvocati delle industrie biotech sostengono che sarà disponibile una fornitura di biomassa illimitata. Le organizzazioni della società civile presenti ad Honk Kong hanno chiesto: siete sicuri che potranno essere raccolte massicce quanità di biomassa in modo sostenibile, senza erodere o degradare i terreni, distruggere la biodiversità, peggiorare le crisi dovete al clima e alla scarsità d’acqua, aumentare l’insicurezza relativa al cibo e spostare masse di persone marginalizzate? Siete sicuri che i microbi sintetici non comportino alcun rischio, che possono essere contenuti e controllati? Da chi saranno regolati?

Altre preoccupazioni riguardano il fatto che la possibilità di costruire DNA sintetico da 0 e trasferire il codice DNA elettronicamente potrebbe accelerare la pratica della bio-pirateria, in contrasto con il supporto intergovernativo alla salvaguardia della biodiversità. Attualmente, è già possibile costruire da 0 l’intero genoma di alcuni microbi. Alcune compagnie stanno ingegnerizzando processi microbici per sfornare preziose sostanze vegetali derivate da utilizzare in campo farmaceutico, per profumi e gomme, che in precedenza erano sviluppate e conservate dalla comunità indigene e dagli agricoltori locali. La biologia sintetica sta dunque scatenando una corsa a nuovi monopoli esclusivi basati su DNA digitale e organismi geneticamente ingegnerizzati.

"Ancora una volta, la terra, il lavoro, le risorse biologiche del Sud del mondo sono minacciate dai progetti di sfruttamento per soddisfare il vorace consumo e lo spreco sconsiderato del Nord", dice Neth Dano di Third World Network, "stiamo assistendo ad una nuova convergenza del potere corporativo per accaparrarsi risorse biologiche in ogni parte del globo".

The Biodesign Institute

http://www.biobricks.org

http://syntheticbiology.org

Synthetic Biology 4.0 Conference

http://www.etcblog.org

ETC Group report: "Commodifying Nature's Last Straw? Extreme Genetic Engineering and the Post-Petroleum Sugar Economy"

Biotechnology Industry Organization: "Achieving Sustainable Production of Agricultural Biomass for Biorefinery Feedstock"

DuPont Tate & Lyle BioProducts

Terra de Direitos

Third World Network

Biodiesel Magazine

Asiatic Centre for Genome Technology

Science Signaling

Biofarmacia

Venter il bio-pirata

Venter il bio-pirata 2

Biologia sintetica (parte III)

Biologia sintetica (parte IV)

Biologia sintetica (parte V)

Biologia sintetica (parte VI)

Reinventare la vita

Biopunk

Biopunk 2

Biopunk 3, invasione molecolare

Progetto protocellula

Evoluzione sintetica

Creazione senza Dio 2

BIOLOGIA SINTETICA 7

CELLULE ARTIFICIALI

2022: I SOPRAVVISSUTI 2

IL PROMETEO POSTMODERNO

VIAGGIO ALLUCINANTE

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