Post in evidenza

Robot Apocalypse

Professor Stephen Hawking has pleaded with world leaders to keep technology under control before it destroys humanity.

mercoledì 19 novembre 2008

OLIGOPOLY INC. 2008 2


"Alla guida dei massimi organi di controllo e di vigilanza sono stati chiamati coloro che dovevano essere controllati e vigilati. Le authority sono diventate succursali subalterne delle lobby. Il modello dell'occupazione dell'Iraq, subappaltata in buona parte alla società petrolifera Halliburton di Dick Cheney o a compagnie di mercenari privati, aveva fatto le sue prove generali sul territorio americano, con l'occupazione di snodi vitali dello Stato da parte dei potentati privati. Su questo terreno la differenza tra destra e sinistra è stata meno netta di quanto si creda. Se George Bush ha affidato il Tesoro all'ex numero uno della Goldman Sachs, Henry Paulson, Bill Clinton lo aveva consegnato nelle mani di Robert Rubin, ex presidente della Citigroup. Lo sconfinamento delle merchant bank in settori sempre più esoterici e rischiosi della finanza globale era già in atto durante l'èra

Clinton. La settimana scorsa, nelle ore più frenetiche della crisi di Wall Street, John McCain ha detto sciocchezze monumentali, ma Barack Obama si è fatto fotografare in una riunione con Robert Rubin e altri pezzi grossi di Wall Street (che in fatto di finanziamenti elettorali è rigorosamente bipartisan). È in questo groviglio di conflitti d'interessi, in questo establishment incestuoso, che affondano le radici antiche del disastro attuale" (Federico Rampini).


"A partire da oggi, le crisi economiche verranno create scientificamente" (Deputato Charles A. Lindbergh Sr., dopo il passaggio del Federal Reserve Act del 1913).


Il crollo finanziario dell'ottobre 2008 è il risultato di una politica del governo americano orchestrata attraverso il Tesoro e il Consiglio di Amministrazione della Federal Reserve.


Il “salvataggio” proposto dal Tesoro americano non costituisce una “soluzione” alla crisi, se mai il contrario: è la causa di un ulteriore crollo che scatena una concentrazione di ricchezza senza precedenti la quale, a sua volta, contribuisce all'allargamento delle disuguaglianze economiche e sociali all'interno e tra le nazioni.


Il neo-eletto Presidente Barack Obama, non si pone affatto come elemento di cambiamento e discontinuità rispetto al passato, ma continuerà a servire il potere corporativo globale.


È la tesi di Michael Chossudovsky, autore di “The Globaliaation of Poverty”, sostenuta in un articolo pubblicato su Global Research: "Who are the Architects of Economic Collapse?".


La Lehman Brothers ha dichiarato fallimento, come una qualsiasi azienda che non vuole pagare i suoi creditori: quasi 700 miliardi di dollari di debito che sarà rimpinguato dal Governo (con la tipografia ufficiale Federal Reserve) e quindi dai sudditi. La Merrill Lynch, Fannie Mae e Freddie Mac (le due società con un portafoglio di circa 6000 miliardi di dollari in mutui ipotecari) e le altre idem.


Questo “fallimento controllato”, però, non riguarda i grossi Imperi che stanno dietro le quinte, ma le “branch”, i rami collegati, che si possono potare quando diventano marci e inutili. In pratica, bruciano i soldi dei contribuenti, dopo averli spremuti fino all’inverosimile, per poi ributtarsi nella mischia come lupi affamati alla ricerca di nuovi mercati da sbranare. Certamente faranno saltare altre banche d’affari, d’investimento, assicurazioni, società mutualistiche (come l’American Internationale Group, la più grande società di assicurazioni del mondo, anche se verrà salvata in extremis dal governo).


Con il “salvataggio”, il debito pubblico è aumentato vertiginosamente. L'America è il paese più indebitato del pianeta. Questo debito, espresso in dollari americani, è composto dai buoni ordinari del Tesoro in sospeso e dalle obbligazioni governative detenute dai singoli individui, dai governi stranieri, dalle società per azioni e dagli istituti finanziari.


Le banche di Wall Street, le beneficiarie dei soldi del salvataggio, sono le intermediarie e le assicuratrici del debito pubblico americano. Anche se detengono solamente una piccola parte del debito pubblico, trattano e negoziano in tutto il mondo gli strumenti del debito pubblico espressi in dollari americani.


Dunque, paradossalmente, le banche sono le beneficiarie di un' “elemosina” da oltre 700 miliardi dollari, e, allo stesso tempo, agiscono da creditori del governo americano. È un serpente che si morde la coda: per finanziare il salvataggio, Washington deve prendere a prestito dalle banche, che sono le beneficiarie del salvataggio. Così, l'amministrazione americana finanzia il proprio indebitamento mediante un'architettura finanziaria deregolamentata.


Il governo federale, gli Stati e le amministrazioni comunali si trovano sempre più stretti in una morsa, sotto il rigido controllo dei conglomerati finanziari globali. Il salvataggio contribuisce al consolidamento e alla centralizzazione del potere bancario, che, a sua volta, reagisce violentemente sulle attività dell'economia reale, portando ad una catena di fallimenti e ad una disoccupazione di massa.


Obama ha dichiarato esplicitamente che per affrontare la crisi è necessario “democratizzare” il sistema finanziario americano.


"Non possiamo avere una Wall Street che prospera mentre Main Street (la moltitudine degli investitori privati non professionisti) soffre. In questo paese cresciamo o cadiamo come un'unica nazione, come un unico popolo” (Barack Obama, 4 novembre 2008).


Obama dà la colpa all'amministrazione Bush per il crollo finanziario di ottobre e promette un programma di governo completamente nuovo.


"Domani si potrà voltare la pagina delle politiche che hanno anteposto l'avidità e l'irresponsabilità di Wall Street al duro lavoro e ai sacrifici degli uomini e delle donne di tutta Main Street. Domani si potranno scegliere delle politiche che investono nella nostra classe media e creano nuovi posti di lavoro e faranno crescere quest'economia in modo che chiunque possa avere una possibilità di successo, dall'amministratore delegato alla segretaria al custode, dal fabbricante agli uomini e alle donne che lavorano nelle officine” (Barack Obama, 3 novembre 2008).


Ma cosa fece il precedente governo democratico, guidato dall’amministrazione Clinton?


La legge “Gramm-Leach-Bliley” sulla Modernizzazione dei Servizi Finanziari (Financial Services Modernization Act), approvata da Clinton il 12 novembre 1999, ha contribuito all'abrogazione della legge “Glass-Steagall” del 1933, un pilastro del “New Deal” del Presidente Roosevelt, che era stata approvata in risposta al clima di corruzione, manipolazione finanziaria e “insider trading” che aveva provocato più di 5.000 fallimenti bancari negli anni successivi al crollo di Wall Street del 1929.


Due dei principali alfieri della nuova legge, che spalancava le porte al nuovo regime di “capitalismo predatorio” neo-liberista, furono il senatore Phil Gramm (repubblicano, Texas), e James Leach (repubblicano, Iowa). L’anno successivo, Phil Gramm, quale Presidente della Commissione Finanza del Senato, introdusse delle disposizioni che deregolamentarono completamente il mercato azionario (rendendo possibili i “dark market”, come sono chiamati). Tali disposizioni furono denominate “Commodity Futures Modernization Act”, e, per ottenerne l’approvazione, il Senatore Gramm li integrò come clausola aggiuntiva di 262 pagine al decreto generale per gli stanziamenti lungo 11.000 pagine, quando il Congresso stava sospendendo le sedute per le vacanze di Natale, così che non ci furono relazioni da parte della Commissione e nessuno sapeva cosa la clausola aggiuntiva contenesse.


Il suo primo risultato fu rendere possibile la “scappatoia Enron”. Così i Repubblicani ottennero ciò che sognavano da anni: un mercato finanziario deregolamentato senza alcuna supervisione. I “saccheggiatori”, in questa nuova modalità di capitalismo predatorio, potevano andarsene in giro ad occuparsi dei propri sporchi affari e, per ringraziamento, fare incessanti donazioni al Partito Repubblicano. Entrambe le parti ne uscivano vincenti, predatori e Partito Repubblicano. I predatori ci guadagnano milioni e milioni (se non miliardi) di dollari e il Partito Repubblicano ci guadagna donazioni mostruose.


Anche i “credit default swap” (un tipo di derivati finanziari legati all'eventuale fallimento di una società), i derivati negoziati fuori borsa ecc., sono stati tutti resi possibili da Phil Gramm e dai suoi lobbisti finanziari (che hanno redatto la clausola aggiuntiva).


Gramm, dopo aver lasciato il Senato, è diventato Vice Presidente della banca di investimento svizzera UBS. Ma ora è tornato. Prima di dare le dimissioni di recente, era un consulente economico senior di John McCain nella sua campagna presidenziale. Ha dato le dimissioni dopo aver detto che “gli Americani sono in recessione mentale” e “l’America è diventata una nazione di frignoni”.


Con il Financial Services Modernization Act, il controllo effettivo dell'intero settore dei servizi finanziari americani (comprese le compagnie di assicurazione, i fondi pensione, le società di securities e così via) è stato trasferito ad una manciata di conglomerati finanziari, e ai loro “hedge fund” (fondi speculativi) collegati, liberi di investire nei settori altrui unificando completamente le loro operazioni finanziarie.


Si è creato cioè un “super-mercato finanziario globale” in cui concentrare il potere finanziario. Lawrence Summers definì la nuova legge come la “base legislativa del sistema finanziario del Ventunesimo secolo”.


Lawrence Summers, un protetto di David Rockefeller, ebbe un ruolo cruciale nel fare pressioni sul Congresso per l'abrogazione della legge Glass-Steagall. Nominato Segretario al Tesoro nel 1999 da Clinton, fu l’artefice principale dell'adozione della legge (alla fine del mandato alla guida del Tesoro americano, è diventato rettore della Harvard University dal 2001 al 2006).


Summers è stato responsabile economico della Banca Mondiale dal 1991 al 1993, contribuendo al modellamento di riforme macroeconomiche imposte a numerosi stati indebitati in via di sviluppo. L'impatto sociale ed economico di queste riforme neo-liberiste (liberalizzazioni, privatizzazioni, deregulation ecc.), passate sotto il Programma di Adattamento Strutturale (PAS) sponsorizzato da FMI e Banca Mondiale, è stato devastante, avendo creato una povertà di massa globale.


Nel 1993, quando si è spostato al Tesoro, ha avuto un ruolo cruciale nel creare il pacchetto di riforme economiche “shock” imposte a Corea del Sud, Thailandia e Indonesia al culmine della crisi asiatica del 1997. Gli accordi sul salvataggio negoziati con questi tre paesi furono coordinati attraverso l'ufficio di Summers al Tesoro in collegamento con la Federal Reserve Bank di New York e le istituzioni di Bretton Woods (il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, entrambe con sede a Washington, istituite nel 1944 durante i lavori della Conferenza di Bretton Woods, nel New Hampshire). Summers ha lavorato a fianco del vicedirettore generale del FMI Stanley Fischer, che in seguito è stato nominato governatore della Banca Centrale di Israele.


Al momento, Summers è consulente per Goldman Sachs e amministratore delegato di un hedge fund, il D.E. Shaw Group. Come amministratore di hedge fund, i suoi contatti al Tesoro e a Wall Street gli forniscono preziose informazioni riservate sul movimento dei mercati finanziari.


Lo ritroviamo, oggi, tra la lista di candidati per l'incarico di Segretario al tesoro nell’amministrazione del neo-eletto Presidente Barack Obama, insieme a:


Paul Volker, ex presidente del Consiglio di Amministrazione della Federal Reserve negli anni '80, durante l'epoca reaganiana, che ha avuto un ruolo centrale nell'implementazione della prima fase della deregolamentazione finanziaria che ha portato a fallimenti di massa, fusioni e acquisizioni, fino alla crisi finanziaria del 1987.


Timothy Geithner, l'amministratore delegato della Federal Reserve Bank di New York, l'istituto finanziario privato più potente d'America. È stato inoltre un ex funzionario al Tesoro sotto l'amministrazione Clinton, ha lavorato per Kissinger Associates e ha avuto una posizione di rilievo presso il Fondo Monetario Internazionale. È anche membro del Council on Foreign Relations.


John Corzine, attualmente governatore del New Jersey, ex amministratore delegato di Goldman Sachs.


Summers, Geithner, Corzine, Volker, Fischer, Phil Gramm, Bernanke, Hank Paulson, Rubin, per non parlare di Alan Greenspan, sono tutti amiconi. Giocano a golf insieme, hanno legami con il Council on Foreign Relations e il gruppo Bilderberg, agiscono simultaneamente secondo gli interessi di Wall Street, si incontrano a porte chiuse, si trovano sulla stessa lunghezza d'onda, sono Democratici e Repubblicani.


Sono spietati nella gestione dei processi economici e finanziari. Le loro azioni mirano al profitto. Al di fuori dei loro interessi ristretti nella “efficienza” dei “mercati”, si preoccupano ben poco della “vita degli esseri umani”.


Summers è noto tra gli ambientalisti per aver proposto lo scarico dei rifiuti tossici nei paesi del Terzo Mondo perché le persone nei paesi poveri hanno vite più brevi e il costo della manodopera è incredibilmente basso, vale a dire che il “valore di mercato” delle persone del Terzo Mondo è di molto inferiore. Secondo Summers, questo rende di gran lunga più “redditizia” l'esportazione di materiali tossici nei paesi poveri.


In una comunicazione di servizio della Banca Mondiale del 1991 si legge:


Le industrie dei rifiuti: detto tra noi, perché la Banca Mondiale non dovrebbe favorire una maggiore migrazione delle industrie dei rifiuti nei Paesi Meno Sviluppati? Mi vengono in mente tre motivi: i calcoli dei costi di un inquinamento che danneggi la salute dipendono dagli inevitabili guadagni derivanti dall'aumento della morbosità e della mortalità. Da questo punto di vista una determinata quantità di inquinamento che danneggi la salute dovrebbe essere realizzata nel paese con il costo minore, che sarà il paese con i salari più bassi. Penso che la logica economica dietro lo scarico di una quantità di rifiuti tossici nel paese con i salari più bassi sia impeccabile e dovremmo prenderla in esame. I costi dell'inquinamento verosimilmente non saranno lineari mentre è probabile che gli aumenti iniziali dell'inquinamento avranno un costo molto basso. Ho sempre pensato che i paesi sottopopolati dell'Africa siano ampiamente sottoinquinati, la loro qualità dell'aria è probabilmente di gran lunga inefficacemente bassa in confronto a Los Angeles o Città del Messico. Solo il fatto spiacevole che un simile alto livello di inquinamento sia generato da settori industriali non negoziabili (trasporti, generatori di energia elettrica) e che i costi del trasporto di rifiuti solidi siano così elevati impediscono al benessere mondiale di accrescere il commercio dell'inquinamento dell'aria e dei rifiuti.La domanda di un ambiente pulito per motivi estetici e sanitari probabilmente avrà un'altissima elasticità di entrate [la domanda aumenta quando aumenta il livello del reddito]. La preoccupazione che un agente patogeno abbia una probabilità su un milione di causare un cancro alla prostata è ovviamente molto maggiore in un paese in cui la gente sopravvive dal cancro alla prostata rispetto ad un paese in cui la mortalità dei bambini sotto i 5 anni è del 200 per mille...”


(Lawrence H. Summers, 12 dicembre 1991)


Nel 1994, praticamente ogni paese del mondo si è dissociato dalle riflessioni di “logica economica” di Summers e hanno convenuto nel proibire l'esportazione dei rifiuti pericolosi dai paesi OCSE verso quelli non OCSE [in via di sviluppo] secondo la Convenzione di Basilea. Cinque anni dopo, gli Stati Uniti erano uno dei pochi paesi che dovevano ancora ratificare sia la Convenzione di Basilea che l'emendamento della Convenzione stessa sul divieto di esportazione dei rifiuti pericolosi dai paesi OCSE verso i paesi non OCSE.


Una “forte medicina economica” è la prescrizione del Consenso di Washington. Sofferenze a breve termine per un guadagno a lungo termineè stato il motto alla Banca Mondiale durante il periodo di Lawrence Summers come responsabile economico.


Abbiamo a che fare con un sistema controllato da “vecchi compagni di scuola”, funzionari e consiglieri al Tesoro, alla Federal Reserve, al FMI, alla Banca Mondiale, gruppi di esperti di Washington, in relazione permanente con i più importanti finanzieri di Wall Street.


L’unico modo per affrontare la crisi e riformare l’architettura finanziaria corrotta che la alimenta, sarebbe quello di congelare il commercio speculativo e portare avanti ildisarmo dei mercati finanziari(il progetto di disarmo fu proposto per primo da John Maynard Keynes negli anni '40 come mezzo per l'istituzione di un sistema monetario internazionale multipolare - J.M. Keynes, "Activities 1940-1944, Shaping the Post-War World: The Clearing Union", The Collected Writings of John Maynard Keynes, Royal Economic Society, Macmillan and Cambridge University Press, Vol. XXV, London 1980, p. 57).


Ma perché tra gli uomini scelti da Obama non c'è nessun leader sindacale, nessun esponente di punta di una comunità? Perché il neo-presidente eletto sta nominando gli artefici della deregolamentazione finanziaria che agiscono per conto di Wall Street, coloro che nel 1999 hanno dato alle fiamme il sistema finanziario?


Evidentemente, i conglomerati bancari decidono anche sulla composizione del governo Obama.


D’altronde, sono stati proprio gli sponsor di Wall Street a finanziare tanto generosamente la campagna elettorale di Obama: Goldman Sachs, J. P. Morgan Chase, Citigroup e la Microsoft di Bill Gates.


Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, non solo ha appoggiato Obama, ma fa anche parte della sua squadra di transizione, ricoprendo un ruolo chiave nel decidere la composizione del governo.


«Il sistema finanziario del futuro - ha detto a margine del Washington Financial Summit (G20) Mario Draghi, il governatore della Banca d'Italia, che presiede il Financial Stability Forum (FSF) - dovrà avere più capitale, meno debito, più trasparenza, più regole».


I cinque principi fondamentali della riforma dei mercati finanziari sono: il rafforzamento della trasparenza, che richiede più informazioni sui prodotti finanziari complessi che sono stati all'origine dell'instabilità dei mercati e la pubblicazione da parte delle istituzioni finanziarie della loro reale condizione finanziaria; il miglioramento della regolamentazione, compresa una forte vigilanza sulle agenzie di rating, spesso indicate come uno dei responsabili delle turbolenze, e prudenza nella gestione del rischio; la promozione dell'integrità dei mercati, con la prevenzione di manipolazioni e frodi; il rafforzamento della cooperazione internazionale fra le autorità di vigilanza nazionali e i responsabili della supervisioni sui vari segmenti di mercato - si prevede tra l'altro uno scambio di informazioni e la creazione di collegi di vigilanza di diversi Paesi sulle istituzioni che operano a livello transnazionale; la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, aumentando il peso dei Paesi emergenti.


Il
Financial Stability Forum assumerà dunque un ruolo centrale nella regolamentazione dei mercati, con un intenso programma di lavoro, in gran parte già avviato, affiancando l'FMI, cui spetta il compito di sorveglianza del sistema finanziario globale. Una chiara divisione del lavoro fra FMI e FSF è stata indicata in una lettera inviata ai leader alla vigila del vertice da Draghi e dal direttore del Fondo, Dominique Strauss- Kahn.

Da Washington, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti, hanno annunciato un piano di sostegno all'economia da 80 miliardi di euro. La prima tranche di questo piano sarà avviata nella riunione del CIPE del prossimo 21 novembre con investimenti per 16 miliardi, di cui 12 per infrastrutture e 4 con “project financing”.

Il piano del Governo italiano prevede anche un migliore utilizzo dei fondi comunitari con un livello di investimenti per i prossimi anni stimato in 40 miliardi di euro destinati ai settori dell'ambiente, della ricerca e dello sviluppo. Un contributo da 10 miliardi di euro verrà invece da un nuovo sistema di tariffazione autostradale collegato agli investimenti da parte delle società di gestione.


La verità è che il reale programma del Washington Financial Summit (G20) è stato discusso a porte chiuse: l’istituzione di un sistema monetario internazionale unipolare, dominato dal potere finanziario americano che, a sua volta, sarà protetto e messo al riparo dalla superiorità militare degli Stati Uniti.


"Yes we can!”. Si può fare.


"CHI SONO GLI ARTEFICI DEL CROLLO ECONOMICO?”, di Michael Chossudovsky, comedonchisciotte.org, 16 novembre 2008


"IL PIANO SEGRETO PER LA DITTATURA MONDIALE DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE”, come donchisciotte.org, 15 novembre 2008


"Il mondo in frantumi della finanza USA”, di Federico Rampini, 22 settembre 2008

Il "signoraggio- dal provenzale "senhoratge", derivazione di "senhor", che in italiano significa "signore" - è il reddito percepito da chi emette moneta, pari alla differenza tra il valore facciale della moneta, detto valore nominale, e il suo costo di produzione, detto valore intrinseco.

Per emettere moneta, tutti gli Stati del mondo li hanno sempre chiesti in prestito a delle Banche Centrali private, che creano questo denaro dal nulla, semplicemente stampandolo. Il debito pubblico, lungi dall'essere dovuto alle incompetenze dei politici, è in realtà il debito che lo Stato, o meglio i contribuenti, hanno nei confronti delle banche centrali usuraie, e ammonta a tutta la moneta emessa più gli interessi (denaro virtuale mai emesso).

Nell'antichità, la base monetaria consisteva di monete in metallo prezioso: chiunque disponesse di metallo prezioso poteva portarlo presso la zecca di Stato, dove veniva trasformato in monete con l'effigie del sovrano. I diritti spettanti alla zecca e al sovrano consistevano in una parte del metallo prezioso. Allora, il signoraggio corrispondeva ad un’imposta sulla coniazione, nota come “diritto di zecca”.

L’imperatore Settimio Severo fu uno dei primi a speculare sul signoraggio dimezzando la quantità di metallo prezioso contenuto nelle monete (quindi il costo di produzione) e lasciando invariato il valore nominale.

Nel Medio Evo, furono i signori feudali, i titolari del diritto di battere moneta, a sfruttare ignobilmente il signoraggio (da cui il nome).

Con la rivoluzione industriale, il graduale abbandono dei sistemi monetari fondati sui metalli preziosi e sulla convertibilità delle monete in metalli preziosi, e la crescita degli scambi economici, si rese necessario l'uso di monete la cui offerta potesse essere regolata a piacimento dalle banche centrali e non fosse vincolata dalla limitata disponibilità di metalli preziosi. Inoltre, l'affermarsi di talune monete, sempre più diffuse e accettate negli scambi internazionali, ha reso obsoleto il ricorso ai metalli preziosi per regolare tali scambi. Infine, per ragioni di praticità, si sono affermati il biglietto di banca e altre forme di pagamento svincolate dall'uso di metalli preziosi.

Il 4 giugno 1963, il presidente John Fitzgerald Kennedy firmò l'ordine esecutivo numero “11110” che permetteva al governo statunitense il potere di emettere moneta senza passare attraverso la Federal Riserve (la moneta era garantita dalle riserve federali di argento). Presso la Corte Suprema non furono sollevati quesiti di anticostituzionalità contro questo provvedimento (l'emissione di moneta negli USA è un potere conferito al Congresso per l'articolo I sez. 8 della Costituzione Americana). In tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari senza dover ricorrere ad enti privati.

Dopo l'assassinio di Kennedy, l'ordine esecutivo 11110 cadde in disuso e tutte le banconote emesse dal governo vennero ritirate dal mercato al termine della loro vita fisica.

Oggi, nei paesi dell'area euro, il reddito da signoraggio viene incassato dai paesi membri per il conio delle monete metalliche e dalla Banca Centrale Europea (BCE) per la stampa delle banconote, che emette in condizioni di monopolio. Tali redditi sono poi ridistribuiti dalla BCE alle banche centrali nazionali in ragione della rispettiva quota di partecipazione (per la Banca d'Italia, ad esempio, il 12,5%).

Riguardo al conio degli euro, le banconote vengono stampate dalle singole banche centrali su commissione della BCE, mentre le monete vengono coniate direttamente dalle zecche di ogni nazione europea. Il signoraggio derivante dal conio delle monete viene quindi incamerato direttamente dagli stati membri.

I singoli stati nazionali provvedono a prelevare gran parte dei redditi di signoraggio dalle banche centrali tramite il prelievo fiscale. In taluni casi, come per la Bank of England, essendo la banca centrale completamente di proprietà statale, il reddito derivato dall'emissione delle banconote viene incamerato interamente dallo stato.

I singoli stati, tra i quali lo Stato italiano, incassano reddito derivante dal diritto di emettere monete metalliche, dal quale devono sottrarre i costi per produrle. Si tratta di un reddito quasi sempre modesto, eccezion fatta nel caso di stati di piccole dimensioni come la Repubblica di San Marino e la Città del Vaticano le cui monete diventano oggetto di collezione.

Si può quindi distinguere il reddito derivante dal diritto di emettere in esclusiva moneta in due grandi categorie: il reddito derivante dall'emissione di monete metalliche e quello derivante dall'emissione di altre forme di moneta, banconote emoneta scritturaleomoneta elettronica(vale a dire virtuale, non fisica, come assegni, carte di credito etc.). Quest’ultimo viene incassato solitamente dalla banca centrale, il primo dallo stato.

Inoltre, mentre la creazione e l'emissione monetaria è gestita dalla Banca Centrale e avviene in contropartita ad obbligazioni statali, la semplice creazione della moneta scritturale è facoltà di tutto il sistema bancario.

Mentre nel caso delle monete metalliche il reddito consiste nella differenza tra il valore nominale delle monete metalliche emesse e il costo per produrle, nel caso dell'emissione di monete non metalliche, il reddito consiste negli interessi maturati sui titoli acquistati a fronte dell'emissione di moneta. Tali redditi, incamerati dalla banca centrale, servono a pagare i costi e le imposte sull'emissione di moneta. Il reddito da signoraggio viene in gran parte incamerato dallo Stato che ha concesso alla banca centrale il diritto di emettere base monetaria in condizioni di monopolio.

Il potere di creare moneta non è affidato unicamente alle banche centrali nazionali, e non avviene quindi unicamente a fronte di un debito nazionale contratto mediante obbligazioni statali. La maggior parte della moneta esistente attualmente, infatti, è in forma elettronica, ovvero è "moneta bancaria", detta scritturale (il 98% della moneta circolante è scritturale, il restante 2% è moneta fisica, a sua volta costituita per il 98% da banconote e per il 2% da monete metalliche. Il valore intrinseco delle moneta scritturale è nullo. Per le monete metalliche il costo è di 20 cent circa a moneta, e per le banconote è sempre un valore irrisorio intorno ai 5 cent di euro).

È potere delle banche commerciali creare la moneta scritturale, la cui regolarizzazione è dettata da particolari documenti come quello della Federal Reserve Bank -Modern Money Mechanics- pubblicato per la prima volta nel 1961 e la cui l'ultima revisione risale al Giugno 1992. Nel documento viene descritto come - mediante il sistema di riserva frazionaria e del moltiplicatore dei depositi - ogni banca commerciale è in grado di creare, a fronte di un prestito, una quantità di moneta scritturale pari ad una percentuale fissata (ad esempio il 98%) di ciò che la banca ha in deposito. Viene anche spiegato come questa quantità di denaro creata dalla banca possa essere considerata a sua volta come un nuovo deposito all'interno del sistema bancario, così da poter far fronte ricorsivamente alla creazione di nuova moneta mediante lo stesso sistema di moltiplicazione dei depositi.

Questa moneta è chiamataFiat Money”, o "moneta fiduciaria", perché non è più emessa in contropartita a nessun metallo prezioso, ma con l'unico vincolo della riserva obbligatoria, e quindi si basa sulla promessa di pagamento da parte di chi contrae il debito. Nel caso l'intestatario del prestito sia nella condizione di non poter far fronte al pagamento del prestito erogato dalla banca, quast'ultima acquisisce il bene reale ipotecato a garanzia, anche se la banca non ha nessuna effettiva proprietà della moneta creata ed erogata “ex nihilo”, dal nulla.

Nel luglio del 2006, la Corte di cassazione ha giudicato una richiesta di un cittadino a ottenere la propria quota di reddito da signoraggio. Tale richiesta, che configura secondo la Cassazione una pretesa di mettere in discussione la scelte con cui lo stato ha configurato la propria politica monetaria, attraverso gli organi istituzionali competenti, secondo la Cassazione esula dall'ambito della giurisdizione, in quanto non tocca al giudice sindacare il modo in cui lo Stato italiano esplichi le proprie funzioni sovrane.

Signoraggio - Wikipedia

Dopo il 15 Agosto 1971, con l'abolizione da parte del presidente Nixon degli accordi di Bretton Woods del 1944, la moneta emessa non ha più una contropartita aurea. Cioè, non è più convertibile attingendo alle riserve di metalli preziosi come l'oro.

La moneta viene creata dal nulla, è semplicemente stampata, emessa. Inoltre, con l’abolizione delle riserve, la moneta non ha più un valore creditizio, non rappresentando più un debito per la banca, ma ha un valore indotto, vale a dire prende forma dall'accordo e per convenzione di chi la utilizza come mezzo di scambio.

Come ha detto il professore di diritto Giacinto Auriti, “se prendiamo un governatore e lo spediamo su un isola deserta a stampare moneta quella moneta non acquista un valore perché non c'è nessuno che la accetta e la utilizza”.


Mentre le monete di metallo sono coniate ed emesse dallo Stato, la moneta scritturale e le banconote sono create, stampate, emesse dalle banche centrali nazionali (nel nostro caso Bankitalia SpA per conto della Banca Centrale Europea o BCE, in America la Federal Reserve, in Inghilterra la Bank of England) che sono enti privati a tutti gli effetti.


L'emissione del denaro da parte delle Banche Centrali avviene solo in contropartita ad obbligazioni del valore corrispettivo emesse dallo Stato, che le banche acquistano indirettamente attraverso titoli di stato sul mercato.


Ad esempio, se lo Stato ha bisogno di un milione di euro, emette titoli di Stato (come BOT, CCT etc..) da un milione di euro. Questi titoli sono come dei "pagherò" che alla scadenza (hanno una vita che può variare da 3 mesi ad
alcuni anni) lo Stato ripagherà ai loro proprietari, i banchieri, con in più una percentuale di interesse (a seconda del titolo).


Quando ad esempio Bankitalia acquista titoli dal valore di un milione di euro,
crea un milione di euro dal nulla (in realtà stampa in banconote solo per il 2%) e lo cede allo Stato, che a sua volta lo usa per pagare gli stipendi, i servizi, spese varie. La Banca Centrale, divenuta proprietaria dei titoli, può subito venderli alle banche e ai risparmiatori. E, allo scadere del periodo di vita dei titoli, incasserà dallo Stato il denaro emesso in precedenza più una percentuale di interessi. La truffa consiste nel fatto che la Banca Centrale si appropria del reddito da signoraggio derivante da tutta la moneta emessa (sia virtuale che reale).


Per essere più chiari: se ha bisogno di 100 euro, lo Stato prende in prestito una banconota da 100 euro dalla Banca Centrale pagandola con una obbligazione da 100 euro. A fine anno, prenderà 100 euro dai contribuenti per restituirli al legittimo proprietario (il banchiere) con in più gli interessi (ad esempio un 2,5%). La Banca Centrale, che ha stampato quella banconota spendendo, tutto compreso, 30 centesimi di euro (il costo di un pezzo di carta), guadagna 100 euro + il 2,5% che lo Stato preleva dalle tasche dei cittadini.


Le banche usuraie si comportano come se la moneta fosse di loro proprietà, come se ci fosse ancora una riserva a cui attingere per creare denaro, che invece viene creato dal nulla. Eppure, dopo l'abolizione degli accordi di Bretton Woods, la moneta, avendo perso il suo valore creditizio e avendo un valore indotto, appartiene alla collettività. La Banca non potrebbe prestare denaro - speculandoci sopra - che non è di sua proprietà.


La Banca Centrale è una tipografia e si comporta come se fosse la padrona della banconota.


"Facendo leva sul riflesso condizionato causato dall’abitudine secolare di dare sempre un corrispettivo per avere denaro, le banche centrali hanno emesso la moneta col corrispettivo del debito, cioè prestandola. In tal modo i grandi usurai non si sono solo limitati ad espropriare i popoli dei valori monetari, ma li hanno indebitati di altrettanto, caricando, sin dall’origine, il costo del denaro del 200% [...] La riserva aveva un significato quando la banconota era convertibile in oro a richiesta del portatore. È diventata ormai una ridicola sceneggiata, per mascherare la truffa dell’emissione con cui la banca centrale consegue un arricchimento parassitario pari alla differenza – duplicata dall’equivalente prestito – tra costo tipografico e valore nominale della moneta”.


Quindi, i centinaia di migliaia di milioni di euro che ogni anno vanno via per pagare i debiti pubblici, in realtà servono per pagare il debito che lo Stato ha nei confronti di banchieri usurai e che ammonta a tutta la moneta emessa dalla Banca Centrale più gli interessi che la Banca non crea e non stampa.


La maggior parte delle tasse che paghiamo servono a pagare questo debito, cioè ad arricchire i banchieri e i loro complici (i politici). Ma il signoraggio è anche un metodo e un mezzo di controllo della massa, perché produce sistematicamente disuguaglianza, povertà e schiavitù.


Il Signoraggio bancario e la frode del debito pubblico (cosa significa essere schiavi)

http://www.signoraggio.info/sovranita_monetaria_auriti.htm

"Zeitgeist: Addendum” è un web film non profit del 2008, diretto, prodotto e distribuito da Peter Joseph, che segue a “Zeitgeist, the Movie”, dello stesso regista.

Il film prende di mira il sistema monetario USA che fa capo alla Federal Riserve, alla CIA, alle corporation ecc., concludendo con la propaganda del “Progetto Venus”, una utopia di rivoluzione sociale creata dall’ingegnere Jacque Fresco.

"Addendum” sottolinea il bisogno di eliminare ogni barriera che divide gli uomini e individua i passi concreti da fare per indebolire il sistema monetario, suggerendo anche azioni di "trasformazione sociale", come boicottare le grandi banche, i media, il sistema militare e le multinazionali dell'energia.

Nella prima parte viene criticata la tecnica della riserva frazionaria, che permette la creazione di moneta tramite debiti. Si tratta di un sistema moltiplicatore che consente l'espansione del credito. Corrisponde alla percentuale dei depositi bancari che per legge la banca è tenuta a detenere sotto forma di contanti o di attività facilmente liquidabili. Ad esempio, se la riserva è il 2%, la banca deve tenere 2 euro in attività liquide o facilmente liquidabili ogni 100 euro di depositi, mentre può prestare i restanti 98 euro. Lo scopo della riserva è di garantire liquidità alla banca che altrimenti, in caso di improvvisi e imprevisti prelievi di denaro, rischierebbe l'insolvenza, non garantendo più efficienti strumenti di pagamento per la clientela.

Il denaro che finisce nelle banche commerciali, dopo che la Federal Reserve emette moneta comprando i titoli del tesoro americano, viene moltiplicato attraverso il sistema della riserva frazionaria e quindi viene prestato ai consumatori. Il problema è che l’espansione del credito, mentre assicura tassi di crescita anche decennali alle economie capitalistiche, inevitabilmente porta a crisi di sovrapproduzione oppure a crisi economiche dovute all'insolvenza di molte imprese alla scadenza dei debiti. Poiché la quantità di moneta prestata molto spesso non corrisponde ad una ricchezza reale, finisce per causare inflazione e calo della domanda.

Nel film si afferma che tale sistema è assurdo, in quanto il denaro che dev'essere pagato per saldare i debiti non esiste poiché non è stato mai creato.

Nella seconda parte viene intervistato il “killer economico” John Perkins, autore del libro “Confessions of an Economic Hit Man” (2004). Perkins racconta di come ha aiutato la CIA e le elite politiche e industriali per le quali lavorava a minare le fondamenta di legittimi regimi stranieri che ponevano gli interessi della propria popolazione prima di quelli delle multinazionali.

Immagine: venus_project

Jacque Fresco (nato il 13 Marzo 1916) è un ingegnere industriale, designer architettonico, ingegnere sociale e futurista situato in Florida. Il suo modo di vedere ottimistico e il desiderio di creare soluzioni che vadano a vantaggio al più gran numero di persone, nasce dai suoi anni formativi durante la Grande Depressione statunitense.

Oggi scrive ampiamente e tiene lezioni sulla progettazione olistica di città sostenibili, sull’efficienza energetica, sulla gestione delle risorse naturali e sull’automazione avanzata, focalizzando l’attenzione sui benefici che tutto questo può portare alla società.

Uno dei suoi maggiori temi è la “resource based-economy”, che sostituisce il bisogno di un’economia monetaria orientata alla scarsità esistente oggi. L’idea è che il mondo è ricco di risorse naturali ed energia e che con le moderne tecnologie e un efficienza equa, i bisogni della popolazione globale possono essere soddisfatti in abbondanza, allo stesso tempo eliminando le attuali limitazioni su ciò che è ritenuto possibile secondo le nozioni di attuabilità economica.

Attualmente, Jacque Fresco vive in Florida in un centro di ricerca di 5 ettari popolato da varie costruzioni a cupola da lui progettate con l’aiuto di Roxanne Meadows, nelle quali scrivono i loro libri e producono film con i modelli delle loro complicate costruzioni per dimostrare e divulgare le loro idee.

LA PAGA DEI PADRONI

Una norma "salva manager" contenuta nel decreto Alitalia ha provato a cancellare le ricadute penali nei confronti dei manager che hanno guidato aziende finite in stato di insolvenza.


"Le insolvenze accertate negli anni scorsi - dice Tabacci - hanno scaricato dei pesantissimi oneri sugli azionisti, sugli obbligazionisti, sui risparmiatori e questo non può negare le conseguenze penali che sono di tutta rilevanza. Tra l'altro c'è un processo in corso che sulla base della ricostruzione fatta dal PM conferma la connessione tra responsabilità di alcuni manager bancari e la gestione della società di Collecchio (la Parmalat, ndr). Questo non si può cancellare con un colpo di spugna. Ho l'impressione che sotto traccia ci sia una grande operazione di potere, il fatto che le banche siano così fortemente intersecate con i giornali, che siano il centro di conflitti di interesse di clamorosa rilevanza, che siano dentro l'intreccio dei principali soggetti economici del Paese, penso a Mediobanca, le Generali. Questo è preoccupante".


Secondo uno studio di Glass Lewis & Co, una compagnia di consulenza per gli investitori, gli amministratori di Sprint Nextel Corp sono i più strapagati d'America, con stipendi, dei top manager, stimati a 74 milioni di dollari, in un "periodo di magra" per l'azienda, quale quello dello scorso anno, in cui il fornitore di servizi di comunicazione mobile ha avuto il peggiore tasso di retribuzione relazionata alla performance nel 2007, secondo l'indice “Standard & Poor 500” per le grandi aziende.


Nella classifica delle 25 aziende con stipendi super, si trovano anche l'impresa di costruzioni Kb Home, le case automobilistiche Ford Motors e General Motors e la compagnia di telecomunicazioni Cbs.


In Italia, i cento manager più pagati hanno guadagnato complessivamente 403 milioni di euro nel 2007. Mediamente, 4 milioni a testa. Rispetto all’anno precedente, secondo le classifiche preparate da Il Sole 24Ore, c’è stato un aumento del 17%. L’indicazione è contenuta nell’introduzione del libro “La Paga dei Padroni” (editore Chiarelettere), scritto da Gianni Dragoni, inviato de “Il Sole 24Ore,e Giorgio Meletti, capo della redazione economica de La7.


Dall’elenco, risulta che i manager meglio pagati sono i banchieri. Ben cinque fra i primi sette classificati. In testa, Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia fino al 31 maggio dell’anno scorso. Ha portato a casa 37,4 milioni di cui 1,2 come liquidazione per i sei anni di lavoro in banca e 31,2 come “indennità per risoluzione del rapporto di lavoro”. Lasciò l’incarico al termine di un duro braccio di ferro con Cesare Geronzi che occupa il secondo posto con poco più di 24 milioni. Questa retribuzione è la somma di diverse voci: 23,6 milioni come presidente di Capitalia (di cui 20 milioni a titolo di “emolumento straordinario che costituisce anche premio alla carriera”) e 375 mila euro come vice presidente di Mediobanca per l’esercizio chiuso al 30 giugno dell’anno scorso. Successivamente, Geronzi è stato nominato presidente. Il suo predecessore, Gabriele Galateri, figura al sesto posto con 11 milioni. Giovanni Bazoli, che contende a Geronzi il ruolo di banchiere più potente d’Italia, compare al quinto posto con guadagni complessivi di 11,5 milioni. Di questi: 10 milioni come indennità speciale di fine mandato in quanto ex presidente di Banca Intesa, 1,3 milioni come presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo. Seguono: 50 mila euro in quanto presidente della finanziaria Mittel, 42.570 il gettone di consigliere di Alleanza Assicurazioni, 37.499 vice presidente di Banca Lombarda, 67.659 consigliere di Ubi Banca. Corrado Passera, che di Intesa Sanpaolo è amministratore delegato occupa il gradino numero trentadue con 3,5 milioni. La graduatoria dei magnifici sette è chiusa da Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit con 9,4 milioni (oltre ad azioni per 3,92 milioni).


Proprio ad Alessandro Profumo, finito nell’occhio del ciclone per le vicende della banca di cui è il capo, gli autori del libro dedicano un passaggio dell’introduzione. Fanno notare che il suo guadagno giornaliero è stato l’anno scorso di 25 mila euro. Una somma che equivale, all’incirca alla media della paga annua di un lavoratore dipendente secondo le analisi dell’Ires-Cgil: «Nel 2007 - scrivono Dragoni e Meletti - i profitti di Unicredit sono cresciuti del 9%, il dividendo distribuito agli azionisti dell’8% mentre il valore di mercato delle azioni è sceso del 17%. La retribuzione di Profumo è aumentata del 39%».


Mentre le società risentono delle difficoltà dell’economia italiana, ben diverso è l’andamento degli stipendi dei top manager, che sono aumentati nel 2007 del 29%, con un andamento controcorrente, del tutto indipendente dai risultati ottenuti. Restano al palo salari e stipendi dei lavoratori, che faticano a tenere il passo con l’inflazione. Dal 1983, i profitti sono saliti dal 23% al 30%, mentre i salari sono scesi dal 77% al 70%, malgrado il numero dei lavoratori dipendenti sia aumentato di quasi 2 milioni. La differenza tra le retribuzioni dei top manager e i salari medi dei lavoratori è cresciuta in modo impressionante: il rapporto tra dirigenti e lavoratori era 40/50 volte qualche decennio fa, oggi è anche migliaia di volte.


La vera “casta” riesce ad avere una collocazione sociale ed un reddito del tutto indipendenti dai risultati ottenuti e senza alcun rapporto con le condizioni del resto della società. Questo è esattamente l’identikit dei top manager oggi, una situazione che accomuna Stati Uniti ed Europa e naturalmente l’Italia.


Negli Stati Uniti, da tempo è sotto tiro lo scandalo delle società che sono andate male e il cui top management ha, al contrario, intascato retribuzioni crescenti senza alcun rapporto con i risultati ottenuti. La Camera dei Rappresentanti ha svolto un’inchiesta sulla situazione. Durante l’inchiesta, un deputato americano ha affermato che “ogni relazione ragionevole tra retribuzioni dei dirigenti e interessi degli azionisti sembra essersi spezzata”.


Richard Fuld, il padre-padrone della Lehman (quarta banca d’affari statunitense) esce da questo crack in piedi: dal 1993 fino al 2007 ha conseguito, tra stipendi, bonus, stock options, la meravigliosa cifra di 466 milioni di dollari. Cifra questa di tutto rispetto, ma non completa, perché bisogna sommare la buona uscita di 22 milioni di dollari, maturata prima del fallimento bancario.


Dall’altra parte, Stanley O’Neal, ex numero uno di Merrill Lynch, ha lasciato il suo prestigioso ufficio con una pensione da 161 milioni di dollari, e questo dopo aver creato una voragine da 40 miliardi di dollari.


Il mega boss della Citigroup, Chuck Prince, si è intascato invece 68 milioni di dollari, e l’ex presidente di Bear Stearns, Jimmy Cayne, “soli” 60 milioni di dollari.


La cosa interessante, e che si ripete ogni qualvolta una azienda crolla e/o fallisce, è che i manager escono sempre a testa alta e con le tasche piene di denaro. Denaro dei contribuenti.


Per esempio, Lehman ha creato un buco nero di oltre 639 miliardi di dollari, il maggiore crac della storia economica americana (oltre dieci volte il già gigantesco buco della Enron), e nonostante questo Richard Fuld esce con decine di milioni di dollari.


Analogamente, i top manager italiani che hanno portato al disastro le aziende da loro dirette si sono assicurati guadagni favolosi. Un’indagine ha messo sotto osservazione 1250 top manager di 35 società europee la cui retribuzione media è stata di 1,15 milioni di euro, che con bonus vari, incentivi, stock options arriva fino a 4,3 milioni di euro procapite. Un altro studio ha accertato che in Italia dieci banche hanno assegnato ai loro dirigenti benefici per 400 milioni di euro e c’è chi ha guadagnato dalla vendita delle sue stock options 20 milioni di euro. Va ricordato che questo signore ha pagato solo il 12,5% di tasse su questo lauto guadagno, mentre se avesse dovuto dichiararlo come reddito - come un normale contribuente - avrebbe pagato il 43%. La differenza è che ha pagato “legalmente” almeno 6 milioni di euro di tasse in meno.


Il reddito e il patrimonio sono distribuiti secondo una piramide sociale sempre più divaricata e il reddito del suo vertice, top manager in testa, assomiglia sempre più ad una vera e propria rendita di posizione e non riguarda più, come in passato, una ristretta elite, ma è un fenomeno sociale ed economico consistente.

GROWING UNEQUAL

Immagine: growing_unequal

Negli anni passati, in Italia, come in altri paesi avanzati, la crescita economica ha prevalentemente favorito chi era già ricco, e in questo modo si è ulteriormente aggravato il divario a discapito dei poveri. A lanciare l’allarme è l’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) - Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) - con un nuovo rapporto – “Growing Unequal?

Income Distribution and Poverty in OECD Countries” - su redditi, disuguaglianza e povertà.

Il peggioramento dei divari tra ricchi e poveri è un fenomeno molto esteso, colpisce i tre quarti dei 30 paesi che fanno parte dell’organizzazione parigina, ma la penisola finisce nella non lodevole lista degli stati in cui, in più, si assiste anche ad un aggravamento del divario tra i più abbienti e la classe media.


L’Italia, dalla metà degli anni ’80 ad oggi, ha visto la disuguaglianza su redditi da lavoro, risparmi e capitale aggravarsi del 33% «Si tratta del più elevato aumento nei paesi OCSE, dove l’aumento medio è stato del 12%”, avverte l’organizzazione parigina. Questa tendenza è proseguita durante i primi anni Novanta. Da livelli di disuguaglianza in linea con la media, oggi l’Italia si ritrova a valori che invece sono più da «Europa del Sud». Dice ancora l’OCSE: «l`Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri».


I dati nudi e crudi sono allarmanti: il reddito medio del 10%o degli Italiani più poveri è circa 5000 dollari, tenuto conto della parità del potere di acquisto, quindi sotto la media OCSE di 7000 dollari. Il reddito medio del 10% più ricco è circa 55000 dollari sopra la media OCSE. «I ricchi hanno beneficiato di più della crescita economica rispetto ai poveri ed alla classe media».


In positivo, l’OCSE riconosce all’Italia la diminuzione del tasso di povertà ottenuta tra la metà degli anni novanta e il 2005. «La povertà minorile è scesa in modo particolarmente rapido, dal 19 al 15%», solo in Gran Bretagna si è registrata una diminuzione di questa portata. «Ciononostante - si legge - un tasso di povertà minorile del 15% è ancora sopra la media del 12% ». «Sanità, educazione ed alloggi forniti dal settore pubblico riducono la disuguaglianza nella distribuzione del reddito più che nella maggior parte dei paesi OCSE. Ma in Italia la mobilità sociale è più bassa che in altri paesi, come Australia o Danimarca. I figli di famiglie povere hanno una più bassa probabilità di diventare ricchi rispetto ai figli di famiglie ricche. La ricchezza è distribuita in modo più diseguale rispetto al reddito: il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale e possiede circa il 28% del totale del reddito disponibile».


Presentando il rapporto, il segretario generale dell’OCSE Angel Gurria ha messo in guardia dai pericoli nascosti nella disuguaglianza, spronando i governi ad affrontare la questione. Non si può più gestire facendo leva su strumenti fiscali e redistibuzione sociale: bisogna intervenire sul mercato del lavoro, dove si sono creati quei mutamenti che hanno fatto peggiorare i divari. «La crescente disuguaglianza tende a dividere. Polarizza le società, crea divisioni regionali tra paesi e allarga la voragine tra ricchi e poveri - ha detto Gurria - impedisce la mobilità tra generazioni, rendendo più difficile per le persone di talento ottenere ciò che meritano. Anche se il ruolo delle agevolazioni fiscali resta importante, i nostri dati confermano che la sua efficacia è scemata negli ultimi dieci anni. Cercare di colmare i divari solo tramite la spesa sociale significa intervenire sui sintomi invece che sulla malattia».


«La parte più rilevante della crescita delle disuguaglianze deriva dai cambiamenti nel mercato del lavoro. È lì che i governi devono agire - ha detto ancora Gurria - i lavoratori con basse qualifiche stanno avendo difficoltà sempre più gravi per trovare una occupazione. Il modo migliore per ridurre la povertà è aumentare l’occupazione».


Immagine: ripartiredaipoveri


Secondo il nuovo rapporto sulla povertà – “Ripartire dai Poveri” - elaborato dalla Caritas Italiana in collaborazione con la Fondazione Zancan, in Italia, l’emergenza sociale riguarda 15 milioni di persone, quindi non solo i 7,5 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia della povertà, ma altrettanti che «si collocano poco sopra, e quindi sono da considerare ad alto rischio».


Nella conferenza stampa di presentazione, il direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato, ha indicato alcune direttici per un uso differente delle spese sociali: «È possibile destinare a un diverso utilizzo parti rilevanti della spesa per l’assistenza sociale - ha detto Vecchiato - oggi destinata alla persone non autosufficienti e alle famiglie di lavoratori con figli».


Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiana, ha denunciato chi non pensa altro che a sostenere le grandi banche: «Assistiamo in questi giorni a montagne di soldi pubblici che, con il giusto accordo di tutti, corrono al capezzale della grande finanza e delle imprese in crisi per tentare di mettere in atto un salvataggio. Perché non fare altrettanto per soccorrere chi lotta quotidianamente per sopravvivere all’indigenza e alla precarietà?».


Sulla stessa linea anche Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan. «Dobbiamo trarre lezione – ha detto – dall’attuale crisi economica-finanziaria: per risolverla non si è tardato a sconvolgere alcuni fondamenti ideologici del sistema capitalistico, che sembravano inamovibili e dogmatici. Se si vuole veramente il bene comune, un analogo ripensamento va fatto anche in rapporto alla società».


Secondo Pasini, occorre «rinunciare a rendite di posizione e interventi burocratici» per mettere al centro i più fragili, soprattutto famiglie con persone non autosufficienti o numerose, fornendoli di più servizi e meno trasferimenti economici, con maggiore solidarietà fiscale».


I numeri denunciati dalla Caritas - aggiornati prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale e dunque destinati a cambiare in peggio - sono inquietanti: in Italia sono povere le famiglie con anziani (soprattutto se non autosufficienti) ed è povero un terzo delle famiglie con tre o più figli. Avere più figli o i nonni in casa aumenta cioè il rischio di povertà: il 13%o degli italiani è quindi povero, vive cioè con meno di 5-600 euro al mese.


Tra il 30,2% delle famiglie povere con tre o più figli, il 48,9% vive nel Mezzogiorno (gli ultimi dati disponibili sono del 2006). Si tratta di percentuali molto elevate, sottolinea il rapporto. Significa che avere più figli, in Italia comporta maggiore rischio di povertà, con una penalizzazione non solo per i genitori che si assumono questa responsabilità, ma soprattutto per i figli, costretti a una crescita con meno opportunità e a subire, una volta entrati nel mondo del lavoro, condizioni di dura precarietà.


In altri Stati non accade così. Ad esempio, effettuando un confronto con la Norvegia, il rapporto della Caritas evidenzia come in quel paese non solo vi è un tasso di povertà notevolmente inferiore, ma anche una relazione esattamente opposta, ovvero più bambini si hanno (a meno di non averne più di tre), più basso è il tasso di povertà. Per quanto riguarda poi la povertà degli anziani soli o non autosufficienti, si registra un aumento nelle regioni del Nord, in controtendenza con il resto del paese: dal 2005 al 2006, l’incidenza di povertà relativa (percentuale di poveri sul totale dei residenti) in persone sole con 65 anni e più è passata da un valore di 5,8 a un valore di 8,2 (dati 2006).


Nell'Europa dei 15, dopo la Grecia, è l'Italia il Paese in cui i trasferimenti sociali hanno il minor impatto nel ridurre la povertà: appena il 4%. Colpa dell'investimento in trasferimenti monetari piuttosto che in servizi, come accade invece in Paesi come la Svezia o la Germania, che riescono ad incidere sul calo della povertà per il 50%.


La spesa sociale italiana, sostenuta dalle amministrazioni pubbliche e da istituzioni private, è sotto la media UE, sia in termini di percentuale che di Pil, cioè di prodotto interno lordo, sia in termini di spesa pro capite a ciò destinata. In realtà nel 2007, secondo il ministero dell’Economia e delle finanze, dei 366.878 milioni di euro erogati dalle istituzioni pubbliche per prestazioni sociali, alle pensioni è stato destinato il 66,3%, pari a 243.139 milioni di euro, il +5,2% rispetto al 2006. Un dato che colpisce, soprattutto se confrontato con il 6,2% di Pil destinato alla sanità e solamente l'1,9% per l'assistenza sociale.


"Se si è perso tempo, in particolare negli ultimi anni, è anche perché si è dato credito a una tesi convincente e seducente: la povertà potrà essere ridotta grazie allo sviluppo economico - spiega Vecchiato - in sostanza: maggiore sviluppo economico, maggiore ridistribuzione dei vantaggi di tale sviluppo, quindi meno povertà”. Tesi più volte smentita, ma che ha permesso di rimandare il problema a lungo.


L'Italia non è il Paese dell'uguaglianza e nemmeno quello delle opportunità”, afferma Nozza, “la questione può essere affrontata solamente con un piano nazionale strutturato e permanente, che l’Italia ancora non ha, né ha mai avuto”.


Immagine: favela


Si chiama “favelizzazione” - “favelizaçao” - in portoghese, il processo per cui si installano veri e propri quartieri formati solo da baracche ai margini di grandi metropoli. Quartieri che sono noti a tutti, appunto, come favelas. Il fenomeno prende il nome dalla lingua brasiliana, ma uno studio di una ricercatrice brasiliana, Raquel Rolnik, reso noto dal più importante quotidiano brasiliano, Estado de S. Paulo, rivede la geografia delle favelas, ben oltre i confini brasiliani.


Anche l'Europa, infatti, è a rischio di "favelizzazione", soprattutto in conseguenza della crisi economica attuale. Parigi, Londra, Madrid, ma anche Los Angeles, avrebbero visto negli ultimi anni una vertiginosa crescita delle baraccopoli, abitate perlopiù da immigrati. Del resto, negli Stati Uniti la crisi dei mutui fino ad ora ha lasciato senza casa ben 2 milioni di persone.


Proprio all'inizio del mese, nel corso del meeting delle Nazioni Unite per il World Habitat Day, la Rolnik, realtore ONU in carica per il diritto all'abitazione nell'ambito dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani, aveva dichiarato che la crescita di baraccopoli negli ultimi 15 anni è stata senza precedenti.


"Vivere nelle baraccopoli significa essere privati dell'accesso ad una adeguata assistenza sanitaria, formativa e ad altri servizi ed opportunità", ha dichirato la Rolnik, "significa poi essere esclusi dalla piena partecipazione alla vita cittadina e l'esclusione dall'esercizio dei propri diritti di cittadini, poichè le baraccopoli sono considerate illegali, informali o transitorie e in ogni caso come una forma non permanente dell'assetto politico ed economico di una città".


Esempi di baraccopoli non mancano in Italia, a Roma, ma anche in altre zone d'Italia. A Messina, ad esempio, c'è il caso eccezionale della baraccopoli perenne costruita dopo il terremoto del 1908, di cui tra l'altro ricorrerà a dicembre l'anniversario. Nella baraccopoli vivono tutt'ora circa 4000 famiglie.


"Mundo terá 1,4 bilhão em favelas até 2020, diz ONU”, mundolusiada.com, 6 ottobre 2008

FINANZA SHOCK

Immagine: Finanza shock


Robert Shiller, professore alla Università di Yale, nel suo “Irrational Exuberance” aveva previsto, all’inizio del 2000, l’esplosione della bolla della internet-economy, e, nella seconda edizione del 2005, quella del mercato immobiliare americano. Ora che le sue previsioni si sono avverate, ha pubblicato “Finanza shock Come uscire dalla crisi dei mutui subprime” (Egea, 2008).


Negli anni Trenta, sostiene Shiller, gli Stati Uniti reagirono alla crisi finanziaria rafforzando il sistema finanziario, l’Europa punendolo, e se ne pentì nei decenni successivi. La tesi difesa da Shiller è che la soluzione non consista nel limitare il funzionamento dei mercati finanziari, ma in una loro maggiore diffusione e democratizzazione. In particolare, vanno promossi mercati capaci di coprire i rischi individuali oggi più comuni, dalla svalutazione di un investimento ingente e rischioso come la casa, a quello di un ridimensionamento del reddito (Shiller pensa a future sul mercato immobiliare e a un sistema assicurativo diffuso).


Le fasce a reddito e cultura più bassi dovrebbero essere messe in condizioni di usufruire di una consulenza finanziaria non di parte, mentre la quantità e la qualità dell’informazione finanziaria dovrebbero crescere, con l’istituzione di banche dati che aiutino a comprendere la situazione finanziaria di individui e organizzazioni. I mutui dovrebbero, infine, cambiare volto, includendo meccanismi che adattino le rate alle possibilità di pagamento.


Alla base della crisi, secondo Shiller, c’è ancora una volta un caso di “esuberanza irrazionale”, con la diffusione dell’ennesima “favola di una nuova era”. Gli americani, tra il 1997 e il 2006, si sono convinti che i prezzi delle case fossero destinati a crescere per sempre. Pur di entrare nel mercato si sono sobbarcati mutui sempre più alti e le banche glieli hanno concessi, un po’ perché convinte della stessa favola, un po’ perché l’innovazione finanziaria consentiva di “cartolizzarli” e di disseminarne il rischio. Le autorità monetarie non hanno adottato politiche restrittive e le società di rating non hanno declassato i titoli “spezzatino” perché non volevano essere responsabili della morte della gallina dalle uova d’oro. Ma la salute della gallina, dal 2006 in poi, ha cominciato a deteriorarsi comunque; i prezzi delle case, nel giro di meno di due anni, sono scesi del 15% e molti debitori subprime hanno preferito interrompere il pagamento di un debito che era ormai più alto del valore della casa, facendo implodere il castello di carta.


Come già successo nel 1929, la crisi si è poi trasmessa ad altri settori, assumendo proporzioni sistemiche ed esigendo soluzioni altrettanto comprensive. Ora, sostiene Shiller, necessitano due tipi di interventi. Nel breve periodo sono necessari i salvataggi, per quanto siano moralmente ingiusti ed equivalgano, in definitiva, a “cerotti su una bolla scoppiata”. Nel lungo periodo si deve, invece, avere il coraggio di intervenire strutturalmente, con la stessa decisione dimostrata negli anni Trenta, durante i quali, negli Stati Uniti, si sono poste le fondamenta per un più corretto funzionamento dei mercati nei decenni successivi.


Nel saggio finale, Franco Bruni, docente di teoria e politica monetaria alla Bocconi, pone l’accento sull’inefficienza della vigilanza.


Immagine: subprime


La faccia più vera e più triste della crisi finanziaria che sta travolgendo gli Stati Uniti, sono i milioni di americani senza casa, licenziati su due piedi. Niente lavoro, niente soldi, nemmeno per le rate del mutuo da pagare. Mutuo che in molti casi corrisponde anche al 100% del valore della casa e al 100% dello stipendio.


"Negli ultimi anni avevamo ricevuto ordine di non controllare la solvenza dei clienti - ha confidato candidamente un ex dipendente della Washington Mutual, la banca di Seattle protagonista del fallimento più grosso della storia d’America - e così abbiamo fatto credito anche a chi non aveva un lavoro, o per cifre nettamente più alte rispetto a quelle che erano in grado di assicurare”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, basta una passeggiata in un quartiere qualunque di una qualunque città d’America: decine di cartelli di case in vendita, sormontante dal marchio della vergogna “Foreclosure” (pignoramento).


Ad agosto scorso, ovvero già un mese prima della crisi di Wall Street, il numero dei pignoramenti in USA era cresciuto del 27%o rispetto allo stesso mese del 2007, con oltre 303 mila case pignorate. Le previsioni per il futuro sono disastrose: entro la fine del prossimo anno, secondo gli esperti, oltre 2,8 milioni di ameriani potrebbero trovarsi nella condizione di rinunciare alla propria casa, cederla alle banche o rivenderla per un prezzo nettamente inferiore a quello pagato. In 12/18 mesi, secondo la Deutsche Bank, il 40% degli americani intestatari di un mutuo, pari all’incirca a 20 milioni, pagheranno un mutuo nettamente più alto rispetto al valore reale dell’immobile che hanno acquistato.


Nello stato di Washington, North West d’America, la percentuale dei pignoramenti è cresciuta di più del doppio, il 64%, con 3172 proprietà nel solo mese di agosto. La casa della famiglia Underwood potrebbe presto essere tra queste. Lisa e Mark sono una giovane coppia sui 30 anni di Seattle. Due anni fa hanno comprato la prima casa con un mutuo ARM 80/20, uno di quelli che non prevedono nessun anticipo, ma che naturalmente offrono condizioni particolarmente sfavorevoli. “Sognavamo una casa tutta nostra - spiega Lisa - ma non avevamo denaro da parte. Così abbiamo accettato questo mutuo pensando di poterlo rinegozionare dopo due anni. Le condizioni del mercato ce l’hanno impedito e così ora io ho due lavori, ma uno dei due scade a fine anno. A quel punto rischiamo il pignoramento”.


Quella di Lisa e Mark potrebbe essere la quinta casa in vendita in questa strada alberata vicino il Green Lake. Va da sé che ci sono buone probabilità di rivenderla ad un prezzo nettamente inferiore rispetto a due anni fa. “Pago 2000 dollari al mese di mutuo - spiega John Steedman, vicino di casa degli Uderwood - per una casa pagata 500 mila dollari
e che oggi, i miei vicini, stanno rivendendo a 300 mila. Meglio non pensarci, spero solo di non avere problemi con il lavoro e di potermi permettere ancora il mutuo”.


Eunice Winchester vive ad Anacostia, uno dei quartieri poveri di Washingotn DC, ed è una tra i centinaia di migliaia di Americani oltre i 50 anni a rischio pignoramento. La sua casa è modesta, fatta di legno e mattoncino rossi, e qui ci ha festeggiato più di 20 Feste del Ringraziamento. Dal prossimo mese, dovrà lasciarla, traferirsi da sua madre che di anni ne ha 80. E proprio in concomitanza con la crisi finanziaria, la National Coalition for the Homeless ha denunciato il proliferare di decine di campi per sfollati.


A Seattle la chiamano la “tendopoli rosa”, o Nickelsville, dal nome del sindaco della città Greg Nickels che l’ha fortemente osteggiata. Sono circa 150 tende che ospitano oltre 400 persone e che presto, secondo quanto riferiscono i volontari, potrebbero diventare 1000. Le hanno montate, smontate e rimontate in diverse parti della città, scappando di quartiere in quartiere quando gli abitanti chiamavano la polizia.


Simili accampamenti sono sorti in lungo e largo per l’America: l’Associated Press riportava la notizia di nuove tendopoli a Reno-Nevada, Athens-Georgia, Fresno-California, Chattanooga-Tennessee, San Diego-California e Columbus-Ohio. “È incredibile, non assistevamo ad una crescita così ampia di homeless dagli anni 80”, ha commentato all’Associated presse Paul Boden, executive director del Western Regional Advocacy Project, un gruppo
che raduna non profit a sostegno degli homeless di Los Angeles, San Francisco, Oakland, Portland e Seattle.


Non c'è dunque da stupirsi se, secondo un sondaggio dell’Associated Press-Knowledge Networks ben il 45% degli americani si dice contrario al finanziamento da 700 miliardi di dollari che il presidente George W Bush concederà, quasi certamente, ai Signori di Wall Street.


Immagine: nickelsville
Per uscire dalla crisi provocata dal crollo del Nasdaq e dall'11 settembre, la Banca Centrale Americana ha abbassato i tassi ai minimi storici, sfiorando lo zero. L'economia si è ripresa, ma le grandi banche ne hanno approfittato per gonfiare artificialmente il mercato immobiliare. Come? Inducendo milioni di cittadini a comprare casa anche quando non potevano permetterselo, grazie ai mutui subprime, che coprono fino al 100% del costo, richiedono basse garanzie sul reddito e garantiscono (anzi, garantivano) inizialmente tassi molto bassi.


Ma quando i tassi hanno ripreso a salire, è arrivato il conto: molta gente non ce l'ha più fatta a sostenere rate improvvisamente stratosferiche. Normalmente in questi casi a pagarne le conseguenze sono le banche che hanno emesso il mutuo. E invece no, questi gentiluomini avevano spalmato il rischio subprime usando strumenti finanziari collaterali (obbligazioni e più in generale titoli di debito), rivolti inizialmente a società specializzate, ma poi diffusi in tutti i mercati, persino in quelli monetari, senza rivelarne il vero livello di rischio.


Risultato: ancora oggi la maggior parte delle banche non sa se ha in portafogli titoli "puliti" o avariati. Insomma, le grande banche si sono arricchite con metodi poco trasparenti, cercando di far pagare ad altri la fattura. Da qui l'inchiesta dell'FBI per frode.


Ma perché le istituzioni incaricate dei controlli hanno lasciato fare? Dov'erano le agenzie di rating? Possibile che la lezione degli scandali Enron, Parmalat, Swissair sia già stata dimenticata? E con che faccia banche come Citigroup, Ubs, Morgan Stanley continuano ad emettere giudizi sulle società quotate in borsa?


"Subprime crisis: US foreclosures bring homelessness to the middle class”, guardian, 25 giugno 2008

L’AFFAMAMENTO DEL MONDO

Immagine: World Food Day


"L'attuale crisi finanziaria farà salire il numero di persone che soffrono di malnutrizione di 44 milioni di unità. C'è il reale
rischio che dalla crisi finanziaria si passi ad una crisi umanitaria”.


Il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, ha lanciato l’allarme. “Nell'ultimo periodo ci siamo focalizzati sulla crisi nei paesi avanzati. Ora è il momento do concentrarci sulla crisi dei paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali vedranno scendere la propria crescita dal 6,6 al 4%: una frenata che non sarà avvertita come un semplice rallentamento ma come una recessione vera e propria”.


La Banca Mondiale ha individuato 28 paesi che potrebbero essere a rischi o di una crisi alimentare. Inoltre, non ha nascosto la preoccupazione che la crisi in corso possa fermare, se non del tutto annullare, gran parte dei progressi raggiunti in moti paesi in via di sviluppo per ridurre povertà e malattie. Zoellick, inoltre, ha fatto sapere che alla luce della crisi attuale sarebbe bene sviluppare “un sistema finanziario di rete che sia flessibile e non monolitico” aggiungendo l'importanza, in questo momento, del settore industriale privato.


Solo il 10%o delle risorse promesse per la lotta contro la fame nel mondo sono arrivate a destinazione. Troppo poco per combattere un flagello che colpisce, secondo le stime della Banca Mondiale, 923 milioni di persone. In occasione della Giornata Mondiale dell'Alimentazione (World Food Day) un nuovo appello a tutti i Paesi affinché rispettino gli impegni presi è stato lanciato anche da Jacques Diouf, direttore generale della FAO.


Dopo la conferenza internazionale organizzata dalla Food and Agriculture Organization a giugno, solo un decimo dei 22 miliardi promessi sono stati effettivamente messi a disposizione, ha detto Diouf, sottolineando la necessità di portare a termine l'impegno preso nonostante la crisi finanziaria globale. "La crisi alimentare - ha proseguito Diouf - esiste ancora e se nel 2007 il numero degli affamati è salito in un solo anno di 75 milioni di persone, arrivando a quota
923 milioni, nel 2008 questo numero rischia di salire ancora".


Alla cerimonia della FAO è arrivato anche l'appello del Papa. Basta con questa "speculazione sfrenata" che tocca i meccanismi dei prezzi e dei consumi e basta anche agli egoismi degli Stati, ha scritto Benedetto XVI in un messaggio. "I mezzi e le risorse di cui il mondo dispone al giorno d'oggi - ha aggiunto Benedetto XVI - sono in grado di fornire cibo sufficiente per soddisfare le crescenti necessità di tutti".


"Manterremo tra le priorità dell'agenda internazionale la lotta alla fame e la soluzione della crisi alimentare mondiale per non farla dimenticare sotto il peso della crisi economica", ha assicurato il sottosegretario italiano agli Affari Esteri, Vincenzo Scotti, ribadendo l'impegno del governo italiano sul tema.


La first lady egiziana, Suzanne Mubarak, che ha ricevuto dalla FAO la nomina a "Raeia", "guida illustre" dell'ONU per l'agricoltura e l'alimentazione, ha chiesto che si trovino per la crisi alimentare le stesse risorse finanziarie e con la stessa rapidità con cui sono stati reperiti i mezzi per la crisi dei mutui. Appello condiviso dall'associazione Actionaid, secondo cui la crisi alimentare deve essere affrontata con la stessa risolutezza di quella finanziaria.


Anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un messaggio, ha sottolineato come quella della fame sia la "sfida su cui si gioca il futuro del pianeta".


Che cosa fare è ormai noto, ha concluso Diouf: "Quello di cui abbiamo bisogno è che vengano rispettati gli impegni politici per fare gli investimenti necessari a promuovere uno sviluppo agricolo sostenibile".

LA BANCA DEI RICCHI

Immagine: labancadeiricchi

Secondo la FAO, oggi nel mondo si contano 862 milioni di persone che soffrono la fame e i diritti umani sono ancora negati in molti paesi del pianeta.


Ne "La Banca dei Ricchi Perché la World Bank non ha sconfitto la povertà” (Altreconomia/Terre di mezzo, 2008), Luca Manes e Antonio Tricarico - rispettivamente responsabile della comunicazione e coordinatore della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM) - indagano sul ruolo che la Banca Mondiale ha esercitato fin dalla sua nascita, nel 1944.


"Dopo aver esaminato vari casi di intervento della Banca - dice Luca Manes - ci siamo accorti che molte azioni, invece di risolvere la povertà, troppo spesso hanno causato ulteriori problemi e le popolazioni povere si sono trovate a subire le gravi conseguenze socio-ambientali. Con le ultime due presidenze, inoltre, la Banca ha aumentato i finanziamenti per questo tipo di progetti senza pensare a cambiare ricetta contro la povertà".


Il libro racconta alcune storie di fallimenti esemplari, come la grande diga in Lesotho, che alle popolazioni locali non ha portato alcuno sviluppo, o la centrale di distillazione per la produzione di etanolo in Nicaragua, che ha determinato pesanti impatti ambientali.


Il più recente riguarda l’oleodotto Ciad-Camerun, la più grande infrastruttura energetica africana, inaugurata nel 2003 e realizzata da un consorzio guidato da ExxonMobil (40%), con la partecipazione di Malesia Petronas (35%) e Chevron Texaco (25%).


In totale, il più grande investimento nel settore petrolifero operato in Africa negli ultimi anni è costato ben 4,2 miliardi di dollari (il contributo della Banca ammonta a oltre 400 milioni). Fin dalla fase di progettazione, la World Bank ha ignorato l’allarme delle popolazioni locali e di numerose Ong africane e del resto del mondo, preoccupate per i pesanti impatti ambientali ma anche sui diritti umani che il Ciad-Camerun avrebbe comportato, che si sono puntualmente verificati.


A causa di prolungati dissidi con il governo di N’Djamena, la Banca Mondiale ha preteso il ripagamento anticipato di tutto il prestito di 140 milioni. Già al principio del 2006, l’allora presidente Paul Wolfowitz aveva fatto la voce grossa con il presidente ciadiano Idriss Deby, accusato di aver “spostato” le royalty del greggio dalle spese sociali a quelle per l’acquisto di armi. Poi, nel lungo braccio di ferro tra Wolfowitz e Deby, fu quest’ultimo ad avere l’ultima parola, dopo nemmeno troppo velate minacce di bloccare i flussi di greggio in uscita dal Paese africano.


Immagine: cameroon_pipeline

Ora la storia si è ripetuta ed in maniera definitiva. Deby, a detta della dirigenza della World Bank, continua a “dimenticare” di aver sottoscritto un accordo per la creazione dei cosiddetti fondi sociali, preferendo acquistare armamenti per il suo esercito, impegnato a combattere le forze ribelli sostenute dal vicino Sudan.


Il modello di sviluppo basato sullo sfruttamento petrolifero a solo vantaggio delle multinazionali del Nord del mondo e delle élite locali è ancora una volta miseramente fallito. Ma il nuovo presidente Robert Zoellick continua a promuovere ricette vecchie, dove le energie rinnovabili finiscono sempre per soccombere a vantaggio dei combustibili fossili.


Eppure, quanto l'istituto fu fondato "sembrò a tutti una buona idea", scrive l'attivista americana Susan George nella prefazione al libro. "La Banca - si legge - fece un lavoro utile, concentrandosi nel fornire infrastrutture come strade, ponti e porti, delle quali tutti i Paesi necessitavano". Oggi, però, dice ancora la Gorge, è "giunto il momento di denunciare con fermezza la cecità e l'arroganza dell'istituzione, che, insieme al suo gemello, il Fondo Monetario Internazionale, ha contribuito a distruggere le vite dei poveri”.


"La World Bank - commenta Antonio Tricarico - è nata come la banca della conoscenza e dello sviluppo. Negli ultimi 10 anni, abbiamo avuto una serie di riforme che in realtà possono essere definite delle controriforme. Uno dei problemi centrali di questo istituto è quello della sua democraticità interna".


Nel capitolo che chiude il libro, "Più mondo meno banca", i due autori propongono una urgente riforma della Banca Mondiale: prima fra tutte, la sfida della governance e la necessità di rivedere i meccanismi decisionali interni.

"World Bank announces withdrawal from Chad-Cameroon Pipeline after early repayment”, bicusa.org, 12 settembre 2008

Immagine: Marx


Se facciamo riferimento alla storia, le crisi finanziarie ricorrenti sono inerenti al sistema capitalista(l'economista francese Jean-Paul Fitoussi intervistato dal Manifesto).


Il faccione barbuto del buon vecchio Marx scruta la crisi dall'alto: guarda la folla di Wall Street, la faccia pallida di Profumo, quella inebetita di Bush o quella di cera di Berlusconi con un sorriso sornione.


Marx, il grande assente dal dibattito infinito sulla crisi economica e finanziaria, aveva previsto tutto. Di più, aveva dimostrato, filosoficamente prima che tecnicamente, come il capitalismo sia una forza disumana che si fonda sullo sfruttamento e l’alienazione della forza-lavoro dei popoli, per assicurare ad una ristretta oligarchia di padroni il potere assoluto e il dominio del mondo.


Chissà cosa direbbe oggi delle convulsioni dei "talebani del libero mercato", della truffa dei mutui subprime, della favola della finanza creativa o delle voci imbarazzate di chi si prodiga a rappresentare gli interessi dei titoli spazzatura, tra cui giornalisti e ministri di ogni paese.


Sappiamo quello che ha detto quando era in vita: lo sviluppo del capitale commerciale finanziario è inversamente proporzionale al saggio di profitto garantito dagli investimenti produttivi.


Ciò che è accaduto nel ciclo di crescita lenta degli ultimi trenta anni, quella fase di stagnazione dell'economia mondiale che, dopo lo shock petrolifero del '73-'74, non ha più conosciuto - tranne che per la Cina, l'India o il Brasile - i tassi di crescita dell'età dell'oro seguita alla Seconda Guerra Mondiale, è che la tendenziale saturazione dei mercati di sbocco ha portato ad un ribasso costante dei saggi di profitto. Da qui, lo sbocco nell'economia di carta, in quella finanza che Marx chiamava “capitale fittizio”, e che, guarda caso, periodicamente, secondo un ritmo implacabile, viene letteralmente distrutta dal crollo puntuale delle borse. È accaduto nel '97 con la crisi asiatica, era accaduto nel '94 con quella messicana, e poi nel 2001 con l'esplosione della new economy, fino ad arrivare ai vertici giganteschi dell'attuale crisi, la più pesante, quella che forse ridisegnerà equilibri e rapporti di forza a livello mondiale.


«Il vero limite della produzione capitalista è il capitale stesso; è il fatto che in essa sono il capitale e la sua stessa valorizzazione che costituiscono il punto di partenza e quello di arrivo». La produzione per la produzione, «lo sviluppo incondizionato delle forze sociali produttive» è un mezzo che «si scontra costantemente con il fine perseguito che è un fine limitato: la valorizzazione del capitale esistente».


Questa contraddizione colta da Marx ne “Il Capitale”, è esaltata dalla natura anarchica, darwinista, disumana del capitalismo, da una competizione selvaggia che non assume mai un punto di insieme, che rifugge sempre dalla regolazione, salvo poi cercarla puntualmente quando i tassi di profitto sprofondano e si invoca l’aiuto di "mamma Stato".


L'ondata liberista, avviata nei primi anni 80 e capitanata da Reagan e Thatcher, via via ha attratto l'intero spettro della politica, a cominciare dalla socialdemocrazia divenuta liberale, quando la necessità di tenere alto quel saggio di profitto decadente ha imposto di tagliare i salari, ridurre lo stato sociale, aumentare la produttività del lavoro, realizzare il più grande trasferimento di ricchezza tra le classi avutosi dalla nascita del capitalismo a oggi. Così facendo, si è ridotta la domanda globale, si è realizzata una sovrapproduzione che ha dirottato capitali nel sistema finanziario.


Basta con la frottola della "finanza cattiva" che si mangia il capitalismo buono e produttivo come vanno ripetendo gli arroganti esponenti di Confindustria (e del governo o dell'opposizione) nei vari salotti televisivi. Nel 2006, i profitti delle principali aziende quotate a Wall Street derivavano per oltre il 33% da attività finanziarie e lo stesso è accaduto in Italia. Senza contare l'intreccio perverso e pervasivo tra banche e industrie e tra tutti i principali attori di questo balletto globale che si chiama capitalismo.


Quanto accade è però anche un atto di accusa contro l'illusione della "gestione temperata" del capitalismo, a opera di uno Stato severo e compiacente allo stesso tempo. Gli osservatori attenti e onesti, infatti, sanno bene che la responsabilità di Bush nel provocare il disastro è certa, ma sanno anche che la bolla speculativa, con il suo corredo di deregolamentazione, è stata incubata dall'amministrazione Clinton, in piena “Terza Via”.


Il capitalismo si serve dello Stato come un servo sciocco: ne occupa i posti chiave per dirottare le risorse - che dire del presidente della Goldman Sachs, Paulson, che diventa Segretario al Tesoro USA, fa fallire la Lehman Brothers e invece salva...la Goldman Sachs? - e poi lo spreme per salvarsi dalla catastrofe.


Tutti i governi ora stanno salvando le banche e i banchieri, ma nessuno muove un dito per quei poveracci che hanno perduto la casa e sono accampati in tendopoli tra la California e il Messico; nessuno interviene là dove si deve intervenire, a sostegno dei salari dei lavoratori anche per dare ossigeno alla domanda globale; nessuno mette sotto processo una torma di speculatori, pescecani e parassiti che hanno contribuito attivamente al disastro attuale. Al danno, si aggiungerà la beffa di uno Stato nazionale che, salvando otto banche in Gran Bretagna, quattro o cinque negli USA, tutto il sistema in Irlanda e in Germania, favorirà al termine della crisi una superconcentrazione bancaria mai vista (saranno probabilmente solo tre le grandi banche che si spartiranno il potere negli USA).


FINANZA ARMATA

Immagine: USA_troops

La spesa militare degli Stati Uniti per il 2009 si assesterà sui 612 miliardi di dollari. Di essi, è previsto che 515 vadano al Pentagono, costituendo così un aumento del budget del Dipartimento della Difesa di circa il 74% dall’entrata in carica dell’amministrazione Bush nel 2001. Se le spese del Pentagono aumenteranno in corso d’opera, come spesso avviene, è probabile che a fine anno la spesa militare annua avrà superato i 700 miliardi del “piano di salvataggio finanziario” predisposto dall’amministrazione repubblicana. Si tratta di una spesa militare «equivalente a circa la metà di quella mondiale».


La notizia è da porre in relazione con quanto si può leggere nel dossier ambiente dell’edizione on-line della rivista Time in cui è riportato un articolo di Bryan Walsh, dello scorso aprile, riguardante tra le altre cose il confronto tra le risorse messe a disposizione del Pentagono e quelle investite per contrastare il surriscaldamento globale.


Se nella prima guerra del Golfo (1990-91) la fornitura di carburante necessaria alle truppe si aggirava sui 4 galloni al giorno per singolo soldato, nel 2006 questo valore era cresciuto fino a 16 galloni/soldato/giorno: il motivo sta nell’aumento del numero di mezzi impiegati nel combattimento e nella logistica, e soprattutto nel sempre maggiore utilizzo di dispositivi tecnologici che succhiano energia.


Dati provenienti da una ricerca che la CNA Corporation (centro studi fondato dal Pentagono) ha prodotto l’anno passato, evidenziano come, mentre nel 1990 la dipendenza degli USA dal petrolio d’importazione si aggirava intorno al 40%, questo valore sia salito al 60% a fine 2006.


Il problema principale sta in quella che Thomas Friedman ha definito sul NY Times come la «prima legge della petro-politica»: importando petrolio, con costi sempre maggiori anche a causa dell’aumento del prezzo dell’idrocarburo stesso, si sostengono quei regimi autoritari basati sull’export di petrolio, come l’Iran.


Negli ultimi anni, quindi, l’esercito americano ha cominciato a sviluppare soluzioni tecnologiche finalizzate a diminuire l’ingordigia di petrolio dell’apparato bellico: il generale della Marina Richard Zilmer, secondo Time, ha richiesto l’adozione di «fonti di energia rinnovabile, come pannelli solari e turbine eoliche, in modo che i soldati possano produrre energia in loco e ridurre la necessità di vulnerabili convogli per il carburante». Per quanto riguarda l’efficienza energetica, «irrorando le tende con una schiuma adesiva che chiude ermeticamente i buchi, gli ingegneri del Genio hanno ridotto lo spreco energetico nei campi del 50%».


Ciò che invce fa gridare allo scandalo, è il confronto economico tra le spese belliche e quelle attualmente destinate al contrasto degli effetti del surriscaldamento globale: è citata una ricerca condotta dall’Institute for Policy studies sull’anno fiscale 2008 secondo cui «per ogni dollaro speso da Washington per il Climate Change, 88 dollari sono destinati alla difesa».


Per quanto riguarda invece il budget per la ricerca, è riportato che «per ogni dollaro investito nella ricerca sulle tecnologie correlate al clima, 20 dollari sono spesi nello sviluppo di nuovi sistemi di difesa».


Nell’ultimo anno, gli USA hanno speso per l’esercito una cifra 88 volte superiore a quella destinata a contrastare o difendersi dal surriscaldamento globale, e destinato alla ricerca militare risorse 20 volte superiori a quelle investite nella ricerca sul clima. Niente di strano, dunque, che agli occhi della popolazione «il Global Warming rimane una minaccia molto più difficile da percepire rispetto a dei terroristi solitari o ad uno stato-canaglia».

"Does Global Warming Compromise National Security?” di Brian Walsh

Immagine: limitstogrowth

30 anni fa, nel 1972, una discussa e controversa analisi a cura del Club di Roma - “Limits to Growth” - concludeva che la crescita economica non poteva essere sostenibile e che avrebbe condotto inevitabilmente ad un collasso economico ed ambientale.

Il gruppo aveva usato dei modelli computerizzati, oggi tanto in voga, per indagare l’interazione di fattori come la crescita demografica, l’inquinamento, la produzione industriale, il consumo delle risorse e la produzione alimentare.

La maggior parte degli economisti disprezzarono le raccomandazioni del rapporto, ignorate da tutti i governi, mentre oggi un crescente numero di esperti sembra convenire sul fatto che bisogna riformare l’economia per farla divenire più sostenibile.

Graham Turner, del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) Australia, ha comparato le predizioni con I dati degli anni che sono seguiti.

I cambiamenti della produzione industriale, alimentare e dell’inquinamento sono tuttora in linea con le previsioni del Club di Roma, secondo cui il percorso intrapreso avrebbe causato una drammatica diminuzione della risorse e un costo crescente dell’estrazione con il conseguente rallentamento della produzione e un collasso economico globale verso il 2020.

"Il mondo ha imboccato una strada senza uscita”, dice Turner.

Secondo Herman Daly, della University of Maryland, l’analisi di Turner mostra che è necessario spostarsi verso una economia sostenibile se vogliamo sperare di fermare la crescita demografica, l’impoverimento delle risorse, della biodiversità e l’inquinamento.

Turner dichiara che il suo rapporto mostra come sia ottenibile una economia sostenibile senza il bisogno di ritornare nelle caverne.

(Journal reference: Global Environmental Change, vol 10, p397)


"Prophesy of economic collapse coming true”, NewScientist, 17 novembre 2008


CSIRO report


Immagine: vandanashiva


«Il mercato non è tutto, ci sono cose che non possono essere regolate dal mercato, come l'ambiente, l'acqua, i beni comuni».


Con queste parole il Presidente della Regione Sardegna Renato Soru, ha accolto Vandana Shiva - fisica indiana, ecologista, ma sopratutto attivista per i diritti umani - ospite d'onore ad un seminario tenutosi a Sassari: una tre giorni ricca di interventi, scienziati e studiosi da tutto il mondo si sono riuniti nell'Aula magna della Facoltà di Agronomia per discutere di Biodiversità, Desertificazione, Acqua, Cibo e Diritti Umani. Il primo di una serie di eventi voluti dalla Regione in attesa del G8 che si terrà alla Maddalena il prossimo anno.


«Un modo per far sentire anche altre voci, non solo quelle dei potenti della terra», continua il governatore Soru, «la politica dovrebbe iniziare a prendere in considerazione il valore dei beni comuni, questi giorni, aspettando il G8, vogliamo dibattere anche di temi dei quali secondo noi si dovrebbe parlare anche tra i grandi».


L'intervento di Vandana Shiva ha focalizzato l'attenzione sull'importanza che hanno l'agricoltura e sopratutto la preservazione della biodiversità nella lotta ai cambiamenti climatici, alla fame di intere popolazioni, alla desertificazione, al problema dell'acqua e alla mancanza di diritti umani nel mondo. Un tema trasversale che se affrontato in maniera globale - secondo l'ecologista indiana - aiuterebbe se non a risolvere, almeno a mitigarne gli effetti negativi. «Negli ultimi tre decenni abbiamo visto come tutto possa essere trasformato in merce, oggi le grandi crisi finanziarie ci fanno capire che questo non è possibile. I mercati finanziari e le speculazioni alla lunga portano alla desertificazione e alla perdita della biodiversità».


Racconta quello che è successo nella sua terra, l'India, luogo che per primo ha visto l'applicazione dei dettami della Rivoluzione Verde e dove sono stati introdotti gli organismi geneticamente modificati: «Tra il 1965 e il 1970 sono state portate le nuove sementi in India. Oggi però, in quei luoghi la terra si ribella, dove c'erano coltivazioni ora c'è il deserto, in quelle che erano le zone più fertili ora sono scoppiati i conflitti, c'è un altissimo tasso di suicidi tra i contadini, tanto che in alcune zone si parla di seme del suicidio».


Dura la critica poi alle istituzioni internazionali e alle multinazionali: sono la Banca Mondiale e la fondazione Bill Gates a fomentare tutto questo. Non dimentichiamo che i semi geneticamente modificati devono essere brevettati e l'Organizzazione Mondiale per il Commercio è stata creata anche per questo.«Io - continua la Shiva - lavoravo già da prima su questi temi e ricordo come la Monsanto abbia cantato vittoria per la creazione del WTO, erano soddisfatti che venisse impedito ai contadini di avere i semi, ma l'imposizione dei brevetti abbia li abbia costretti ad acquistarli. Per le multinazionali è importante vendere le sementi e non essere governate dai governi».


La riflessione è poi sui brevetti, brevetti che escludono. Per far capire meglio il concetto, fa l'esempio di Gandhi. «Gli indiani per esempio non potevano fabbricare il sale, perchè i britannici lo impedivano, per questo Gandhi ha fatto la sua marcia». Oggi per Vandana Shiva la battaglia si ripropone per i semi. «La democrazia è data dai semi, la democrazia che vediamo e pensiamo noi è solo superficiale, è una monocultura della mente che non vede la diversità. I contadini devono essere liberi di coltivare i loro semi perchè in fondo noi siamo quello che mangiamo e non è solo la tecnologia a creare sviluppo, è la biodiversità ad arricchirci e ad essere più produttiva della tecnologia».


Oggi la maggior parte delle persone che coltivano cibo muoiono di fame, un tempo erano quelle che avevano sempre scorte di cibo anche nei momenti difficili. La fame è diventata un problema strutturale perchè tutta la produzione viene

acquistata dalle grandi multinazionali e i contadini non riescono ad riacquistare quasi nulla. «Chi ci guadagna sono le corporation, il disastro è già in piedi, i prezzi sono già altissimi. Lheman and Brothers ci fa capire come la mercificazione abbia coinvolto tutto, e il disastro finanziario dovrebbe farci capire come il cibo non deve essere considerato come una merce qualsiasi».


Il villaggio ha poi per l'attivista indiana un ruolo importantissimo, «non dobbiamo lasciare che il villaggio muoia, perchè la città non produce cibo, è il villaggio a produrlo. La biodiversità è la risposta anche più flessibile alle emergenze climatiche perché si può adattare facilmente ai cambiamenti, ma per come funzionano le cose oggi nell'agricoltura, i sussidi e i monopoli fanno si che i prezzi siano sempre più alti a livello locale e sempre più bassi a livello globale, non c'è più nessuna relazione tra domanda e offerta, il prezzo alto dei cibi non ha relazione con i costi per produrli. Dobbiamo ricordarci che il diritto all'alimentazione è un diritto umano. Tra OGM e biodiversità la scelta spetta a noi. Né la rivoluzione verde, né l'ingegneria genetica ci hanno dato lo sviluppo promesso. Solo la biodiversità può garantire sviluppo. I diritti umani - conclude la Shiva - sono ridotti, stiamo finendo per avere solo quello che avanza dalla cupidigia dei mercati e questo non è sostenibile».

"Growing Unequal? : Income Distribution and Poverty in OECD Countries” (pdf)

Caduta tendenziale del saggio di profitto - Wikipedia

http://www.globalpolicy.org/socecon/envronmt/summers.htm


Jim Valette, “Larry Summers' War Against the Earth”, counterpunch.org

"VI HANNO FREGATI (DI NUOVO)” di Larry Dorshkind, come donchisciotte.org, 7 ottobre 2008

Modern Money Mechanics

Impacts of Globalization

PROGRAMMI DI AGGIUSTAMENTO STRUTTURALE (PAS)

LA BANDA D’ITALIA

Riserva frazionaria - Wikipedia

http://www.signoraggio.com


http://zeitgeistmovie.com/

The Venus Project

World Food Day

CRBM Campagna per la Riforma della Banca Mondiale

Executive Order 11110 - Wikipedia

Institute for Policy Studies: Reports

"La Banca dei Ricchi"


Rapporto Caritas-Zancan 2008 su povertà ed esclusione sociale in Italia

National Coalition for the Homeless

Subprime - Wikipedia

"Crac”, di Federico Rampini, Repubblica 2 ottobre 2008


"Subprime -The new homeless in the US”, YouTube

Financial Stability Forum

CNA Corporation

2022: I Sopravvissuti


I limiti dello sviluppo


LIMITS UPDATE


LA SIGNORA DI NARMADA

Oligopoly Inc. 2005

Oligopoly Inc. 2006

Oligopoly Inc. 2007

Economia shock

Stato di emergenza 6

OGM apocalypse

OGM APOCALYPSE 2

Da Marx a Matrix

2022: I SOPRAVVISSUTI 2

OLIGOPOLY INC. 2008

Eco-apocalypse (now) 7

Posta un commento
Share/Save/Bookmark
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Ratings by outbrain

PostRank