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lunedì 10 novembre 2008

ECO-APOCALYPSE (NOW) 7

Alterazione e perdita degli habitat naturali, l’invasione di specie ‘’aliene”, il sovrasfruttamento tramite caccia e pesca, l’inquinamento, i cambiamenti climatici. Sono le cinque principali minacce alla sopravvivenza di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci, ma anche dei tanti ecosistemi naturali del nostro pianeta.

"La frammentazione degli habitat - spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia - è la minaccia numero uno per la biodiversità. Succede che alcuni ambienti vengano anche distrutti, mentre altri, come gli ecosistemi boschivi, vedono scomparire i cosiddetti “corridoi ecologici”, che servono agli spostamenti delle specie, ma anche all’accoppiamento fra gruppi non consanguinei. Insomma, “si verifica una omogeneizzazione dell’ambiente naturale assolutamente forzata”.

Sono tanti gli esempi di popolazioni di animali che negli ultimi anni hanno subito un declino, come il rinoceronte bianco settentrionale della Repubblica Democratica del Congo, che una volta abbondava nell’Africa nord-centrale. “Dai 500 individui del 1970 - afferma Bologna - si parla oggi di circa quattro esemplari, in un Paese che da anni subisce forti stress, soprattutto sociali, che hanno anche un riverbero dal punto di vista ambientale”. Per fare un esempio dell’ecosistema marino invece, “basti pensare allo stress subito da tutte le popolazioni di squali, sottoposte ad una caccia eccessiva - continua l’esperto - incluso lo squalo balena, assolutamente innocuo, che si nutre di plankton”.

Ad essere particolarmente sotto assedio da parte dell’uomo è l’ecosistema delle foreste tropicali. ”La stima è di circa 140mila km quadrati di deforestazione - spiega Bologna - fra Amazzonia, Centro Africa e Sudest asiatico. Qui sono le varie popolazioni di scimmie ad essere ridotte male, in particolare le grandi antropomorfe, le più vicine all’uomo, tutte minacciate di estinzione. A rischio ci sono gorilla di pianura e di montagna, scimpanzé, due specie di oranghi del Sudest asiatico”. La lista è lunga.

L’umanità, sottolinea il rapporto, dipende dalla vitalità degli ecosistemi, senza i quali la Terra sarebbe inabitabile. Il Millenium Ecosystem Assessment descrive quattro servizi resi dagli ecosistemi. I più importanti sono: servizi di supporto (ciclo dei nutrienti, produzione di cibo, formazione del suolo e produzione primaria); servizi di fornitura (produzione di cibo, acqua potabile, materiali o combustibile); servizi di regolazione (clima e maree, depurazione dell’acqua, impollinazione); servizi culturali (estetici, spirituali, educativi e ricreativi). E perché gli ecosistemi continuino ad esistere, spiega il rapporto del WWF, devono riuscire a sopravvivere anche tutti i suoi abitanti, con un’abbondanza di determinate specie che risultano essenziali per la stabilità degli habitat. Altrimenti il Pianeta non sarà più in grado di sostenere la pressione dell’uomo.

Secondo i dati del rapporto, la biocapacità globale, cioè l'area necessaria a produrre le risorse primarie per i nostri consumi e a "catturare" le nostre emissioni di gas serra, è
di circa 2,1 ettari globali pro-capite, mentre l'impronta ecologica, cioè il nostro utilizzo delle capacità produttive dei sistemi naturali, è salita a 2,7 ettari globali pro-capite: il deficit è di 0,6 ettari globali pro-capite. I maggiori “debitori” sono gli USA (con un'impronta 1,8 volte superiore alla biocapacità nazionale), la Cina (2,3) e l’India
(2,2 volte).

Di seguito, il quadro dell'impronta ecologica di alcuni Paesi, rapportato all'impatto della popolazione: ITALIA: al 24imo posto, con 4,8 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 1,2 ettari pro capite per una popolazione di 58 milioni di persone; CINA: 2,1 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 0,9 per una popolazione di 1 miliardo 323 milioni; INDIA: 0,9 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 0,4 per una popolazione di 1 miliardo 103 milioni; AUSTRALIA: 7,8 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 15,4 per una popolazione di 20 milioni; STATI UNITI: 9,4 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 5,0 per una popolazione oltre 300 milioni; BRASILE: 2,4 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità
di 7,3 per una popolazione di 186 milioni; GERMANIA: 4,2 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 1,9 per una popolazione di quasi 83 milioni; REGNO UNITO: 5,3 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 1,6 per una popolazione di quasi 60 milioni); ETIOPIA: 1,4 ettari globali pro-capite, contro una biocapacità di 1,0 per una popolazione di 77,4 milioni.

Per quel che riguarda i dati relativi all'impronta idrica, cioè ai consumi di acqua per la produzione di beni e servizi di un Paese, sia dall'interno sia dall'esterno, ciascun abitante della Terra consuma in media 1,24 milioni di litri di acqua all'anno (circa metà di una piscina olimpionica), ma questo consumo varia dai 2,48 milioni di litri a persona all'anno (come avviene negli USA), fino a 619.000 litri pro-capite all'anno (come avviene nello Yemen). Il Living Planet Report segnala almeno 50 paesi che attualmente stanno affrontando crisi idriche più o meno accentuate. L'Italia è il quarto maggiore consumatore di acqua al mondo con un consumo di 2.332 metri cubi pro capite annui (dei quali 1.142 interni e 1.190 esterni).

Le cifre del rapporto parlano chiaro: tre quarti della popolazione mondiale vive in paesi "debitori" in termini ecologici, con consumi abbondantemente superiori alla capacità biologica nazionale. Continuiamo a divorare irresponsabilmente,
eco-criminalmente, le risorse della Terra. Per mantenere questo stile di vita, che provoca sistematicamente miseria, fame e sete per la maggior parte della popolazione mondiale, inquinamento, sviluppo insostenibile, consumi e sprechi dissennati, intorno al 2035 potremmo avere bisogno di un altro pianeta.

"Il mondo è in recessione ecologica", avverte il rapporto. La domanda di “capitale” naturale mondiale provocata dalle attività umane è di circa un terzo superiore a quello che il pianeta può realmente sostenere. L'uomo ha cioè compromesso del 30% le capacità rigenerative di Gaia, l’ecosistema terrestre nel suo complesso. Negli ultimi 45 anni, la domanda di risorse naturali è più che raddoppiata in conseguenza dell'incremento demografico e dei crescenti consumi individuali (cresciuti esponenzialmente anche in Asia dove la globalizzazione ha esportato il modello di sviluppo “bio-assassino” occidentale). L'umanità sta consumando freneticamente acqua, suolo fertile, foreste, risorse ittiche, alimentari, senza lasciare tempo alla natura di rigenerarsi.

Questo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali sta avendo e avrà in futuro gravissime conseguenze. "Il mondo sta vivendo l'incubo di una recessione economica per aver sovrastimato le risorse finanziarie a disposizione - ha dichiarato James Leape, direttore del WWF Internazionale - ma una crisi ancor più grave è alle porte, ovvero, l'erosione del credito ecologico causato dall'aver sottovalutato l'importanza delle risorse ambientali come base del benessere di ogni società". "La recessione ecologica”, dichiara Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia”, “è molto più importante di quella economica perché è legata alla sopravvivenza di 6,7 miliardi di esseri umani, che nel 2050 si stima arriveranno a 9,1 miliardi".

Il principe Carlo d’Inghilterra, durante la sua visita in Giappone, ha lanciato un appello a tutto il mondo per un maggiore
impegno contro i cambiamenti climatici, invece di preoccuparsi tanto della crisi finanziaria. Questa è solo temporanea, dice il principe, mentre quella ambientale potrebbe diventare irreversibile.

"L’attuale turbolenza del sistema finanziario internazionale”, ha dichiarato, “e gli effetti negativi che sta provocando in tutto il mondo, giustificano una grande preoccupazione, ma non bisogna
distogliere l’attenzione dal problema ben più grave legato al cambiamento del clima, che ha raggiunto dei livelli con cui l’umanità non si è mai misurata in precedenza”.

Il principe, che ha sempre sposato le cause a favore dell’ambiente, ha anche citato le previsioni del pannello di esperti delle Nazioni Unite (IPCC) secondo cui le temperature potrebbero salire più di 6 gradi Celsius entro il 2100 se non si attueranno per tempo le necessarie contromisure.

"L’aumento dei livelli dei mari potrebbe minacciare la sopravvivenza di città costiere come Tokyo, Londra e New York", ha detto ancora, “mentre, con lo scioglimento dei ghiacciai himalayani, tre miliardi di persone che vivono lungo i maggiori fiumi asiatici, il Gange, il Fiume Giallo e lo Yangtze, dovranno vedersela con le inondazioni e la scarsità di acqua. Abbiamo bisogno, urgentemente, di una trasformazione su scala totale per passare ad una società che faccia un uso più moderato del carbone".

Secondo il principe, le nazioni ricche, come la Gran Bretagna e il Giappone, devono tagliare le proprie emissioni del 70-80% entro il 2050, invece che del 50%, come stabilito dal G8 del luglio scorso svoltosi proprio in Giappone. “Bisogna puntare sullo sviluppo di nuove tecnologie verdi e trovare alternative alla deforestazione”, ha concluso.

Il nostro vorace appetito di energia porterà ad un aumento di 6 gradi Celsius delle temperature, molto di più di quanto
l’ambiente può sopportare secondo gli esperti del clima.

Nel suo “2008 World Energy Outlook”, l’International Energy Agency (IEA) dice che il summit sul clima del prossimo anno a Copenhagen dovrà fissare dei limiti alle emissioni di carbone molto più ambiziosi e che il settore energetico dovrà giocare un ruolo chiave.

L’Unione Europea ha parlato di mantenere l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi Celsius rispetto ai valori precedenti la rivoluzione industriale. Mentre l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha stabilito che un aumento tra 1 e 5 gradi Celsius modificherebbe radicalmente l‘ambiente.Un aumento di 6 gradi non è stato nemmeno preso in considerazione.

Il rapporto dell’IEA prende in esame le riserve di combustibili fossili, i principali colpevoli dell’aumento delle temperature. Il petrolio non si sta affatto esaurendo e durerà fino al 2030 se il consumo continuerà ad aumentare ai tassi attuali. Ma anche se il petrolio non si esaurirà, non saremo capaci di sfruttarlo in modo da andare incontro alla domanda.

Il rapporto rimprovera le nazioni africane ricche di petrolio per la povertà energetica dei propri cittadini. Ad esempio, la Nigeria e l’Angola, le cui esportazioni di petrolio e gas fruttano 3.5 trilioni di dollari all’anno. La IEA stima che più della metà della popolazione delle 10 nazioni africane più ricche di petrolio potrebbero ancora dipendere dalla legna e dal carbone per il fabbisogno domestico da qui al 2030.

"Energy Agency warns of 6 °C rise in temperatures”, NewScientist.com, 06 November 2008

Credit: North Sullivan

Intanto, le emissioni inquinanto continuano ad aumentare, Non solo l'anidride carbonica, il gas più conosciuto, e l'NF3, potentissimo ma fortunatamente raro. Anche il metano.

Secondo i dati riportati da Geophysical Research Letters, la sua concentrazione nell'atmosfera si è alzata in modo deciso e repentinp. Pur considerando il metano liberato dallo scioglimento del permafrost, gli scienziati non sanno dare una spiegazione. Nel corso del 2007, la concentrazione di metano nell'atmosfera è aumentata di 10 parti per miliardo: un balzo in avanti improvviso rispetto al trend degli ultimi anni, più o meno stazionario. Prima della rivoluzione industriale, la concentrazione era di 700 parti per miliardo; alla fine del XXI secolo era tendenzialmente stabile attorno a 1773 parti per miliardo.

Le due più note fonti delle emissioni di metano nell'atmosfera sono i processi digestivi dei ruminanti - uno dei motivi per cui il massiccio allevamento e il consumi abbondante di carne non sono affatto raccomandabili - e lo scioglimento del permafrost, che generalmente tende a concentrarsi nell'emisfero Nord. Le analisi effettuate dal CSIRO, dal Massachusetts Institute of Technology, dalla Scripps Institution of Oceanography e dalla University of Bristol, indicano invece una impennata dei livelli di metano in tutto il pianeta. Non si spiega in particolare l'aumento delle concentrazioni nell'emisfero Sud. E nessuno al momento sembra in grado di dire se l'impennata del 2007 rappresenti un episodio isolato o l’inizio di una nuova tendenza.

"Non è certo una buona notizia per il futuro del riscaldamento globale”, dice il Dr Paul Fraser del CSIRO, co-autore dell’articolo pubblicato su Geophysical Research Letters, “che potrebbe accelerare”.Dopo la CO2, il metano è il gas che maggiormente contribuisce, per quasi il 20%, al riscaldamento globale a partire dalla rivoluzione industriale. “Nelle passate decadi”, continua Fraser, “le sorgenti di emissione (terre umide, campi di riso, bestiame, foreste, vulcani, incendi, miniere di carbone, uso e fughe di gas naturali, l’uso di combustibile fossile) avevano raggiunto un punto di equilibrio con l’assorbimento del metano attraverso l’ossidazione atmosferica e i terreni asciutti. Da quel che emerge dai nuovi dati, invece, le emissioni hanno ricominciato a salire".

Una possibile causa, secondo Fraser, potrebbe essere l’indebolimento dell’ossidazione atmosferica, per ragioni ancora sconosciute, “ma potrebbe essere coinvolto anche il recupero di ozono”. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha dichiarato che occorre al più presto svolgere nuove ricerche per cercare di identificare le cause di quest’aumento improvviso delle concentrazioni di metano.

“Per poter prevedere il futuro contributo del metano ai cambiamenti climatici”, dice Fraser, “è necessario un monitoraggio accurato e continuo, in particolare delle aree tropicali e boreali, con il supporto di modelli climatici più sofisticati”.

"Global methane levels on the rise again” CSIRO Media Center, 31 ottobre 2008

Insieme al metano, aumenta anche l’NF3, il trifluoruro di azoto, un gas serra in tracce talmente piccole in atmosfera che finora non era stato preso nemmeno in considerazione. Negli ultimi anni, il suo impiego nell’industria che produce gli schermi a cristalli liquidi di computer e altri apparecchi multimediali sta aumentando considerevolmente, tanto che ora si parla di includerlo nel cosiddetto “paniere” dei gas serra da ridurre (le emissioni di NF3 non sono regolate dal Protocollo di Kyoto, poiché quando è stato redatto, nel 1997, la sua quantità era considerata insignificante).

La molecola del trifluoruro di azoto ha un potere riscaldante valutato 17 mila volte maggiore dell’anidride carbonica: ne basta poco per produrre un grande effetto. Secondo lo studio pubblicato su Geophysical Research Letters, nel 2008, le emissioni di NF3 sono salite a 5.400 tonnellate, con un incremento dell'11%. E si tratta di un gas molto stabile, che rimane nell'atmosfera cinque volte più a lungo dell'anidride carbonica.

"Levels of Super Potent Greenhouse Gas NF3 Four Times Higher than previously thought”, treehugger.com, 24, ottobre 2008

Secondo un rapporto curato da ricercatori dell’Accademia delle Scienze cinese, le emissioni inquinanti della Cina, già molto elevate, potrebbero più che raddoppiare entro due decenni.

Sebbene il governo di Pechino non abbia reso noti dati ufficiali recenti sulle emissioni di gas serra della nazione in cui cresce più velocemente l’uso di carbone, petrolio e gas (le ultime informazioni fornite dallo UN Framework Convention on Climate Change, che amministra il protocollo di Kyoto, risalgono al 1994), stime straniere, perlopiù americane, parlano di 5.1 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2005, per quanto elevata, una cifra comunque inferiore ai 7.2 miliardi di tonnellate emesse nello stesso anno dagli Stati Uniti.

Il rapporto “China Energy Report 2008” dell’Accademia delle Scienze dice che, per il 2020, la Cina avrà raggiunto, se non superato, le emissioni statunitensi, raggiungendo tra 9.2 e 10.6 miliardi di tonnellate di CO2, a seconda dei vari scenari che si delineeranno rispetto allo sviluppo e alle tecnologie. Per il 2030, le emissioni potrebbero raggiungere tra 11.4 e 14.7 miliardi di tonnellate, una cifra spaventosa se si considera che le emissioni globali di CO2 calcolate per il 2007 sono state di 31.2 miliardi di tonnellate.

Il rapporto non fornisce una stima del trend attuale, ma cita dati del Department of Energy americano, che parla di 5.1 miliardi di tonnellate emesse nel 2004, e dell’Oak Ridge National Laboratory, un laboratorio governativo USA, secondo le cui stime, gli Stati Uniti hanno emesso nel 2007 circa 5. 9 miliardi di tonnellate, la Cina 6.6 (dunque il sorpasso sarebbe già avvenuto).

Il rapporto cinese avverte che se non si interverrà per limitare questo aumento spropositato, si avranno drastiche conseguenze ambientali e anche economiche. "Lo sviluppo del nostro paese non può e non deve ripetre gli sbagli fatti dai paesi sviluppati”, dichiara il rapporto, “è necessario e urgente adottare un piano per la riduzione delle emissioni e misure da mettere in pratica sul lungo termine, insieme a strategie per uno sviluppo energetico stabile".

Lo studio intende fare ulteriore pressione sul governo cinese affinché accetti, insieme ad altri paesi sviluppati, come gli Stati Uniti, che sono anche i maggiori inquinatori, a fissare al più presto dei nuovi obiettivi per limitare le emissioni, dopo il fallimento del protocollo di Kyoto, che espirerà nel 2012, in vista del nuovo accordo, “Kyoto Plus”, che si prevede sarà negoziato entro la fine del 2009.

L’Unione Europea, per il momento, ha proposto un taglio tra il 15 e il 30% dei livelli "business-as-usual". La Cina ha sempre mostrato una forte resistenza sostenendo che le proprie emissioni pro-capite sono molto più basse di quelle dei paesi più ricchi, mentre questi ultimi dicono che la colpa della situazione attuale è dovuta soprattutto alle emissioni del passato.

I portavoce del governo di Pechino hanno ripetuto spesso, anche recentemente, che non intendono sacrificare lo sviluppo economico del paese.

"China warns of huge rise in emissions”, NewScientist.com, 22 ottobre 2008

Da parte sua, l’Unione Europea ha raggiunto un'intesa per accordare ai costruttori automobilistici tre anni in più, fino al 2015 anziché il 2012, per limitare le emissioni di CO2 delle auto nuove prodotte e vendute nella UE a 130 grammi per chilometro, rispetto agli attuali 158.

Il compromesso, raggiunto dopo lunghi negoziati, tra i rappresentanti degli Stati membri a Bruxelles, dovrà ora essere accolto dall'europarlamento. La proposta originaria presentata dalla Commissione Europea inseriva anche un sistema di multe in caso di inadempienza (dai 20 euro al grammo fino ad arrivare ai 95 euro/grammo).

Le industrie automobilistiche hanno premuto per ottenere un allungamento dei tempi di applicazione del nuovo regolamento, contestandone l'efficacia in termini di riduzione delle emissioni di gas nocivi e lamentando al contrario il forte appesantimento dei costi per un settore già molto provato dalla crisi economica e finanziario.

Le associazioni ambientaliste invece hanno criticato l'attitudine al compromesso della presidenza francese.

Mentre l'Italia rema contro le misure europee salvaclima e addirittura chiede di rivedere il Protocollo di Kyoto, attivisti di Greenpeace hanno bloccato la centrale a carbone sarda di Fiume Santo, ottenendo dalla Regione l'impegno a rispettare le misure europee salvaclima.

Fra i combustibili fossili, il carbone è il più inquinante, è quello cui si devono le maggiori emissioni di anidride carbonica. A Fiume Santo, gli attivisti si sono divisi in tre gruppi: uno si è accampato sul mucchio di carbone predisposto per rifornire la centrale; un altro si è appeso sotto il nastro trasportatore tramite il quale il combustibile viene immesso nell'impianto; il terzo gruppo, di cui faceva parte Simona Fausto, è salito su una sorta di gru adibita anch'essa al trasporto di carbone.

Sono rimasti lì dall'alba a sera. Volevano un incontro con i vertici regionali, sollecitavano la Sardegna ad affidarsi all'energia eolica anzichè a quella ottenuta bruciando carbone, erano pronti a rimanere a Fiume Santo anche di notte. Se ne sono andati quando l'assessore regionale all'Ambiente ha dichiarato pubblicamente l'intenzione di rispettare il piano europeo salvaclima, quello che l'Italia vuol far crollare.

Il piano prevede di diminuire del 20% entro il 2020 le emissioni di anidride carbonica - il principale gas serra - facendo ricorso alle fondi di energia rinnovabile ed al risparmio energetico. Pochi giorni prima, Greenpeace aveva appeso striscioni contro il carbone alla centrale di Civitavecchia.

Anche l’Antartico, che sembrava aver scampato il riscaldamento globale che sta cuocendo il resto del pianeta, si sta sciogliendo.

Una nuova ricerca pubblicata su Nature Geoscience, prova che il cambiamento climatico che sta interessando entrambi i poli non è il risultato di fluttuazioni naturali. “I nostri risultati dimostrano che le attività umane stanno provocando un riscaldamento significativo in entrambe le regioni polari”, dice Alexey Karpechko, professore alle University of East Anglia e co-autore dello studio.

Precedenti investigazioni hanno dimostrato che l’estremità nord della Terra si è riscaldata quasi il doppio della media globale nel corso dell’ultimo secolo, con il conseguente drammatico assottigliamento dei ghiacci e la distruzione degli ecosistemi della regione. “Tuttavia, per quanto riguarda la regione Antartica, tali conclusioni erano state precluse dall’insufficienza dei dati”, dice ancora Karpechko.

Il nuovo studio è stato condotto da un team di scienziati della East Anglia guidato da Nathan Gilett sfruttando nuovi dati relativi alle temperature della superficie terrestre e sofisticati modelli per la simulazione di diversi scenari climatici che hanno permesso di determinare i fattori interni ed esterni che guidano i cambiamenti in corso in entrambe le regioni polari.

Rispetto agli studi precedenti, il team di Gillett ha messo a fuoco dei punti dove sono state effettuate misurazioni molto precise. Questo ha reso i modelli utilizzati molto più accurati mostrando come i cambiamenti osservati nelle temperature nel corso del Ventesimo secolo debbano tener conto dell’impatto delle emissioni di gas serra industriali e dell’assottigliamento dello strato di ozono.

"Il lavoro dimostra in modo convincente che il riscaldamento delle regioni polari è dovuto in gran parte all’attività dell’uomo”, dicono Andrew Monaghan, dello US National Center for Atmospheric Research, e David Bromwich, ricercatore alla Ohio State University, “è importante conoscere le cause per cercare di prevedere come la situazione evolverà in questo secolo”.

"Antarctica feeling the heat too”, SpaceDaily, 31 ottobre 2008

Le condizioni complessive dell'Artico sono addirittura peggiorate rispetto all'anno scorso, anche se quest'estate lo scioglimento dei ghiacci non ha superato (ma ci è mancato poco) il record del 2007.

Lo sottolinea l' "Arctic Report Card 2008" curato dagli scienziati del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). In estremissima sintesi, quest'anno, dei sei aspetti presi in esame, tre hanno mostrato alterazioni quasi sicuramente dovute ai cambiamenti climatici. L'anno scorso solo due.

Le alterazioni segnalate riguardano l'atmosfera (quest'autunno le temperature sono state superiori alla media di 5 gradi: si è ridotto l' "effetto frigo" legato alla presenza del ghiaccio), l'estensione della calotta glaciale e la Groenlandia, dove la durata e l'estensione dello scioglimento dei ghiacci sono stati da record.

Segnali misti, ma non tranquillizzanti, sugli altri tre fronti: biologia (pesci e mammiferi marini devono fare i conti con la minore estensione di ghiaccio), oceani (temperature più alte in superficie e in profondità) e terra ferma: cade meno neve, e il permafrost tende a sciogliersi per l'aumento della temperatura.

Un nuovo rapporto della Direccion General de Aguas de Chile (DGA) – la principale compagnia di acqua del Cile, dice che il ghiacciaio Echaurren, vicino Santiago, che fornisce alla capitale il 70% del fabbisogno d’acqua, potrebbe scomparire prima della metà del secolo.

"Questi ghiacciai stanno scomparendo”, dice Antonio Vergara della DGA, che lavora alle ricerche sui ghiacciai da 35 anni. Con l’attuale tasso di declino, l’Echaurren e altri ghiacciai più piccoli potrebbero scomparire entro i prossimi 50 anni.

Il fiume Maipo e i suoi piccoli affluenti, sorgenti d’acqua preziose per Santiago i suoi sobborghis e l’agricoltura della region, provengono dall’ Echaurren. “La scarsità di acqua potrebbe costringere i cileni a cercare nuove sorgenti d’acqua e causare una migrazione su larga scala”, dice Vergara.

Situato a 50 km a est di Santiago, sulle pendenze a d ovest delle montagne andine, l’Echaurren è uno dei 10 ghiacciai più studiati del mondo and è considerato una "pietra miliare dagli studi globali sul cambiamento climatico”, dice il direttore del DGA, Rodrigo Weisner.

"Chilean glacier will vanish in 50 years”, TerraDaily, 1 novembre 2008

Sempre il WWF, nel nuovo rapporto “Climate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino)”, redatto con il supporto di esperti internazionali di climatologia, tra cui il prof. Jean-Pascal van Ypersele, professore di climatologia e scienze ambientali all’Università cattolica di Lovanio (Belgio), sostiene che l’Oceano Artico sta perdendo la calotta glaciale con 30 anni di anticipo rispetto alle precedenti previsioni e che nel periodo estivo tra il 2013 e il 2040 i ghiacci potrebbero addirittura sparire del tutto. Inoltre, nelle isole britanniche e nel Mare del Nord, i cicloni estremi aumenteranno in numero e intensità, portando ad incrementare la velocità del vento e i danni legati alle tempeste sull’Europa occidentale e centrale; il livello di ozono troposferico, che agisce come inquinante, potrà essere simile a quello registrato durante l’ondata di caldo del 2003, con aumenti maggiori in Inghilterra, Belgio, Germania e Francia; mentre la quantità massima di piogge annue aumenterà nella maggior parte d’Europa, con conseguenti rischi di inondazioni e danni economici.

"È ormai chiaro – ha affermato il prof. van Ypersele, neo-eletto vice presidente dell’IPCC – che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte di noi scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni (mitigazione) e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto IPCC ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2°C, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente”.

Per tale motivo, il WWF torna ad appellarsi alla UE affinché adotti un target di riduzione delle emissioni di almeno il 30% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, garantendo nello stesso tempo un supporto e un sostegno economico sostanziali ai paesi in via di sviluppo, per aiutarli ad affrontare il cambiamento climatico in atto e adattarsi agli impatti che già oggi sono inevitabili.

L'Indonesia si è aggiunta all'elenco dei Paesi che preparano l'evacuazione di isole a causa dei mutamenti climatici e dell'innalzarsi del livello dei mari. Gli esperti temono che entro il 2030-40 finiranno sott'acqua 2.000 delle 17.000 isole del Paese. Il Governo ha preparato piani di emergenza per trasferire le persone che vi abitano.

L'annuncio è stato dato dal ministro del Mare e della Pesca, Freddy Numberi, nell'ambito dell’International Roundtable Meeting della World Ocean Conference (che si terrà dall’11 al 15 maggio 2009). Il governatore della provincia di Riau, una di quelle potenzialmente colpite, ha aggiunto che i pescatori stanno già pagando il prezzo dei cambiamenti climatici: molti pesci sono spariti.

L'Indonesia rischia tuttavia di perdere solo piccole isole. Ben peggiore la situazione per gli abitanti di delle isole Carteret, nel Pacifico, che sono ufficialmente profughi climatici, in quanto devono abbandonare le proprie case a causa dell’aumento del livello del mare che ha inghiottito una parte della terra e rovinato i campi. Le autorità hanno stabilito che i primi partiranno entro marzo.

Le isole Carteret sono atolli della Regione Autonoma di Bougainville, in Papua Nuova Guinea. Hanno circa 1500 abitanti, e tutti dovranno andarsene, anche se circa un terzo della popolazione lo rifiuta. Dicono che lì sono nati e cresciuti, lì hanno trascorso la loro vita e vogliono rimanerci, anche a costo di finire sott'acqua. Negli ultimi vent'anni, il livello del mare si è alzato nella zona di circa 10 centimetri. Non è così poco come potrebbe sembrare, dal momento che le isole Carteret si innalzano al massimo di un metro e mezzo sul livello del mare.

Ora l'amministratore della Regione Autonoma di Bougainville sta trattando l'acquisto di terreni più sicuri nei quali trasferire i profughi delle isole Carteret. Quaranta famiglie saranno trasferite già entro marzo sull'isola di Bougainville.

Anche il Bangladesh rischia di affogare sia per l'innalzamento del mare sia per la devastazione delle coste operata per far posto agli allevamenti di gamberi. Le isole Kiribati, un Paese formato da 33 atolli, hanno chiesto l'aiuto internazionale per evacuare gli abitanti. Rischiano anche le Maldive e ben 4.000 chilometri di coste africane, dal Senegal al Camerun, che comprendono città densamente popolate.

E rischia anche l'Italia. Con un innalzamento dei mari pari ad un metro, scenario ritenuto possibile dagli studiosi, entro il 2100 finirà fra l'altro sott'acqua parte del litorale dell'Alto Adriatico. Seguite il link per vedere se, da vecchi, avrete una casa con vista sul mare.

"Mass Relocations Planned as Sea Levels Rise”, planetsave.com, 1 novembre 2008

(Credit:Cornell University)

In queste ultime decadi, la Terra ha vissuto i cambiamenti climatici più significativi da quando è cominciato lo sviluppo di società umane civilizzate, circa 5.000 anni fa. Secondo uno studio della Cornell University, finanziato dalla National Science Foundation, i dati paleo-climatici mostrano che in passato si sono avuti dei periodi di rapido raffreddamento, quando le temperature sono scese di 10 gradi Celsius, mentre "il tasso di riscaldamento che stiamo vedendo ora è senza precedenti nella storia umana", dice Charles Greene, oceanografo della Cornell, principale autore di un articolo pubblicato su Ecology dalla Ecological Society of America.

Negli ultimi 50 anni, lo scioglimento dei ghiacci artici ha rilasciato periodicamente freddi flussi di acqua a bassa salinità dall’Oceano Artico nel Nord Atlantico. Studiando i cambiamenti climatici del passato, i ricercatori hanno osservato chiaramente come questo influsso di acque fredde ha modificato gli ecosistemi e la distribuzione geografica delle specie animali e vegetali. Ad esempio, una microscopica specie di alga dell’Oceano Pacifico, mai osservata nel Nord Atlantico per più di 800.000 anni, ha attraversato l’Oceano Artico re-invadendo il Nord Atlantico, durante la scorsa decade.

Inoltre, il periodico scioglimento dei ghiacci può estendere le stagioni del fitoplancton e di minuscoli crostacei come i copepodi, che insieme formano la base del catena alimentare marina. “Questi cambiamenti possono alterare la struttura degli ecosistemi dal basso verso l’alto della catena alimentare”, dice Greene.

Un esempio di come il cambiamento climatico abbia influito sul declino di alcune specie marine, è dato dal merluzzo. “È vero che la popolazione di merluzzi è stata colpita dall’eccesso di pesca nel corso del Ventesimo secolo, “dice ancora Greene, “ma è anche vero che non si è ripopolata a causa delle acque fredde che sono iniziate a fluire a partire dagli anni ‘90. Dato che il merluzzo non si riproduce così rapidamente nelle acque fredde come in quelle calde, il declino del merluzzo ha facilitato l’incremento di specie crostacee come gamberi e granchi”.

"Unprecedented Warming Drives Dramatic Ecosystem Shifts In North Atlantic", ScienceDaily (Nov. 7, 2008)

Secondo gli studi effettuati dagli scienziati del Marine Institute in Maynooth, in Galway e Mayo, la maggiore salinità delle acque irlandesi potrebbero forzare specie tipiche di acque fredde, come i salmoni, a spostarsi in acque ancora più fredde e più profonde.

Il processo è già in atto. Alcune specie sono già state sostituite da altre tipiche di acque più calde come lo “Scyliorhinus canicola” (gattuccio), o come il pesce tamburo, tipico del Mediterraneo, ma trovato persino a largo del New South Wales in Australia.

Secondo il team di scienziati, "l'Irlanda è un laboratorio ideale per studiare i cambiamenti climatici, fungendo da via di passaggio per le correnti calde dall'equatore ai poli, ed essendo il più grande produttore naturale di anidride carbonica atmosferica al mondo. La comprensione delle interazioni fra gli oceani e l'atmosfera è una delle più grandi sfide che affrontano gli esperti del clima, specialmente quando si deve specificare se i cambiamenti accadono naturalmente o se sono di origine antropica".

Lo scorso anno, nell'ambito della Strategia Nazionale per la Scienza, Tecnologia e Innovazione, è stato attivato un programma di ricerca sui cambiamenti, l'MCC (Marine Climate Change), formato da più squadre che hanno il compito di monitorare i cambiamenti climatici nel tempo, utilizzando anche tecnologie sofisticate che comprendono boe oceanografiche, veicoli subacquei telecomandati, satelliti e un nuovo "supercomputer" progettato appositamente.

"Ireland: Warmer seas to blame as our cod vanish”, Climate Ark News, 29 ottobre 2008

Secondo uno studio condotto da Jason Rohr, biologo dell’Enviromental Protection Agency (EPA) alla University of South Florida, un composto pesticida usato comunemente negli Stati Uniti sta causando la crescita di piccoli parassiti che infettano e uccidono le rane, compromettendo il loro sistema immunitario.

La sostanza chimica è diffusa da fosfati fertilizzanti secondo i ricercatori: i fertilizzanti che finiscono negli stagni incoraggiano la proliferazione di lumache, che ospitano comunemente parassiti platelminti (organismi acquatici o terrestri con corpo piatto a simmetria bilaterale). Tra questi, i trematodi sono noti per causare malformazioni agli arti, danni ai reni, e qualche volta anche la morte di diverse specie di rane.

Lo studio punta il dito in particolare contro l’atrazina, un ingrediente attivo in diversi erbicidi prodotti dalla multinazionale svizzera Syngenta. L’atrazina è stata bandita dall’Unione Europea nel 2004 dopo che se ne erano trovate tracce nell’acqua potabile, ma negli ultimi 15 anni è stata utilizzata massicciamente nell’agricoltura chimica statunitense, specialmente nelle regioni dove si coltiva grano.

I ricercatori hanno misurato più di 240 variabili nelle terre umide del Minnesota per stabilire il tasso con cui le rane potrebbero essere state infettate dai trematodi: le concentrazioni di atrazina sono state associate ad una probabilità superiore al 50% di infezione. Quando la presenza di atrazina è stata combinata con tracce di fosfati fertilizzanti - in quantità simili a quelle usate in agricoltura - il tasso di probabile infezione è salito sopra il 75%.

Cercando altre prove, i ricercatori hanno coltivato girini per quattro settimane in un contenitore da 1,100 litri contenenti lumache, foglie e larve di insetti, per approssimare un ambiente naturale.

Nei contenitori dove sono state aggiunte concentrazioni di atrazina, molte lumache sono cresciute quattro volte di più rispetto alla popolazione che si trovava in acqua senza l’erbicida. Lo stesso è successo per i platelminti parassitici. Le rane verdi usate nell’esperimento hanno mostrato significativamente alti livelli di infezione da trematodi, mentre le rane di pickerel hanno mostrato alti tassi di mortalità. "Questo prova che c’è senza alcun dubbio un legame tra la presenza di atrazina e l’incremento del carico di larve di trematodi", dice Rohr.

Anche se questo non spiega ancora il massiccio crollo nella popolazione di rane americane, un declino cominciato a metà degli anni ’90 accompagnato poi dalla riduzione della popolazione anfibia in tutto il mondo. Il riscaldamento globale, che sta infliggendo gravi danni alle terre umide, sicuramente è una delle cause.

In risposta, Syngenta, ha dichiarato che "50 anni di uso e di ricerche hanno mostrato che l’atrazina può essere usata in modo sicuro con nessuna conseguenza dannosa sul lungo termine per gli ecosistemi". Nella sua ultima valutazione, nel 2006, l’EPA ha concluso che le concentrazioni di atrazina non ponevano alcuna minaccia perla salute umana.

Anche secondo quanto riportato dallo studio di Rohr, le concentrazioni della sostanza nelle terre umide sono ben al di sotto del livello di guardia stabilito dall’EPA. Ma potrebbero essere coinvolte altre sostanze oltre l’atrazina. “I test standard per rilevare la tossicità delle sostanze negli Stati Uniti e in Europa sono condotte su individui isolati, ignorando le interazioni con altre specie, come con i parassiti”, dice Rohr, “le nostre scoperte sono solo la punta di un iceberg per quel che riguarda la crescente emergenza di malattie indotte dall’inquinamento che possono colpire sia gli animali che l’uomo”.

"Pesticides and fertilizers team up to kill frogs", GreenDaily.com, 7 novembre 2008

(Credit: Al Hicks, NY DEC)

Un fungo amante del freddo, mai descritto in precedenza, isolato dal microbiologo David Blehert dell’USGS lo scorso aprile, appartenente al gruppo Geomyces, è stato collegato alla “sindrome del naso bianco”, una condizione associata alla morte di 100.000 pipistrelli nel nord-est degli Stati Uniti. La ricerca è stata condotta da scienziati dello U.S. Geological Survey in collaborazione con il New York State Department of Environmental Conservation, il New York State Department of Health e altri enti (i risultati sono apparsi su Science).

La probabile causa della morte dei pipistrelli rimane misteriosa. Dall’inverno del 2006, il declino dei pipistrelli che svernano in letargo dentro le grotte ha superato il 75%. Il fungo - un organismo bianco e polveroso - si trova comunemente nei musi, nelle orecchie e nelle ali dei pipistrelli morenti, ma i ricercatori ancora non sono riusciti a stabilire se sia l’unico fattore che causa la morte. Molti dei pipistrelli appaiono emaciati e alcuni lasciano le grotte per cercare cibo che puntualmente non trovano, essendo inverno.

I Geomyces sono un gruppo di funghi che vive nel terreno, nelle acque e in aria, capaci di crescere e riprodursi a temperature molto basse. Sebbene il nuovo fungo identificato sia geneticamente vicino a questo gruppo, non sembra essere un tipico membro di questo gruppo. “Abbiamo scoperto che ha colonizzato la pelle del 90% dei pipistrelli che abbiamo analizzato in tutti gli stati affetti dalla sindrome del naso bianco”, dice Blehert.

I ricercatori non sono ancora in grado di dire se la sindrome del naso bianco sia provocata dalla comparsa del fungo nelle grotte o se il fungo già si trovava nelle grotte e ha cominciato ad infettare i pipistrelli dopo che questi si sono indeboliti per altre cause. "Il fungo potrebbe essere stato introdotto recentemente nelle grotte dove passano l’inverno da movimenti umani o di qualche animale”, dice Blehert, "i dati mostrano che la sindrome del naso bianco si è diffusa al di fuori del sito dove è apparsa per la prima volta e che esiste una identità genetica tra funghi isolati in grotte diverse, il ché fa pensare ad una recente introduzione del microbo. Prima dell’identificazione della sindrome, gli eventi di mortalità di massa di pipistrelli causati da malattie si verificavano molto raramente".

La sindrome è stata identificata la prima volta a New York nell’inverno del 2006. Da allora, la popolazione dei pipistrelli in letargo nelle grotte è andata riducendosi drasticamente nel Connecticut, nel Maine, nello stato di New York e nel Vermont.

I pipistrelli, in tutto il mondo, giocano un ruolo ecologico chiave per quel che concerne il controllo degli insetti, l’impollinazione delle piante e la diffusione dei semi. Il declino della popolazione nord-americana potrebbe avere gravi conseguenze. I ricercatori fanno un parallelo con la minaccia posta dalla “chitridiomicosi“, una infezione letale della pelle ad opera di un fungo che recentemente ha causato un declino globale della popolazione anfibia.

"Al momento", dice Blehert, "vige l’incertezza sui possibili effetti sul lungo termine della sindrome sui pipistrelli nord-americani. Siamo molto preoccupati anche dei futuri effetti se le condizioni ambientali favoriranno la crescita del fungo”.

"Mysterious Bat Disease Decimates Colonies”, ScienceDaily 31 ottobre 2008

(Credit: BARRY BATCHELOR/PA)

I cambiamenti climatici nell’Artico e nelle regioni circostanti stanno modificando il calendario delle migrazioni. Succede ad esempio ai cigni inglesi.

L'Independent ha dedicato un articolo ai cigni minori che sarebbero dovuti arrivare nel Gloucestershire, ma che non si sono fatti vivi. Sono rimasti più a lungo nei loro quartieri estivi, in Siberia, per via delle temperature più tiepide.

È la prima volta che ai cigni inglesi capita una cosa del genere. Ma da tempo si è notato che, con il clima, sono cambiate anche le abitudini degli uccelli migratori. Quelli che si riproducono in Europa, arrivano in anticipo in primavera, e ripartono più tardi.

Normalmente, u cigni fanno i pendolari in modo uguale e contrario: si riproducono in Siberia e svernano nella più temperata Europa Occidentale. Ora in Inghilterra temono che possano perdere la memoria della rotta migratoria.

"Swans stay in warm Siberia”, The Independent, 28 ottobre 2008

Salamandra Tigre (Ambystoma tigrinum) dello Yellowstone (Credit: Sarah McMenamin)

Il riscaldamento globale sta uccidendo le rane e le salamandre dello Yellowstone National Park.

La studentessa di biologia, alla Stanford University, Sarah McMenamin, ha passato tre estati in una remota area del parco in cerca di rane e salamandre in stagni che sono sorvegliati da 15 anni. Quasi dovunque, ha riscontrato un declino catastrofico della popolazione.

Gli anfibi necessitano degli stagni per far nascere i piccoli, ma le alte temperature e le siccità stanno asciugando le fonti d’acqua. Questo rende i terreni del tutto inadatti al deposito delle uova che sono rivestite di uno strato gelatinoso e necessitano di acqua. “Se si seccano i stagni”, dice la McMenamin, “si seccano anche le uova. Senza acqua gli animali non possono covare”.

La professoressa associata di biologia Elizabeth Hadly, co-autrice insieme alla McMenanim dell’articolo pubblicato sul sito Web dei Proceedings of the National Academy of Sciences, lavora nello Yellowstone dal 1981 e ha assistito in prima persona all’asciugamento degli stagni."Il rapido declino di anfibi nelle più antiche riserve naturali del mondo, indica che gli effetti ecologici del riscaldamento globale sono molto più profondi e stanno avvenendo molto più velocemente di quanto finora previsto”, scrivono le due scienziate.

La scomparsa degli stagni è stata riscontrata in una zona pittoresca a nord del parco, nella bassa Lamar Valley, dove vi sono dozzine di piccoli stagni senza pesci il cui habitat è stato ideale per la covata e lo sviluppo larvale delle salamandre tigre, delle rane di coro boreali e delle rane macchiate colombiane. Essendo lo Yellowstone il primo parco nazionale del mondo, si tratta di una delle aree ambientalmente più protette al mondo.

Le ricercatrici hanno studiato le registrazioni riguardanti il clima e le acque dell’ultimo secolo, trovando come unica causa dell’asciugamento degli stagni il cambio persistente della temperatura e delle precipitazioni, ovvero “l’effetto cumulativo dei cambiamenti climatici”, dice la Hadly.

Durante le loro osservazioni, le ricercatrici hanno assistito direttamente alla perdita di 4 comunità anfibie a causa dell’asciugamento degli stagni. Ognuno di questi eventi ha provocato la morte di centinaia di salamandre tigre. Gli stagni si sono asciugati in pochi giorni, un tempo troppo rapido per consentire la metamorfosi delle larve in adulti.

"Si potrebbe identificare ciò con la perdita dei ghiacciai”, dice John Varley, ex capo scienziato allo Yellowstone, “ma il
declino di laghi, stagni e terre umide nello Yellowstone è stato eccezionale. Quelli che venivano considerati come corpi permanenti di acqua , negli anni 1850, '60 e '70, a cui è stato dato il nome di laghi, ora non ci sono più. Molte delle terre umide considerate come stagni permanenti, non ci sono più".

"È deprimente soprattutto il fatto che non esistono soluzioni evidenti, e comunque è il sintomo di un problema molto più grande”, dice la McMenamin.

"Global warming is killing frogs and salamanders in Yellowstone Park”, WildBiology.com, 31 ottobre 2008

In Italia, ci sono sedici specie animali a grave rischio estinzione. Soprattutto mammiferi come la lince, la foca e l’orso bruno. E poi uccelli quali l’aquila del Bonelli e l’avvoltoio capovaccaio. Anfibi simili a rospi, tipo il pelobate fosco. Rettili come la vipera dell’Orsini e la testuggine di terra. Anche pesci, quali trote e anguille.

Secondo Massimiliano Rocco, responsabile del programma specie del WWF, la causa principale è da ricercare nell’attività dell’uomo: costruzione (cementificazione), disboscamento, inquinamento, caccia e pesca. Evidenza emersa anche dall’ultimo congresso di Barcellona dell’International Union for Conservation of Nature, che si è posto come obiettivo la tutela delle specie in pericolo nel mondo: prima di tutto cercare di frenare l’estinzione, poi cercare di reintrodurre gli animali nelle zone dove sono scomparsi. Una tecnica già applicata in Italia con successo su orsi e camosci ed estendibile ad altri casi.

Secondo un calcolo globale, sono 1141 su 5487 i mammiferi a rischio generico, 188 in situazione critica e 450 in vero pericolo. In Italia, il primo caso a rischio estinzione è quello della lince: sparita dalle Alpi orientali e centrali, resiste in zona Tarvisio e Stelvio, ma in numero non superiore a 10. È cacciata illegalmente perché vista come concorrente nella ricerca delle prede dai cacciatori: è infallibile contro cervi e camosci. E non si riesce a reintrodurre perché gli abitanti dei territori la ritengono pericolosa.

Sempre fra i mammiferi, la foca monaca, che arriva da Grecia e Turchia, è presente in Salento, Sicilia e Sardegna. Ce ne sono meno di 10 in tutta Italia. Animale erratico, si muove singolarmente cadendo spesso vittima dei cacciatori, perché mangia pesce e rompe le reti.

L’orso bruno marsicano, 50 esemplari sull’Appennino centrale tra Lazio e Abruzzo, deve invece i suoi guai al consumo del territorio che lo circonda causato da costruzioni e utilizzo di veleni e trappole nella zootecnica. Estintosi alla fine degli anni ’90 nelle Alpi, vi è stato reintrodotto dalla provincia di Trento grazie al trapianto di alcuni esemplari sloveni e ora è presente (40 esemplari) sull’Altipiano di Asiago. Vive solitario o in famiglia. Si ricorda ancora la storia di Bruno, ucciso nel 2007 in Baviera perché, partito dall’Adamello Brenta, dopo centinaia di chilometri, aveva spaventato un centro abitato.

Secondo uno studio americano della Carnegie Institution alla Stanford University della California, le emissioni di anidride carbonica rendono l'acqua degli oceani troppo silicea, rischiando di provocare la rottura delle barriere coralline in pochi decenni, compresa quella più grande del mondo, la “Great Barrier Reef” australiana.

Gli oceanografi Cong Cao e Ken Caldeira, esaminando come l'anidride carbonica si dissolve nel mare, hanno concluso che circa un terzo dell'inquinamento proveniente dai combustibili fossili è assorbito dai banchi di corallo.

Gli esperti dicono che l'attività umana durante gli ultimi due secoli ha prodotto tanta acidità da abbassare il pH medio delle acque di superficie degli oceani di circa 0.1 unità. Tale acidificazione apporta non pochi problemi alle barriere coralline, che necessitano dei minerali di calcio denominati “aragonite” per formare i loro esoscheletri.

"Climate deal may be too late to save coral reefs, scientists warn”, The Guardian, 27 ottobre 2008

«Le api stanno morendo in tutto il mondo, soprattutto nelle campagne». È il grido d’allarme unanime degli apicoltori di tutti i continenti riunitisi a Torino in occasione di Terra Madre. Sotto accusa le nuove e potentissime molecole neurotossiche, usate massicciamente su tutte le coltivazioni. Per difendere le api gli apicoltori hanno creato una rete internazionale che riunisce le comunità del miele di tutto il mondo con l’obiettivo di dar vita ad un manifesto dell’apicoltura «buona, pulita e giusta».

«Le api riflettono il degrado del nostro pianeta - affermano gli apicoltori - esseri indispensabili, caratterizzati da una complessa e fragile organizzazione ci dicono che bisogna cambiare comportamenti». «Le nuove molecole neurotossiche - sostiene Francesco Panella, presidente dell’Unione Nazionale degli Apicoltori Italiani - usate in modo crescente su tutte le coltivazioni sono così potenti, in dosi infinitesimali, da trasformare la linfa vitale, per tutto il ciclo della pianta, in subdolo insetticida».

Identico l’allarme degli apicoltori dei vari paesi: le api muoiono ovunque dalla pampa argentina, ridotta a una landa di monocoltura di soia OGM irrorata dagli aerei in continuazione con diserbanti, agli USA dove immensi territori sono destinati unicamente alla coltivazione di mais per fare girare i motori a scoppio, alla foresta amazzonica disboscata e trasformata in coltura di canna da zucchero, agli stati del Nord dell’India che hanno visto il crollo della produzione di miele selvatico per l’eradicazione delle essenze spontanee trasformate in carbone, ai meleti del nord Irlanda che non producono più per mancanza di insetti impollinatori, al crollo di produzione per mancanza d’api delle coltivazioni di cetrioli del North Carolina.

Rattus nativitatis (Credit: P. Wynne/patriciawynne.com)

In meno di una decade, I ratti nativi delle Christmas Island nell’Oceano Indiano si sono estinti dopo che I ratti neri euroasiatici sono arrivati sulle isole all’inizio del Ventesimo secolo.

Secondo una ricerca pubblicata su PLoS One, i ratti neri hanno portato con loro un patogeno che ha sterminato due specie endemiche, “Rattus macleari” e “Rattus nativitatis”. È il primo studio che dimostra che un’estinzione di mammiferi è stata causata da una malattia, a supporto delle teorie risalenti a circa una decade secondo cui le condizioni di “ipermalattia” - di inusuale rapida mortalità - possono portare all’estinzione.

"Gli organismi patogeni giocano un ruolo di mediatori dell’estinzione”, dice Alex D. Greenwood del Biological Sciences Department alla Old Dominion University di Norfolk, in Virginia, che fa parte anche della Division of Vertebrate Zoology all’American Museum of Natural History, “il nostro studio è il primo a correlare un patogeno con l’estinzione di mammiferi, sebbene si conoscano altre malattie associate all’estinzione di lumache e al declino della popolazione di anfibi".

I ratti neri sono arrivati nelle Christmas Island nel 1899. Un parassitologo ha notato qualche anno dopo che le puci su questi ratti portavano un patogeno protozoo relativo allo stesso organismo che causa la malattia del sonno nell’uomo. I ratti neri si sono ben adattati a questo protozoo, conosciuto come “Trypanosoma lesisi”, al contrario di R. macleari e R. nativitatis, le due specie native che in breve tempo sono diventate molto malate. Nel 1908, è apparso chiaro ai biologi sull’isola che entrambe si erano estinte. Questi eventi di estinzione di mammiferi isolani sono piuttosto comuni: più dell’ 80% dei mammiferi che si sono estinti negli ultimi 500 anni vivevano su isole.

Sebbene le scoperte dei parassitologi siano state occasionalmente citate nella letteratura specialistica, gli scienziati non hanno mai considerato le malattie piuttosto che l’ibridazione o la competizione tra le specie di ratti come il vero colpevole. Greenwood e colleghi hanno usato delle vecchie procedure di analisi del DNA per cercare di rilevare un tripanosomo specifico dei ratti in campioni del Museo e determinare se la tripanosomiasi possa aver causato l’estinzione di queste specie.

Dei 21 campioni esaminati (virtualmente tutti esistenti), relativi a periodi precedenti e seguenti il contatto con i ratti neri, nessuno di quelli precedenti ha mostrato segni di infezione, mentre 6 dei 18 seguenti, sì, il ché suggerisce un alto tasso di infezione. I risultati sono stati confermati da successivi test indipendenti svolti da un laboratorio della University of Copenhagen. Il gruppo di Greenwood ha anche investigato la possibilità di una ibridazione tra le due specie testando i genomi distintivi dei ratti nativi e di quelli dei ratti neri, ma nessuna evidenza è emersa.

"In 9 anni di contatto, queste specie endemiche, abbondanti, sono state completamente cancellate da una malattia introdotta da una specie aliena, non può esserci altra spiegazione”, dice Ross MacPhee, curatore della Vertebrate Zoology all’ American Museum of Natural History, che ha proposto la teoria delle condizioni di ipermalattia come mediatrici di estinzione nel 1997.

Il risultato dello studio contrasta con la visione di molti scienziati riguardo l’effetto di patogeni sulle specie. Molti patogeni, infatti, si auto-limitano sia perché la malattia non può progredire se il numero di infettati si riduce, sia perché gli individui più resistenti aumentano proporzionalmente al numero di individui che soccombono.

Tuttavia, esiste almeno una specie di mammiferi, il diavolo di Tasmania, o diavolo orsino, che attualmente sta mostrando i segni di un grave collasso dovuto ad una malattia (apparentemente, una forma infettiva di cancro). Un quarto della popolazione è già morta nelle ultime decadi e alcuni biologi prevedono che in pochi anni si avrà l’estinzione se il cancro continuerà a diffondersi.

Un altro famoso mammifero australiano, la tigre della Tasmania, o tilacino, potrebbe aver sofferto un grave declino intorno al 1910 a causa di una malattia, sebbene il colpevole non sia mai stato identificato e l’interpretazione del collasso finale è complicata dal declino della popolazione dovuto alla caccia.

"Grazie al nostro studio”, dice Greenwood”, bisognerà ripensare il ruolo della diffusione dei patogeni rispetto alle specie in declino o ridotte a piccoli numeri, diffusione che può essere accidentale o attiva, come nel caso della costruzione del Pleistocene Park in Russia o della ripopolazione per scopi conservativi".

"Death By Hyperdisease”, TerraDaily, 07 novembre 2008

(Flickr)

I lemmings, piccoli roditori artici vagamente simili a criceti soggetti a boom di popolazione ogni 3-5 anni, erano soliti cercare nuovi territori e non arrestarsi davanti a nulla, anche a costo della morte tramite suicidi di massa. Ora non hanno più bisogno di suicidarsi in massa. I mutamenti climatici, rendendo la loro vita più difficile, hanno eliminato il boom della popolazione (lo studio è stato pubblicato su Nature).

Sui suicidi di massa dei lemmings, da tempo gli scienziati vanno dicendo che si tratta di una leggenda. Vera soltanto la ricerca, anche senza lieto fine, di nuovi territori e di cibo durante le periodiche fasi di sovrappopolazione. Il riferimento ai lemmings e ai loro suicidi collettivi è rimasto comunque vivo nel linguaggio corrente: lo si usa per indicare persone che in massa vanno ciecamente verso la rovina, rassegnate e senza opporre resistenza. Ha anche ispirato il titolo di un videogioco.

L'ultimo boom nella popolazione dei lemmings si è verificato nel 1994, hanno stabilito ora gli scienziati. Questi animaletti sono tuttora abbondanti, ma i "picchi" sono spariti. Il motivo? Le nevicate non sono più quelle di una volta. Fino a poco tempo fa, le nevicate in Norvegia - dove lo studio è stato condotto - erano asciutte e farinose. I lemmings potevano rifugiarsi fra neve e suolo, in cerca di vegetali con cui sfamarsi.

Ora che le temperature sono aumentate, cade anche neve "bagnata" e pesante, e quando gela diventa dura come pietra. Per questo la vita dei lemmings è diventata più difficile e i periodi di sovrappopolazione non esistono più.

"Lemmings in Norway hit by global warming”, reuters.com, 5 novembre 2008

Una nuova guida turistica dell’editore John Wiley & Sons, intitolata “500 Luoghi da vedere prima che scompaiano”, descrive in dettaglio i posti del pianeta maggiormente a rischio a causa dei cambiamenti climatici degli ultimi anni.

L’autore, Arthur Frommer, ha scritto un’impressionante quantità di guide per tutti i posti che ha visitato e nei quali ha mangiato, in Europa, nelle Americhe e in Cina. Più recentemente, ha iniziato a preoccuparsi delle condizioni in cui versa l’ambiente e il pianeta. Spiegando le ragioni dietro questa sua ultima opera, ha dichiarato: “La devastazione portata dai cambiamenti climatici e dall’interferenza diretta dell’uomo è cosa nota a tutti. Ma questo libro è un’accurata lista di tutte quelle destinazioni che i turisti eco-consapevoli potrebbero - se si sbrigano - voler visitare per un’ultima volta”.

In sintonia con il tono del titolo, nel libro i luoghi sono elencati per argomento, non per paese: “Mari e fiumi”, “Dalle montagne alle praterie”, “Città e paesi, “Andar per rovine”, “Dove si è fatta la storia”, “Gioielli corrosi dell’architettura” e “Cultura usa e getta”. Quest’ultima categoria include per esempio quei tipici motel in via di disfacimento sparpagliati per gli Stati Uniti.

Le meraviglie naturali includono la Collina di Tara in Irlanda e il Mar Morto in Israele, la prima in pericolo di scomparire a causa di un progetto di autostrada che dovrebbe passare di lì mentre il secondo è un lago salato che sta per prosciugarsi. Negli Stati Uniti, il Parco Nazionale delle Everglades è a rischio a causa dei progetti di agricoltura e riqualificazione urbanistica, ma anche per l’inquinamento e i bassi livelli delle acque, che già hanno prodotto una drastica riduzione del numero di specie di uccelli.

"500 Places to See Before They Disappear”, Treehugger.com, 30 ottobre 2008

La Terra è nel mezzo della sesta estinzione di massa: quasi il 50% di tutte le specie animali e vegetali stanno scomparendo. I biologi dello UC di Santa Barbara (UCSB), in California, lavorano giorno e notte per cercare di capire quali specie possono essere salvate (lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences).

"L’attuale estinzione è dovuta all’attività umana, al lastricamento del pianeta, all’inquinamento, a molte delle cose che facciamo oggi”, dice il co-autore dello studio Bradley J. Cardinale, assistente professoe di Ecologia, Evoluzione e Biologia Marina, "la Terra sta per perdere la metà delle sue specie, stiamo cercando di valutare quali sono quelle più a
rischio nell’immediato".

L’ultima grande estinzione di massa, ad un livello vicino a quello attuale, quella del “Crotaceo Terziario”, conosciuta per l’estinzione dei dinosauri, ma si estinsero anche le piante, si è verificata 65 milioni di anni fa, e probabilmente fu dovuta all’impatto di un meteorite.

Secondo lo studio, le specie più uniche geneticamente sono quelle che rivestono la maggiore importanza all’interno degli ecosistemi e sono quelle che bisogna cercare di proteggere maggiormente. "Dobbiamo individuare quali sono queste specie e attivare le risorse necessarie per la loro protezione”, dice il principale autore Marc W. Cadotte, del National Center for Ecological Analysis and Synthesis (NCEAS) della UCSB.

Cadotte, Cardinale e Todd Oakley, professore associato, hanno messo insieme una “meta-analisi” di 40 importanti studi sugli ecosistemi di tutto il mondo, ricostruendo la storia evolutiva di 177 piante comparandone i tratti genetici. Scoprendo che alcune di queste specie, le più uniche geneticamente, rivestono un ruolo chiave nel preservare le funzioni degli ecosistemi. Come hanno mostrato recenti studi, se dovessero andare perdute, ne risentirebbe l’intero ecosistema, che produrrebbe molta meno biomassa, il ché significa meno CO2 assorbita dall’atmosfera e minore produzione di ossigeno, e anche meno cibo per gli animali erbivori con conseguente distruzione della catena alimentare. Sarebbe un vero eco-disatro. "La perdita delle specie più uniche sarebbe più grave che non la perdita di quelle imparentate geneticamente, che sono più numerose nella comunità”, dice Oakley.

Un esempio di specie unica, evolutivamente, è il ranuncolo. Se andasse perduta, si avrebbe un maggiore impatto sul sistema che se si perdesse una margherita o un girasole, più simili geneticamente. "I 40 studi che abbiamo analizzato mostrano tutti la stessa cosa: maggiore è la diversità genetica di una specie, maggiore è la sua importanza per l’ecosistema”.

"Earth In Midst Of Sixth Mass Extinction: 50% Of All Species Disappearing”, ScienceDaily, 21 ottobre 2008

Dopo oltre un mese di campagna condotta da Ecoradio e Legambiente, con la collaborazione di Repubblica.it, ha cominciato a prendere forma la cartina degli ecomostri d'Italia. Da nord a sud, dalle Alpi agli Appennini, abusi e illegalità non risparmiano niente e nessuno. Il colpo d'occhio della mappa della Penisola dà nettamente l'impressione che a finire nel mirino degli speculatori siano soprattutto le coste, con Sardegna e Sicilia penalizzate percentualmente più di altre regioni.

"Iniziamo ad avere una visione dall'alto della situazione italiana - spiega Marco Lamonica di Ecoradio - ma crediamo che esista ancora un vasto mondo sommerso di ecomostri non segnalati. L'obiettivo è riuscire ad avere un quadro completo ed esaustivo, anche se quello che abbiamo è già abbastanza imbarazzante, per noi tutti, per le amministrazioni comunali, provinciali e regionali". "Per questo - aggiunge - chiediamo a tutti i lettori di Repubblica.it dicontinuare a mandare le loro segnalazioni corredandole il più possibile di fotografie che diano immediata visibilità alla denuncia".

Ai soliti scempi rappresentati da colate di cemento in aree di grande pregio naturalistico e dagli ultimi scampoli di verde cittadino sacrificati in nome di un'ulteriore urbanizzazione, si è aggiunta l'accorata segnalazione di un lettore di Napoli sulla "ecomostruosità" degli incendi dolosi che avvelenano l'aria della zona tra Afragola e Casoria per il recupero di rame dai cavi finiti tra i rifiuti. "Ogni giorno e ogni notte respiriamo diossina e gas nocivi in quantità, nubi tossiche sovrastano le nostre case continuamente, nell'indifferenza totale sia delle istituzioni (tranne per l'operazione "Nerone" fatta dai carabinieri, ma non basta) che della maggior parte dei cittadini", lamenta Vincenzo allegando un ricco reportage fotografico.

Il problema, come hanno scoperto i carabinieri nell'operazione del gennaio scorso, è la pratica criminale di incendiare cumuli di rifiuti elettronici, disperdendo nell'aria gas altamente nocivi, per poter recuperare tra la cenere le anime di rame da rivendere.

Negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un´area più grande del Lazio e dell´Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie.

Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese. Negli ultimi anni, il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli "eco-mostri", che ignobilmente deturpano paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese, c´è tutta una tendenza a fuggire dall´ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e stravolgono la visuale.

L´Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l´anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l´ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant´altro.

«Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, "la più fertile e ricca regione d´Europa", come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette», scrive Giorgio Bocca dopo aver percorso l´autostrada tra Milano e Firenze.

Quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l´intero Veneto. La morte dei suoli agricoli è uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c´è bisogno di nuove case, l´edilizia è soltanto un´opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali.

Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell´agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono.

"Il Partito del Cemento”, di Ferruccio Sansa e Marco Preve (Chiarelettere), documenta, punto per punto, i maneggi che si svolgono nei retrobottega della politica frequentati da imprenditori e banchieri, quasi tutti prima o poi inquisiti, qualcuno passato anche per le patrie galere. Si parla delle furbate per aggirare le leggi, come quella delle torri antincendio che diventano ville.

Lo spregio cinico della classe dirigente ha trasformato, nell'arco di un cinquantennio, una terra bellissima in una regione in via di estinzione.

Illibro scava a fondo su due potentissimi Plaudii: Claudio Scajola, exDC ora Pdl, ministro del governo Berlusconi, e Claudio Burlando, ex PCI ora Pd, presidente della Regione. Si scoprono così intrecci insospettati nelle varie amministrazioni pubbliche, nei CDA delle miriadi di società, e legami di sangue che diventano ragnatele di un potere come al tempo del Medio Evo.

Living Planet Report 2008

Millennium Ecosystem Assessment

World Energy Outlook

International Energy Agency

United Nations Framework Convention on Climate Change

Arctic Report Card

Azione di Greenpeace contro il carbone e per l'eolico (video)

Climate Change Faster Stronger Sooner (pdf)

Irish Marine Institute

Climate change is here now, says major report

IUCN

Le emissioni di CO2 in Italia nel 2005-2006

Ocean Surface Topography from Space-Missions

EMISSIONI PASSATE E FUTURE

NANOCATASTROFI PARLA IL PRINCIPE

PESTICIDI KILLER

ECO-APOCALYPSE (NOW) 6

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