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Robot Apocalypse

Professor Stephen Hawking has pleaded with world leaders to keep technology under control before it destroys humanity.

giovedì 23 ottobre 2008

ECO-APOCALYPSE (NOW) 6

Le emissioni di anidride carbonica, principali responsabili del riscaldamento climatico, continuano ad aumentare, ad un tasso del 3,5% all’anno - ha precisato l’Istituto d’Economia Mondiale di Kiev – soprattutto a causa del frenetico sviluppo economico di Paesi emergenti come Cina ed India. Basti pensare che, fino a 20 anni fa, l’aumento era dell’1% all’anno.

Secondo l’ultimo rapporto del Global Carbon Project, nel 2007, le emissioni mondiali di anidride carbonica hanno raggiunto il livello record di 10 miliardi di tonnellate. La crescita annua della presenza di CO2 nell’atmosfera, ha superato le 2 parti per milione (ppm) tra il 2000 e il 2007 - contro un incremento di 1,5 ppm l’anno negli anni Ottanta e Novanta. Una crescita che ha portato ad una concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera di 383 ppm, la più alta degli ultimi 650.000 anni. A questa crescita, si aggiunge una minore efficacia delle risorse naturali che assorbono l’anidride carbonica. Tra il 2000 ed il 2007, le foreste e gli oceani sono riusciti ad assorbire 4,8 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno: -3% rispetto ai decenni precedenti.

Le nuove statistiche, denominate da alcuni “Scare” (paura), sono state una vera sorpresa, perché gli scienziati pensavano che la recessione economica avrebbe rallentato l’uso di energia. Al contrario, la produzione di anidride carbonica è aumentata del 3% dal 2006 al 2007. Nel frattempo, oceani e foreste perdono la loro capacità di assorbire l’anidride carbonica. Ma chi sono i maggiori responsabili di questa crescita di CO2? La Cina soprattutto, seguita dagli Stati Uniti, che resta leader di emissioni di anidride carbonica per persona. A differenza di quello che nel 2007 sono riusciti a fare alcuni paesi in via di sviluppo, tagliando leggermente le loro emissioni, gli Stati Uniti le hanno aumentate di quasi il 2% nel 2007, dopo il calo dell’anno precedente. “Gli Stati Uniti hanno prodotto 1,75 miliardi di tonnellate di carbonio”, dice Corinne Le Quere, docente di scienze naturali all’ University of East Anglia e al British Antarctic Survey, “e la cosa sta accadendo molto, molto velocemente”.

L’aumento di emissioni di Cina, India ed altri paesi in via di sviluppo, hanno spinto la crescita dell’inquinamento al record di quasi 10 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Le cifre mostrano che la sola Cina, ha aggiunto emissioni inquinanti stimate in oltre la metà della crescita in tutto il mondo, tanto da superare gli Stati Uniti. Inoltre, si registra un calo del volume di particelle “sporche” nell’aria, che contribuiscono a proteggere la Terra dal sole. Su questo punto, Joachim Schellnhuber, direttore dell’Istituto per la Ricerca sull’Impatto Climatico (Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung o PIK) di Potsdam (est della Germania), consulente del governo tedesco in materia di politica ambientale, avverte che limitare le emissioni in metropoli come Pechino, per cercare di pulirne l’aria, paradossalmente, potrebbe aumentare le temperature globali invece che ridurle. Gli scienziati del PIK, ritengono che l’uomo abbia oggi il 50% di probabilità di limitare a due gradi centigradi l’aumento globale delle temperature prima del 2100. Questo risparmierebbe alla Terra seri danni - spiegano - ma solo a patto che i piani messi sul tavolo dai Paesi del G8 per ridurre le emissioni di gas serra vengano realizzati. “Nonostante sia sempre difficile fornire cifre certe - ha detto il direttore del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC), Antonio Navarra - da queste stime, continuano a uscire numeri tutt’altro che confortanti. Nel caso tutta la calotta della Groenlandia si sciogliesse - ha aggiunto - l’innalzamento dei mari, è stato calcolato, sarebbe di 7,5 metri e, in base a questo, a seconda della percentuale di scioglimento che si prende in considerazione, si arriva al potenziale di innalzamento dei mari”.

In occasione del “World Food Day”, la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, e L’EFSA, Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, hanno annunciato una strategia condivisa nel tentativo di mitigare il più possibile gli effetti negativi del riscaldamento globale. L’obiettivo è mettere i sistemi sanitari di ogni Paese in grado di affrontare con interventi appropriati le situazioni di emergenza che si potranno determinare, dalla comparsa di nuove malattie alle inondazioni. “Interventi che finora sono stati considerati marginali, sono destinati a diventare centrali e in alcuni casi sarà anche necessario adattare l’organizzazione interna degli ospedali”.Per il direttore della divisione Nutrizione e Protezione dei Consumatori della FAO, Ezzedine Boutrif, “la prima cosa da fare é cominciare a raccogliere dati reali e attivare sistemi di sorveglianza”. Anche per il presidente del comitato scientifico dell’EFSA, Vittorio Silano, sono necessari sistemi di raccolta dati e monitoraggio locale, soprattutto perché “il cambiamento climatico, pur essendo un problema globale, produrrà effetti diversi nei vari territori”.

Ecco alcune delle trasformazioni che si prevede saranno causate dal cambiamento climatico: la temperatura in Europa aumenterà fra 2,3 e 6 gradi per la fine del secolo; gli oltre 60 milioni di persone che nell’Europa dell’Est vivono in assoluta povertà, diventeranno molto più numerosi (secondo le stime, affrontare la nuova situazione potrà costare globalmente fino al 5% del Pil mondiale); la produzione agricola si ridurrà nei Paesi mediterranei, in Europa Orientale e Asia centrale, fino a circa il 30% per la metà del secolo; le temperature più alte, favoriranno la circolazione di virus di origine animale trasmissibili all’uomo, come quelli di epatite e febbre della Rift Valley, oppure di batteri come salmonella, yersinia, listeria e leptospirosi; le persone che vivono in zone povere di acqua, aumenteranno fra i 16 e i 44 milioni entro il 2080 (in Italia sono considerate a rischio Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna, dove l’ulteriore diminuzione delle precipitazioni medie, già calate del 14% in 50 anni, potrebbe richiedere il riutilizzo delle acque di scarico e la desalinizzazione delle acque marine).

Ci stiamo mangiando il capitale biologico accumulato in oltre tre miliardi di anni di evoluzione della vita: nemmeno un super intervento, come quello del governo degli Stati Uniti per tappare i buchi delle banche americane, basterebbe a riequilibrare il nostro rapporto con il pianeta.

Il 23 settembre scorso, è stato l’ “Earth Overshoot Day”: l’ora della bancarotta ecologica. Consumiamo quasi il 40% in più di quello che la natura può offrirci senza impoverirsi. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, alla metà del secolo avremo bisogno di un secondo pianeta a disposizione. Per arginare il sovraconsumo, occorre agire su due fronti: tecnologie e stili di vita. Lo sforzo innovativo dell’industria di punta, ha prodotto un primo salto tecnologico rilevante: nel campo degli elettrodomestici, dell’illuminazione, del riscaldamento delle case, della fabbricazione di alcune merci, i consumi si sono notevolmente ridotti. Per quanto riguarda lo stile di vita, basta confrontare il debito ecologico di paesi in cui i livelli di benessere sono simili. Se il modello degli Stati Uniti venisse esteso a tutto il pianeta, ci vorrebbero 5,4 Terre. Con lo stile Regno Unito, si scende a 3,1. Con la Germania, a 2,5. Con l’Italia, a 2,2.

"Abbiamo un debito ecologico pari a meno della metà di quello degli States anche per il nostro attaccamento alle radici della produzione tradizionale e per la leadership nel campo dell’agricoltura biologica, quella a minor impatto ambientale”, spiega Roberto Brambilla, della rete Lilliput che, assieme al WWF, cura la diffusione dei calcoli dell’impronta ecologica, “ma anche per noi, la strada verso l’obiettivo della sostenibilità è lunga: servono meno opere dannose, tipo il Ponte sullo Stretto, e più riforestazione, se voglioamor ridurre le emissioni serra e le frane”.

Secondo il rapporto «Impacts of Europe’s Changing Climate», compilato da European Commission, European Environment Agency e World Health Organization Union, l’innalzamento dei mari europei è più veloce di quello degli altri mari del mondo. I cambiamenti climatici in corso stanno causando, nelle acque marine del continente europeo, una serie di effetti a catena che riguardano l’erosione costiera, il rischio di inondazioni, il cambiamento di abitudini della vita marina e finanche la pesca.

Questo quadro, è stato delineato da una analisi sugli ecosistemi marini basata sul tasso di aumento del livello delle acque rilevato dai satelliti, che risulta giunto alla media di 3.1 mm l’anno, con una crescita di ben 1,3 mm rispetto alla media calcolata sul del secolo scorso. Questo incremento, contrariamente a quella che è l’opinione comune, non risulta egualmente distribuito su tutti gli oceani della Terra, ma varia da zona a zona, in funzione delle correnti oceaniche e dei variabili effetti della gravità. Nei mari europei, l’incremento del livello risulta più marcato che altrove a causa dell’accelerato scioglimento della coltre nevosa e dei ghiacciai della Groenlandia. Di conseguenza, spiega l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che ha contribuito allo studio, è legittimo temere per l’Europa un maggiore impatto negativo.

Gli scenari elaborati per prevedere quali potrebbero essere le conseguenze di questo fenomeno, indicano l’aggravarsi delle inondazioni in coincidenza dei cicloni, una più marcata esposizione delle coste all’azione erosiva delle onde, la perdita di vaste aree pianeggianti che giacciono a livello del mare e le infiltrazioni di acque salate nell’entroterra, con il conseguente inquinamento delle riserve di acqua dolce. Anche la vita marina accusa dei segni di difficile adattamento e di disordine rispetto a questa catena di effetti negativi, come è dimostrato dalle migrazioni di molte specie di pesci e di uccelli marini che cercano le condizioni termiche e ambientali più favorevoli alla loro sopravvivenza. Ad essere colpita in modo particolarmente grave è la pesca, già ora in crisi in diverse aree del nostro continente. Inoltre, la rapida accelerazione del riscaldamento climatico inciderà drammaticamente sulla salute degli europei. La popolazione sarà sempre più sposta ai cambiamenti climatici per via dell’alterazione delle stagioni e dei peggioramenti nella qualità e quantità di acqua, aria e alimenti, degli ecosistemi, dell’agricoltura, dei mezzi di sostentamento e delle infrastrutture.

"L’attuale crisi finanziaria non cambia la minaccia del cambiamento climatico, sarebbe un grave errore dimenticarlo. Riguardo il pacchetto di misure comunitarie su clima ed energia, il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha affermato che “salvare il pianeta non è un optional, un digestivo che si può anche decidere di non prendere a fine pasto”. Ben diverso il parere degli industriali italiani. Il pacchetto UE comporterà un costo tra i 40 e i 60 miliardi di euro per l’industria chimica europea nell’arco di 5 anni, secondo il presidente di Federchimica, Giorgio Squinzi, che ha presieduto la presentazione del 14simo rapporto “Responsible Care”, il bilancio sociale e ambientale dell’industria chimica italiana. L’Europa, ha detto, “non può permettersi di scaricare i costi sull’industria per obiettivi parziali non perseguiti da altre aree del mondo “. Sulla stessa lunghezza d’onda, Confindustria, che ha chiesto al premier Silvio Berlusconi “un decisivo intervento” per rinviare ogni decisione, “nell’interesse dell’economia italiana ed europea”. All’opposto, la pensa, ovviamente, Legambiente. Per il presidente Vittorio Cogliati Dezza, il pacchetto UE per fronteggiare i mutamenti climatici “è determinante per il successo del prossimo summit mondiale a Copenhagen”, previsto per il dicembre 2009, “annacquare il suo contenuto, chiedendo flessibilità, come sta facendo il governo italiano, vuol dire compromettere il raggiungimento di un’intesa globale, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe per il pianeta. La grave crisi finanziaria, più che un motivo per riflettere sui costi del pacchetto clima, dovrebbe essere la molla per agire più in fretta, anche perché i costi dell’inazione saranno ben più gravosi”. Dello stesso avviso i Verdi. La portavoce nazionale Grazia Francescato ha partecipatoad un sit-in organizzato insieme a Rifondazione Comunista, Sinistra Democratica, Partito dei Comunisti Italiani e rappresentanti di gruppi territoriali di sinistra di Roma, davanti alla sede del Ministero delle Politiche Europee, per protestare “contro il gravissimo attacco del governo Berlusconi al pacchetto clima energia dell’Unione Europea”.

Alla fine, è saltata fuori la parola «veto». L’ha pronunciata per prima la bicefala delegazione polacca, poi in serata è toccato all’Italia. “Con l’aria che tira per la congiuntura mondiale”, ha esordito Silvio Berlusconi, «l’Europa non può andare avanti da sola e fare il Don Chisciotte». Il premier ha definito i provvedimenti in clusi nel pacchetto per ridurre i gas serra del 20% nei prossimi 12 anni,. «oneri eccessivi», che le imprese italiane «non sono in grado di addossarsi a tutti i costi». «Di qui al 2020 abbiamo tempo per centrare gli obiettivi», ha dichiarato (ma il pianeta no, ndr). «Gli obiettivi non si toccano - ha replicato Barroso - al loro interno possiamo applicare qualche meccanismo di flessibilità».

"La posizione del governo italiano rischia di trascinare l’Europa verso l’abisso. Per salvarsi dalla crisi bisogna innovare, rilanciare, scommettere sul futuro”. Jeremy Rifkin, il teorico americano della nuova Europa, attivista no global, profeta dell’ “economia all’idrogeno”, è molto critico sulla posizione dell’Italia. “Solo il business verde è in grado di far ripartire l’economia, perché non siamo di fronte a una difficoltà congiunturale, ma al passaggio tra due ere. È un momento molto simile al 1929, ma stavolta è peggio. Allora c’era una crisi economica, oggi si sommano tre diverse crisi: la crisi del sistema creditizio, la crisi energetica e la crisi provocata dal riscaldamento globale. Però un’analogia c’è. Il ‘29 corrisponde al passaggio tra la prima e la seconda rivoluzione industriale, tra il vapore e l’elettricità. È stata una rivoluzione profonda che ha causato grandi sommovimenti sociali e la Seconda Guerra Mondiale. Oggi, stiamo passando dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Quello che si è appena aperto, è il secolo di Internet e dell’energia dolce prodotta nei quartieri, nelle case. Passiamo da un modello centrato sulle autostrade, a uno centrato sulle superstrade dei bit. Non comprendere il senso di questo cambiamento, significa esserne tagliati fuori”.

Il governo italiano sottolinea la necessità di difendere i posti di lavoro, di non esporre i bilanci industriali a investimenti onerosi. “In Europa”, replica Rifkin, “le fonti rinnovabili creeranno un milione di nuovi posti di lavoro. Senza calcolare la crescita negli altri pilastri della terza rivoluzione industriale: l’edilizia avanzata, l’idrogeno, le reti intelligenti. Il più convinto sponsor di questa strategia è il commissario europeo all’industria, qualcosa vorrà dire... è la spinta che può far ripartire l’economia globale, rinunciare vuol dire condannare il mondo a una recessione violenta. E in questa partita l’Europa ha già una posizione di leadership. È stata l’Europa a imporre sullo scenario mondiale il legame tra la battaglia per la difesa del clima e l’innovazione tecnologica”.

"Bisogna adottare la strategia del doppio binario perché una transizione energetica come quella che stiamo vivendo richiede decenni. Da una parte si fa i conti con quel che c’è: bisogna minimizzare i danni degli impianti a combustibile fossile e delle centrali nucleari. Dall’altra servono massicci investimenti pubblici e privati per spingere verso le rinnovabili, l’idrogeno, le costruzioni avanzate, le reti intelligenti. Stare fuori dalla scommessa sul clima significa stare fuori dall’economia del futuro”.

"Per la crisi energetica non state facendo niente, imparate da Google!”, ha tuonato Eric Schmidt, CEO di Google, in occasione della presentazione del “Clean Energy 2030”, un ambizioso piano energetico che punta ad eliminare la dipendenza degli Stati Uniti dai combustibili fossili nei prossimi 22 anni. Secondo una recentissima stima di IDC, i crescenti costi energetici dei datacenter, nel 2007 sono stati di circa un miliardo e seicento milioni di euro solo per tenere accessi i server. Il piano proposto da Schmidt costerebbe 4.500 miliardi di dollari, che è una cifra astronomica, ma che a fine del periodo consentirebbe un risparmio di ulteriori mille e cento miliardi di dollari. Il piano di Big G punta
a rimpiazzare i combustibili fossili con le energie alternative (eolica, solare, idrica, geotermica) e ad incentivare la produzione di veicoli elettrici o ibridi, fino ad arrivare al 90% delle vetture sul mercato nel 2030.

Alla sede di Google, Mountain View, sorge il “Googleplex, rivestito di pannelli solari, dove presto, la spesa per l’energia utilizzata dai numerosissimi server, supererà quella della manutenzione hardware. “L’attuale crisi finanziaria, che costerà almeno 700 miliardi di dollari, sarà seguita con ogni probabilità da un successivo stimolo agli investimenti che raggiungerà i 100 milioni di dollari. Perché non usare quel denaro per risolvere una volta per tutte ciò di cui si discute oggi, come l’esauribilità dell’energia, il rincaro del prezzo del petrolio, la mancanza di lavori e di investimenti sulla tecnologia?”. Possiamo farcela, dice Schmidt, che è stato nominato consulente dal candidato alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama. “Questo è il momento opportuno, forse senza precedenti, di passare dal piano all’azione”, concorda Jeffery Greenblatt, consulente speciale del ramo filantropico di Google e co-autore del piano.

La scelta del biocentrismo è l’unica speranza per la sopravvivenza del pianeta. Un bell’esempio viene dall’Ecuador, il primo paese al mondo che avrà una legge che garantisce ai fiumi, alle foreste, all’aria, veri diritti legali. La Nuova Costituzione socialista, approvata con referendum lo scorso 28 settembre, farà entrare in vigore nel paese una legge, già approvata, che cambierà lo status legale della natura da semplice oggetto di proprietà - privata o pubblica - a entità
che ha diritti. La legge recita così: «Le comunità naturali e gli ecosistemi hanno il diritto inalienabile di esistere e di evolvere, in Ecuador. I loro diritti saranno auto-esecutivi, e metterli in essere sarà dovere di tutte le istituzioni, di tutte le comunità umane e di tutte le persone». Thomas Linzey, giurista statunitense che ha collaborato alla definizione di questo nuovo status legale per la natura, ha spiegato al quotidiano inglese The Guardian che «la forma tipica di protezione dell’ambiente nei paesi industrializzati si basa su un sistema di regole e limiti. Allo stesso modo, la compensazione dovuta si misura sempre sulla base del danno a una persona o a un popolo. Secondo il nuovo sistema ecuadoriano, la misura sarà il danno inflitto all’ecosistema. E persone e popoli potranno ricorrere legalmente a vantaggio della natura anche qualora non fossero danneggiati dalla sua distruzione».

I giuristi ammettono che, legalmente parlando, è un salto nell’ignoto. Non ci sono esempi simili nel resto del mondo. L’idea nasce per cercare di porre un freno allo strascico di inquinamento e povertà lasciato dalle multinazionali, delle banane, del gas, del petrolio. Attualmente, è in corso la causa legale contro il gigante Chevron ex Texaco, che in oltre venti anni, sprezzante di ogni normativa internazionale, ha sversato nella giungla amazzonica 18 milioni di tonnellate di petrolio e residui tossici, contaminando le acque e il terreno per oltre 1.700 ettari, provocando una «Chernobyl dell’Amazzonia» che ha minato la salute e le condizioni di vita di oltre 30mila persone, causando un danno stimato in 16 miliardi di dollari. Il governo ecuadoriano, che rifiuta di soprassedere, sta rischiando sanzioni commerciali statunitensi. L’attivista Zoe Tryon, dell’Alleanza Pachamama, che ha lavorato alla redazione della nuova legge con il parlamento ecuadoriano, sostiene che la Nuova Costituzione dell’Ecuador farà da deterrente al ripetersi di disastri simili. Si pensi al parco nazionale Yasuni, una delle aree più ricche di biodiversità al mondo e patria di almeno due tribù amazzoniche in isolamento volontario e assoluto, i Tagaeri-Taromenani e gli Huaorani. Lì sepolti, ci sono 1,2 miliardi di barili di petrolio che le compagnie vorrebbero estrarre; la riserva più importante del paese. Ma sullo Yasuni, il presidente Rafael Correa ha lanciato nel giugno 2007 un’altra proposta unica al mondo e la più importante finora avanzata da un paese in via di sviluppo produttore di petrolio: si è impegnato indefinitamente a non sfruttare il campo petrolifero Ishipingo, Tambobocha, Tiputini (ITT) nello Yasuni, sempre che la comunità internazionale riconosca all’Ecuador un rimborso pari al 50 % dei redditi ipotizzabili dallo sfruttamento; il paese utilizzerà il rimborso per la rivoluzione energetica sostenibile.

ABRUPT CLIMATE CHANGE

Pianeta Terra, 2020. L’emisfero boreale è sempre più freddo: le temperature sono rapidamente scese in Europa, di 3,5 gradi rispetto alla media, e nella costa orientale degli Stati Uniti, di 2,8 gradi. Nell’area settentrionale del vecchio Continente le precipitazioni sono diminuite del 30% cento e il clima sembra siberiano. Iceberg appaiono in Portogallo. Violente tempeste sembrano ormai essere la regola: una mareggiata particolarmente forte ha distrutto le dighe dell’Olanda e ora città costiere come l’Aja sono invivibili. Nel frattempo, siccità prolungate stanno colpendo le principali regioni agricole del mondo e gli stati meridionali degli Stati Uniti. Qui, i fortissimi venti causano tempeste di sabbia e l’erosione del terreno, come durante i tristi anni del “Dust Bowl”. In Cina, la situazione è ancora peggiore: l’ampia popolazione e l’alta domanda di cibo, rendono il paese particolarmente vulnerabile al clima che cambia e le piogge monsoniche lo colpiscono senza tregua, causando alluvioni e devastazioni. Nelle stesse condizioni, sono altre parti dell’Asia e dell’Africa orientale. Gran parte del Bangladesh è stato sommerso dal mare in crescita, mentre nazioni già molto divise al loro interno - come India, Indonesia e Sud Africa - non riescono a mantenere l’ordine di fronte ai cambiamenti in corso. Giappone e Australia se la cavano meglio, soprattutto la seconda, visto che questa ondata di trasformazioni colpisce più l’emisfero boreale di quello australe. Ma è tutto il pianeta a soffrire e la sua «capacità di carico» - l’abilità cioè di sostenere la vita umana - è severamente danneggiata.

Si tratta di un rapporto per il Pentagono intitolato “An Abrupt Climate Change Scenario”, realizzato da Peter Schwartz e Doug Randall, dell’istituto di analisi Global Business Network. Schwartz, consulente della CIA, già capo della pianificazione del gruppo petrolifero Royal Dutch/Shell, è un futurologo tra i più stimati, collaboratore di Steven Spielberg per “Minority Report” e autore di “Inevitable Surprises: Thinking Ahead in a Time of Turbulence”. Il rapporto è stato ispirato da Andrew Marshall, 82 anni, soprannome “Yoda” (come il maestro Jedi di Guerre stellari), capo dell’Office of Net Assessment. Marshall è un esperto che ha grande influenza sulle strategie di difesa americane: sua è l’idea dello scudo stellare, sue le ricerche sulle armi «intelligenti». Nel 2002, ha letto uno studio della National Academy of Science – “Abrupt Climate Change: Inevitable Surprises” - nel quale gli scienziati arrivano alla conclusione che le attività umane potrebbero determinare cambiamenti climatici imprevedibili; non un lento riscaldamento o una graduale caduta verso condizioni glaciali, ma un rapido, inavvertito mutamento, un salto da un equilibrio a un altro, con conseguenze difficili da indagare. Da qui, l’idea di un rapporto per studiare le implicazioni di questo scenario, sia per la sicurezza degli Stati Uniti, ma anche per «premere sui confini dell’attuale ricerca sui cambiamenti climatici».

«Indizi crescenti suggeriscono che il sistema oceano-atmosfera che controlla il clima globale può saltare da uno stato all’altro in meno di un decennio». I climatologi hanno iniziato a interessarsene da quando l’analisi di alcuni indicatori nei ghiacci polari ha dimostrato che in passato variazioni delle temperature si sono verificate a velocità impressionanti.
L’attenzione si è concentrata su un rapidissimo raffreddamento del clima, avvenuto circa 8200 anni fa, sul cosiddetto “Younger Dryas”, un episodio glaciale durato poco più di un millennio, a partire da 12.700 anni fa. Il motivo di preoccupazione è legato a quella che è considerata la più plausibile teoria per spiegare simili eventi. L’ipotesi è che le acque dolci provenienti dalla fusione dei ghiacci e le maggiori precipitazioni - effetti di una crescita delle temperature - modifichino la salinità e la densità delle acque del Nord Atlantico, interrompendo così la circolazione di quelle forti correnti calde, provenienti dai tropici, che riscaldano l’Europa settentrionale e le coste orientali americane. I dati lo confermano: prima di quelle brusche svolte verso il freddo, paradossalmente, le temperature erano in aumento. Proprio
come oggi. E oggi, come allora, scrivono i due analisti, gli effetti del caldo si fanno sentire anche sulla circolazione oceanica: molte osservazioni, infatti, «documentano come l’Atlantico settentrionale stia perdendo salinità in modo crescente, a causa dei ghiacciai che si fondono, delle precipitazioni in aumento, delle correnti fredde, diventando sostanzialmente meno salato rispetto ai quarant’anni passati».

I due autori immaginano gli USA trasformati in una fortezza per difendere le proprie risorse dall’assalto di masse di profughi ambientali provenienti dal Messico, dal Sudamerica, dai Caraibi; allo stesso modo, l’Europa occidentale e meridionale sarebbe sotto la pressione degli emigranti di Scandinavia e Africa del nord. Potrebbe scoppiare un conflitto tra Messico e USA, qualora questi ultimi decidessero di rinnegare il trattato che dal 1944 garantisce ai messicani l’acqua del fiume Colorado. Nilo, Danubio, la foresta dell’Amazzonia, le risorse naturali in genere diventeranno oggetto di contesa. Spagna e Portogallo potrebbero essere destinate a combattere per i diritti di pesca (in crisi, naturalmente). E anche questo è niente, se si considera che, come la storia dimostra, quando la scelta è tra la carestia o la razzia, gli esseri umani scelgono la seconda. Si possono immaginare così i paesi dell’Europa orientale invadere la Russia, la cui popolazione è in declino, per mettere le mani sulle sue riserve di energia e minerali; oppure nazioni dotate di atomica, come India, Pakistan e Cina, scontrarsi ai confini su questioni come i rifugiati, l’accesso ai fiumi comuni, alle terre fertili. La proliferazione militare, sostengono Schwartz e Randali, sarà inevitabile. Con le riserve di petrolio sotto stress e i costi del barile in crescita, molti paesi si rivolgeranno all’energia nucleare. In questo modo, Giappone, Germania, Iran, Egitto - e non solo loro - potranno sviluppare l’atomica, in uno scenario di tensione crescente, con alleanze inedite, con Cina, India, Pakistan, Israele ,che potrebbero essere tentati di usare la bomba per primi.

Il kolossal “L’Alba del Giorno Dopo” - “The Day After Tomorrow” - diretto da Roland Emmerich, narra la stessa storia: il riscaldamento globale determina cambiamenti in serie del clima mondiale, fino all’interruzione della Corrente del Golfo,
con l’effetto finale di spingere l’emisfero settentrionale verso un freddo glaciale. E il tutto, nel giro di brevissimo tempo. Ispirato al best seller “Tempesta globale”, di Art Bell e Whitley Strieber, “L’Alba del Giorno Dopo” ha l’attendibilità scientifica di un’opera di fiction, ma il pregio di poter rappresentare, con dovizia di effetti speciali, l’impatto dei cambiamenti climatici, in un tripudio di uragani, tempeste, inondazioni, siccità, incendi e l’allucinazione di una New York stretta in una morsa di ghiaccio.

(credit: NASA/JPL)

Un gruppo di ricerca coordinato da Moustafa Chahine del Jet Propulsion Laboratory della NASA, ha pubblicato la prima mappa satellitare della distribuzione della CO2 nella media troposfera - la parte più bassa dell’atmosfera, dove sono concentrati la maggior parte del vapore acqueo e degli elementi inquinanti di origine antropica, sia climalteranti che non - ad un’altezza di circa 8 km dalla superficie terrestre. Il suo spessore varia da 8 km (ai poli) fino a 16-18 km (equatore), mentre alle nostre latitudini si aggira intorno agli 11 km. Lo studio evidenzia le dinamiche di distribuzione della CO2, basandosi su rilevamenti compiuti dal settembre 2002 al luglio 2008 dall’ “Atmospheric Infrared Sounder” (AIRS), strumentazione installata sul satellite “Aqua”. Ulteriori dati arriveranno il prossimo gennaio 2009, quando sarà lanciato nello spazio l’Orbiting Carbon Observatory (OCO), primo satellite dedicato allo studio delle dinamiche delle molecole carboniche (mentre il satellite Aqua, lanciato nel 2002, è destinato principalmente allo studio delle dinamiche del ciclo idrico terrestre).

La ricerca – si legge nel comunicato della NASA – ha evidenziato come la distribuzione della CO2 nella media troposfera sia «fortemente influenzata dalle principali fonti di rilascio e dalle configurazioni di circolazione atmosferica su larga scala, come le correnti a getto e le dinamiche meteorologiche alle medie latitudini». I modelli di distribuzione della CO2 evidenziano significative differenze «tra l’emisfero nord, con le sue molte masse continentali, e l’emisfero sud, che è largamente coperto dall’oceano». Anche se sulla effettiva dinamica delle molecole carboniche, successivamente al loro rilascio in atmosfera, ancora sussistono molti aspetti oscuri - «Il diossido di carbonio è difficile da misurare e tracciare», dice Chahine, «nessun luogo sulla terra è immune dalla sua influenza» - le maggiori concentrazioni di CO2 troposferica, entrambe tra i 30 e i 40 gradi di latitudine nei due emisferi, sono state rilevate in una zona della fascia boreale, già ben conosciuta - «una cintura di aria inquinata alle medie latitudini dell’emisfero nord» - ed in un’altra, corrispondente, nell’emisfero australe, mai evidenziata in precedenza. I ricercatori sostengono che la presenza della cordigliera delle Ande, spinge in alto la CO2 prodotta dalle principali fonti sulla superficie terrestre, come la respirazione delle piante, gli incendi e le infrastrutture usate per la produzione di carburanti sintetici e per la generazione di energia. Una porzione di questa CO2, spinta in alto, resta intrappolata nella corrente a getto e viene trasportata rapidamente intorno al mondo. «La troposfera» - ha concluso Chahine - «è come le acque internazionali: ciò che viene prodotto in un luogo si dirigerà da un’altra parte».

In conclusione, la NASA attribuisce le forti concentrazioni di CO2 visibili nell’Atlantico del nord, alle emissioni prodotte negli Stati Uniti sud-orientali, mentre gli alti tassi di CO2 troposferica sul Mediterraneo, a fonti nordamericane ed europee. Il diossido prodotto dall’Asia meridionale, invece, va ad incidere prevalentemente sul medio oriente, mentre quello prodotto in estremo oriente, si dirige in gran parte sull’Oceano Pacifico, fino alle coste della California. Lo studio evidenzia dunque, una volta di più, come l’esagerato consumo, “eco-criminale”, di combustibili fossili da parte dei paesi sviluppati, influisce in gran parte su regioni del globo molto meno industrializzate. Resta invece ancora da chiarire, l’effettiva relazione di causa ed effetto tra CO2 troposferica a livello locale e i mutamenti climatici nelle zone coinvolte (i risultati dello studio sono stati pubblicati su Geophysical Research Letters).

Uno studio del NASA Goddard Institute for Space Studies (GISS), ha evidenziato che circa 4.500 chilometri quadrati di aree costiere sono a rischio di inondazione. Lo stress idrico potrebbe aumentare del 25% durante questo secolo. Secondo direttore il direttore del PIK (Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung), Joachim Schellnhuber, le stime pubblicate finora sul futuro innalzamento del livello dei mari sono troppo ottimistiche e vanno riviste al rialzo, alla luce di nuovi e preoccupanti dati. “Dobbiamo prepararci ad affrontare un innalzamento dei livelli dei mari di un metro durante
questo secolo”, ha dichiarato alla stampa internazionale.

In particolare, secondo il PIK, le statistiche sul cambiamento climatico presentate all’inizio di quest’anno dall’IPCC, il
pannello intergovernativo sul mutamento climatico delle Nazioni Unite, sono ormai datate. Secondo gli studi del PIK, infatti, il tasso di scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya e della calotta che copre la Groenlandia é raddoppiato o addirittura triplicato negli ultimi anni, in parte a causa dell’aumento delle emissioni di gas serra dell’industria cinese. Le conseguenze del grande sviluppo dell’economia cinese, non sono state incluse nell’ultimo rapporto dell’IPCC, del febbraio 2007, che ha previsto un innalzamento del livello dei mari tra 18 e 59 centimetri entro il 2100. “Le emissioni di gas serra”, ha spiegato Schellnhuber, “sporcano il ghiaccio e ne indeboliscono il potenziale di riflessione dei raggi solari, che vengono quindi assorbiti maggiormente, accelerando lo scioglimento”.

Alcune isole del Pacifico, piccoli stati insulari, dove spesso il punto più alto è solo qualche metro al di sopra del livello del mare, stanno preparando piani di evacuazione per garantire l’incolumità delle proprie popolazioni. È il caso di Palau, che a causa dei cambiamenti climatici ha perso almeno un terzo della propria barriera corallina e gran parte della produzione agricola a causa della siccità e delle maree estremamente alte. Anche stati che si affacciano sull’Oceano Indiano, come il Bangladesh, dove quasi 150 milioni di persone vivono già in condizioni difficili, rischiano di perdere vaste porzioni della loro terra.

Un’equipe di studiosi della spedizione scientifica a bordo della nave russa “Jacob Smirnitskyi”, che sta navigando lungo l’intera costa settentrionale della Russia, ha lanciato un allarme sulle pagine del quotidiano britannico The Indipendent: milioni di tonnellate di metano - un gas 20 volte più dannoso dell’anidride carbonica per il suo contributo all’effetto serra - sottostanti i ghiacci dell’Artico, starebbero per esplodere nell’atmosfera, rischiando di provocare una catastrofe ecologica. Gli scienziati sostengono di aver raccolto le prove che lo scioglimento dei ghiacci e del permafrost nella regione artica, sta liberando nell’atmosfera gli enormi depositi di gas metano sottostanti, replicando una dinamica che già in passato aveva causato drammatici cambiamenti del clima. L’equipe ha rilevato concentrazioni estremamente alte (a volte 100 volte superiori ai livelli normali) di metano in diverse aree di parecchie migliaia di chilometri quadrati della Siberia. I ricercatori hanno anche detto di aver visto il mare ribollire a causa del gas che è riuscito a attraversare lo strato di permafrost sottomarino, in fase di scioglimento. “In precedenza, avevamo documentato livelli elevati di metano già sciolto nell’acqua. Poi, per la prima volta, abbiamo trovato un punto in cui l’emissione di metano era così intensa che il gas non aveva il tempo di sciogliersi nell’acqua e giungeva in superficie sotto forma di bolle”, ha scritto in un’email Orjan Gustafsson, uno degli studiosi a bordo della Jacob Smirnitskyi.

Quanto registrato dagli studiosi, sarebbe l’inizio di un ciclo devastante: la fuoruscita di metano accelererebbe esponenzialmente il surriscaldamento globale, provocando a sua volta lo scioglimento di altro permafrost e, di conseguenza, liberando nell’atmosfera altro metano ancora, innescando un meccanismo inarrestabile. I risultati preliminari raccolti dagli studiosi a bordo della Jacob Smirnitskyi, verranno pubblicati dalla American Geophysical Union, dopo essere stati elaborati e studiati da Igor Semiletov dell’Accademia delle Scienze russa. È dal 1994 che Semiletov controlla i livelli di metano che fuoriescono dal permafrost: mentre negli anni Novanta non aveva mai rilevato livelli elevati del gas, a partire dal 2003, ha trovato diverse “sorgenti”. Negli ultimi decenni, la temperatura delle zone artiche è salita di circa 4 gradi centigradi, facendo diminuire in maniera notevole l’estensione delle aree coperte da ghiacci anche durante l’estate. Secondo gli scienziati, la perdita della coltre di ghiaccio rappresenta dunque un’ulteriore spinta verso un surriscaldamento globale sempre maggiore e più rapido, dato che l’oceano assorbe più calore di quanto invece viene riflesso dalla superficie ghiacciata.

(Credit: NASA’s Goddard Space Flight Center Scientific Visualization Studio)

Uno studio pubblicato dalla NASA, mostra che durante ciascuno degli ultimi due inverni artici, l’estensione della calotta polare è diminuita del 6%. Secondo Joey Comiso, ricercatore al Goddard Space Flight Center, questa riduzione non ha precedenti negli ultimi 27 anni (da quando cioè si effettuano osservazioni satellitari), durante i quali, i ghiacci invernali si sono ritirati in media dell’1,5%.

Ogni anno, alla fine dell’estate, la calotta fa registrare il suo minimo annuale. Il ghiaccio che rimane, il “ghiaccio perenne”, sopravvive da anni, formato da strati più spessi. L’intera area dei ghiacci artici, formata da ghiaccio perenne e stagionale, a causa dell’aumento delle temperature nelle zone boreali, ha subito un notevole declino in questi ultimi anni: il periodo di fusione del ghiaccio dura ora circa due settimane in più ed il rigelo avviene più tardi in autunno; di conseguenza, la banchisa non ha il tempo sufficiente per riformarsi come accadeva in passato. A partire dal 1980, c’è stato un declino costante, che ora sta accelerando. Inoltre, dal momento che il ghiaccio riflette la luce solare più dell’acqua, con il diminuire della banchisa, una maggiore quantità di calore resta immagazzinata nel mare artico, con conseguente ulteriore scioglimento di ghiacci. Gli esperti lo chiamano “feedback positivo”.

Secondo i dati raccolti dalla NASA, per un periodo di quattro settimane, durante lo scorso agosto, lo scioglimento dei ghiacci artici è stato più veloce che mai. I ricercatori ritengono che, se il declino continuerà con questo tasso, entro questo secolo andrà perduta l’intera calotta. Il minimo registrato quest’anno, secondo i dati della NASA e del National Snow and Ice Data Center (NSIDC) della University of Colorado, è inferiore a quello del 2007, che ha rappresentato un record negativo: il 12 settembre scorso, l’estensione di ghiaccio era pari a 1.74 milioni di miglia quadrate, 0.86 milioni in meno risputo la media minima registrata tra il 1979 e il 2000. I dati della NASA mostrano che dall’1 al 31 agosto, l’estensione di ghiaccio è declinata ad un tasso di 32.700 miglia quadrate al giorno, superiore al tasso registrato nell’agosto del 2007, pari a 24.400 miglia quadrate al giorno. Queste misurazioni sono possibili grazie ad un archivio di registrazioni satellitari trentennali effettuate da Nimbus-7, Aqua, Terra and the Ice, Cloud e ICESat.

Secondo una ricerca di Jennifer Kay del National Center for Atmospheric Research di Boulder, pubblicato lo scorso aprile su Geophysical Research Letters, l’acceleramento dello scioglimento del ghiaccio stagionale si deve in parte anche alla riduzione della copertura di nuvole che nel 2007 ha permesso ad una maggiore quantità di luce solare di raggiungere la Terra, contribuendo anche a riscaldare la superficie degli oceani. “Analizzando i dati degli ultimi trentenni”, dice Comiso, “abbiamo capito che la copertura di ghiaccio perenne è a rischio. Ci vorrebbe più di un inverno per far sì che il ghiaccio si ricongeli e si riassesti su una media normale. Putroppo, però, il trend attuale non lascia molte speranze”.

«Probabilmente, quest’anno in Artico c’è meno ghiaccio di quanto ce ne sia mai stato da quando sono cominciati i rilevamenti», dice Martin Sommerkorn, del programma Artico del WWF, «questo è anche il primo anno in cui si sono aperti sia il passaggio a Nord-ovest sopra l’America settentrionale, sia quello a nord-est sopra la Russia». Alcune specie, come l’orso polare, stanno sperimentando sulla propria pelle l’erosione del proprio habitat provocato dai cambiamenti climatici in atto. Che affliggono anche le popolazioni che hanno sempre vissuto tra i ghiacci artici e che dipendono in tutto e per tutto dalla salute di questo ecosistema. “Il trend di riduzione dell’Artico è un allarme per il mondo intero", dice Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia.

I cambiamenti climatici nella zona artica affliggono l’ecosistema marino, con acque sempre più calde e un processo di acidificazione in atto che altera la distribuzione di alghe e crostacei, alla base della ricchissima catena alimentare della zona polare e sub-polare. Al vertice, molte specie già colpite, come le foche dagli anelli, una delle prede degli orsi polari, molte specie costiere come il gabbiano d’avorio che ha visto le proprie colonie delle aree costiere canadesi crollate dell’80% dal 1980 rispetto a quelle di altre regioni. Nelle aree più estreme orientali della Russia, come il Mar di Chukchi, la riduzione dei ghiacci artici sta colpendo anche le popolazioni dei trichechi. Qui in estate ormai il mare è quasi completamente libero dai ghiacci ritiratisi fin dove le acque sono più profonde. Qui i trichechi non possono pescare e le colonie sono costrette ad ammassarsi lungo le spiagge della costa di Chukotcha. In queste condizioni il cibo scarseggia e il rischio di infezioni aumenta. Lo scorso anno il WWF ha contato in appena 350 chilometri di costa oltre 1.000 trichechi morti, probabilmente sfiancati dalla difficoltà di dover cercare cibo in acque sempre più profonde e spesso agitate.

(Credits: KNMI/ESA)

Lo scorso 7 ottobre, il buco dell’ozono sopra l’Antartico, secondo le misurazioni del sensore atmosferico “SCIAMACHY” (Scanning Imaging Absorption Spectrometer for Atmospheric Cartography), a bordo del satellite ESA Envisat, è risultato più grande rispetto al 2007, estendendosi per 27 milioni di km quadrati, contro i 25 milioni dell’anno scorso. Lo ha reso noto la World Metereological Organization (WMO), l’Organizzazione Meteorologica Mondiale.

Lo strato d’ozono protegge la terra dai raggi ultravioletti. Generalmente, la sua distruzione raggiunge l’apice tra fine settembre e inizio ottobre. Quest’anno, il buco si è formato relativamente tardi. Tuttavia – spiega la WMO - nelle ultime due settimane, si è esteso rapidamente, al punto di superare la massima estensione raggiunta nel 2007. Il buco è ancora in fase di espansione, ma è ancora troppo presto per prevedere quali saranno le sue definitive dimensioni nel 2008. Le condizioni meteorologiche osservate fino ad oggi sembrano indicare che, rispetto al 2006, dovrebbe essere meno esteso. “Dopo aver subito attacchi chimici per decenni, lo strato d’ozono avrà forse bisogno di una cinquantina di anni per ristabilirsi pienamente”, ha commentato il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.

Il 16 settembre 1987 è stato firmato il Protocollo di Montreal sull’eliminazione di alcune sostanze, come i CloroFluoroCarburi (CFC), che distruggono l’ozono. La data della firma è stata scelta per celebrare ogni anno la “Giornata Internazionale per la Protezione dello Strato d’Ozono” (“International Day for the Protection of the Ozone Layer”). Durante le celebrazioni di quest’anno, il ministro per l’ambiente cileno, Ana Lya Uriarte, ha ricordato come, senza nuovi interventi, il buco dell’ozono “si riformerebbe definitivamente tra il 2050 e il 2070”. Uriarte ha anche messo in rilievo come le nuove norme cilene sui limiti per la produzione e l’importazione di sostanze dannose per il buco dell’ozono, permettano al paese di stare entro i parametri fissati dagli impegni internazionali sottoscritti.

THE DEADLY DOZEN

La Wildlife Conservation Society (WCS) ha identificato le “Deadly Dozen”, le 12 malattie che potrebbero diffondersi a causa del riscaldamento globale. Il rapporto, presentato al Congresso dell’IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura), punta il dito sull’importanza della salvaguardia degli ecosistemi per proteggere la salute degli animali che vi abitano. La lista nera delle malattie include: l’influenza aviaria (i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità parlano di 245 persone morte nel mondo); ebola (un virus letale per l’uomo per il quale ancora non c’è una cura); il colera (batterio che prospera nelle acque calde e stagnanti), la tubercolosi e la febbre gialla (destinate a diffondersi in nuove zone del mondo a causa dei cambiamenti climatici); la babesiosi (una malattia infettiva causata da un protozoo del genere “Babesia”, capace di parassitare gli eritrociti di mammiferi ed uccelli, oltre a quelli umani); parassiti intestinali ed esterni (come “Baylisascaris procyonis”, che infetta cani, i gatti e i procioni, o il suo parente, “Baylisascaris schroederi”, fatale per il panda gigante); la malattia di Lyme o borreliosi (originatasi nella cittadina di Lyme, nel Connecticut - dove si verificò un’epidemia che si manifestò con un misterioso aumento dei casi di artrite, soprattutto infantile - causata da un batterio spiraliforme, la “Borrelia burgdorferi”, che infesta le zecche, le quali possono trasmetterlo all’uomo e agli animali - il New York Times l’ha definita “la malattia infettiva che si diffonde più rapidamente negli Stati Uniti dopo l’AIDS”, ma si sta diffondendo anche in Asia, Europa e Sud America); la piaga Yersinia pestis (una zoonosi - malattia infettiva o parassitaria degli animali che colpisce topi, ratti, scoiattoli, conigli, lepri, marmotte, la cui trasmissione avviene attraverso le pulci); le cosiddette “red tides” (maree rosse) (fioriture di specie di alghe dannose per pesci e invertebrati che provocano un danno ecologico dovuto ad ipossia e/o anossia delle acque, eccezionalmente tossiche per l’uomo); la febbre di Rift Valley, o Rift Valley Fever Virus (RVFV) (malattia individuata per la prima volta nella valle del Rift, in Kenia, nel 1930, dove vi fu un’epidemia fra gli ovini, ma possono essere infettati anche ovini e caprini. Il virus appartiene al genere “Phlebovirus”, della famiglia dei “Bunyaviridae” e viene trasmesso dalla puntura di zanzare del genere “Aedes”. L’uomo può essere infettato sia con la puntura di zanzare infette che mediante il contatto con il sangue o i fluidi corporei degli animali o di pazienti infetti); la malattia del sonno, conosciuta anche come “tripanosmiasi” (trasmessa dai “tripanosoma” - il nome deriva dal greco “trypaô”, perforare, e “soma”, corpo - un genere di protozoi dal corpo fusiliforme, assottigliato, provvisto di nucleo e di blefaroblasti, dal quale parte un flagello che infetta una varietà diversa di vertebrati, tra cui l’Uomo. Si trovano nel sangue e nel tubo digestivo. Alcune forme vivono anche allo stato libero in natura. Altri vertebrati interessati sono equini, uccelli, roditori, pesci, rettili e alcuni ruminanti. La trasmissione delle specie interessanti l’Uomo avviene per mezzo di cimici “triatomine” nella tripanosomiasi americana e per mezzo di insetti come le glossine e la mosca tse-tse nella tripanosomiasi africana).

E se già esiste un Global Avian Influenza Network for Surveillance, che monitora la situazione dell’influenza aviaria, la Wildlife Conservation Society si augura che questa sorveglianza venga allargata a tutte le malattie che colpiscono gli animali, grazie all’uso di mappe e database già esistenti e adattabili a qualunque tipo di malattia. “Cambiamento climatico non significa solo scioglimento dei ghiacci e aumento del livello dei mari che minaccia le città costiere e le nazioni, l’aumento delle temperature e la fluttuazione dei livelli delle precipitazioni modificheranno anche la distribuzione degli agenti patogeni”, dice il Dr. Steven E. Sanderson, presidente e CEO della Wildlife Conservation Society. La salute degli animali selvaggi è strettamente legata agli ecosistemi in cui vivono e influenzata dall’ambiente che li circonda; cambiamenti anche minimi possono avere conseguenze sul tipo di malattie in cui possono incorrere e che possono poi trasmettere all’uomo. Per questo, dice Sanderson, “è importante monitorare la salute degli animali, perché può aiutarci a prevedere quali saranno le zone critiche e a organizzarci per farci trovare pronti”.

LA SESTA ESTINZIONE

Un nuovo studio pubblicato su Physiological and Biochemical Zoology, avverte che un aumento della temperatura di due gradi Celsius potrebbe avere un effetto devastante sulla popolazione dei canguri australiani. “Il nostro studio fornisce l’evidenza che il cambiamento climatico potrebbe causare una contrazione su larga scala e la probabile estinzione di canguri nell’Australia del nord”, scrivono gli autori dello studio Euan G. Ritchie e Elizabeth E. Bolitho della James Cook University. I due si sono basati su dei modelli computerizzati e tre anni di osservazioni sul campo, scoprendo che anche un aumento della temperatura di solo mezzo grado Celsius potrebbe provocare seri danni agli habitat naturali dei canguri, specie alle riserve d’acqua, in particolare proprio nell’Australia del nord. Hanno calcolato che un aumento di due gradi porterebbe restringere la popolazione di canguri del 48%, un aumento di sei gradi, del 96%.

I modelli climatici di previsione generalmente accettati, dicono che nel nord dell’Australia ci sarà u aumento tra I 0.4 e i due gradi entro il 2030 e trai due e i sei entro il 2070. “Se le stagioni secche diventeranno più calde e diminuiranno le
precipitazioni, gli habitat saranno gravemente colpiti: scarseggeranno le pasture per il pascolo e le fonti d’acqua si prosciugheranno. Con il risultato di possibile morte per fame e disidratazione e di arresto della riproduzione”. E anche se alcune specie di canguri sono abbastanza mobili per spostarsi verso lidi più accoglienti, la vegetazione e la topografia per cui sono adattati, non si sposterà allo stesso modo.

Il Canguro Antilope (Wallaroo Antilopine), una specie adattatasi a climi tropicali e umidi, è tra quelle più a rischio. Secondo i calcoli di Ritchie e Bolitho, un aumento di due gradi potrebbe causare un restringimento dell’89%, mentre un aumento di sei gradi significherebbe la sua estinzione, poiché non sono in grado di adattarsi alle aride praterie che il cambiamento di temperatura produrrà.

"Rane e rospi stanno in molti luoghi sono già scomparsi”. Secondo l’etologo Giorgio Celli, la validità dello studio della Società Zoologica di Londra (secondo cui gli animali anfibi rischiano l’estinzione entro il 2050), è dimostrato dall’esperienza che ognuno di noi può compiere con una passeggiata in campagna. “Un tempo camminavo lungo i fossi vicino Bologna e vedevo un’infinità di rane che saltavano al mio arrivo - racconta Celli - ora non ne vedo più, se non in rari luoghi”. Più frequenti i rospi, ma anch’essi “vanno scomparendo”. “Gli anfibi sono fortemente minacciati - fa notare Celli - prima si pensava che il pericolo maggiore fosse il buco dell’ozono, perché la pelle di questi animali è molto sensibile ai raggi ultravioletti. Ora si attribuisce la responsabilità della diminuzione di esemplari ai cambiamenti climatici: la rana dorata di Costa Rica si è già estinta”.

L’innalzamento della temperatura - spiega - ha reso più virulento un fungo letale per questi animali. “Con la scomparsa
della rana - sottolinea Celli - scompare non solo un organismo molto interessante di studio, ma anche una nostra chance di sopravvivenza, perché si è scoperto che nella pelle di questo animale vi sono antibiotici naturali”. Le specie anfibie non sono le uniche minacciate dai cambiamenti climatici, fa notare lo studioso: un esempio tra tanti è il corallo, che “sta impallidendo” per gli effetti che la temperatura produce sulle alghe.

Le barriere coralline, spesso brulicanti di vita marina, sono tra gli organismi naturali più delicati. Una barriera corallina sana può contenere migliaia di specie. Sfortunatamente, si trovano sotto un’immensa pressione e la loro sopravvivenza è a rischio. L’innalzamento delle temperature, anche soltanto di uno o due gradi, possono causare lo sbiancamento dei coralli o persino amplificare gli effetti delle malattie infettive, distruggendo enormi zone di coralli. Anche determinate tecniche di pesca, come l’uso della dinamite, sono responsabili della distruzione delle barriere coralline.

Una squadra internazionale di ricercatori, guidata congiuntamente dall’Università di Newcastle, nel Regno Unito, e dalla Wildlife Conservation Society, negli Stati Uniti, ha individuato la aree su cui concentrare gli sforzi per cercare di salvarle. Le “No-Take Areas” (NTA) sono state create non solo per proteggere i pesci, ma anche le barriere coralline dove questi vivono. I ricercatori hanno esaminato delle NTA che coprono 66 siti in 7 paesi nell’Oceano Indiano (la ricerca è stata pubblicata su PLoS ONE). Ciò che hanno scoperto, è che le zone di conservazione sono ora localizzate nei posti sbagliati, poiché lasciano alcune barriere coralline esposte agli effetti del cambiamento climatico. Secondo Nick Graham, della School of Marine Science and Technology dell’Università di Newcastle, a capo dei ricercatori, è necessaria un’azione rapida. “Abbiamo bisogno di un approccio completamente nuovo e dobbiamo agire ora”, ha affermato. La ricerca ha mostrato che tutte le NTA esistenti dovrebbero rimanere tali; tuttavia, sono necessarie nuove zone per proteggere altre barriere coralline.

“La nostra ricerca mostra che molte delle NTA del mondo sono nei posti sbagliati. Sono necessarie nuove zone protette che si concentrino su aree che si stanno sottraendo o stanno recuperando bene dagli effetti del cambiamento climatico. Ma l’attenzione principale deve essere posta sull’aumento della capacità di ripresa del sistema nel suo insieme, e questo significa ridurre quante più minacce locali sia possibile,” ha proseguito Graham. Deve anche essere creato un sistema olistico di gestione dell’ecosistema se si vuole che le barriere coralline sopravvivano. “Il corallo muore quando viene messo sotto pressione, quindi ciò che dobbiamo fare è ridurre l’impatto umano diretto, come la pesca eccessiva, l’inquinamento e la sedimentazione, nell’intera area,” ha affermato. “Eliminando tutte queste cause di stress noi stiamo dando al corallo la migliore possibilità di sopravvivere e di riprendersi da tutti i cambiamenti della temperatura che si potranno verificare come conseguenza del riscaldamento globale”.

Oltre la metà della popolazione dei pinguini dell’Antartico rischia di scomparire, se le temperature globali dovessero crescere oltre i 2 gradi centigradi rispetto al periodo preindustriale. È quanto emerge da “2°C is Too Much”, un nuovo rapporto pubblicato dal WWF. Il 50% della popolazione di pinguini imperatore e il 75% di pinguini di Adelia sono seriamente minacciati. Un aumento delle temperature di 2 gradi centigradi porterà ad una notevole riduzione della copertura di ghiaccio, essenziale per la sopravvivenza degli animali, e avrà effetti catastrofici sulla popolazione dei “krill”, i piccoli crostacei che compongono lo zooplancton, cibo primario dei pinguini.

Il riscaldamento globale sta producendo notevoli variazioni anche nella diffusione dei piccoli mammiferi nello Yosemite National Park, uno dei grandi parchi naturali degli Stati Uniti. Secondo i biologi dell’Università della California a Berkeley, che hanno pubblicato in proposito un articolo su Science, si tratta di trasformazioni poco evidenti, ma comunque degne di nota, dal momento che portano molte specie a vivere a quote più elevate. Nello studio sono state confrontate le attuali popolazioni di mammiferi nel Parco con quelle di 90 anni fa: è risultato che toporagni, topi e scoiattoli si sono spostati dal livello del suolo a quote più alte per sfuggire agli effetti delle temperature più alte.

“La Sierra Nevada centrale ha conosciuto negli ultimi decenni un generale riscaldamento”, ha commentato Craig Moritz, che ha guidato lo studio. “Sono stati registrati non solo un aumento di 3 gradi Celsius ma anche una recessione dei ghiacciai, nonché un aumento delle precipitazioni piovose al posto di quelle nevose”. Sebbene gli spostamenti delle specie animali non abbiano alterato complessivamente a biodiversità del parco, i biologi della UC Berkeley ritengono che i rapidi cambiamenti registrati nell’arco di circa un secolo – da quando sono cominciati gli ampi monitoraggi degli animali del parco – potrebbero rappresentare un problema. Sembra infatti che solo metà delle specie si siano spostate, influendo pesantemente sulle interazioni tra specie diverse. “Questo tipo di cambiamenti nelle composizioni delle comunità c’è sempre stato, solo che ora lo osserviamo in tempo reale: il problema è la velocità con cui avvengono”, ha concluso James Patton, coautore dello studio.

Il 98% delle vecchie varietà locali di alberi da frutto è andato perduto. Sacrificato alle abitudini agricole commerciali e industriali degli ultimi decenni. Per avere un’idea del patrimonio di biodiversità che è stato spazzato via negli ultimi decenni, basti pensare che nella sola Città di Castello, l’associazione Archeologia Arborea ha salvato e coltiva 150 varietà di alberi da frutto. “Il patrimonio genetico di questi alberi è come un vocabolario molto ricco”, dice Isabella Dalla Ragione, dell’associazione Archeologia Arborea, “contiene molte parole che possono servire per rispondere a diverse domande poste dalle avversità climatiche o dalle malattie”. Ci siamo ridotti a mangiare pochissimi tipi di frutta, “perchè tutti gli altri non sono adatti all’odierna catena di distribuzione che implica conservazione in frigo, manipolazione, trasporto. Le pere estive, ad esempio, vanno raccolte e consumate subito. Non c’è tempo di portarle in città. Tantomeno ad un supermercato. E poi, le varietà commerciali danno frutti che maturano contemporaneamente. Basta raccoglierli una volta sola. Con le vecchie varietà non è possibile, bisogna tornare più volte sullo stesso albero. E i frutti non sono fra loro uguali. Per lo stesso motivo, stiamo perdendo addirittura la possibilità di consumare certe specie di frutta, i fichi. Troppo delicati. Non sono adatti alla grande distribuzione, li mangia solo chi ne possiede una pianta”.

La ricchezza di sapori è stata sacrificata, insomma, per far viaggiare il cibo, e spostarlo da una parte all’altra del globo. Per la globalizzazione. Si comincia a parlare, giustamente, di menù a chilometri zero e di cibo locale.

APICALISSE

L’umile, silenzioso lavoro degli insetti impollinatori, in tutto il mondo ha un valore economico pari a 153 miliardi di euro all’anno. Rappresenta il 9,5% del valore totale del cibo prodotto dall’agricoltura. I calcoli - riferiti al 2005 – effettuati da scienziati francesi e tedeschi, sono stati pubblicati su Ecological Economics. Lo studio accerta che la produzione di cibo non potrebbe mantenere il livello attuale se si verificasse la perdita completa degli insetti impollinatori, in particolare delle api domestiche e selvatiche. Il declino degli impollinatori colpirebbe soprattutto la produzione di frutta e verdura (perdite di 50 miliardi l’euro ciascuna) e di oli vegetali commestibili (39 miliardi). Non ci sarebbe una catastrofica sparizione dell’agricoltura, dicono i ricercatori, tuttavia, si verificherebbero sostanziali perdite economiche. E in più, ci sarebbero le perdite legate alla produzione di foraggio per il bestiame e alle coltivazioni non alimentari. Ma, soprattutto, ne risentirebbero la flora spontanea e gli ecosistemi.

Almeno, l’Italia ha sospeso, dopo la decisione della Commissione Fitofarmaci, riunita presso il Ministero della Salute, l’utilizzo in agricoltura di neonicotinoidi, i pesticidi responsabili della moria, seguendo l’esempio della Germania, che ha proibito otto pesticidi dopo una morìa verificatasi in concomitanza con la semina del mais (da qualche anno c’è l’abitudine di trattare con pesticidi la semente). L’UNAAPI (Unione Nazionale Associazione Apicoltori d’Italia), ha contato 40.000 alveari spopolati a inizio aprile in Pianura Padana. Anche queste morìe si sono verificate al momento della semina del mais conciato. Un successivo aggiornamento, ha portato a 50.000 gli alveari colpiti. In Germania, le autorità federali, oltre a sospendere l’uso di otto pesticidi, hanno detto che bisogna verificare la sicurezza dei contadini che li impiegano.

La CBG (Coalition Against Bayer Dangers), Coalizione Contro i Pericoli derivanti dalla Bayer), ha denunciato il presidente del consiglio direttivo della Bayer, con l’accusa di aver messo in commercio pesticidi pericolosi. La denuncia è stata sporta attraverso il Pubblico Ministero di Freiburg, nella Germania Sud-occidentale. La Coalizione punta il dito contro due principi attivi neonicotinoidi che sono tra i prodotti più importanti della Bayer, con vendite annuali per quasi 800 milioni di euro. Si tratta dell’imidaclopride (il cui brevetto è scaduto nel 2003) e della clothianidina, dall’azione simile a quella dell’imidaclopride, destinato a succedergli. “Entrambe le sostanze sono insetticidi sistemici che si diffondono dal seme alla pianta arrivando fino al polline e al nettare e danneggiando insetti benefici come le api”, scrive la Coalizione sul suo sito internet. E ancora: “Abbiamo il sospetto che la Bayer abbia presentato studi difettosi per sminuire il rischio di residui del pesticida nelle piante”. A suffragio di questa tesi, la Coalizione cita la PMRA (Pest Management Regulatory Agency), l’Agenzia per la regolamentazione dei pesticidi del Canada, che ha valutato la domanda della Bayer per l’introduzione della clothianidina. “Tutti gli studi sul campo sono stati trovati carenti sia nell’impostazione che nella conduzione e sono quindi stati considerati solo come informazione aggiuntiva. La clothianidina può mettere a rischio le api mellifere e altri impollinatori se l’esposizione avviene attraverso il polline e il nettare delle coltivazioni avviate con semi trattati”. Secondo le valutazioni della PMRA, così come sono riportate dalla Coalizione, “va anche notato che la clothianidina ha una lunga persistenza nel suolo, con una elevata trasmissione di residui alla successiva stagione di coltivazione, ed è anche mobile attraverso il suolo”.

"La sospensione dell’utilizzo di neonicotinoidi in agricoltura è una buona notizia. Speriamo che il relativo decreto sia presto pubblicato e che la sospensione, attualmente prevista per un anno, sia utile a determinare una concreta revisione delle procedure autorizzative dei pesticidi potenzialmente pericolosi per l’ambiente e la salute”. Così Legambiente e UNAAPI, hanno commentato la notizia ella sospensione temporanea dei pesticidi neonicotinoidi. “La decisione della commissione – hanno dichiarato il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, e il presidente di UNAAPI, Francesco Panella –deve servire a tutelare un interesse generale, dal momento che la moria delle api colpisce silenziosamente gli ecosistemi più delicati, fondamentali per l’equilibrio di tutte le specie”.

Secondo uno studio condotto da oltre 1.700 esperti di 130 paesi del mondo, un quarto delle specie di mammiferi esistenti, dal gorilla di montagna alla tigre, è a rischio di estinzione, ed oltre la metà ha la popolazione in declino, in gran parte per colpa dell’uomo. È un vero e proprio grido di allarme quello lanciato a Barcellona al World Conservation Congress dell’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN). I problemi, dicono i ricercatori, sono sempre più gravi, ed in alcuni casi potrebbe essere già troppo tardi. La ricerca, pubblicata su Science, è stata estremamente complessa: nel corso di un quinquennio, ha permesso di raccogliere dati su tutte le 5.487 specie di mammiferi classificate a partire dal Cinquecento. Un’operazione simile, ma meno completa, era stata condotta dall’IUCN nel 1996 ed era servita per pianificare interventi di tutela. Orsi polari, ippopotami e grandi scimmie sono solamente alcune delle vittime di un declino su larga scala.

Quello tracciato a Barcellona è un vero e proprio bollettino di guerra. In totale, le specie a rischio di estinzione, a vari livelli, sono 1.141, e cioè il 25% di quelle sulle quali ci sono dati sufficienti a disposizione. Per i mammiferi marini, la situazione è ancora peggiore: quelli in pericolo sono addirittura il 36%, più di uno su tre. E se negli ultimi 500 anni 76 specie sono già scomparse, 29 sono ormai considerate potenzialmente estinte e due, l’orice dalle corna a sciabola ed il cervo di Padre David, sopravvivono solamente in cattività. “È spaventoso pensare che dopo milioni e milioni di anni di evoluzione ci troviamo in una crisi simile”, dice Andrew Smith dell’Arizona State University, “i mammiferi sono importanti perché hanno un ruolo chiave negli ecosistemi: se perdi un mammifero, spesso rischi di perdere molti altri animali”. L’elenco delle cause lascia pochi dubbi: il principale colpevole di questa situazione è l’uomo. Solamente il 2% delle specie ha avuto problemi di malattie. Secondo i ricercatori, i mammiferi terrestri sono colpiti soprattutto dalla perdita, dal degrado e dallo sfruttamento degli habitat, mentre quelli che vivono in mare sono sterminati dalle reti da pesca e da varie forme di inquinamento, tra cui anche quello sonoro, che colpisce soprattutto i cetacei. Su tutti, infine, incombe la spada di Damocle dei cambiamenti climatici, che potrebbero avere conseguenze sempre più pesanti.

I mammiferi di grandi dimensioni sono i più vulnerabili. In genere, infatti, hanno una minore densità di popolazione e cicli vitali più lenti, necessitano di territori più ampi e sono più facili da cacciare. La situazione è particolarmente difficile nelle aree del pianeta dove alla deforestazione si unisce un crescente impatto dell’uomo sulla natura. Nell’Asia meridionale e sud-orientale, zona dove vive ad esempio l’orango, è minacciato addirittura il 79% dei primati. Secondo gli autori dello studio, nei prossimi anni potrebbe andare anche peggio. La popolazione del 52% delle specie di mammiferi su cui si hanno dati sufficienti è infatti in calo. Questo significa che, se non saranno prese contromisure adeguate, l’elenco degli animali in pericolo è destinato ad allungarsi. Eppure una piccola speranza c’è: il 5% delle specie a rischio non è più in declino o si sta riprendendo. Tra queste, c’è il bisonte europeo, del quale erano rimasti pochi esemplari in cattività e che oggi è tornato a vivere in alcuni parchi naturali. È la dimostrazione che si può fare ancora qualcosa.

Secondo il testo-denuncia “Stop al genocidio: per la terra e la vita del popolo Kayowà Guaranì”, firmato da organizzazioni internazionali non governative, che verrà consegnato a novembre al presidente Luiz Inacio Lula da Silva – dato che il Brasile è uno dei firmatari della Dichiarazione Onu dei Diritti Indigeni e della Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ma non rispetta gli impegni presi con il popolo indio - la voracità di terra della monocoltura di soia nello Stato del Mato Grosso do Sul ha provocato il confinamento di 40 mila indios guaranì in un’area di soli 20 mila ettari, troppo piccola per garantire loro la sopravvivenza. Disperati, sfruttati in un regime di semi-schiavitù e circondati da un mondo che non capiscono, gli indigeni si abbandonano all’alcol, i bambini muoiono denutriti e i giovani si suicidano. Quando i portoghesi sbarcarono in Brasile nel 1500, si stima che gli indigeni presenti fossero oltre cinque milioni. Oggi, dopo campagne di sterminio, violenze, malattie e soprusi, ne sono rimasti solo 460 mila, divisi in 230 tribù minacciate dal disboscamento e dall’avanzata delle grandi piantagioni.

Il governo del Messico ha annunciato che combatterà con ogni mezzo, compreso l’esercito, il ritorno al disboscamento abusivo della foresta al confine fra gli Stati di Michoacan e Mexico conosciuta come “il paradiso d’inverno delle farfalle”. Il luogo è dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, nonchè Riserva della Biosfera. “Bisogna reagire ed essere più aggressivi - ha detto il numero due della Procura Federale per la Protezione Ambientale (PROFEPA), Jose Ramiro Rubio - e attaccare gli abusivi per difendere questi boschi di conifere dove ogni anno migrano milioni di farfalle dalle foreste del Canada”.

Ogni autunno, sono circa 80 milioni le farfalle Monarca che percorrono più di 5.000 chilometri per svernare nelle foreste messicane. Gli Aztechi le ritenevano l’incarnazione dei guerrieri più valorosi morti in battaglia. Si tratta di esemplari giganti dalle ali arancione striate di nero. Questi lepidotteri, restano un mistero per i numerosi esperti che arrivano in Messico da ogni parte del mondo per studiare il fenomeno. Le farfalle Monarca non hanno infatti solamente una vita nettamente più lunga delle altre - 9 mesi contro le normali 3-4 settimane - ma nei lunghissimi trasferimenti, volano ad un’altezza di circa cento metri. Un dettaglio non da poco, se si tiene conto che le comuni farfalle volano rasenti al suolo. Ogni anno, la migrazione richiama sui monti di Michoacan, a circa 2.000 metri di quota, più di mezzo milione di turisti.

In Perù, è stata istituita una task force di circa 3000 agenti per la salvaguardia delle foreste e per monitorare i fiumi nel bacino amazzonico. La task force controllerà 373.000 kmq di foresta amazzonica e pattuglierà i fiumi per combattere il disboscamento illegale. Sinora, ha detto il ministro dell’ambiente peruviano Antonio Brack, il problema della criminalità organizzata, della moralità e della supervisione, non è stato adeguatamente affrontato a causa di una insufficiente forza di polizia, composta solo da 240 uomini. La foresta amazzonica copre quasi un terzo del Perù ed è molto "apprezzata" da quelle aziende che cercano di sfruttare la debolezza del governo per la nella raccolta del prezioso legno che è il mogano. Per molti anni, gli ecologisti hanno espresso la profonda preoccupazione per il rapido esaurimento della biodiversità amazzonica. Al tasso attuale di disboscamento, dicono, il bacino, sede di un incredibile
varietà di flora e fauna (ancora molto da scoprire), potrebbe essere danneggiato in maniera irreversibile.

La foresta amazzonica è la più importante foresta del pianeta e da decenni se ne denuncia in tutto il mondo la devastazione. Eppure, è sempre più a rischio: ampie aree ogni anno si trasformano in pascoli, cantieri e terreni ad agricoltura intensiva, o in zone bruciate. Il network brasiliano Globo.com ha annunciato il lancio di “Globo Amazonia”, un sito che dispone di una mappa interattiva dell’Amazzonia e che offre non solo informazioni sugli avvistamenti di incendi e deforestazioni abusive, ma permette anche di unirsi al coro delle proteste, di partecipare ad iniziative e di far sentire la voce della comunità, grazie anche all’utilizzo della piattaforma Orkut di Google, assai popolare in Brasile. La mappa e la comunità dietro la nuova iniziativa sono peraltro accompagnati da una messe di notizie che riguardano non solo la foresta in senso stretto, ma anche le attività economiche che vivono ai margini della foresta e la vita che si svolge nelle numerose città amazzoniche. Accanto a tutto questo, approfondimenti sulle bellezze naturali, approfondimenti storici e culturali, commenti, foto ed editoriali, destinati a rendere ancora più popolare il sito. Fino a questo momento, racconta sulle sue pagine, sono quasi 100mila gli iscritti Orkut che hanno deciso di adottare la “foresta interattiva”.

Da un’idea del Programma Ambiente delle Nazioni Unite è nato il “World Database on Protected Areas”. Si tratta sostanzialmente di un gigantesco database che utilizza il software di Google Earth per mettere in rete la lista delle aree protette dell’ONU. Queste informazioni, in precedenza accessibili solo agli scienziati, sono ora a disposizione di tutti e in particolare delle grandi aziende. Il database infatti è rivolto soprattutto alle grandi compagnie petrolifere o di estrazione, affinché siano in grado di conoscere l’esatta locazione di tutte le aree verdi prima di pensare di effettuare un qualsiasi intervento sul territorio, e minimizzare il loro impatto ambientale, anche in quelle aree dove già sono presenti.

Negli stessi giorni, ha visto la luce un’altra mappa, “Integrated Biodiversity Assessment Tool” (IBAT), che comprende tutte quelle aree - protette o meno - dove si trovano animali o piante seriamente minacciate di estinzione. È stata ideata dalla Conservation International (CI), un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro, per fornire uno strumento informatico atto ad identificare l’impatto di opere sulla biodiversità. L’IBAT è stato sviluppato in collaborazione con le più grandi organizzazioni internazionali per la conservazione della natura (BirdLife International, Conservation International e UNEP-World Conservation Monitoring Centre) e numerose grandi aziende del calibro di BP, Chevron, Cargill, Bank of America e JP Morgan Chase.

Il “Climate Change Prediction Program” dell’Office of Biological and Environmental Research (OBER) del Department of Energy (DOE) americano, recentemente ha lanciato “IMPACTS” (Investigation of the Magnitudes and Probabilities of Abrupt Climate Transitions), un programma guidato da William Collins dell’Earth Sciences Division (ESD) del Berkeley Lab che mette insieme sei laboratori nazionali (Argonne, Los Alamos, Lawrence Berkeley, Lawrence Livermore, Oak Ridge e Pacific Northwest), fisici, chimici e biogeochimici esperti di processi climatici e di simulazioni computeristiche, per studiare il problema dei bruschi cambiamenti climatici (Abrupt Climate Change) nel tentativo di prevedere i possibili futuri sviluppi.

Collins ha coordinato lo sviluppo della versione più recente del “Community Climate System Model” (CCSM) - uno dei modelli base a cui ha fatto riferimento l’ultimo rapporto sui cambiamenti climtici dell’IPCC, che Science ha definito “il principale modello climatico globale accademico nazionale” - su cui si baserà IMPACTS, aggiungendo nuove capacità e nuove diagnostiche in relazione ai processi che potrebbero provocare nuovi bruschi cambiamenti. “La prima cosa che dobbiamo fare”, dice Collins, “è definire un cambiamento sul larga scala che accade rapidamente, che non è guidato da forze meccaniche e che persiste per un tempo molto lungo”.

"Abrupt Climate Change”, o ACC, significa che i feedbacks tra ecosistemi terrestri, oceani, aria e ghiacci sono stati sconvolti dai cambiamenti climatici, rendendo sempre più difficile fare delle previsioni affidabili. Le temperature più alte dell’aria e l’aumento delle precipitazioni, ad esempio, hanno avuto l’effetto di ridurre la copertura di neve sulla superficie terrestre, accelerando lo scioglimento del permafrost; alcuni tipi di vegetazione hanno iniziato a spostarsi, influenzando, ad esempio, la quantità di luce solare che raggiunge il terreno o che viene intercettata dalle canopie forestali; meno neve significa anche meno riflettività dei raggi solari(effetto albedo), con la conseguenza che terreno e alberi assorbono più calore Il tipo di permafrost chiamato “yedoma”, particolarmente ricco di carbone, è un importante substrato per la formazione di metano, un gas serra 26 volte più dannoso del diossido di carbonio, che è rilasciato nell’atmosfera quando il permafrost si scioglie. Perfino il terreno ordinario scambia più carbone con l’atmosfera se riscaldato e bagnato. Inoltre, le acque fredde che si riversano nell’Artico, in seguito allo scioglimento dei ghiacci, modificano la salinità, alterando lo scambio di acqua con il Nord Atlantico e le correnti oceaniche che mantengono l’Europa più calda durante l’inverno. Il Nord Europa potrebbe diventare molto più freddo se diminuisce la capacità degli oceani di assorbire il diossido di carbonio, mentre l’intero pianeta diventerà, rapidamente, sempre più caldo. In generale, le modificazioni che stanno subendo gli ecosistemi terrestri, e che si avranno per i prossimi 20-30 anni, rischiano di amplificare il riscaldamento globale finora previsto, di due o tre volte, specie nell’Artico, ma anche globalmente.

Il programma inizialmente sarà focalizzato su quattro tipi di ACC: 1 – l’instabilità delle calotte glaciali, specie quelle dell’Antarico occidentale; 2 – i meccanismi di feedback positivo nelle foreste subartiche e degli ecosistemi artici, che potrebbero provocare un rapido rilascio di metano e cambiamenti su larga scala dell’energia di equilibrio della superficie; 3 – destabilizzazione degli idrati di metano (i vasti depositi del gas metano intrappolato nei ghiacci, particolarmente nell’Oceano Artico; 4 – il feedback tra biosfera e atmosfera che potrebbe condurre a mega-siccità nel Nord America. Con una punta di ironia, Collins si riferisce a questi quattro punti come ai “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”.

Sotto la direzione di Bill Lipscomb of Los Alamos National Laboratory, i ricercatori di IMPACTS, tra cui Rob Jacob dell’Argonne National Laboratory, avranno l’arduo compito di modellare realisticamente i processi relativi allo scioglimento dei ghiacci e al distacco degli icebergs. Concentrandosi sulla calotta glaciale dell’Antartico occidentale, useranno l’ “Hybrid Parallel Ocean Program” (HYPOP) svillupato a Los Alamos, insieme ad altri programmi, per simulare le correnti oceaniche al di sotto della calotta glaciale; per modellare lo scambio di calore tra oceano e ghiacci; per modellare lo spostamento delle linee base delle tavolate di ghiaccio che si staccano dalla calotta; per modellare la modificazione delle linee costiere degli oceani rispetto all’evoluzione dei blocchi di ghiaccio. L’obiettivo è valutare la probabilità di brusche perdite della calotta sotto differenti condizioni e incorporare i modelli regionali con quello globale del CCSM.

Guidato da Collins, un altro gruppo di ricercatori di IMPACTS, tra cui William Riley dell’ ESD, Margaret Torn e Mac Post dell’Oak Ridge National Lab, Qianlai Zhuang della Purdue University, sfrutterà le nuove capacità del “Community Land Model” (CLM), un componente del CCSM, per ottenere delle previsioni più affidabili di possibili bruschi cambiamenti relativi ai feedbacks positivi tra il clima e gli ecosistemi delle regioni boreali e Artiche, che potrebbero causare il rilascio in atmosfera del carbone immagazzinato nel terreno, nei bacini delle terre torbose e nel permafrost.

Il gruppo di ricercatori guidato da Philip Cameron-Smith del Lawrence Livermore National Laboratory, che include Matthew Reagan dell’ESD e Scott Elliot e Mathew Maltrud del Los Alamos, dovrà studiare una serie di scenari ipotetici utilizzando il codice “TOUGH+HYDRATE” del Berkeley Lab, già usato con successo da compagnie petrolifere e da geologi per modellare la produzione di gas e la dissociazione di idrato nel sottosuolo, il POP del Los Alamos e il “Community Atmosphere Model” (CAM) del Lawrence Livermore, tutti componenti del CCSM, con lo scopo di implementare le dinamiche del metano nei modelli relativi al clima e agli oceanio e cercare di valutare in modo più accurato le conseguenze del rilascio di metano per la chimica oceanica e atmosferica.

Il gruppo guidato da Ruby Leung del Pacific Northwest National Laboratory, che include Celine Bonfils eThomas Phillips del Lawrence Livermore, dovranno investigare il ruolo del riscaldamento globale nelle mega-siccità che in passato hanno già colpito il Nord America centrale e che potrebbero ripresentarsi e persistere per decadi. Per fare ciò, dovranno studiare le complesse interazioni tra piante e terreno in condizioni di estrema siccità e quelle tra condizioni di superficie, stabilità atmosferica, particelle inquinanti aerosol e altri fattori, in relazione alla circolazione dei monsoni, cercando di migliorare i modelli climatici regionali e globali come il “Weather Research and Forecasting” (WRF), sviluppato al National Center for Atmospheric Research, e il “Variable Infiltration Capacity” (VIC), realativo allo scambio acqua-energia, sviluppato alla University of Washington.

"Siamo di fronte ai più grandi e inimmaginabili impatti negativi della civilizzazione umana, condizioni che porteranno le società al di fuori dei normali modelli di adattamento”, dice Collins, “le conseguenze saranno dure specialmente per le popolazioni dalle risorse limitate”. Il programma IMPACTS si affida alla potenza dei supercomputers del DOE e al “NERSC”, il National Energy Research Scientific Computing Center del Berkeley Lab, per utilizzare contemporaneamente tutti i modelli fino ad oggi sviluppati, cercando di riunire l’intera comunità degli scienziati del clima, che tradizionalmente non hanno mai comunicato tanto tra di loro.



World Database on Protected Areas

Integrated Biodiversity Assessment Tool (IBAT)

PIK Research Portal

Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)

Impacts of Europe’s changing climate - 2008

Consiglio Internazionale per l’Esplorazione del Mare (ICES)

Globo Amazonia

Climate Change Prediction Program

Community Climate System Model (CCSM)

Los Alamos Climate Ocean and Sea Ice Modeling: Models: POP

Responsible Care

Global Avian Influenza Network for Surveillance

School of Marine Science and Technology University of Newcastle

2°C is Too Much - WWF

NASA Jet Propulsion Laboratory

Atmospheric Infrared Sounder (AIRS)

NASA Goddard Space Flight Center

Goddard Institute for Space Studies (GISS)

Arctic and Antarctic Research Institute (AARI)

Archeologia Arborea

Pest Management Regulatory Agency (PMRA)

Il dossier neonicotinoidi dell’Unaapi

GCP: Global Carbon Project

World Meteorological Organization (WMO)

SCIAMACHY - SCanning Imaging Absorption spectroMeter for Atmospheric CartograpHY

German Aerospace Center (DLR)

An Abrupt Climate Change Scenario

Abrupt Climate Change: Inevitable Surprises – National Academy of Science

Coalition Against Bayer Dangers

Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC)

National Snow and Ice Data Center (NSIDC)

National Center for Atmospheric Research

ICESat

Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA)

World Metereological Organization – Ozone Hole

British Antarctic Survey

International Day for the protection of the Ozone layer

Earth Overshoot Day

IUCN - Congress

RESIDENT EVIL: EXTINCTION

THE DAY AFTER TOMORROW

TEMPESTA GLOBALE

RIVOLUZIONE IN SUDAMERICA 3

2020 RISCHIO GLACIAZIONE

WARNING IN THE WIND

Antarctic Ozone Bullettin

La Mafia dell’Ozono

Un nuovo buco d’ozono

Il buco d’ozono si allarga

Buco dell’ozono da record

Ozono 2006

La mafia dell’ozono 2

Estinzione di rane e rospi

ECO-APOCALYPSE (NOW) 5

OLIGOPOLY INC. 2008

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