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Some of the world’s leading robotics and artificial intelligence pioneers are calling on the United Nations to ban the development and us...

mercoledì 26 novembre 2008

ECO-APOCALYPSE (NOW) 8

Decine di balene, del tipo globicefalo, simili ai delfini, sono morte "spiaggiate" in Tasmania, lo stato insulare che fa parte dell'Australia. Lo hanno riferito alcuni responsabili della protezione della fauna e dei parchi statali.

Le balene sono state individuate sulla Anthonys Beach, una spiaggia sulla costa nord-occidentale. 60 volontari e 15 ufficiali governativi hanno tentato un salvataggio in extremis riuscendo a ricondurre in mare 11 delle 64 balene. Le altre sono morte.

Gli ecologisti da tempo sostengono che alcuni cetacei, comprese le balene, sono messi in pericolo dai sonar usati nei mezzi navali più moderni. Nel 2003, scienziati britannici e spagnoli hanno suggerito con vari articoli pubblicati sulla rivista Nature che i sonar possono causare spiaggiamenti e causare embolie gassose.

Gli spiaggiamenti di balene sono diffusi tra varie specie (maggiormente tra quelle che usano un sistema di “ecolocazione”). Per studiare il fenomeno, sono stati presi in considerazione tutte le registrazioni di spiaggiamenti degli ultimi 1.000 anni riportate in scritti religiosi e nelle indagini scientifiche per cercare di valutare l'incidenza dei sonar in questo fenomeno.

Un’altra fonte di preoccupazione sono i test sismici usati per rilevare giacimenti di petrolio e di gas sottomarini, che possono danneggiare le capacità di ecolocazione e di udito delle balene e, modificando i campi magnetici naturali, provocare degli spiaggiamenti.

"Anthonys Beach pilot whale dies during massive rescue effort”, news.com, 23 novembre 2008

http://it.wikipedia.org/wiki/Balena

Ebbene, nonostante il pericolo derivante dalle emissioni nocive dei sonar sia comprovato per almeno 37 specie di cetacei, in America, la maggioranza repubblicana ha respinto un'ingiunzione del giudice federale che sollecitava restrizioni alla Marina proprio sull'uso di tali sonar durante le esercitazioni militari a largo della California.

Una sentenza “eco-criminale” che pone fine ad una battaglia iniziata due anni fa, con l'annuncio di una serie di quattordici esercitazioni a largo della California, in un ambiente sottomarino che ospita megattere, balenottere azzurre, leoni marini ed altri grandi mammiferi a rischio di estinzione.

Da allora, gli ambientalisti combattono per imporre ai marines il rispetto delle misure di contenimento alle emissioni acustiche. La sconfitta degli ecologisti è stata determinata da un solo voto.

L'impiego dei sonar serve ai militari per addestrarsi ad individuare eventuali nemici nelle profondità sottomarine. Un ultrasuono alla sorgente può avere una capacità anche di 240 decibel, più di quanti ne bastino ad uccidere un'orca o un capodoglio che si trovino nelle vicinanze. Ma il problema esiste anche per i cetacei che si trovano molto distanti dalla fonte: a seconda della lunghezza d'onda, infatti, i suoni possono diffondersi per centinaia di chilometri in tutte le direzioni.

Il sistema di ecolocalizzazione e lo scambio di segnali sonori sono i mezzi che permettono ai cetacei di orientarsi, di seguire le rotte e di difendersi dai pericoli. Un impulso di 110 decibel può interferire con il loro sistema naturale di navigazione, ingannandoli sulle direzioni da seguire e deviandoli dai tragitti; se poi il suono sale a 160 decibel alcuni di questi mammiferi marini possono persino perdere l'udito. E la morte può coglierli anche molto rapidamente per embolia sistemica, quando a colpirli è un ultrasuono di 235 decibel.

"Supreme Court lifts restriction on Navy sonar testing”, esciencenews.com, 13 novembre 2008

Ogni anno, dal 1709, le acque delle isole Fær Oer, arcipelago danese a sud dell’Islanda, si tingono di rosso a causa di una spaventosa mattanza di delfini Calderones, una specie considerata molto intelligente e che ha perciò la tendenza ad avvicinare l’uomo, spinta dalla curiosità e, forse, dalla voglia di stabilire un contatto.

La crudele mattanza costituisce un rito di passaggio con cui centinaia di giovani, anche adolescenti, dimostrano, con arpioni, lance e asce, di aver raggiunto l’età adulta.

I poveri delfini vengono attirati nelle baie spesso usando dei motoscafi che disorientano il gruppo. Una volta arrivati a ridosso della riva, vengono circondati e macellati.

Sebbene le balene del Nord Atlantico siano considerate specie protetta dalla “Convention on the Conservation of European Wildlife and Natural Habitats”, le Fær Oer hanno un proprio governo che stabilisce indipendentemente le regole della caccia.

Ogni anno, vengono uccisi fino a 2000 animali, il ché mette in pericolo l’intera specie, dato che anche se i piccoli riescono a scampare alla caccia, sono comunque condannati a morte.

"The Faroe (Fær Øer) pilot whales slaughter”, Metafilter, 19 novembre 2008

Tango, Beta e due piccoli. Quattro delfini morti tra acquari e parchi in poco meno di un mese, a Gardaland, nell’acquario di Genova e nel delfinario Oltremare di Riccione.

Flipper invece dovette morire cinque volte, quantii delfini ci sono voluti per girare il serial tv degli anni Sessanta: «Morivano per lo stress», dissero i veterinari. L’ultimo si è suicidato, come ha raccontato il suo addestratore Ric O’Barry: «Mi ha guardato negli occhi e ha smesso di respirare. Per i delfini il respiro non è automatico. Lui ha smesso e basta».

Da allora, O’Barry si è unito alla schiera di animalisti che lottano, protestano, come in questi giorni in Italia contro la cattività dei delfini. «Continuano a dirci che stanno benissimo negli acquari e nei parchi ma non è vero». Nadia Masutti, responsabile della Lega Anti-Vivisezione (LAV) per circhi e zoo, dice: «Sono una specie protetta. Non è vero che nelle vasche ci sono solo animali nati in cattività e nemmeno che vivono fino a 35 anni. Ne muoiono tanti ufficialmente e chissà di quanti di cui non si nulla. Chiediamo che il sottosegretario Marini apra un’inchiesta su queste morti».

Dall’ Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA) accuse ancora più dure: «Ormai nei delfinari può succedere di tutto - dice Giovanni Guadagna - quanto alle supposte cause di morte, sembra che un cucciolo a Riccione sia stato ucciso da un altro delfino vittima di un’aggressione, madre e cucciolo non dovevano stare in quella vasca».

I veterinari dell’Acquario di Genova parlano attraverso Claudia Gili: «Abbiamo pianto tutti per la morte di Beta. È cresciuto con me, sono animali che si relazionano molto con l’uomo, e qui abbiamo per loro tutte le cure possibili. Mangiano cibo ottimo e selezionato, eseguiamo analisi del sangue periodiche per la loro salute».

«È una questione etica - dice Sabina Airoldi, biologa di Tethys, l’istituto di ricerca ligure tra i più affermati nel settore dei cetacei - la cattività è contraria alle esigenze degli animali. I delfinari sostengono di fare didattica, ma questi animali in cattività non si comporteranno mai come se fossero in mare aperto. Allora quanto è didattico vederli così?».

"Il giallo dei delfini che si lasciano morire”, La Stampa, 10 novembre 2008

Secondo il rapporto dell’IUCN (International Union for Conservation of Nature), l'organismo che redige la lista rossa degli animali in pericolo, rischia di sparire quasi la metà delle specie di squali che popolano l'Atlantico Nord Orientale, una zona che comprende anche il Mediterraneo.

Per la precisione, il 26% delle specie è minacciato dall'estinzione e il 20% quasi minacciato. Per un altro 27% di specie non esistono dati sufficienti.

Nel dettaglio, a causa soprattutto della pesca eccessiva, il 7% delle specie sono classificate come a rischio di estinzione, cioè davvero a un passo dallo sparire per sempre. Un altro 7% è in pericolo e il 12% come vulnerabile. La somma fa appunto il 26%, mentre la media globale è del 18%.

Il rapporto dice che gli squali sono particolarmente minacciati dalla pesca eccessiva perché crescono lentamente, maturano sessualmente tardi e mettono al mondo pochi discendenti. Le specie più minacciate sono proprio le più pescate: ad esempio smeriglio, razza bavosa, spinarolo.

L'Unione Europea ha fissato dei limiti di pesca, ma si tratta di limiti insufficienti, dice l'IUCN, e largamente disattesi.

La pesca eccessiva si deve in buona parte alla popolarità della zuppa di pinne di pescecane in molti paesi asiatici.

Una recente ricerca condotta dal gruppo di monitoraggio del commercio di fauna selvatica Traffic, con il sostegno del Ministero australiano dell'Ambiente, denuncia la pesca illegale nei mari australiani e la mancanza
di controlli
governativi sulla pesca in eccesso delle quote prescritte.

"Atlantic sharks facing extinction”, westermorningnews, 12 novembre 2008

"Illegal shark fishing compounds global management shortfall”, Traffic.org, 3 novembre 2008

credits: chelonia / Nick Tregenza

Macroalghe avanzano dai mari del sud a quelli del nord guadagnando 50 km ogni 10 anni, un ritmo che supera quello delle specie terrestri più invasive. L'allarme è stato lanciato all'apertura della prima World Conference on Marine Biodiversity a Valencia.

Il riscaldamento delle acque sta spingendo la migrazione di specie marine invasive come le macroalghe propagules verso nord. Non è una buona notizia per le barriere coralline, ma neanche per molte specie di pesci.

Nova Mieszkovska, della Marine Biological Association inglese, dice che le differenze registrate in brevi periodi di tempo potrebbero essere ricondotte proprio alla diffusione delle macroalghe. "Secondo i dati presentati alla conferenza, gli impatti dei cambiamenti climatici appaiono particolarmente drammatici soprattutto per le barriere coralline", dice Carlos Duarte del Spanish Council of Scientific Research (CISC), "potrebbe presto verificarsi un collasso catastrofico”, con riferimento al deterioramento della biodiversità degli oceani.

Anche i batteri pongono una minaccia agli ecosistemi, ma sulla loro diffusione non si sa ancora molto. “Si stima che esistano da 100 a 1.000 milioni di specie, ma solo 6.000 sono state descritte, dato che non se ne trovano in abbondanza e mostrano una bassa attività biologica. I ricercatori hanno da poco iniziato ad esplorare il mondo della diversità microbica grazie alle nuove e più economiche tecniche di sequenziamento del DNA”, dice Carles Pedros-Alio dell’Insitito de Ciencias del Mar.

"Invasive Marine Algae Travel 50KM per Decade”, softpedia.com, 11 novembre 2008

Si è svolto a a Marrakech (Marocco) il Convegno Mondiale organizzato dal Comitato Internazionale per la Conservazione del Tonno dell’Atlantico (ICCAT).

Il tonno rosso, negli ultimi dieci anni ha subito una drammatica riduzione della propria popolazione (rispetto a qualche decennio fa del 90%). Negli ultimi 15 anni, a causa dell’aumento della domanda, sono sparite le popolazioni del Golfo del Messico, mentre seppur minacciate, resistono le specie che popolano il Mar Mediterraneo e l’Atlantico Orientale.

Durante il Congresso sulla Biodiversità, tenutosi il mese scorso a Barcellona, ottanta paesi hanno approvato diverse soluzioni provvisorie: la creazione di un sito di divieto alla pesca (individuato al Sud delle Isole Baleari); limite di trenta chili come peso minimo per le specie catturate; 15.000 tonnellate di pescato annuale come limite massimo rispetto alle 30.000 consentite in precedenza.

Al congresso di Marrakech, un momento fondamentale per la presa di decisioni definitive sulla questione relativa alla salvaguardia del tonno rosso, le posizioni degli Stati che hanno più interessi economici in gioco sono apparse piuttosto lontane. Francia, Spagna e Italia per esempio, fra le più floride economie nel settore della pesca ed entrambe con un’eccedenza di pescherecci per il tonno rosso rispetto alle quote imposte dall’Unione Europea, vorrebbero venisse concessa una moratoria di almeno un anno alle regole decise a Barcellona.

Il Giappone e altri Paesi, fra cui gli Stati Uniti, optano invece per una linea più dura che favorisca la salvaguardia della specie. In Giappone, la pesca di tonno rosso è in crisi e i consumatori temono per il sushi. Scarseggia il pregiato "bluefin tuna" e gli esemplari catturati sono piccoli, il ché vuol dire che la specie è a rischio. Le maggiori cooperative di pesce, la scorsa estate hanno annunciato la sospensione delle operazioni di pesca, una decisione senza precedenti.

Secondo Greenpeace, il Giappone consuma i tre quarti del "bluefin" del mondo, e importa quel che non riesce a pescare (attualmente circa 44mila tonnellate all'anno). Ma ciò che ha peggiorato le cose, e che rischia di far estinguere la specie, è il boom della cucina nipponica, che ha travolto in parte i consumatori italiani, ma in modo esteso quelli di Cina e Giappone.

L'aumento dei prezzi del tonno rosso, inoltre, ha attratto l'attenzione della mafia italiana e russa, che controllano la maggior parte dei commerci del Mediterraneo. Secondo Daniel Pauly, uno dei maggiori esperti ittici del mondo, "la maggior parte dei giapponesi non conoscono la provenienza del loro tonno, se la sapessero, ne mangerebbero molto meno".

In segno di protesta, quindici attivisti di Greenpeace hanno scaricato cinque tonnellate di teste di tonno rosso davanti al Ministero dell´Agricoltura e della Pesca francese, denunciando l´irresponsabilità della Francia e del ministro Barnier «che rifiuta di sostenere la sola misura che permetterebbe di salvare una risorsa millenaria per i popoli mediterranei: la chiusura della pesca – ha detto François Chartier, responsabile della campagna oceano di Greenpeace France – è tempo per il signor Barnier di assumersi le sue responsabilità e di pronunciarsi per la sola decisione che permette di evitare l´affossamento degli stock di tonno rosso».

"Stop alla pesca al tonno rosso almeno fino a quando lo stock non si riprenderà". Anche il WWF si è fatto sentire. "È l'ultima occasione per salvare questa specie dal collasso commerciale. ”Crediamo che la pesca al tonno rosso nel Mediterraneo debba essere chiusa immediatamente, almeno fino al momento in cui la comunità scientifica dimostrerà che lo stock non si sia ripreso'', ha dichiarato Marco Costantini, responsabile Mare del WWF Italia.

Per Costantini, ''la gestione della pesca del tonno rosso è stata un fallimento in Mediterraneo e in Italia'', con una ''illegalità generalizzata''. Di qui l'appello al governo italiano perché diventi la guida di una nuova “rotta” in difesa di una delle nostre specie tipiche.

"Dead tuna heads for deadbeat tuna managers”, Greenpeace, 17 novembre 2008

Lalpaca è un animale simbolo delle Ande, più simile ad una pecora con il collo molto lungo che ad un lama. Grazie al suo allevamento, sopravvivono migliaia di famiglie indigene negli altipiani andini del Perù, della Bolivia e del Cile.

È la gente dei “ponchos” variopinti e delle coperte realizzate con la sua pregiatissima lana (soprattutto quella degli animali più giovani, la “baby alpaca”), che viene esportata in tutto il mondo.

Con i cambiamenti climatici, la vita degli alpaca nelle valli andine è diventata più difficile e negli ultimi tempi né è aumentata la mortalità. Il problema nasce dalla riduzione della superficie dei ghiacciai e dalla conseguente scarsezza d’acqua. La siccità ha una influenza diretta sull’allevamento degli alpaca perché diminuisce l’estensione dei prati naturali grazie ai quali questo ruminante si alimenta. Se c’è meno erba da mangiare (gliene serve un chilo al giorno), si ammalano e muoiono.

Gli alpaca vivono in greggi e resistono bene anche ad altitudini molto elevate come quelle, tra i 3.500 e i 5.000 metri, degli altopiani andini. Ma il restringimento dei ghiacciai ed i sussulti del clima hanno costretto le comunità indigene a lanciare l’allarme sul futuro di questi animali che da secoli costituiscono quasi esclusivamente la fonte di tutta la loro economia. Soltanto in Perù, ci sono quasi tre milioni di alpaca, un milione e mezzo dei quali nella zona, il sud della regione di Puno, che viene considerata la capitale mondiale di questo tipo di lana.

Gli allevatori di questa zone erano già in crisi per la concorrenza sul mercato globale della lana prodotta in Nuova Zelanda e in Australia (ma ci sono allevamenti anche in Italia), però adesso hanno un nemico più insidioso e pericoloso. E non è solo la scarsità di acqua che scende dai ghiacciai a complicare la vita e la riproduzione dei greggi: tutto il microclima della regione sta cambiando e da moderatamente temperato diventa sempre più estremo.

La lana alpaca è molto pregiata rispetto a quella comune perché non contiene lanolina, ha una ventina di tonalità di colore naturali, non infeltrisce e non provoca allergie. Ma non tutti gli alpaca sono buoni e la qualità della lana può variare molto: negli ultimi anni e grazie ad una serie di programmi genetici quella prodotta da australiani e neozelandesi sta diventando migliore di quella prodotta in Perù.

"Salvate gli alpaca”, Repubblica, 17 novembre 2008

Dal 2008, anche il Diavolo della Tasmania è stato incluso tra le specie a rischio di estinzione. Dopo essere spariti circa 4 secoli fa dal continente australiano, oggi sono presenti solo nell’isola della Tasmania. E qui la popolazione si è dimezzata negli ultimi dieci anni: le stime parlano di una popolazione complessiva tra le 20 e le 50.000 unità.

Per una volta però, l’estinzione non sarebbe causata dall’uomo, ma da un tumore facciale sfigurante, causato da un’infezione, che porta alla morte nel giro di qualche mese. Il contagio avviene a causa dei morsi che i Diavoli della Tasmania si scambiano durante il periodo dell’accoppiamento. Non si sa come l’infezione sia arrivata sull’isola. Una delle ipotesi è l’introduzione di nuove specie animali o vegetali sull’isola - e se così fosse la responsabilità della situazione sarebbe ancora una volta dell’uomo.

Per scongiurare il pericolo di estinzione è stata creata una task force guidata da Jeremy Austin, zoologo all’Università di Adelaide. Lo scienziato ha fissato due obiettivi: sradicare la malattia, in particolare trovando un vaccino, e creare colonie in cattività. Il secondo obiettivo serve soprattutto per cautelarsi in caso non si riuscisse a debellare la malattia tra i marsupiali selvatici. Questo perché ci sono 500 Diavoli della Tasmania negli zoo e nelle aree protette dell’Australia, e nessun esemplare è stato colpito da questa malattia.

Save the Tasmanian devil

Gli habitat della tigre della Malesia e del rinoceronte di Sumatra sono seriamente minacciati. Un progetto del governo dello stato di Terengganu intende tagliare 19 mila ettari di foresta nel nord-est della Malesia.

L'obiettivo è ricavare legname da una zona che comprende circa 12 mila ettari di foresta, adiacente ad altri 6 mila ettari di area protetta che saranno spazzati via per costruire due dighe per l'energia idroelettrica. Si tratta delle riserve di Tembat e Petuang, l'habitat naturale della tigre e del tapiro della Malesia, oltre che del rinoceronte di Sumatra, che dovranno far posto alle dighe di Puah e Tembat.

Inoltre, circa il 30% della popolazione locale di elefanti sarà costretta a spostarsi nelle vicine piantagioni inasprendo i conflitti con gli esseri umani, causati dalla coabitazione forzata.

Altre preoccupazioni sorgono dall'elevato livello di erosione del suolo provocato dal taglio degli alberi, che potrebbe condurre a un deterioramento del livello delle acque dei fiumi.

Particolarmente preoccupante, comunque, è la situazione del rinoceronte di Sumatra. Secondo le stime del WWF, ne
sarebbero rimasti 300 nell'intero sud-est asiatico
e 13 solamente in Malesia.

"Proposed logging in catchment forest threatens rhinos, tigers”, WWF, 13 novembre 2008

"Il rinoceronte di Sumatra in pericolo”, Blogeko

Le emissioni di gas serra continuano ad aumentare in molti dei 40 Paesi industrializzati: complessivamente, più 2,3%, l’equivalente di 18 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2006 contro i 17.6 miliardi del 2000, lo 0.1% in meno rispetto al 2005, ma i trends sottostanti sono in crescita.

L'ONU ha fatto il punto della situazione, in vista della conferenza internazionale sul clima che si aprirà a Poznan il primo dicembre. L'Italia è grossomodo allineata con questa desolante media. L'unica diminuzione davvero considerevole delle emissioni si è avuta all'inizio degli anni 90 del secolo scorso, con il crollo dell'Unione Sovietica e il collasso del suo sistema economico. Ma nel periodo 2000-2006, le emissioni provenienti dai Paesi dell'ex blocco sovietico sono aumentate del 7,4%.

Più aumenta la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera, più il clima si scalda. Siamo ad un passo da alterazioni irreversibili. In base al Protocollo di Kyoto (che l'Italia vuole rinegoziare), le emissioni di gas serra dovrebbero calare a partire dal 2012. Per evitare il peggio, secondo il pannello di esperti dell’ONU (IPCC), le emissioni globali dovrebbero raggiungere il picco nel 2015 e poi cominciare a cadere.

Se si guarda all'intero periodo 1990-2006, l'Italia ha aumentato le sue emissioni del 9,9%. C'è chi ha fatto peggio: Spagna (le emissioni sono aumentate del 50%); Portogallo (più 40%), Australia (più 28,8%), Canada più 27,1%), Stati Uniti (più 14,1%). Sempre nel periodo 1990-2006, però, l'Unione Europea ha complessivamente ridotto le sue emissioni del 2,2%. Più in dettaglio, la Francia le ha diminuite del 3,2%, la Germania del 18,2%, la Svezia dell'8,7% e la Gran Bretagna del 15,1%.

"Ex-Soviet bloc leads rises in CO2 emissions: U.N.”, Reuters, 17 novembre 2008

L’entrata di un maggior numero di società asiatiche nel “FT500 Global Index” ha portato ad una diminuzione, dal 76% al 74%, delle grandi imprese mondiali che hanno obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Solo il 62% delle compagnie che fanno parte dell’indice FT 500 hanno obiettivi di riduzione delle emissioni.

Il nuovo “Corporate GHG emissions reporting 2008”, dell’Ethical Corporation Institute, mostra anche l’inconsistenza del modo in cui le compagnie calcolano e verificano le proprie emissioni. Le compagnie che hanno risposto al quinto questionario annuale del Carbon Disclosure Project, stanno usando un totale di 34 differenti protocolli per riportare le proprie emissioni. Mentre gli investitori chiedono uno standard comune per poter comparare le emissioni alla crescita e ai bilanci.

"Corporate Greenhouse Gas Emissions Report”, Reuters, 17 settembre 2008

Nel suo ultimo rapporto, l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente) ha rilanciato l’allarme sulle “Atmospheric Brown Clouds” (ABCs), uno strato spesso tre chilometri di nubi cariche di aerosol e particelle inquinanti prodotti dai gas di scarico delle macchine, dalle centrali a carbone, dagli incendi delle foreste (e anche dalla combustione di bio-carburanti, secondo gli esperti dell’UNEP), che sta soffocando in particolare gli abitanti di tredici metropoli asiatiche: Bangkok, Pechino, Il Cairo, Dacca, Karachi, Calcutta, Lagos, Mumbai, Nuova Delhi, Seul, Shanghai, Shenzhen e Teheran.

Ormai si può parlare di una gigantesca nuvola scura che parte dalla Penisola Arabica ed arriva alla Cina. Nubi dello stesso genere sono presenti anche negli altri continenti: Sudafrica, Amazzonia, America del Nord ed Europa - non può mancare la nostra Pianura Padana - anche se, al di fuori dell’Asia, gli effetti sono smorzati dalle precipitazioni.

Difficile dire con precisione quale sarà il loro impatto sul pianeta. Sono già state accertate le correlazioni tra questo
inquinamento atmosferico e l’insorgenza di
malattie cardiovascolari e disturbi respiratori. Mentre è stato calcolato che lo smog collegato causerà danni pari al 3,6% del PIL in Cina, e al 2,2% in India.

Nel rapporto si fa riferimento anche alla riduzione dei ghiacciai himalayani. E dato che da lì nascono i principali fiumi asiatici, le ABCs potrebbero minare la sicurezza idrica - e quindi anche quella alimentare - di molti paesi asiatici.

Le nuvole hanno anche un effetto positivo: mascherano gli impatti del riscaldamento globale di una percentuale compresa fra il 20 e l’80%. Sembra infatti che riflettano la luce del sole e quindi raffreddino la superficie della Terra. Senza di loro, le temperature medie globali potrebbero salire di due gradi.

Le ABCS sono studiate da oltre un decennio e tenute sotto controllo dalle Nazioni Unite grazie al progetto ABC dell’Unep, a cui il Comitato “Ev-K2-Cnr”, specializzato nella ricerca scientifica d’alta quota, contribuisce direttamente con il progetto “SHARE” (Stations at High Altitude for Reaserch on Environment).

La stazione ABC installata ad una quota di 5.079 metri, nei pressi del Laboratorio-Osservatorio Internazionale Piramide, in Nepal - «Nepal Climate Observatory Pyramid» - osserva e registra in modo continuativo i dati su atmosfera, inquinanti, ozono e meteorologia dell’Himalaya e dell’Asia Centrale, fornendo informazioni fondamentali per l’area asiatica, direttamente interessata dalle nubi marroni, e del Pacifico, dove in precedenza i dati erano molto scarsi.

L’UNEP ha stimato che molte delle 340.00 persone che muoiono ogni anno in Cina e in India per malattie cardiovascolari, respiratorie e di altro tipo, sono collegabili all’esposizione agli inquinanti.

"Brown clouds of pollution a huge threat to Asia”, terradaily, 13 novembre 2008

L'ozono continua ad uccidere. Gli alti livelli che si registrano in Europa (oltre 70 mg/m3) hanno fatto schizzare il numero delle morti premature correlate proprio all'ozono (circa 21 mila decessi prematuri all’anno) e l'Italia è in testa alla classifica.

Nel nostro paese si registrano 5.000 morti l'anno, sui 21.000 complessivi nell'Unione Europea. Più dei 4.000 della Germania e dei quasi 3.000 della Francia, senza contare la Gran Bretagna ferma a 1.300 morti l'anno.

È l'allarme lanciato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che in un rapporto traccia anche le evoluzioni future del problema: secondo l'OMS, la lieve diminuzione dell'ozono, attesa a seguito della nuova legislazione e delle politiche sui cambiamenti climatici, ridurrà la mortalità prematura di solo 600 casi l'anno, tra il 2000 e il 2020.

In Italia, gli effetti saranno scarsi: dei 5.030 morti stimati nel 2000 si scenderà a 4.710 nel 2020. All'ozono, si legge nel rapporto pubblicato sul sito dell'Istituto Superiore di Sanità, sono associati anche i 14 mila ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie che si registrano ogni anno nei 25 Paesi dell'Unione europea. Un problema dunque che influisce sulla salute di vaste popolazioni, soprattutto sui bambini.

Gli studi indicano che i livelli di ozono che si possono trovare in molte zone del mondo inducono alterazioni funzionali e biochimiche, per lo più del tratto respiratorio. Anche se esposizioni graduali all’ozono
provocano diversi livelli di adattamento, è plausibile che lesioni multiple e gravi possono causare
danni permanenti agli organi a rischio.

Un’esposizione cronica all’ozono comporta cambiamenti significativi nelle vie aeree al livello dei bronchioli. La reversibilità di questo tipo di lesioni è un punto che deve essere ancora chiarito. Le indagini disponibili forniscono evidenza degli effetti a lungo termine dell’ozono sulla funzionalità delle vie aeree e probabilmente sull’asma.

I livelli riscontrati sono più alti nelle zone rurali e isolate. Nelle aree urbane, i livelli di ozono vengono ridotti dagli altri inquinanti (principalmente gli ossidi di azoto). Le stime attuali considerano solo gli effetti gravi, senza tener conto dei possibili effetti a breve termine dell’esposizione a livelli sotto i 70 μg/m3.

Rapporto WHO Europe (pdf)

(AP Photo/Jerome T. Nakagawa, file)

Secondo uno studio della California State University-Fullerton, abbassare l’inquinamento dell’aria nella California del Sud e nella San Joaquin Valley salverebbe ogni anno più vite di tutti i morti per incidenti stradali nelle due regioni.

Lo studio, che ha esaminato anche i costi dell’inquinamento, dice che se si aderisse agli standard federali, si risparmierebbero ogni anno 28 miliardi di dollari relativi a spese sanitarie, assenze scolastiche, assenze dal lavoro e morti premature. Il prezzo dell’inquinamento annuale per persona ammonta a 1.600$ nella San Joaquin Valley e a 1.250$ nella California del Sud.

Le cifre del rapporto parlano chiaro: la California Highway Patrol ha fatto registrare nel 2006, 2,521 morti per incidenti nella San Joaquin Valley e nella South Coast, mentre le morti attribuibili a malattie respiratorie provocate dall’inquinamento del particolato sono state 3,812.

Jan Hall, principale autrice dello studio, e il suo collega Victor Brajer, hanno analizzato le concentrazioni di ozono e di particolato fine lungo due bacini in una griglia di 5x5 km dal 2005 al 2007 in base agli effetti sulla salute conosciuti, assegnando valori economici ad ogni malattia o morte collegata all’inquinamento.

I risultati mostrano che i livelli di inquinamento da particolato dovrebbero essere ridotti del 50% in entrambe le regioni se si vogliono produrre dei benefici sia in termini economici che sanitari, ma secondo i ricercatori si tratta di “un obiettivo molto difficile da raggiungere".

Nel caso in cui i livelli di inquinamento si adeguassero agli standard federali, si avrebbero nelle due aree 3.860 morti premature in meno, 3.780 attacchi cardiaci non fatali in meno, 470.000 assenze dai posti di lavoro in meno, i bambini potranno andare a scuola 1.2 milioni di giorni in più e si risparmierebbero 112 milioni di dollari di spese di assistenza sanitaria. Inoltre, si registrerebbero 2 milioni di casi di problemi respiratori in meno.

"Study: Calif dirty air kills more than car crashes” Associated Press, 13 novembre 2008

In 100 anni, i livelli di concentrazione dei gas serra, come anidride carbonica e metano, hanno raggiunto livelli che, senza l’intervento dell’uomo, la terra avrebbe prodotto naturalmente in settemila anni. Il dato è emerso dal Congresso sul Clima, organizzato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia.

"Nei periodi glaciali, l’anidride carbonica si assesta ad una concentrazione di circa 180 parti per milione - ha detto la prof. Barbara Stenni dell’Università di Trieste - e in quelli interglaciali di 280, ma attualmente siamo già a 370, ed è la velocità di questa variazione che ci preoccupa, perché sono le concentrazioni più alte riscontrate nell’ultimo milione di anni”.

Le evidenze più allarmanti vengono dalle ricerche condotte nell’ambito del progetto EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica) al quale hanno partecipato dieci nazioni europee, con finanziamenti nazionali e della Comunità Europea. ”Incrociando i dati ottenuti con l’esame dei carotaggi effettuati nei ghiacci di Antartide e Groenlandia con quelli dei sedimenti marini - ha detto il prof. Carlo Barbante dell’ Università di Venezia - è stato possibile ricostruire gli andamenti climatici degli ultimi due milioni di anni; gli studi hanno evidenziato che l’attuale periodo interglaciale potrebbe durare ancora per cinque-diecimila anni, un tempo maggiore rispetto al precedente a causa dei parametri orbitali, ma negli ultimi cento anni la temperatura è già salita di circa un grado, limite che avrebbe dovuto raggiungere invece a fine periodo”.

"I modelli più attendibili - ha detto ancora Barbante - dicono che nei prossimi cento anni ci si potrebbero aspettare variazioni di temperatura da 2 a 5 gradi”.

Secondo uno studio pubblicato su Open Atmospheric Science Journal da un gruppo di 10 scienziati di USA, Regno Unito e Francia, tra cui anche scienziati della Yale University, per mantenere un pianeta simile a quello in cui si è sviluppata la civilizzazione, il livello optimum di CO2 dovrebbe essere inferiore alle 350 parti per milione (ppm). Si tratta di una rettifica pesante rispetto alle 450 ppm che precedenti studi avevano fissato come il livello massimo da non oltrepassare.

La CO2 atmosferica attualmente è stimata in 385 (ppm) e aumenta di 2 ppm ogni anno a causa della combustione di carburanti fossili (carbone, petrolio e gas) e degli incendi delle foreste. “Lo studio, e altre recenti pubblicazioni, suggeriscono che abbiamo già raggiunto dei livelli che compromettono la stabilità delle calotte glaciali polari”, dice Mark Pagani, professore di geologia e geofisica alla Yale, “quanto velocemente risponderanno le calotte glaciali e i livelli dei mari, al momento ancora non è ben conosciuto, ma data l’enorme gravità del potenziale disastro, credo sia meglio agire subito”.

I ricercatori si sono basati su nuovi dati relativi alla storia climatica della Terra e su osservazioni continue degli attuali cambiamenti climatici, specie nelle regioni polari, confrontando come la Terra ha risposto in passato ai livelli di CO2. I risultati dicono che siamo già entrati in una zona di pericolo.

Secondo lo studio, il carbone è la maggiore fonte di CO2 atmosferico e andrebbe praticamente eliminato. Le risorse petrolifere sono in via di esaurimento e difficilmente si riesce a catturare la CO2 che fuoriesce dai tubi di scappamento dei veicoli. Il carbone offre riserve più vaste.

Dunque, gli autori concludono che “l’unico modo realistico di tagliare le emissioni è ridurre gradualmente l’uso del carbone ad eccetto dei casi in cui la CO2 è catturata e sequestrata”.

Nel modello proposto, con le emissioni di carbone gradualmente ridotte tra il 2010 e il 2030, la CO2 atmosferica raggiungerebbe il picco di 400-425 ppm e poi lentamente comincerebbe a declinare. Il raggiungimento del picco dipenderà dalle riserve di petrolio e gas e anche dal grado di riforestazione delle terre degradate e dal miglioramento delle tecniche agricole, che potrebbe ridurre i livelli di CO2 di 50 ppm. Non vengono prese in considerazione le ipotetiche soluzioni di “geo-ingegneria” (modificazione artificiale del clima) perché il costo per rimuovere artificialmente 50 ppm di CO2 sarebbe troppo elevato (circa 20 trilioni di dollari).

Gli autori concludono che l’obiettivo di spostarsi verso una nuova era oltre i combustibili fossili è fattibile se comparato con gli sforzi fatti per combattere la Seconda Guerra Mondiale, e che “il più grande rischio è che si continui a negare e ignorare il pericolo”.

Citation: Open Atmospheric Science Journal, Volume 2, 217-231 (2008)

"Revised Theory Suggests Carbon Dioxide Levels Already in Danger Zone”, PhysOrg.com, 7 novembre 2008

Sono le emissioni delle auto quelle più inquinanti, secondo l'ultima ricerca del Center for International Climate and Environmental Research-Oslo (CICERO) norvegese.

L’impatto delle emissioni prodotte dalle automobili sulla temperatura globale, nel 2100 sarà sei volte maggiore dell’attuale traffico aereo.

I ricercatori hanno catalogato tutti i diversi tipi di emissione generati dai mezzi di trasporto nel 2000 e hanno calcolato quanto le loro emissioni di un anno faranno riscaldare le temperature negli anni futuri. Se automobili e tir si sono guadagnati la maglia nera come maggiori produttori di “riscaldamento” – i dati presentati attestano un effetto serra prodotto sette volte più alto da quello generato da tutti gli aerei – la ricerca riporta una sorpresa per quanto concerne il trasporto navale.

Secondo gli scienziati del CICERO, sembra che le imbarcazioni possano addirittura contribuire a raffreddare il clima, almeno nel breve periodo, grazie al rilascio di particelle di zolfo e di Nox che però hanno l’effetto di rallentare le precipitazioni, determinando su un periodo di tempo più lungo un riscaldamento da gas serra che persiste per secoli. A venire maggiormente incontro al clima sono i treni (i risultati dello studio sono stati pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences).

"Road emissions dominate global transport emissions”, CICERO, 21 novembre 2008

Mentre in Italia, la Confindustria, spalleggiata dal governo, non perde occasione per lamentare i costi che la direttiva “20-20-20”, adottata dall'Unione Europa per rispondere ai cambiamenti climatici, avrebbe sul nostro sistema economico, un cartello di ben 55 multinazionali ha sottoscritto l'appello delle Nazioni Unite affinché il prossimo anno vengano gettate le basi per il rinnovo e il rafforzamento del Protocollo di Kyoto.

A farsi portavoce di questa posizione è stato Lars Josefsson, presidente della Vattenfall, quarto maggiore fornitore di energia elettrica in Europa. Parlando a nome del gruppo "Combat Climate Change", un'associazione che raccoglie ben 55 multinazionali tra le quali spiccano i nomi di General Electric, Aig, Citigroup, Bp, Siemens, Hitachi, China Oil Offshore Company, Volvo, Tata Power e Hewlett Packard, il numero uno del colosso svedese ha spiegato che "il business è una soluzione contro il riscaldamento globale, per questo vogliamo creare una massa critica in vista delle conferenze ONU sul clima di Poznan (a dicembre 2008) e Copenhagen (2009)".

"Malgrado la crisi economica globale siamo molto ottimisti - ha aggiunto Josefsson - i vertici industriali devono mostrare quella capacità di leadership e di buon senso che manca alla politica".

Rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 e di incremento delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico, costerà all’Italia circa 12 miliardi l'anno (non 18-25 come lamentato da Palazzo Chigi), lo 0,66% del PIL (non l’1,14%). L'Italia dovrà comunque pagare un sovrapprezzo di circa il 40% rispetto agli altri stati europei. Come ha sottolineato la portavoce del Commissario all'Ambiente Stavros Dimas, non è un problema di Bruxelles, bensì di Roma, che paga il suo ritardo nel settore delle rinnovabili dove sarà necessario ora "uno sforzo supplementare".

Entro il 2050, la Gran Bretagna taglierà dell'80% le emissioni di gas serra. È l'obiettivo di una legge inglese, la prima al mondo, che attende solo la firma della Regina.

Il Ministro che si occupa dell'energia e dei cambiamenti climatici, Ed Miliband, ha dichiarato: “Il Regno Unito diventa leader mondiale nelle politiche sul clima. Invia un messaggio chiaro a coloro che sono impegnati nelle discussioni sul clima a livello europeo e mondiale: è possibile prendere delle misure serie”.

Inizialmente, l’obiettivo era di tagliare le emissioni del 60% rispetto ai livelli del 1990, ma poi, in seguito alle raccomandazioni di una commissione governativa, è diventato più ambizioso. La commissione ha detto che i tagli costeranno circa l’1-2% del Pil e che dunque si tratta di una sfida che si può vincere.

La legge prevede anche la creazione di una commissione indipendente che vigilerà sui budget relativi al carbone e sull’inquinamento per periodi di cinque anni.

Il governo, inoltre, sarà obbligato a riferire al parlamento sul piano che intende attuare nel settore industriale e in quello dei trasporti per raggiungere l’obiettivo di riduzione prefissato, mentre i ministri dovranno riferire ogni cinque anni dei rischi che i cambiamenti climatici pongono alla Gran Bretagna e di come intendono affrontarli.

"UK to cut greenhouse emissions by 80 per cent”, news.com, 19 novembre 2008

Il neo presidente eletto Obama ha inviato un messaggio videoregistrato al “Governors Global Climate Summit” svoltosi a Los Angeles, nel quale si impegna ad assumere un ruolo guida nella lotta contro i cambiamenti climatici causati dalle attività umane.

Obama dice che i cambiamenti climatici mettono a rischio la sicurezza e che lottare contro di essi ridurrà le importazioni di petrolio. Propone dunque di abbassare entro il 2020 le emissioni di anidride carbonica ai livelli del 1990, e ridurle dell'80% entro il 2050. Vuole inoltre investire 150 miliardi di dollari nelle nuove tecnologie per il risparmio energetico e l’energia pulita, e fare di questo l'occasione per creare nuovi posti di lavoro.

Il fatto che il presidente eletto degli Stati Uniti, unica nazione industrializzata a non aver ratificato il Protocollo
di Kyoto
, si impegni ad agire fermamente in materia di cambiamento climatico, è “un segnale positivo per i negoziati internazionali sulla questione” – ha detto Yvo de Boer direttore dell´United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCC).

Non tutti sono però così fiduciosi. Secondo alcuni leaders industriali e membri del Congresso, il piano di Obama imporrà dei costi troppo esosi per una economia già profondamente stressata come quella americana e che quindi sarebbe meglio aspettare almeno la fine dell’attuale crisi.

La Camera di Commercio statunitense ha chiesto al Congresso di intervenire con una legge per impedire all’Environmental Protection Agency (EPA) di adottare il preannunciato regolamento sulle emissioni di gas serra.

Secondo lo studio “A Regulatory Burden: The Compliance Dimension of Regulating CO2 as a Pollutant”, la nuova normativa, che riguarderebbe oltre un milione di imprese americane, si tradurrebbe in un disastro per l’economia americana, già messa duramente alla prova dall’attuale crisi finanziaria.

Jason Grumet, consigliere per le questioni ambientali del neo-presidente Barack Obama, ha promesso un nuovo meccanismo regolatorio per rafforzare la politica di tagli delle emissioni, inclusa una tassa sul carbone. Tale meccanismo, secondo quanto proposto dall’Advance Notice of Proposed Rulemaking (ANPR) dell’EPA, dovrebbe estendere il Clean Air Act (CAA) del 1990 per regolare severamente le emissioni di CO2 provenienti daI motori dei veicoli, delle navi, degli aerei, e nello stesso tempo favorire l’impiego di nuovi motori più ecologici. Ma questo significa un notevole aumento delle spese e provocherà una larga perdita del reddito nazionale.

Gli obiettiivi dell’ANPR ricalcano quelli di precedenti tentativi legislativi, come ad esempio il Climate Security Act, che proponeva una riduzione del 70% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2050.

È stato calcolato che un taglio del 70% delle emissioni provocherebbe: una perdita cumulativa del Gross Domestic Product (GDP) – il Prodotto Interno Lordo - stimata intorno ai 7 trilioni di dollari entro il 2029; una perdita annuale superiore ai 600 milardi di dollari; una perdita annuale di posti di lavoro stimata intorno a 800.000 (molte industrie sarebbero costrette a tagliare più
del 50% dei posti di lavoro
).

Inoltre, si prevedono aumenti di prezzo sia per il consumo energetico che di altre merci. Invece che un rilancio dell’economia, secondo questa analisi condotta dal Center for Data Analysis (CDA) della Heritage Foundation (che a causa dei limiti dei modelli macroeconomici, non può estendersi oltre il 2029), la riconversione ecologica, inizialmente ridurrà la crescita economica, il GDP e le opportunità di impiego.

Acune organizzazioni ambientaliste temono addirittura che gli USA non ratificheranno il Protocollo di Kyoto entro i prossimi anni e comunque non assumeranno vincoli precisi alla Conferenza ONU sul clima di Copenaghen del 2009.

«Dubito che la legislazione USA sia pronta per Copenhagen – spiega Elliot Diringer, vice-presidente per le strategie internazionali del Pew Center on Global Climate Change e già consulente di Bill Clinton - le probabilità di realizzare negoziati globali a Copenaghen non sono molto elevate. In realtà sono molto basse».

Il risultato di Copenaghen dipenderà in gran parte dalla velocità con la quale il Congresso USA approverà una legge sul
cap-and-trade (le negoziazioni sui permessi di emissione). Jeff Bingaman, presidente della Commissione Energia del Senato, ha proposto che la legge sul cap-and-trade non venga approvata prima del 2010. «La realtà è che non tutto può essere fatto ed ottenuto nel primo anno», ha detto all´Associated press.

"Obama Affirms Climate Change Goal” NewYorkTimes 18 novembre 2008

"CO2-Emission Cuts: The Economic Costs of the EPA's ANPR Regulations”, Heritage.org, 29 ottobre 2008

Ricercatori del Center on Globalization, Governance & Competitiveness (CGGC) della Duke University hanno pubblicato un rapporto intitolato “Manufacturing Climate Solutions” in cui descrivono alcuni modi per la realizzazione di nuovi processi produttivi a basse emissioni di carbone.

"Abbiamo cercato di mostrare che le tecnologie pulite possono essere parte dell’economia reale”, dice Gary Gereffi, professore di sociologia e principale autore del rapporto.

In particolare, i ricercatori indicano cinque tecnologie che hanno il potenziale per la creazione di nuovi lavori nel settore dell’energia pulita: illuminazione con LED, finestre ad alte performance, unità di energia ausiliarie per i trasporti su lunghe distanze, la concentrazione di energia solare e dei “Super Soil Systems”, un nuovo metodo per trattare i rifiuti e purificare i terreni.

Il rapporto esalta in generale le possibilità offerte dalle nanotecnologie, l’ingegneria dei materiali a llivello nanometrico, che nel lungo termine creeranno nuove industrie e nuovi posti di lavoro che attualmente non esistono (ad esempio nel campo dell’energia solare).

I nuovi nanomateriali integrati nei processi di produzione possono rivoluzionare le performance fondamentali di vecchie merci come legno, vetro, plastica, ceramica, metalli, acciaio, aggiungendo nuovo valore ai prodotti legati a settori come il biotech, la medicina, l’agricoltura, i sensori, la robotica, il trasporto, lo storaggio e i sistemi di distribuzione dell’energia, la bioenergia e i veicoli elettrici.

Il rapporto invita dunque la comunità scientifica piuttosto che a pensare ad una economia verde rivolta al consumo a come estrarre nuovo valore dalle applicazioni nanotecnologiche.

Per trasformare in realtà la visione offerta dal presidente Obama, che ha promesso di creare 5 milioni di posti di lavoro legati allo sviluppo di tecnologie pulite, occorre identificare quali sono le opportunità a breve termine e consentire alle nuove industrie di crescere organicamente attraverso l’ingegneria dei nanomateriali.

"La sfida del Climate Change ci deve portare al cuore della produzione americana”, dice Jackie Roberts, direttore dell’Environmental Defense Fund (EDF), uno degli sponsor del rapporto, “vi sono evidenze concrete del collegamento tra opportunità di lavoro e soluzioni climatiche”.

"Barack Obama: Building a 'green collar' economy via nanotech manufacturing climate solutions”, memebox.com, 18 novembre 2008

Su invito del Governatore della California, Arnold Schwarzenegger, i Governatori degli USA si sono riuniti a Los Angeles i giorni 18 e 19 novembre per un vertice sul clima («Governors' Global Climate Summit»). L’incontro ha riunito 26 leader mondiali provenienti da 6 Paesi per firmare una dichiarazione congiunta che riconosce le minacce poste dal riscaldamento globale.

Il summit è stato programmato con l'obiettivo di promuovere la collaborazione internazionale nella lotta ai cambiamenti climatici e specialmente di fare progressi verso un futuro accordo internazionale nel corso dei prossimi incontri dell'UNFCCC a Poznań (Polonia, 1-12 dicembre 2008) e a Copenhagen (Danimarca, dicembre 2009).

Durante l'incontro, Schwarzenegger e i 26 leader mondiali hanno firmato una dichiarazione congiunta che riconosce le minacce poste dal riscaldamento globale alle risorse naturali e all'economia e fa appello agli Stati e alle Province a rafforzare la cooperazione per attuare strategie di riduzione delle emissioni di gas serra.

Tra le altre cose, i leader firmatari si sono impegnati a stabilire gruppi di lavoro settoriali per sviluppare documenti specifici sulle possibili opzioni politiche (position paper) per ogni settore maggiormente emissivo (tra cui: foreste, agricoltura, cemento, acciaio, alluminio, energia, trasporti) per informare e contribuire a fare progredire il processo dell'UNFCCC.

I Governatori di California, Wisconsin, Illinois e sei Governatori di Brasile e Indonesia, inoltre, hanno firmato un “Memorandum of Understanding” (MOU) sulla «Riduzione delle emissioni di gas serra dovute alla deforestazione e al degrado delle foreste» (“Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation”, REDD).

Schwarznegger ha anche detto alle agenzie di stato che lo stato deve prepararsi agli impatti del cambiamento climatico, specialmente all’innalzamento del livello dei mari.

Perché le coste e le forniture d’acqua della California, incluse le aree con habitat naturali, sono particolarmente vulnerabili all’innalzamento dei mari, per cui lo stato potrebbe soffrire conseguenze devastanti se non verranno prese le adeguate contromisure.

L’Ordine Esecutivo “S-13-08” dice che la “California deve cominciare subito ad adattarsi ai cambiamenti climatici attraverso un approccio sensibile che spinga i governi locali, regionali, statali e federali ad usare la migliore scienza disponibile”. L’ordine richiede anche alle agenzie di stato di costruire nuove infrastrutture di trasporto come strade e ponti.

L’ordine è arrivato un giorno dopo l’uscita di un rapporto a cura di economisti della University of California secondo cui, se lo stato fallisse nelle azioni, potrebbero esserci danni per decine di miliardi di dollari.

Lo stato della California ha anche commissionato uno studio alla National Academy of Sciences per determinare le maggiori vulnerabilità infrastrutturali. I dati che verranno raccolti - e che saranno disponibili entro il 2010 - saranno usati per una pianificazione a lungo termine dei progetti per le infrastrutture dello stato.

Con un altro Ordine Esecutivo (“S-14-08”), Schwarzenegger intende inoltre velocizzare il processo di approvazione del progetto sulle energie rinnovabili dello Stato con l'obiettivo di raggiungere il 33% di energia rinnovabile nel 2020.

"Schwarzenegger Orders California to Prepare for Sea-Level Rise”, redgreenandblue.org, November 15th, 2008

Le perdite delle calotte glaciali dell’Antartico e della Groenlandia, insieme allo scioglimento dei ghiacciai, sono la principale causa dell’innalzamento del livello dei mari.

Precedenti ricerche hanno mostrato che I livelli dei mari sono cresciti ad una media di 3.1 millimetri all’anno dal 1993 al 2003.

Più della metà di questo aumento si deve al processo chiamato “espansione termica” che aumenta la massa degli oceani in relazione all’aumento delle temperature. L’altra metà si deve allo scioglimento dei ghiacci, specie di quelli delle montagne himalayane e delle Ande.

Il nuovo studio, basato su nuovi sistemi di osservazione, mostra che l’espansione termale—che è ciclica relativa a periodi di 10 anni – si è arrestata dopo il 2003. Ma i livelli del mare hanno continuato a crescere, sebbene ad un tasso più limitato, di 2.5 millimetri all’anno, a causa delle enormi quantità di acqua provenienti dallo scioglimento dei ghiacci in Antartide e in Groenlandia (la sola Groenlandia è grande circa quanto il Messico).

"Durante l’ultima decade, l’Antartide e la Groenlandia hanno contribuito ad alzare il livello dei mari di circa 0.5 mm all’anno, mentre oggi il tasso è salito a 1.0 mm all’anno”, dice Anny Cazenave, del National Centre for Space Studies francese, principale autrice dell’articolo pubblicato su Global and Planetary Change.

Le calotte glaciali in cima alla Groenlandia contengono abbastanza acqua per innalzare i livelli degli oceani di sette metri. Le previsioni più terribili non prevedono un cmopleto scioglimento nel prossimo futuro, ma anche un lieve incremento del tasso in cui questo continente di ghiaccio si scioglie potrebbe significare un disastro.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) nel suo ultimo rapporto dell’anno scorso avverte che l’espansione termica innalzerà i livelli da 18 a 59 centimetri entro il 2100, abbastanza per annientare diverse piccole nazioni insulari e distruggere i mega delta dei fiumi in Asia e in Africa.

"Melting ice now main driver of rising sea levels: study”, terradaily, 19 novembre 2008

Photo by Ned Rozell.

Un gruppo di ricerca guidato dalla NASA ha usato i dati del satellite GRACE (Gravity Recovery and Climate Experiment) per effettuare misurazioni precise dei cambiamenti nella massa dei ghiacciai del Golfo dell’Alaska, una regione da cui ci si aspetta un significativo contributo all’innalzamento globale del livello dei mari nei prossimi 50-100 anni.

Ricerche ben documentate hanno mostrato che i cambiamenti nella criosfera – ghiacciai, calotte glaciali e altre parti del globo coperte da ghiaccio – sono una fonte cruciale dell’innalzamento del livello dei mari. Lo scioglimento dei ghiacci influenza anche le risorse di acqua fresca e gli habitat naturali. Il geofisico Scott Luthcke del NASA Goddard Space Flight Center, e colleghi, sapendo che queste aree sono molto difficili da monitorare costantemente, hanno sviluppato un metodo basato sul satellite per quantificare accuratamente i cambiamenti nella massa glaciale nel corso dell’anno e delle varie stagioni, riuscendo a determinare se il ghiaccio di singole regioni diminuiva o aumentava. Hanno scoperto che la perdita annuale di ghiaccio nei ghiacciai del Golfo dell’Alaska ammonta a 84 gigatonnellate (miliardi di tonnellate), cinque volte il flusso annuale medio che dal fiume Colorado scorre lungo il Grand Canyon, pari all’intero ammontare di acqua della Chesapeake Bay.

"La regione del Golfo dell’ Alaska è 20 volte più piccola dell’area ricoperta di ghiaccio della Groenlandia, ma produce quasi più della metà di acqua fredda disciolta dai ghiacci contribuendo per circa il 15% all’innalzamento globale del livello dei mari", dice Luthcke, principale autore dello studio che è stato pubblicato su Journal of Glaciology, "è dunque vitale sapere di più sulla natura del cambiamento che sta avvenendo in questa regione”.

Luthcke e colleghi hanno trovato un modo indiretto per effettuare le misurazioni calcolando la differenza annuale tra accumulazioni e perdite di ghiaccio. Questo tipo di misurazioni, in passato sono state rare e imprecise. I sensori posti sul terreno possono fornire dati sul lungo termine, ma sono dispersi a causa dell’inaccesibilità di molti siti. Gli altimetri a bordo degli aerei possono misurare i cambiamenti nelle altitudini, ma il campionamento è sporadico perché i voli sono piuttosto infrequenti.

Il riscaldamento dei mari può accelerare il movimento delle maree di acqua ghiacciata, e l’acqua che fluisce può servire come lubrificante facendo scivolare il ghiaccio verso il mare. Questa ulteriore massa di acqua fredda contribuisce ai fenomeni eustatici (di innalzamento dei mari).

(Credit: NASA)

Il team ha sviluppato una nuova tecnica di analisi dei dati forniti dai satelliti gemelli di GRACE, che cambiano posizione in risposta alle variazioni del campo magnetico terrestre, che dipendono anche dalle masse di ghiaccio. Analizzando i dati del periodo 2003-2007, Luthcke e colleghi sono riusciti a misurare la massa dei ghiacciai ogni 10 giorni lungo un’area di 18,919 miglia quadrate, l’equivalente circa del Vermont e il New Hampshire messi assieme.

I risultati dicono che le maggiori perdite di ghiaccio riguardano le regioni della Yakutat, della Glacier Bay e della St. Elias, e concordano con recenti studi basati su misurazioni altimetriche e sui dati di altri satelliti.

L’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci, secondo Luthcke e colleghi si deve all’ondata calda dell’estate del 2004, quando i ghiacciai della regione hanno versato 374 gigatonnellate di ghiaccio (circa 90 miglia cubiche). In confronto, il record fatto segnare dai ghiacciai della

Groenlandia è stato di 500 gigatonnellate (131 miglia cubiche) nell’estate del 2007.

"When It Comes To Sea Level Changing Glaciers, New NASA Technique Measures Up”, ScienceDaily, 10 novembre 2008

(Credit: NASA/GSFC/METI/ERSDAC/JAROS, and U.S./Japan ASTER Science Team)

Analizzando i dati satellitari relativi a 50 anni, ricercatori della University of Maine hanno individuato la causa dell’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci:
le alluvioni subglaciali nell’est dell’Antartico.

Il team composto da Leigh Stearns e Gordon Hamilton del Climate Change Institute della University of Maine e da Benjamin Smith della University of Washington, ha osservato che il flusso proveniente dal Byrd Glacier, un grande ghiacciaio dell’Antartico orientale, è aumentato del 10% in risposta all’alluvione di due laghi subglaciali (corpi d'acqua racchiusi tra la base della colonna glaciale ed il substrato roccioso).

I dati sono stati ricavati in base a registrazioni di 48 anni delle velocità del ghiaccio del Byrd Glacier e a recenti osservazioni satellitari della superficie di ghiaccio effettuate dall’Advanced Spaceborne Thermal Emission and Reflection Radiometer a bordo del satellite NASA Terra, dall’Ice, Cloud and Land Elevation Satellite, dal Landsat e dall’Advanced Land Observing Satellite giapponese (i risultati sono stati riportati su Nature Geoscience).

"Comparando le misurazioni relative all’alluvione e all’accelerazione dello scioglimento del Byrd Glacier“, dice Hamilton, “ci siamo accorti che il periodo temporale coincideva”. Inoltre, l’aumento della velocità di scioglimento del ghiaccio coincide con i rapidi cambiamenti nel volume della superficie. I ricercatori interpretano ciò in relazione allo straripamento dei due laghi subglaciali.

"Se lo stesso processo dovesse verificarsi su scala globale”, dice ancora Hamilton, “il livello dei mari potrebbe alzarsi molto più velocemente di quanto finora previsto".

"Speeding Antarctic Glacier: Scientists Discover Another Reason For Glacial Acceleration", ScienceDaily, 19 novembre 2008)

Proprio a causa dell’innalzamento del livello dei mari, le 1.192 isole che compongono le Maldive rischiano di scomparire. Mohamed Nasheed, che ha vinto la prima elezione presidenziale democratica il mese scorso, ha rivelato a The Guardian che il governo comincerà a risparmiare una parte dei soldi ricavati dal turismo per comprare una nuova terra.

«Non possiamo fare niente per arrestare il cambiamento climatico, l'unica cosa che possiamo fare è comprare la terra altrove. È una specie di assicurazione in vista di un possibile disastro ecologico», ha detto al giornale. «Non vogliamo lasciare la nostra casa - ha aggiunto Nasheed - ma non vogliamo neanche vivere nelle tende come i rifugiati».

Nasheed ha detto di aver già parlato con alcuni Paesi, che si sono dimostrati disposti ad accoglierli. India e la Sri Lanka sono i preferiti, perché molto simili alle Maldive per cultura e tradizioni. Anche l'Australia, però, resta una valida opzione. «Così come il Kuwait ha investito nelle aziende, noi investiremo in terra», ha detto Nasheed.

Il pericolo che corrono le Maldive è stato più volte sottolineato in articoli e libri e il governo ha cercato di attuare delle misure per fronteggiare il cambiamento. Si è pensato di trasferire gli abitanti più a rischio nelle zone più sicure o di costruire delle mura di protezione. Quest'ultima soluzione, però, si è rivelata troppo costosa ed è stata accantonata.

"Paradise almost lost: Maldives seek to buy a new homeland”, The Guardian, 10 novembre 2008

(in rosso le regioni di acqua aperta nel 2007 che erano coperte da ghiaccio nel 2006. Credit: NASA/Stanford University)

Grazie ad immagini di satelliti NASA, ricercatori della Stanford University sono riusciti a mostrare come il fitoplancton, minuscoli organismi vegetali presenti nel plancton, abbonda nelle regioni dove si è sciolto recentemente il ghiaccio (lo studio è stato riportato su Geophysical Research Letters).

L’esplosione delle popolazioni di fitoplancton è il risultato di nuovi habitat in acqua aperta, ma soprattutto dell’estendersi della stagione priva di ghiaccio.

Dato che il fitoplancton ricicla la CO2 in composti organici e forma la base per la catena alimentare marina, Il biologo oceanografo Kevin Arrigo e colleghi ritengono che l’incremento della popolazione potrebbe avere complesse conseguenze ecologiche.

Come tutte le piante, anche il fitoplancton ha bisogno di nutrirsi per sopravvivere. Ma la superficie dell’Oceano Artico normalmente fornisce scarse quantità di nutrienti. Per indagare sul modo in cui il fitoplancton risponde alla diminuizione della calotta glaciale, i ricercatori hanno calcolato i cambiamenti delle distese di ghiaccio in superficie e della crescita del fitoplancton relativi ad un periodo di 10 anni di misurazioni raccolte dal SeaWiFS (Sea-viewing Wide Field of View Sensor) a bordo del satellite GeoEye e dagli strumenti di altri satelliti come il MODIS (Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer) in dotazione ai satelliti Aqua e Terra.

Comparando le mappe delle nuove aree senza ghiaccio con le mappe relative all’incremento dell’abbondanza di fitoplancton tra il 2006 e il 2007, il team ha dedotto che la maggiore crescita del fitoplancton si deve all’assenza di ghiaccio. Comparando poi le mappe delle regioni prive di ghiaccio con quelle che mostrano l’estensione della stagione in cui si sciolgono i ghiacci, hanno scoperto che il 30% dell’aumento del fitoplancton si deve a delle nuove vaste aree di acqua aperta, mentre l’altro 70% può essere attribuito all’allungamento delle stagioni calde, che proprio nel 2007 hanno fatto registrare la maggiore riduzione annuale della distesa di ghiaccio da quando sono cominciate le misurazioni, nel 1974.

"Ci aspettavamo la maggiore crescita del fitoplancton nelle aree che storicamente erano coperte dal ghiaccio, perché in mancanza di ghiaccio le piante beneficiano di maggiore luce solare”, dice Arrigo, “ma invece è la variazione della durata delle stagioni che ha permesso questa improvvisa crescita”.

Il fitoplancton, come le altre piante, è importante anche perché assorbe la CO2 presente in atmosfera. Le nuove aree di acqua aperta che si stanno creando con lo scioglimento dei ghiacci in superficie, potrebbero dunque risucchiare la CO2 e portarla in profondità. Ma è solo un’ipotesi, tutta da verificare, anche perché ulteriori crescite del fitoplancton potrebbero essere limitate dalla mancanza di nutrienti in superficie.

Inoltre, vanno indagati gli effetti che questa crescita potrà avere su tutti gli animali marini che dipendono direttamente o indirettamente dal fitoplancton (balene, foche, ucelli, zooplancton), in particolare sulle specie migratorie che dipendono dalle fasi di scioglimento dei ghiacci e dalla disponibilità di cibo.

"Arctic Sea Ice Decline Shakes Up Ocean Ecosystems”, Spacemart.com, 10 novembre 2008

(Credit: IFM-GEOMAR)

La continua crescita dei livelli di CO2 potrebbe far aumentare il volume delle “zone morte”, prive di ossigeno, negli oceani tropicali del 50% prima della fine del secolo, con gravi conseguenze per la salute degli ecosistemi in alcuni delle più produttive zone di pesca del mondo.

A profondità di decine e centinaia di metri, larghe parti degli oceani tropicali sono scarsamente fornite di ossigeno dissolto e sono ostili alla vita marina. Gli scienziati pensano che queste zone siano sensitive ai cambiamenti climatici, ma finora nessuno studio era stato in grado di mostrare esattamente come e perché la CO2 influenzerebbe il contenuto degli oceani.

Il team del del Leibniz Institute of Marine Sciences di Kiel, in Germania, guidato da Andreas Oschlies, ha usato un modello globale del clima, della circolazione oceanica e dei cicli biochimici per estrapolare risultati sperimentali degli effetti provocati dalla maggiore presenza di CO2 nell’aria, scoprendo un basso impatto sulle acque ad alte e medie latitudini. Negli oceani tropicali, invece, hanno riscontrato un aumento del volume delle zone a “minimo ossigeno” dovuto al fatto che i batteri si cibano di alghe contaminate dalla CO2 (i risultati dello studio sono stati pubblicati su Global Biogeochemical Cycles).

"Il diossido di carbonio fertilizza la produzione biologica”, dice Oschlies, è come cibo spazzatura per le piante. Quando I batteri poi decompongono la biomassa con eccesso di carbonio, prima consumano l’ossigeno e poi i nutrienti”.

Sporadiche misurazioni effettuate nel Pacifico e nell’Atlantico tropicali, suggeriscono che le zone morte stanno lentamente espandendosi negli ultimi 50 anni. Tra le causa finora ipotizzate, vi erano il riscaldamento globale e la riduzione della circolazione. "Nessuno ha mai pensato a modellare il feedback con l’aumento dei livelli di CO2 nelle concentrazioni di ossigeno”, dice Gian-Kaspar Plattner, dello Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo (ETH), "c’è bisogno di ulteriori studi, che prendano in considerazione anche altri parametri relativi al clima, per ridurre l’incertezza dei risultati ottenuti”.

Quello che è certo è che i livelli di ossigeno oceanici sono variati considerevolmente in tutto il pianeta nel passato. Durante la fine del periodo Permiano, circa 250 milioni di anni fa, perdite catastrofiche di ossigeno hanno provocato estinzioni di massa di vita marina e terrestre.

"Marine dead zones set to expand rapidly”, nature.com, 14 novembre 2008

Il Ministro dell´Ambiente brasiliano, Carlos Minc, ha presentato il "Livro Vermelho da Fauna Brasileira Ameaçada de Extinção", una sorta di Red List per segnalare le specie animali a rischio estinzione.

Nel più grande Paese sudamericano, le specie di animali minacciate si sono triplicate negli ultimi anni, raggiungendo quota 627. «L´industria si espande, l´agricoltura si espande, la gente occupa aree protette e le nostre unità di conservazione non attuano la dovuta protezione».

I pericoli di estinzione hanno cominciato ad aggravarsi dopo il 1989, quando si è effettuata l´ultima registrazione di dati, ma la dissipazione di specie potrebbe essere ancora maggiore, visto che le stime precedenti non tenevano conto delle specie marine e del litorale.

Nella prima lista delle "Espécies da Fauna Brasileira Ameaçada de Extinção", del 1968, erano incluse solo 44 specie. In quella del 1989, pubblicata dall´Ibama, le specie minacciate erano salite a 206, tra vertebrati e invertebrati, mentre sette specie venivano già considerate estinte. La Lista Rossa attuale comprende 130 invertebrati terrestri, 16 anfibi, 20 rettili, 160 uccelli, 69 mammiferi, 78 invertebrati acquatici e 154 pesci.

Secondo Minc, 79 specie sono uscite dalla Lista, ma hanno fatto il loro ingresso ben 489. Le cause maggiori sono la deforestazione, gli incendi boschivi, la trasformazione delle foreste primarie in pascoli e piantagioni di soia, il traffico di specie animali e i pesticidi.

Tra gli animali maggiormente in pericolo ci sono la balena azzurra, lo squalo balena, l´albatro, il serpente yarará e il gallinaceo urú del nordeste.

L´ecosistema brasiliano con la maggiore quantità di specie minacciate non è, come si potrebbe pensare, l´Amazzonia, ma la Mata Atlántica, un´area boschiva che copre la costa meridionale e centrale del Paese, o meglio che copriva, visto che è rimasto solo il 10% della sua estensione originale, che ospita il 60% delle specie brasiliane a rischio di estinzione e che negli ultimi 50 anni sono già scomparse dal 70% del litorale atlantico del Paese.

“L´Amazzonia e il Pantanal apportano meno specie alla lista perché sono le aree che godono di maggiore protezione», ha spiegato Minc. In Amazzonia vive il 9% delle specie minacciate di estinzione e il 5% nel Pantanal, un ecosistema di 250 mila kmq che il Brasile condivide con Perù, Paraguay e Bolivia.

Secondo il Ministro occorre creare unità di conservazione e dotarle di una infrastruttura efficiente e di mezzi, come i corridoi ecologici. A questo scopo, sta preparando un piano di gestione per 40 unità di conservazione e sta cercando finanziamenti da parte di imprese private perché "adottino" un parco o si assumano i costi necessari per salvare una delle specie comprese nella lista dall´estinzione.

"Brazil's endangered-animal list swells” msnbc.com, 4 novembre 2008

Immagine: fire_crop

Più di 200.000 persone, tra cui ministri, poliziotti, governatori, artisti e ambasciatori, hanno piantato 2 milioni di alberi in tutta la Macedonia.

La campagna è stata lanciata a marzo dal canante d’opera Boris Trajanov, “Artist for Peace” dell’UNESCO, con l’obiettivo di ravvivare le foreste dopo che numerosi incendi hanno devastato circa 35.000 ettari di verde, in particolare nella regione sud di Bitola - molti dei quali attribuibili a errori umani oltre che alle alte temperature – causando danni per circa 30 milioni di euro. Secondo gli esperti ci vorranno almeno 50 anni per recuperare l’ecosistema.

Il principale obiettivo dell’iniziativa “Day of The Tree - Plant your future” è di “proteggere l’ambiente e aumentare la consapevolezza ecologica dei cittadini”, ha dichiarato il governatore.

Gli organizzatori sperano che i propri vicini nei Balcani seguano l’esempio intraprendendo azioni simili.

"Macedonia plants six million trees to revive fire-ravaged forests” terradaily, 19 novembre 2008

In Indonesia, nel 2007, il programma di riforestazione portato avanti dal governo, superò l’obiettivo di piantare circa 79 milioni di nuovi alberi.
Dato il successo dell’operazione e considerati i persistenti problemi di deforestazione del Paese, si è deciso di riproporlo in maniera ancora più ambiziosa: il nuovo programma prevede che vengano addirittura piantati 100 milioni di nuovi alberi.

L’obiettivo è quello di limitare gli effetti catastrofici della deforestazione. Il territorio dell’Indonesia ha perso circa il 70% della sua originale foresta ed attualmente ha una superficie totale di più di 91 milioni di ettari, con un’immensa biodiversità.

Le foreste più ricche si trovano sull’isola del Borneo, la terza più grande del mondo, condivisa da Indonesia, Malaysia e Brunei, in cui ci sono circa 2000 tipi di alberi, oltre 350 specie di uccelli e 210 specie di mammiferi.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha chiesto protezione per l’area, in quanto la deforestazione sta avanzando a ritmi velocissimi, con circa 1,9 ettari di perdite all’anno. Anche perché l’Indonesia, fra le più grandi economie del Sud-Est asiatico, è diventata tra le principali responsabili delle emissioni di gas a effetto serra a causa della deforestazione, il degrado del suolo e gli incendi.

"El Gobierno indonesio plantará 100 millones de árboles este año para combatir la deforestación en el país”, ecoticias.com, 19 novembre 2008

Consumare cocaina nuoce gravemente all'ambiente. Per produrne un grammo, vengono distrutti quattro metri quadrati di foresta pluviale.

L'impatto ambientale del consumo di stupefacenti è stato analizzato dal vicepresidente della Colombia, Francisco Santos Calderon, durante una conferenza internazionale a Belfast di alti ufficiali della polizia.

Innanzitutto, ha detto Santos, la deforestazione. Ma non solo. Se in Brasile la foresta amazzonica viene incendiata per far posto a pascoli o tagliata per seminare la soia destinata all'allevamento del bestiame, ogni anno in Colombia vengono distrutti oltre 300 mila ettari di foresta pluviale per far posto a piantagioni di coca.

Negli ultimi vent'anni, 2,2 milioni di ettari di foresta sono spariti e trasformati in coltivazioni di coca.

Il commercio di cocaina, ha detto ancora Santos, alimenta e finanzia gruppi come la FARC e i narcotrafficanti.

Inoltre, per proteggere i raccolti di coca si usano mine antiuomo, che solo quest'anno, in base alle cifre fornite da Santos, hanno causato la morte di 900 persone.

"Cocaine users are destroying the rainforest - at 4m squared a gram”, The Guardian, 19 novembre 2008

Oasi di fiori selvatici nelle campagne per salvare le api.
Se n'è parlato al Parlamento europeo, grazie ad una proposta di risoluzione di Neil Parish, eurodeputato inglese e presidente della commissione parlamentare agricoltura.

Dall'impollinazione effettuata dalle api dipende buona parte della produzione agricola destinata all'alimentazione umana. Le api sono molto sensibili all'inquinamento e ai veleni sparsi nell'ambiente anche a concentrazioni infinitesimali.

In Pianura Padana si sono verificate autentiche stragi di api in corrispondenza con la semina di mais trattato con pesticidi neonicotinoidi. Finalmente anche l'Italia, in settembre, ne ha sospeso l'uso (Il Tar del Lazio ha respinto i tre ricorsi presentati da Basf, Bayer e Syngenta, che chiedevano la sospensione del decreto del ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, che il 17 settembre ha vietato, in via cautelativa, l’utilizzo dei neonicotinoidi, dei pesticidi utilizzati per conciare i semi di mais, ritenuti responsabili della moria delle api).

Parish chiede fra l'altro che l'Europa, per dare respiro alle api, istituisca "zone di compensazione ecologiche", definite anche "maggesi apicole". In sostanza si tratterebbe di lasciare alcune aree incolte, affinchè in esse possano crescere fiori selvatici sulle quali le api possano liberamente raccogliere sano nettare naturale.

Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione nel settore dell’apicoltura

(Credit: iStockphoto/Rob Sylvan)

Dieci tra i pesticidi più diffusi al mondo possono decimare le popolazioni anfibie se mixati insieme, perfino se la concentrazione delle singole sostanze chimiche rientra nei limiti di sicurezza.

Lo afferma una ricerca della University of Pittsburgh. Tali “cocktails di contaminanti” si trovano frequentemente in natura, ma le scoperte dei ricercatori mostrano per la prima volta in che misura una ampia mistura di pesticidi può danneggiare l’ambiente.

Rick Relyea, professore associato di scienze biologiche alla School of Arts and Sciences dell’Università, autore dello studio, ha esposto girini di raganelle americane e rane leopardo a piccole quantità dei 10 pesticidi più usati in tutto il mondo, cinque insetticidi e cinque erbicidi, sia singolarmente che combinati assieme in modi diversi.

È risultato che la mistura di tutte e 10 le sostanze chimiche alla base di ogni pesticida ha ucciso il 99% dei girini di ranna leopardo, così come anche la mistura dei cinque insetticidi, mentre la mistura degli erbicidi non ha avuto effetti. I girini delle raganelle, invece di morire, hanno sfruttato l’eliminazione di quelli della rana leopardo per crescere in abbondanza.

Relyea ha anche scoperto che la neurotossima “endosulfan-a”, bandita in diverse nazioni ma ancora usata massicciamente in America, è letale per i girini di rana leopardo, avendo causato da sola l’84% delle morti. Una scoperta importante perché le attuali regole della Environmental Protection Agency (EPA) statunitense non richiedono test sugli anfibi.

I risultati dell’esperimento di Relyea, non solo hanno mostrato che l’endosulfan è altamente tossica per le rane leopardo, ma anche che serve da perno per la mistura di pesticidi che ha eliminato la maggior parte dei girini.

"L’endosulfan è 1.000 volte più letale per gli anfibi di tutti gli altri pesticidi che ho esaminato”, dice Relyea, “e da circa cinque decadi che viene spruzzata nell’ambiente”.

Per molti dei pesticidi, la concentrazione somministrata da Relyea (2 su 16 parti per miliardo) è abbondantemente sotto i livelli stabiliti dall’EPA che possono porre rischi per l’uomo e anche molto ridotta rispetto alle massime concentrazioni che si possono trovare in corpi naturali di acqua. Ma la ricerca suggerisce che queste basse concentrazioni possono viaggiare facilmente nell’acqua e il vento in particolare può combinarle in misture tossiche.

Secondo Relyea, il declino delle popolazioni anfibie registrato nelle vicinanze di aree dove si fa un ampio uso di pesticidi, può benissimo essere dovuto a questi cocktail chimici (lo studio è stato pubblicato su Ecological Applications).

(Journal reference: Rick A. Relyea. “A cocktail of contaminants: how mixtures of pesticides at low concentrations affect aquatic communities”. Oecologia, November 11, 2008 DOI: 10.1007/s00442-008-1213-9)

"Low Concentrations Of Pesticides Can Become Toxic Mixture For Amphibians”, ScienceDaily, 18 novembre 2008

"Roundup e Anfibi: prudenza!”, karch.ch

La criopreservazione e la riproduzione assistita per salvare gli anfibi dall’estinzione.

Al simposio “Halting the Global Decline in Amphibians”, svoltosi a Londra, qualcuno ha proposto di utilizzare la “banca di semi dell’apocalisse” (“doomsday seed vault”), che ha aperto quest’anno in Norvegia, per mantenere congelato lo sperma delle specie anfibie a rischio garantendo alla diversità genetica di sopravvivere all’eventuale estinzione della popolazione.

Dallo scorso giugno, il progetto “Amphibian Ark” ha avviato I lavori per creare delle “biobanche” regionali. "Se una colonia di rane rare viene colpita da una malattia, si potrà recuperare la diversità genetica prelevando lo sperma dalla banca”, dice Rhiannon Lloyd della Zoological Society of London.

Un’altro motivo per ricorrere al congelamento dello sperma è che il mantenimento delle popolazioni di specie rare è molto più costoso che non conservare le cellule. Ma anche creare delle banche dello sperma non è così facile: bisogna far eiaculare i maschi della specie a rischio in delle provette. I ricercatori di solito rimuovono chirurgicamente i testicoli per prendere lo sperma. Il ché significa sacrificare un esemplare maschio di una specie rara.

Inoltre, lo sperma da solo non è sufficiente, c’è bisogno anche delle uova. E siccome quest’ultime sono troppo fragili per essere congelate, alcuni ricercatori tedeschi stanno provando a generare una prole dallo sperma di due maschi.

Nabil Mansour della Salzburg University sta sviluppando una tecnica chiamata “androgenesi” che consiste nel bombardare le uova di rana con radiazioni ultraviolette distruggendo il materiale genetico e poi fertilizzando l’uovo privato del nucleo con due sperma che, riscaldati, si combinano formando un singolo genoma.

Mansour spera di riuscire a trovare il modo di usare lo sperma di specie a rischio e le uova di specie non a rischio per evitare di congelare le uova delle specie rare. Attraverso l’androgenesi, è riuscito ad ottenere dei girini, ma non li ha ancora sottoposti a test genetici.

"Gli sforzi per criopreservare vari tessuti e gameti anfibi sono in corso. Dovrebbero però concentrarsi di più sulla ricerca che sulla creazione di biobanche", dice Robert Lacy, un biologo conservazionista della Chicago Zoological Society e membro della World Conservation Union.

Esistono anche altri modi per preservare le specie a rischio. Attualmente, le popolazioni in declino di tre specie rare – il rospo del Wyoming, di Puerto Rico e il rospo boreale – vengono fatte crescere con terapie a base di ormoni.

Cocktails di ormoni possono essere usati per simulare gli stimoli ambientali – come la temperatura e le precipitazioni – da cui le specie dipendono per cominciare a riprodursi. Iniettando gli ormoni si spinge
artificialmente gli animali alla riproduzione, sincronizzando maschi e femmine, come se fosse realmente la stagione dell’accoppiamento.

Quando gli ormoni non sono sufficienti, possono essere usati comunque per far produrre agli animali sperma e uova per poi precedere alla inseminazione artificiale in laboratorio.

"Purtroppo”, dice Lacy, “per centinaia se non migliaia di specie anfibie, esistono minacce contro cui non possiamo fare molto. Il congelamento dello sperma è utile anche a preservare geni che in futuro potrebbero rivelarsi preziosi. La cosa migliore da fare è cercare di mantenere il più possibile l’originale varietà genetica”.

"Experts plan 'doomsday vault' for frog sperm", newscientist, 21 novembre 2008

The Climate Project”, l’organizzazione mondiale nata dalla missione ambientalista di Al Gore, ex Vicepresidente USA e Nobel per la Pace nel 2007 per il grande impegno messo in campo nella diffusione della conoscenza dei problemi per il futuro del pianeta, intende favorire l’instaurarsi di un dialogo esaustivo e diretto a livello internazionale sui cambiamenti naturali in atto.

"Al Goritmo: dieci semplici passi per contribuire tutti a salvare il pianeta", propone concrete azioni individuali legate ai consumi controllati, al corretto utilizzo dei mezzi di trasporto, al riscaldamento, al cibo che vanno a comporre una sorta di decalogo di comportamenti che sarebbero in grado di invertire la tendenza e dare nuovo respiro al nostro pianeta.

La Transition Initiative è un movimento nato due anni fa in Gran Bretagna per dimostrare al mondo che si può vivere senza petrolio, una risorsa che presto finirà: meglio fare affidamento su risorse locali, non importate.

In 700 città, paesi e villaggi in tutto il mondo, racconta il Times, gli aderenti a Transition stanno creando progetti volti a fornire cibo ed energia, senza l'ausilio del petrolio.

Negli USA, a Sandpoint, Idaho, villaggio natale dell'ex candidata alla vicepresidenza Sarah Palin, i residenti hanno preparato un orto comunitario che darà da mangiare per l'inverno, e dove ci sono piani per una centrale a biomassa.

Dall'altra parte del mondo, a Bell, in Australia, i membri di Transition stanno costruendo forni a legna in tutti i propri giardini e hanno negoziato forti sconti per i residenti che vogliano dotarsi di pannelli solari. Al tempo stesso, hanno piantato 150 alberi da frutta per le esigenze della comunità.

L'iniziativa sembra riscuotere grande successo, ovunque si presenti. Nel Regno Unito, dice il Times, ci sono 83 capitoli locali attivi di Transition: a Lewes, nell'East Sussex, è stata lanciata la “sterlina di Lewes”, da spendere solo nei negozi locali, incoraggiando la gente del posto a boicottare Tesco, il supermercato che importa da mezzo mondo e che inquina con i suoi packaging di plastica e polistirolo.A Brixton, sud di Londra, in 300 si sono dati appuntamento per mangiare una zuppa di verdure coltivate a Brixton.

Padre di Transition è proprio un inglese, Rob Hopkins, che ha lanciato il movimento grazie a un suo libro, the “Transition Handbook”, basato su un'idea: le riserve di petrolio finiranno presto, quindi meglio prepararsi, Le 15.000 copie vendute sin da maggio sono state tutte stampate su carta riciclata, e stanno facendo moltissimi proseliti, dice il Times.


Gli “ecoguerrieri” sono i coraggiosi difensori della Natura, al servizio di chi chiede aiuto contro l'inquinamento, l'ignoranza ambientale, l'ecomafia o qualsiasi altro nemico dell'ecosistema Terra.

Il loro compito è quello di distruggere i robot che inquinano, ma poi raccoglierne i pezzi e differenziarli in base alla loro natura (plastica, carta, organico ecc.).

Ecowarriors è un videogioco per PC gratuito, scaricabile liberamente da Internet, ideato dalla nostrana PM Studios con il finanziamento pubblico della Regione Puglia, che si pone come obiettivo quello di sensibilizzare i ragazzi al riciclaggio dei rifiuti e alla raccolta differenziata.

Diventa anche tu un ecoguerriero.


"EcoWarriors"3D Educational Game

Fær Øer, Danimarca, il massacro delle balene

Convention on the Conservation of European Wildlife and Natural Habitats

World Conference on Marine Biodiversity

International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas

http://www.alpaca.com/

Ente Nazionale Protezione Animali

IUCN 2008 Red List

Livro Vermelho da Fauna Brasileira Ameaçada de Extinção

Amphibian Ark

Halting the Global Decline in Amphibians

Western Balkans Environment Programe

Espansione Termica - Wikipedia

North Pole With No Ice

The Leibniz Institute of Marine Sciences

A New Chapter on Climate Change - video - YouTube

Le statistiche 1990-2006 dell'Onu sulle emissioni di gas serra (pdf)

Impact Study The Atmospheric Brown Cloud: Climate and other Environmental Impacts, UNEP.org

SHARE-Asia Project | Ev-K²-CNR Committee

Center for International Climate and Environmental Research-Oslo

Center on Globalization, Governance & Competitiveness

Combat Climate Change

Governors' Global Climate Summit

Carbon Disclosure Project

Ethical Corporation Institute

A Regulatory Burden: The Compliance Dimension of Regulating CO2 as a Pollutant

Pew Center on Global Climate Change

Manufacturing Climate Solutions

Environmental Defense Fund

European Project for Ice Coring in Antarctica (EPICA)

United Nations Framework Convention on Climate Change

The Climate Project

Transition Initiative

Video - Antarctic Ice Shelf Disintegrates

INQUINAMENTO KILLER

INQUINAMENTO KILLER 2

INQUINAMENTO KILLER 3

Inquinamento killer 4

EFFETTO SERRA ALLA SBARRA 5

PIANO PER SALVARE IL MONDO 3.0

La strage degli innocenti

Il giorno del delfino

Pesticidi killer

Gambling with Gaia

Gambling with gaia 2

Resident evil: extinction

ECO-APOCALYPSE (NOW) 7

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