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giovedì 30 ottobre 2008

LA GUERRA DEGLI OGM 4

“Il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ha organizzato due riunioni clandestine, a luglio e a ottobre scorsi, affinché i capi di governo dei paesi dell’Unione esautorino i loro rispettivi ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura perché bisogna a tutti costi introdurre in Europa prodotti contenenti OGM (Organismi Geneticamente Modificati)". Con questa denuncia, Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici, ha dato il via ai lavori per la presentazione del II° rapporto MediaBiotech.

I leader europei starebbero segretamente preparando un piano senza precedenti per diffondere le colture geneticamente modificate. Nonostante ai popoli che essi governano, gli OGM proprio non piacciano. Lo ha rivelato, prima di Capanna, l'Independent on Sunday, che si è procurato documenti inediti e riservati secondo cui esisterebbero piani per "accelerare" l'introduzione di colture e di cibi geneticamente modificati, affrontando la resistenza dell'opinione pubblica. In particolare, si darebbe più voce ai rappresentanti delle organizzazioni agricole e alle industrie - includendo fra queste i giganti delle biotecnologie tipo Monsanto - per contrastare gli "interessi costituiti" degli ambientalisti.

Secondo l'Independent, a questo piano sono state dedicate due riunioni indette dal presidente della Commissione Europea Barroso e presiedute dal suo capo di gabinetto con rappresentanti dei capi di governo dei 27 Paesi dell'Unione Europea (l'Independent non rivela chi è andato per l'Italia).

"Europe's Secret Plan to Boost GM (Genetically Modified) Crop Production”, Independent on Sunday

In Europa, a piccoli passi, o meglio, a piccole spallate, sta iniziando a crollare il muro difensivo contro le colture OGM. A soli tre giorni di distanza dall’approvazione dell’importazione e trasformazione, ma non alla coltivazione (almeno non ancora), della soia transgenica “A2704-12” della Bayer (con voto contrario dell’Italia), che entrerà in commercio dal prossimo anno, è sbucato fuori il secondo il rapporto del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, secondo cui gli OGM sono sicuri per la salute umana.

La Commissione di esperti, si legge nel dossier, in base alle attuali conoscenze (piuttosto scarse, ndr), ritiene che gli OGM siano sicuri, anche se restano delle aree di possibile miglioramento. A dire sì agli OGM sono la SANCO (Directorate General for Health & Consumers), l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e un pool di 20 superesperti internazionali. Il documento, tuttavia, non rappresenta la posizione ufficiale della Comunità Europea. Il fatto che non sia specificato da chi siano finanziati questi studi, se da organismi indipendenti o dalle stesse multinazionali produttrici dei semi OGM, lo rende alquanto discutibile.

Assobiotec, a nome del Presidente, Roberto Gradnik, ha commentato: “A questo punto ci attendiamo che il governo italiano, dopo le aperture espresse da numerosi suoi esponenti e dallo stesso presidente del Consiglio, faccia ripartire da subito la sperimentazione in campo di quegli OGM che hanno già ricevuto il parere positivo di un comitato di tecnici esperti del ministero dell’Agricoltura, del ministero dell’Ambiente e delle Regioni. Così come ci attendiamo un’inversione di tendenza rispetto alla chiusura pregiudiziale che da anni caratterizza la posizione dell’Italia in sede di approvazione europea per la coltivazione e per l’import di prodotti geneticamente modificati”.

Di tutt’altro avviso, i rappresentanti di 47 Regioni europee e Slow Food International, che al Salone del Gusto di Torino hanno firmato un accordo contro gli OGM. Tra i firmatari, il presidente della Rete delle Regioni d'Europa OGM-Free, Gonzalo Saenz De Samaniego. L'azione che i firmatari hanno deciso di intraprendere, secondo l'assessore regionale all'agricoltura del Piemonte, Mino Tarocco, sarà "una forma di pressione sull'Unione Europea", soprattutto perché il libro verde su produzione e qualità, non specifica, nel testo "la distinzione tra le coltivazioni con OGM e quelle libere".

La Rete delle Regioni europee “OGM-Free” comprende Toscana, Marche, Lazio, Sardegna, Provincia autonoma dell’Alto Adige, il Salisburghese, l’Alta Austria, il Burgenland e la Stiria (Austria), l’Highlands & Islands (Scozia) e il Galles, lo Schleswig-Holstein (Germania), l’Ile de France, la Bretagna, l’Aquitania, il Limousin e il Poitou-Charentes (Francia), i Paesi Baschi, Drama-Xavala-Xanthi (Grecia).

L’EFSA, intanto, dovrà valutare una trentina di dossier relativi ad altrettanti prodotti OGM già in commercio in Europa e fornire un parere alla Commissione Europea entro un anno. L'EFSA ha già dato pareri sulla "salubrità" di certi alimenti
modificati, ma tali posizioni sono state spesso criticate perché molto possibiliste e rassicuranti. Ora dovrà valutare se su questi trenta prodotti sono emersi nuovi elementi. Tra i dati che l'EFSA deve esaminare, ci sono anche quelli forniti direttamente dalle aziende produttrici dei prodotti da valutare. Ultimamente, la direttrice Catherine Geslain Laneelle ha affermato che verranno consultati anche i dati statistici forniti da Greenpeace.

Lo scorso 25 luglio, l’Austria ha bandito il mais OGM MON863.

"Analisi di laboratorio mostrano chiaramente che il MON863 produce segni di tossicità per gli animali, ciò nonostante la Commissione Europea continui a permettere l’ingresso di questo OGM nella filiera alimentare", denuncia Federica Ferrario, responsabile campagna OGM di Greenpeace, "è decisamente preoccupante che il sistema autorizzativo europeo per gli OGM non riesca ad identificare questi pericoli, un chiaro segnale che una riforma radicale è quantomai necessaria".

Il MON863 é nell’occhio del ciclone dal maggio del 2004, quando il quotidiano francese Le Monde informava che i topi nutriti con questo mais transgenico mostravano cambiamenti nella composizione del sangue e possibili danni agli organi interni. Nonostante le controversie di natura scientifica, la Commissione Europea, nel gennaio 2006, ha permesso l’importazione di questo OGM nel mercato europeo per uso alimentare e mangimistico. L’ok è arrivato contro il parere della maggioranza degli stati dell’UE: a settembre del 2004, 14 Stati membri avevano votato contro l’autorizzazione del mais Monsanto, mentre solo 5 paesi avevano dato parere favorevole. Investigazioni di Greenpeace e ulteriori studi indipendenti, pubblicati nel marzo del 2007, hanno confermato che fegato e reni dei topi alimentati con mais MON863 vengono danneggiati.

“È semplicemente inaccettabile che l’Unione Europea anteponga gli interessi commerciali di aziende come la Monsanto alla sicurezza dei cittadini europei. Il bando austriaco è un esempio da seguire in Italia e in tutti gli stati europei”, conclude la Ferrario.

"Austria blocca mais OGM MON863”, Greenpeace.org, 25 luglio 2008

L’Institute for Prospective Technological Studies (IPTS) del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, ha pubblicato un’indagine sull'effetto delle coltivazioni OGM nelle dinamiche agricole della Spagna.

L'indagine, intitolata "Adozione e performance della prima produzione GM introdotta nell'agricoltura UE: il mais Bt in Spagna", è stata condotta nelle tre regioni spagnole che maggiormente producono mais Bt, ovvero Aragona, Catalonia e Castilla-La Mancha. A partire dal 2006, queste tre regioni rappresentano il 90% delle aree a coltivazione di mais Bt della Spagna. I coltivatori coinvolti nelle tre province di queste regioni (Saragozza, Lleida e Albacete) coltivano mais Bt per la produzione di mangime.

I risultati dell'analisi mostrano che soltanto in una delle regioni si è verificato un aumento della raccolta: a Saragozza (11,8%). È interessante notare che, dal momento che tutto il mais prodotto viene venduto come mangime, i coltivatori non ricevono alcun premio per aver prodotto mais non-OGM. Di conseguenza, i coltivatori di mais Bt sono in grado di ottenere un guadagno maggiore, perché riescono a produrre di più, riducendo l'uso di insetticidi, sebbene, inizialmente, devono fronteggiare maggiori costi per acquistare i semi rispetto ai coltivatori tradizionali. In media, i coltivatori di mais tradizionale hanno applicato una media di 0,86 trattamenti pesticidi all'anno, mentre quelli di mais Bt, una media dello 0,32 all'anno.

Il rapporto, in conclusione, rileva che "l'impatto dell'adozione del mais Bt sul margine lordo registrato dai coltivatori nelle varie province oscilla tra zero e 122 Euro per ettaro all'anno". La motivazione maggiormente avanzata dai coltivatori durante l'indagine per aver scelto il mais Bt, è che "abbassa il rischio dei danni provocati dalla piralide del mais", seguita da "produzioni maggiori”.

"The first large-scale study on the agronomic and economic performance of a genetically modified crop cultivated in the EU”, Cordis, 14 luglio 2008

Un altro studio, a cura dell’Institute of Environmental Science and Technology della Universitat Autònoma de Barcelona, che ha analizzato la situazione in Catalonia e Aragona, principali produttori europei di cibi transgenici, ha concluso che la coltivazione di mais OGM ha causato una drastica riduzione della coltivazione organica e ha reso impossibile la coesistenza tra le diverse colture (i risultati sono stati pubblicati sul Journal of Agricultural and Environmental Ethics).

Lo studio è stato condotto dalla ricercatrice Rosa Binimelis, che lavora al progetto europeo “ALARM” (Assessing Large Scale Risks for Biodiversity with Tested Methods) analizzando le applicazioni del concetto di coesistenza tra colture OGM e convenzionali nell’Unione Europea. Tale concetto è stato introdotto nel 2002 dalla Commissione Europea con due obiettivi: rispondere alle crescenti preoccupazioni riguardanti la possibile contaminazione delle colture tradizionali e contrastare la moratoria "de facto" – non riconosciuta ufficialmente – in modo da introdurre in Europa nuove coltivazioni transgeniche. In base al principio della coesistenza, dunque, dopo l’applicazione di misure tecniche, sarebbe dovuto diventare possibile operare liberamente nel mercato riducendo i conflitti politici legati agli OGM.

La ricerca della Binimelis, unica nel suo genere, ha riguardato le tecniche qualitative mediante 51 interviste e osservazione diretta (22 interviste con agricoltori e le altre con esponenti politici, tra cui rappresentati governativi, scienziati, accademici, membri di ONG e di altre organizzazioni). Nel 2007, la situazione era la seguente: la superficie usata per coltivare mais transgenico Bt in Catalonia e Aragona era rispettivamente di 23.000 e 35.900 ettari, ovvero il 55% e il 42% della superficie totale usata per coltivare mais. Il processo di produzione è integrato in cooperative e copre l’intera catena di produzione, rendendo difficile e costoso separare i raccolti OGM da quelli convenzionali. La Binimelis fa anche notare che, sebbene in Spagna stia crescendo in generale il numero di produttori ed ettari dedicati alle colture organiche, nel caso del mais, il trend è opposto: aumentano le colture OGM e diminuiscono quelle tradizionali. In particolare, l’area dedicata alla coltura organica, in Aragona si è ridotta del 75% dal 2004 e del 5% in Catalonia tra il 2002 e il 2005.

In conclusione, lo studio analizza le difficoltà degli agricoltori che coltivano mais organico nel chiedere una compensazione nel caso di contaminazioni, a causa delle incertezze tecniche, ma anche per ragioni sociali, per evitare che si creino conflitti locali in piccoli paesi. Sia il concetto della coesistenza che le proposte di differenti implementazioni, hanno dunque generato nuovi problemi invece di risolvere i conflitti esistenti.

"Lo studio condotto dall'Università di Barcellona dimostra una volta di più che nel contesto dell'Europa mediterranea è impossibile la coesistenza fra coltivazioni OGM in pieno campo e colture biologiche". Così Paolo Carnemolla, presidente di FederBio, l'organizzazione unitaria dell'agricoltura biologica italiana, ha commentato la pubblicazione dei risultati dello studio. "Nella regione dell'Aragona – ha proseguito - dal 2004 al 2007, la coltivazione del mais biologico è calata del 75% a causa dell'impossibilità di certificare il prodotto per la contaminazione derivante dalla coltivazione in pieno campo di mais BT geneticamente modificato, che in quella regione ha raggiunto nel tempo oltre il 40% delle superficie coltivata a mais".

"Ribadiamo quindi - ha concluso - che la nostra opposizione alle coltivazioni OGM non ha nulla di ideologico, ma è una semplice questione di sopravvivenza per un'agricoltura che, non solo per il nostro Paese e per le imprese, è elemento importante di competitività ma ha una insostituibile funzione ambientale e sociale".

"An Impossible Coexistence: Transgenic And Organic Agriculture”, ScienceDaily.com, 2 luglio 2008

Secondo il Ministro del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, l'Italia dovrebbe sbloccare l'attuale situazione degli OGM, soggetti al momento ad una "moratoria di fatto".

Il ministro auspica che il legislatore si ponga in una situazione di imparzialità, senza pregiudizi né a favore dei processi naturali, né a sfavore di processi biotecnologici, che potrebbero comportare migliorie del prodotto, se soggetti a rigorosi controlli e test.

"Credo si debba applicare anche in Italia - ha concluso Sacconi - il principio della coesistenza fra diverse tecniche produttive. Ci sono i modi per garantire ciò, la Commissione Europea ha robusti protocolli di valutazione per quanto riguarda i modi stessi e per poter garantire questa coabitazione tra diverse tecniche produttive".

In precedenza, Adolfo Urso, sottosegretario allo sviluppo economico, aveva chiesto a Bruxelles, in rappresentanza del governo italiano, che l'Europa si apra alla ricerca in campo OGM, soprattutto per quanto riguarda il loro uso per i biocarburanti, in modo da rendere più competitiva l'industria agroalimentare comunitaria. “In materia di OGM”, ha detto Urso rivolgendosi ai colleghi e ai commissari europei, ma anche ai rappresentanti del mondo produttivo, “non avremo mai una visione ideologica, riteniamo che sia sbagliato essere ideologicamente contro o ideologicamente a favore, pensiamo che bisogna essere responsabili ed avveduti”. Per questo, ha aggiunto, “non comprendiamo come non si possa o non si debba realizzare in maniera significativa la ricerca sugli OGM, proprio al fine di utilizzare i prodotti per i biocarburanti. Vogliamo che questi prodotti siano realizzati nei campi oggi non utilizzati per coltivazioni alimentari. Su questo le regole devono essere ferree”.

A proposito di biocarburanti. Il ricercatore Greg Pal, direttore del LS9, uno dei tanti istituti di ricerca presenti nella Silicon Valley, ha scoperto che alcuni batteri, se modificati geneticamente, sono in grado di produrre un biocombustibile simile al petrolio a partire da scarti della produzione agricola: servirebbero non più di 20 mila dollari e poche settimane di lavoro, per ottenere un biocarburante che non arriverebbe a costare più di 50 dollari al barile.

Un petrolio rinnovabile e anche ecologico: le emissioni di gas serra prodotte dalla sua combustione, infatti, dovrebbero essere minori di quelle emesse dai materiali grezzi da cui viene solitamente il petrolio tradizionale. Greg Pal ha dichiarato che il piano è quello di avere una dimostrazione su scala planetaria entro il 2010 e, parallelamente, lavorare su un impianto commerciabile da avviare entro il 2011.

"Building Better Biofuels”, Biomass Magazine, agosto 2008

Credit:John Innes Centre

Pomodori viola per combattere i tumori.

Creati da Cathie Martin, che da anni studia le proprietà dei pomodori, contengono i geni di un fiore e producono una quantità importante di antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, di cui i pomodori normali (pur ricchi di anticancro come i licopeni) sono privi. La combinazione triplica lo scudo. Così almeno si è visto sui topi di laboratorio (lo studio è stato pubblicato su Nature Biotechnology).

Grazie allo studio europeo “progetto Flora”, a cui partecipa l'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Umberto Veronesi, Cathie Martin e la sua équipe hanno realizzato i pomodori OGM anti-cancro nei laboratori britannici del John Innes Centre di Norwich. Inseriti nella dieta di topi mutanti (senza il gene p53) particolarmente suscettibili ai tumori, sono riusciti ad allungarne la sopravvivenza. O meglio, a posticipare la comparsa scontata del tumore.

Lo IEO punta molto sullo studio di questi cibi «arricchiti» per prevenire i tumori, sperando in futuro di riuscire a bloccare lo sviluppo di cellule neoplastiche, creando verdura e frutta migliorata geneticamente per farci arrivare sani ai 120 anni di vita media programmata dai nostri geni.

«Senza esagerare con la fantasia, si tratta di un importante passo avanti - dice Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca dello IEO - nello studio degli antiossidanti, dei flavonoidi (le antocianine) in particolare, ormai largamente considerati una valida arma di prevenzione nei confronti di una vasta gamma di patologie, dalle malattie cardiovascolari ad alcuni tipi di cancro. La dieta seguita dalla maggioranza della popolazione nel mondo occidentale non sembra essere sufficiente a garantire un apporto adeguato di queste sostanze, presenti nelle verdure e nella frutta (soprattutto frutti di bosco, uva, arance rosse). Per questo, il progetto Flora punta a capire meglio i loro meccanismi di azione e a trovare nuove strade per aumentarne il consumo».

Per ottenere una particolare ricchezza di antocianine, i ricercatori inglesi hanno fatto ricorso a due geni presenti nel fiore bocca di leone, conferendo così un colore viola (blu-rosso) ai nuovi pomodori. «I due geni che abbiamo isolato dalla bocca di leone - spiega Eugenio Butelli che lavora nel centro di Cathie Martin ed è primo autore della ricerca - sono responsabili dei colori dei fiori e, se introdotti in altre piante, sono la combinazione vincente per produrre antocianine». Una polvere ottenuta dai pomodori viola è stata somministrata a topi di laboratorio mutanti privi del gene della proteina p53 (comunemente conosciuta come «guardiana del genoma»). È una proteina fondamentale nel processo di sviluppo dei tumori. I topi che ne sono privi sviluppano, precocemente, diversi tipi di tumore, soprattutto linfomi. Gli animali usati per i test sono stati divisi in tre gruppi, a dieta diversa: al primo gruppo, è toccato cibo comune, al secondo, è stato aggiunto un 10% di estratto di pomodoro rosso normale, al terzo, mangime con estratto di pomodoro viola. «Tra i primi due gruppi non sono state riscontrate differenze - spiega Marco Giorgio, dello IEO, che ha condotto la sperimentazione sui topi - mentre l'ultimo gruppo, che ha mangiato pomodori viola, ha mostrato un allungamento della vita significativo: è sopravvissuto in media 182 giorni rispetto ai 142 dei topi a dieta comune». Anche se i risultati sono molto promettenti, i ricercatori invitano comunque alla cautela.

I pomodori scuri e OGM, comunque, non sono una novità. Esistono già il “Kumato”, un OGM, e il Nero di Crimea, ma queste varietà non hanno antocianine. Poi c'è il pomodoro “Sun Black” (progetto italiano Tom-Anto finanziato dal ministero dell'Università e della Ricerca), in cui le antocianine sono accumulate nella sola buccia.

Dure le crtiche dei VAS (Verdi Ambiente e Società) espresse da Simona Capogna, dell'esecutivo nazionale: "Abbiamo semplicemente visitato il sito internet di Flora, il progetto finanziato dalla Commissione Europea, per scoprire che la soluzione per essere più sani è a portata di mano: basta mangiare arance, pomodori, frutti di bosco, broccoli, olio di oliva, uva, basilico, legumi, cioccolata e bere tè verde. Sono tutti flavonoidi - sottolinea la Capogna - presenti in una dieta sana, che consentono al nostro corpo di tutelarci dall'insorgenza di malattie tumorali e cardiovascolari”.

A chi può servire un pomodoro del genere? "Sicuramente - rispondono i VAS - ai soggetti che ne deterranno il brevetto, alle aziende che lo venderanno (ad un prezzo maggiorato) e ai ricercatori che faranno carriera o compreranno azioni di aziende biotech”. Cosa sarebbe invece veramente utile fare per i cittadini? “Utilizzare i risultati della ricerca Flora per favorire il consumo di flavonoidi (ancora troppo scarso in Occidente, secondo i ricercatori) attraverso l'uso di alimenti naturali (già esistenti in abbondanza). E, quindi, vietare l'utilizzo di sostanze chimiche dell'agricoltura industriale. Ridurre la distanza tra il campo e la tavola".

Secondo Simona Capogna, occorrerebbe "fare delle leggi più stringenti per i prodotti industriali, spesso ingannevoli, che non contengono ciò che dovrebbero: succhi al gusto di arancia senza arance, olio di oliva senza olive, vino senza uva, barrette di cioccolata senza cacao. Sono solo alcuni degli esempi delle contraffazioni alimentari legalizzate (dalle norme che regolano il settore)".

"Insomma - concludono i VAS - le soluzioni sono tante, ma hanno tutte un inconveniente: vanno ad erodere i profitti di grandi gruppi industriali e finanziari. Gli stessi che parteggiano per il pomodoro transgenico".

"La bioingegneria è solo l’ennesimo business che proverà a vendere illusioni attraverso un pomodoro viola”, dice Michela Kuan, responsabile della Lega Anti Vivisezione (LAV), che critica, in particolare, la sperimentazione delle qualità anticancro su topi geneticamente modificati a tal fine: “I topi, come molti altri mammiferi, non sviluppano il cancro e non sono soggetti a metastasi - spiega Michela Kuan - quindi per studiare gli effetti antitumorali del pomodoro sono stati geneticamente modificati, creando un vortice di aberrazioni che in maniera esponenziale rende qualsiasi dato ottenuto sempre più inapplicabile ed inutile".

"Nei pomodori viola geneticamente modificati - continua la Kuan - sono stati inseriti due geni della pianta bocca di leone. I ricercatori hanno ottenuto un aumento dell’aspettativa di vita dei topi da laboratorio di 40 giorni, passando da 142 giorni di vita a 182. Come sarà possibile trasferire il risultato ad un'altra specie, quella umana che, oltretutto, vive in media 85 anni? La ricerca risulta ancora più discutibile considerando che in natura esistono numerosi cibi che contengono gli stessi principi curativi e preventivi; tra i più efficaci: aglio, prodotti a base di soia, frutti rossi, legumi, agrumi, verdure della famiglia delle crocifere (broccoli, cavoletti di Bruxelles, cavolo, cavolfiore e verza) e tè, tutti facilmente accessibili ed in grado di prevenire una vasta gamma di patologie".

"Invece di spendere fondi per finanziare ricerche inutili basate sulla sofferenza di animali - conclude la Kuan - sarebbe più logico garantire maggiore informazione sulle proprietà curative e preventive degli alimenti, sottolineando la fondamentale importanza di un’alimentazione sana e variata, soprattutto nelle fasi di crescita e sviluppo".

"Purple tomato may boost health”, BBC News, 26 ottobre 2008

Secondo un sondaggio Demoskopea per Assobiotec, il 74% degli agricoltori lombardi che coltivano mais sarebbero favorevoli alla sperimentazione di OGM e il 67% sarebbe pronto a coltivare da subito mais geneticamente modificato, se la legge lo consentisse. Inoltre, il 30% dei consumatori si dichiara favorevole agli OGM, affermando che comprerebbero da subito prodotti OGM in commercio.

Secondo Coldiretti, invece, la grande maggioranza degli italiani, nonostante la crisi finanziaria e l'emergenza alimentare, non giudica la diffusione degli OGM una soluzione positiva. Al contrario, si rafforza l'opposizione (+5,2% rispetto all'analisi del 2007). Ad affermarlo è l'indagine sulle abitudini alimentari dopo l'esplosione della crisi finanziaria, presentata, a Cernobbio, all'ottavo Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione della Coldiretti.

In particolare, quasi tre italiani su quattro che esprimono una opinione (72%), ritengono che i cibi con organismi geneticamente modificati siano meno salutari di quelli tradizionali. "Le coltivazioni OGM nel mondo non solo non hanno risolto il problema della fame, ma hanno aggravato la dipendenza economica dall'estero di molti Paesi in via di Sviluppo", ha affermato il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, sostenendo che "l'Italia, con i suoi primati qualitativi, ha una ragione in più per rispettare il principio di precauzione nei confronti dei consumatori che mostrano una forte opposizione agli OGM".

Secondo tre indagini commissionata dalla Fondazione Diritti Genetici, gli italiani vogliono capirne di più sugli OGM perché hanno grandi timori sui possibili rischi per la salute e, comunque, gradirebbero maggiori approfondimenti da parte dei media sui temi del rapporto tra alimentazione e salute.

Secondo l'indagine condotta dall'istituto nazionale di ricerche Demopolis, il timore per i rischi sulla salute è tra le principali ragioni della contrarietà espressa dal 78% degli intervistati. Nella spesa quotidiana, il 36% dichiara che per l'acquisto dei prodotti agro-alimentari si orienta anche sulla base delle informazioni contenute nelle etichette. Ma tali indicazioni sembrano non essere sufficienti visto che oltre 9 italiani su 10 hanno sete di informazioni sui temi della qualità del cibo e sul rapporto tra alimentazione e salute. Attenzione che cresce ulteriormente tra le donne e tra gli over 54. In particolare, il 76% dichiara che seguirebbe un programma televisivo o radiofonico di approfondimento su questi argomenti.

Secondo l’indagine di Datalab, risulta che nel medium più fruito dell'informazione, la TV, su 30 ore di programmazione, soltanto due nel palinsesto, cioè il 6,7% del totale, sono state dedicate a notizie sulla qualità del cibo, la sicurezza alimentare e gli OGM. "Poiché l'80% degli intervistati vorrebbe avere specifiche rubriche settimanali informative su questi temi, già domani - ha annunciato il presidente della Fondazione Diritti Genetici, Mario Capanna - chiederò, sia alla Rai che all'Ordine dei Giornalisti, più spazi dedicati per approfondire i temi della qualità agroalimentare, la sicurezza a tavola e quello degli OGM e delle loro ricadute".

A fronte di questo interesse diffuso, "manca una divulgazione davvero adeguata alla forte istanza informativa dei consumatori", ha sottolineato la ricercatrice dell'Università degli studi di Salerno Grazia Basile. Dal monitoraggio dell'attenzione della carta stampata per i temi della qualità del cibo, nell'autunno 2007, durante la consultazione nazionale su OGM e modello agroalimentare promossa dalla Coalizione “ItaliaEuropa Liberi da OGM”, emerge che giornali e periodici offrono ai lettori un'informazione discontinua, spesso poco approfondita e con tecnicismi senza spiegazioni. "Le fonti - afferma la ricercatrice - spesso non sono menzionate e il taglio degli articoli è quasi esclusivamente politico, con metafore belliche o sportive che evocano guerra, più che un sano confronto tra le parti. La maggior parte degli articoli poi, su un tema che incide sull'alimentazione quotidiana di tutti, presuppone da parte del lettore un livello di conoscenze medio, se non medio-alto, e ha come protagonisti i politici (46,8%) e rappresentanti di organizzazioni".

In Gran Bretagna, l´opposizione alla colture OGM ha fatto registrare atti eclatanti: le proteste hanno preso di mira i campi che ospitano gli impianti sperimentali delle 54 coltivazioni resistenti ai pesticidi, con l’intenzione di impedire la diffusione di prodotti biotecnologici e di OGM in Europa e nel mondo in via di sviluppo.

A Leeds, è stato addirittura espiantato un intero campo di patate OGM e i ricercatori del National Institute of Agricultural Botany hanno chiesto al Ministro dell´Ambiente Phil Woolas di realizzare una struttura sicura per difendere gli OGM rimanenti dai
vandalismi.

Nel settembre dell’anno scorso, in Francia, attivisti di Greenpeace hanno marcato in rosso un intero campo di mais transgenico MON810 illegale, per cercare di porre la questione delle coltivazioni OGM illegali all’attenzione della Commissione Europea.

"Leeds University gives in to GMO Genetically Modified Organisms or God Move Over for PROFIT”, ThisisUll.com, 13 maggio 2008

In India, anche a seguito delle migliaia di suicidi tra gli agricoltori non più in grado di reggere economicamente allo “strozzinaggio" annuo delle sementi sterili prodotte dalla Monsanto, la Coalition for Genetically Modified (GM) Free India ha radunato centinaia di agricoltori provenienti da 15 diversi stati davanti al Jantar Mantar per protestare contro le colture geneticamente modificate e raccogliere il sostegno del deputato Murli Manohar Joshi del Partito del Popolo Indiano (BJP), che ha paragonato i danni causati dalle colture biotecnologiche all’agricoltura indiana al flagello della tubercolosi.

Joshi ha fatto notare che la comunità agricola nazionale non è stata in alcun modo rappresentata nella Commissione che ha deciso del destino delle colture transgeniche in India, mentre la Wall Mart e la Monsanto, i maggiori beneficiari di una loro eventuale immissione in commercio, hanno pesantemente influenzato il corso delle trattative.

Mentre resta irrisolta l'emergenza economica, ambientale ed umana innescata dal cotone transgenico, l'India potrebbe essere il primo paese al mondo ad autorizzare l'immissione in commercio di un prodotto geneticamente modificato, destinato al consumo alimentare umano: la melanzana biotech. Yudhvir Singh, del sindacato degli agricoltori indiani (Bharatiya Kisan), dice: “L'India produce già melanzane in abbondanza. Siamo il secondo produttore mondiale di melanzane. Il lancio commerciale di questo nuovo prodotto transgenico gioverà solo alle multinazionali a tutto discapito della salute dei cittadini”.

"Protest for GM free India”, YuvaIndia.org

Secondo gli ambientalisti, le colture OGM incoraggiano un maggiore uso di prodotti chimici che minacciano gli ecosistemi e la salute umana, erodendo la speranza di andare verso una produzione alimentare più ecologica (cioè biologica), che garantisca ai produttori locali il giusto prezzo (cioè commercio equo e solidale), pagato da consumatori riconoscenti e più sani. Oggi, però, la stretta energetica sta mettendo con le spalle al muro molti contadini e pescatori, mentre l´aumento del costo dei prodotti alimentari e la domanda crescente che viene dai mercati asiatici in
espansione, fanno aumentare gli argomenti a favore degli alimenti geneticamente modificati. In molti paesi, la domanda di cibo spazzerà via ogni dubbio sui metodi di produzione.

Secondo Bill Freese, un analista politico del Center for Food Safety di Washington, «le proteste estreme sono sovraesposte sui media, in parte anche per gli sforzi fatti dall’industria biotech per discreditare l´opposizione. È davvero difficile ottenere che il nostro punto di vista venga rappresentato dai media».

L´industria biotech sostiene che con gli OGM è possibile produrre colture con rese più elevate, perché resistenti ai parassiti, che potranno alleviare la fame nel mondo. Ma l´ “International Assessment of Agricoltural Knowledge, Science and Tecnology Development”, un rapporto dell´ONU edito all´inizio di quest´anno, sottolinea che la produttività globale delle colture può migliorare anche con altre tecniche naturali, come l´utilizzo di piante più resistenti alla siccità o un´irrigazione più sostenibile e che le informazioni sulle biotecnologie e sulla produttività degli OGM sono ancora sono ancora «anedottiche e contraddittorie». Inoltre, secondo il rapporto ONU, le tecniche di sviluppo degli OGM sono in così rapida evoluzione che è impossibile una valutazione ambientale e dei rischi per la salute sul lungo termine. Inoltre, vi sono prove che la diffusione di colture OGM può portare alla creazione di nuove allergie alimentari e alla perturbazione dell´equilibrio ecologico. La relazione dell´ONU, conclude che le biotecnologie, concentrando la proprietà dei semi nelle mani di poche multinazionali, ha spinto verso l´alto il costo delle sementi e costretto i Paesi in via di sviluppo a servirsi di colture non adatte a quegli ambienti.

Nel mondo, sono attualmente coltivati ad OGM 114,3 milioni di ettari, con un incremento del 12% rispetto al 2006. Il biotech è ormai consolidato in Argentina, Brasile, Canada, Paraguay, USA ed altri Paesi si stanno orientando verso gli OGM, compresa la Cina. In Africa, il piccolo Malawi è diventato il secondo paese africano ad approvare l´uso di colture OGM.

"British Protests Highlight Global GMO Debate”, OneWorld.net, 7 agosto 2008

Il Sud-Africa è l’unico paese della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe [SADC] che coltiva sementi OGM – mais, cotone e soia – a livello commerciale. Dal 1997, l’agricoltura OGM è regolata dal “Genetically Modified Organisms Act”.

Negli ultimi dieci anni, l’adozione di colture OGM è aumentata e si è diffusa anche tra i piccoli coltivatori. «Come ogni altra tecnologia, anche gli OGM presentano una serie di rischi potenziali, alcuni dei quali relativi alla salute umane e animale e anche dell’ambiente” – ammette Priscilla Sehoole, capo ufficio stampa del ministero dell’agricoltura – “di conseguenza, la regolamentazione di tutte le attività che comportano l’uso di OGM viene sottoposta a un procedimento di valutazione scientifica che ne accerta i rischi potenziali». Seehole afferma che il ministero dell’Agricoltura sudafricano vorrebbe armonizzare le politiche sugli OGM della SADC, per «eliminare alcune barriere tecniche che [attualmente] frenano il commercio nella regione».

Gli attivisti anti-OGM, come l’African Centre for Biosafety, si oppongono a questo approccio. «L’industria degli OGM spinge per avere una legislazione omogenea, perché così sarà più facile commercializzare varietà di sementi OGM in diversi paesi. Chi si preoccupa della biosicurezza, nutre forti dubbi sugli ipotetici vantaggi di una armonizzazione legislativa regionale”, afferma la direttrice dell’African Centre of Biosafety, Mariam Mayet, “Attualmente, ogni paese della SADC ha le proprie politiche in materia, e le leggi differiscono l’una dall’altra. Ciò significa che ogni applicazione di OGM deve passare per il sistema di consultazione e di approvazione pubblica di ciascun paese, e questo giova alla
trasparenza e alla responsabilità».

Quando il Sud Africa ha varato la legislazione sugli OGM nel 1997, la maggior parte della popolazione non era consapevole delle polemiche che avrebbero investito questa tecnologia. «Ma ormai non si può tornare indietro. Quel che è fatto è fatto», dice Mayet. L’industria alimentare sudafricana è già satura di OGM, afferma: «È tutto contaminato, e, a peggiorare la situazione, l’etichettatura del contenuto OGM non è obbligatoria. Occorre una profonda riforma della legislazione in vigore, e un sistema di verifica per individuare quali cibi contengono OGM e quali no».

Nell’ultimo decennio, il Sud Africa ha stretto accordi commerciali con grandi imprese multinazionali di biotecnologia agricola, come la Monsanto, che – nel tentativo di controllare la produzione agricola mondiale – promuove il sovvenzionamento di sementi OGM brevettate. Mediante un sistema di incentivi a sostegno delle monocolture, i piccoli coltivatori vengono sistematicamente integrati nell’agricoltura commerciale, soprattutto per l’export, e incoraggiati a mettere insieme le proprie terre.

«Sulla carta è tutto molto bello, ma in realtà è un ingegnoso stratagemma per ottenere accesso alle terre. I piccoli agricoltori che firmano i contratti per gli OGM perdono presto il controllo della gestione dei semi, della produzione e infine della terra. E quindi perdono la propria sovranità alimentare”, spiega Mayet, “gli OGM emarginano i piccoli coltivatori poveri. Ci aspettano tempi duri e bisogna lottare per il diritto alla terra e alle risorse. Ma non molleremo».

"I piccoli coltivatori sudafricani spinti a piantare semi geneticamente modificati” ipsnotizie.it, 24 luglio 2008

Il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali ha reso noto i risultati per il 2007 dell’attuazione del “Piano nazionale di controllo ufficiale sulla presenza di organismi geneticamente modificati negli alimenti”. Per i prodotti convenzionali, i campioni prelevati sono stati 698. “In quest’ambito – si legge nel rapporto - le positività riscontrate, relative ad OGM autorizzati sul territorio comunitario, sono state 65 ossia il 9,3%”.

Il 25% delle contaminazioni ha interessato la farina di mais, il 10% bevande di soia, il 9% fiocchi di cereali, l’8% biscotti, il 6% il mais dolce, il 5% granella di mais fino ad arrivare all’1-2% di diverse matrici quali amido di mais, snacks dolci o crackers.

Per i prodotti biologici, i campioni prelevati sono stati 97 con una percentuale di positività del 3% dovuta alla presenza di soia Roundup Ready (Monsanto), in due campioni di farina di soia e in un prodotto dolciario da forno.

Nell'Emilia del Parmigiano Reggiano, in questi ultimi anni, fra i foraggi naturali, si è insinuata la soia transgenica della Monsanto - la soia Roundup Ready - in grado di sopportare massicce dosi di erbicida Roundup (prodotto sempre dalla Monsanto). Greenpeace sta portando avanti una battaglia per salvare il Parmigiano dalla contaminazione transgenica.

Secondo Greenpeace, oltre il 90% degli OGM importati in Europa, consiste in soia e mais destinati agli animali come mangimi. E la dieta degli animali allevati in Europa è composta fino al 30% da OGM: questo vuol dire che, ogni anno, 20 milioni di tonnellate di OGM entrano nella catena alimentare degli europei, all'insaputa dei consumatori e senza che si possa esercitare il diritto di scelta.

Mentre sono sempre di più i prodotti e i produttori italiani che escludono l'uso di OGM in tutti i passaggi della produzione, il disciplinare di produzione non esclude l'impiego di mangimi contenenti OGM. È vero che l’Italia non produce soia sufficiente per l’intero fabbisogno nazionale, e perciò la importa da Paesi quali Argentina, Brasile o Stati Uniti. Ma, mentre la produzione argentina é quasi completamente transgenica, ed é purtroppo molto impiegata nell’alimentazione animale in Italia, per Stati Uniti e Brasile sono attivi da tempo canali di produzione ed esportazione di soia certificata non-OGM. Il Brasile, in particolare, dal punto di vista quantitativo, è il paese esportatore di maggiore interesse. Nonostante vi venga prodotta anche soia OGM, la maggioranza della produzione rimane libera da OGM.

Nel 2005, il Brasile ha esportato quasi 40 milioni di tonnellate di soia, di cui quasi la metà verso l’Europa. Si tratta di milioni di tonnellate di soia che possono essere certificate non-OGM, e mettere così fine all’incertezza. La soluzione dunque ci sarebbe e un consorzio di tutela dovrebbe agire in tal senso.

Seguendo l'elaborazione dei dati Nomisma, Greenpeace sostiene che sarebbero sufficienti 200.000 tonnellate annue di soia certificata non-OGM per assicurare la salvaguardia del Parmigiano-Reggiano sui mercati internazionali. Chi esclude gli OGM dalla filiera, in realtà esiste già, grazie al parmigiano reggiano biologico che per precisa indicazione disciplinare non impiega OGM e offre ai consumatori un prodotto garantito da tutti i punti di vista. Ma anche altri allevatori aderenti al Consorzio hanno già espresso la propria volontà di utilizzare solo mangimi senza OGM, per poter continuare a produrre un latte sicuro al 100%.

EFSA: Panel on Genetically Modified Organisms (GMO)

Joint Research Centre

Directorate-General for Health and Consumer Protection

Progetto Flora

ALARM Project

LS9, Inc.

International Assessment of Agricoltural Knowledge, Science and Tecnology Development

African Centre for Biosafety

Biowatch South Africa

Assobiotec

Slow Food

Rete Europea OGM Free

Center for Food Safety

Federbio

Fondazione Diritti Genetici

Liberi da OGM

PIANO NAZIONALE DI CONTROLLO UFFICIALE SULLA PRESENZA DI OGM (pdf)

PARMIGIANO REGGIANO LIBERO DAGLI OGM

La Monsanto Semina Terrore

La Guerra degli OGM

INVASIONE MOLECOLARE 2

CONTAMINAZIONI OGM

MAIS OGM TOSSICO

PESTICIDI KILLER

REFERENDUM POPOLARE SUGLI OGM

OGM APOCALYPSE

OGM APOCALYPSE 2

LA GUERRA DEGLI OGM 2

LA GUERRA DEGLI OGM 3

BIOLOGIA SINTETICA 4.0

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