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domenica 16 novembre 2008

PSYCHO-KILLER 3

EFFETTO COPYCAT

«... Tutti sapevano che avevo visto la Madonna... C’era chi micredeva e chi mi prendeva per matto... Cominciai a sentirmi moltosolo... Ma ora ci penseremo io e Satana a dominare gli esseri umani».

Marco Luzi, 25 anni, lo squilibrato che ha preso a coltellate il parroco di San Saba e altre due persone, aveva preparato tutto con la cura di chi vive in altri mondi e altre dimensioni. Il giovane, un’ora e mezzo prima di scatenarsi nel nome del “Maligno”, ha spedito un pacco postale che è arrivato alla redazione del Messaggero in via del Tritone. È il suo “testamento”, l’annunciazione del tentato massacro, una modalità che chiama in causa altre stragi commesse in questi ultimi anni da
giovani psycho-killer come nei casi in Finlandia e la strage in America al liceo della Virginia.

Un delirio mistico, pieno di richiami e citazioni: l’Anticristo, il Codice da Vinci, l’Apocalisse, l’Ultima Cena di Gesù. In una foto, su un foglio bianco, c’è pure lui: sguardo invasato, ghigno satanico, la firma (”666”) e un messaggio: «Ecco lo scoop che stavate cercando...».

Il plico, consegnato agli agenti della Squadra Mobile, è stato spedito alle 8,57 del mattino dall’ufficio Pt di via Ostiense: Postacelere Plus, timbro Poste Italiane. Il giovane, un’ora e mezzo più tardi, è entrato nella chiesa di Santa Marcella. Don Canio Canistri, 68 anni, il parroco, cadeva sotto i suoi colpi.

Diramato” il messaggio ai media e dunque al mondo, Luzi si è sentito libero di agire. «Dio, nel dicembre del 2007, insieme ai suoi fedeli arcangeli”, si legge nel documento intitolato “Io l’Anticristo: breve autobiografia”, “mi ha lanciato un attacco molto potente per uccidermi. Ma ha fallito. Sono dovuto ricorrere a una dottoressa (una psichiatra, ndr). Ma mentre la cura andava avanti, io, Satana, la Madonna e Gesù, mettevamo a punto i dettagli del piano. Fino alla esecuzione, di cui tutti, ormai, sapete».

Fogli, foto, dettagli, nomi e indirizzi raccontano la parabola di una mente sconvolta (da chissà quali e quanti psicofarmaci, ndr). «Io, Marco Luzi, nato a Roma il 14/6/183” esordisce l’autobiografia, “sono l’Anticristo, numero identificativo 666. Ho frequentato la materna e le elementari dalle suore nella scuola Santa Maria della Porziuncola in via Beltrami 7. Lì, quando avevo circa sei anni, mi apparve la Madonna. Suor Liliana mi credette. Ma Don Carmelo, il suo superiore, parroco di Santa Marcella, non prese seriamente l’accaduto».

Era il 1989. Luzi, quasi vent’anni dopo, è tornato nella stessa chiesa e ha colpito. C’era un altro parroco. Ma il trauma nato allora, quando, bambino, non fu creduto, evidentemente era diventato un’ossessione.

Luzi, studente fuori corso di Ingegneria, ha infilato nel pacco anche alcune riproduzioni del dipinto “L’Ultima Cena” di Leonardo da Vinci, un documento intitolato “Apocalisse: Rivelazioni” e un altro con la dicitura “Verità Nascoste”. Tutto è scritto in un ottimo italiano e possiede, nel “delirio”, una logica. “Gesù”, scrive il giovane “è molto arrabbiato, perché su di lui ci sono molte menzogne. Per esempio, è stato detto che dalla croce ha perdonato. Ma le sue ultime parole furono altre: ”Il male che avete fatto, ve lo renderò mille volte”. Un’altra bugia su Gesù è tenuta nascosta da papa Benedetto XVI: suo padre non è Giuseppe, ma Abramo. La Vergine Maria e la Madonna non sono la stessa persona. La prima era sua madre, l’altra era la sua compagna...».

Inizialmente”, continua, “i programmi erano i seguenti: io, l’Anticristo e il Cristo avremmo dovuto darci battaglia. Ma Gesù ormai ha deciso qual è la sua strada: il male. Il male ha vinto, sono io la dimostrazione». Luzi sembra trarre parte delle certezze dal dipinto di Leonardo e in particolare dalla presunta figura femminile nell’affresco. La donna, che sarebbe la Madonna, impugna un coltello e un discepolo sembra protendere una mano per bloccarla. Una tesi già evocata nel romanzo “Il Codice da Vinci” e nel film trasmesso in tv su canale 5 alla vigilia del tentato massacro.

La mano di quell’apostolo diventa, nella mente di Luzi, «il tentativo di bloccare gli omicidi e la violenza che io sono destinato a compiere con un coltello...».

L’ultimo vaticinio è per tutti: «La fine del mondo è stata rinviata di 1.000 anni (circa). Ma io tornerò sulla Terra in modo trionfalmente crudele».

Helsinki, 23 settembre 2008. Un ex allievo dell'istituto nella scuola di Kauhajoki ha ucciso dieci persone - 8 studentesse, uno studente e un professore - prima di togliersi la vita. I corpi sono stati avvolti dalle fiamme quando il killer, dopo la sparatoria, ha appiccato il fuoco nell'aula degli esami. Secondo fonti mediche, non è escluso che la causa del loro decesso possa essere stata l'intossicazione da fumo e non i colpi d'arma da fuoco.

Matti Juhani Saari odiava gli esseri umani e aveva iniziato a pensare alla strage da sei anni, ispirandosi al massacro di Columbine, negli Stati Uniti.

Lo ha detto Jari Neulaniemi, il titolare dell'inchiesta. Gli inquirenti, durante la perquisizione del suo appartamento nel paesino a nord di Tampere, hanno trovato dei biglietti scritti da lui, in cui lasciava intendere le sue intenzioni. In una annotazione, in particolare, Saari ha scritto: «Ho sempre voluto uccidere più persone possibile». In un'altra, ha scritto che «la soluzione è Walther», con riferimento all'arma che ha usato.

«Saari era un ragazzo felice, socievole. Non ho mai notato niente di strano», racconta Susanna, 19 anni, studentessa dell'istituto professionale che fa parte del polo universitario delle scienze applicate, di Seinajoki. "Ero nella classe accanto. Abbiamo inziato a sentire degli spari, e rumori come di tavoli che cadevano. Pensavamo che qualcuno stesse giocando. Un paio di miei compagni hanno aperto la porta e l'hanno visto, aveva in mano una pistola, ha cercato di sparare". È questa la testimonianza di una sopravvissuta alla carneficina. "Ci siamo messi sotto i banchi, siamo rimasti lì, nascosti, non sapevamo cosa fare non riesco ancora a capacitarmi di quello che è successo. Ero lì, ho sentito tutto, ancora non riesco a crederci".

Saari, dopo aver ucciso nove persone (la decima vittima è rimasta carbonizzata da uno dei mini-incendi appiccati dal killer), ha aperto il fuoco anche sugli agenti ed il personale di soccorso sopraggiunto nella scuola. Poi si è sparato alla testa. Proprio il giorno prima della strage, il killer era stato interrogato perché aveva pubblicato su YouTube dei video nel quale si esercitava a sparare e pronunciava frasi minacciose. Il primo ministro finlandese Matti Vanhanen, per far luce sulla vicenda, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta: «Sembra che la polizia abbia reagito immediatamente nello scontro con il giovane, ma noi non sappiamo quali informazioni avessero in precedenza su di lui e soprattutto la ragione per la quale la licenza di detenzione di un'arma non gli sia stata ritirata», ha spiegato Vanhanen, che si è anche detto favorevole a un inasprimento della legislazione sulla detenzione di armi da fuoco.

A difendere la polizia è intervenuto il segretario generale dell'Interpol, Ronald Noble: «Non è giusto pensare che la polizia abbia poteri di preveggenza come nel film Minority Report e riconosca in anticipo in un video chi sta per commettere un crimine». Accennando al film del 2002 di Steven Spielberg, in cui gli uomini di una squadra speciale prevedevano i crimini prima che accadessero, Noble ha affermato al quotidiano britannico Times che nel caso del killer finlandese «non si può ragionare a posteriori».

Dopo le due stragi a scuola nell'ultimo anno, e mentre la Finlandia si interroga su come evitare che si possano ripetere, Noble suggerisce di permettere alla polizia di «revocare il porto d'armi a chiunque mostri segnali inquietanti che potrebbero rappresentare una minaccia, come il video del killer di Kauhajoki».

Successivamente, il canale TV4, ha riportato la notizia che i due studenti finlandesi, che a meno di un anno di distanza hanno compiuto una strage simile, erano in contatto tra di loro. "È molto probabile che almeno via Internet siano stati in contatto", ha detto Jari Neulaniemi, riferendosi a Pekka-Eric Auvien, il ragazzo di 18 anni che lo scorso novembre uccise sei studenti e due insegnanti a Jokela prima di suicidarsi.

A convincere gli inquirenti dell'esistenza di un contatto tra i due, il fatto che Saari ha comprato l'arma del massacro, una calibro 22, nello stesso negozio di Jokela, che si trova a 300 chilometri dal suo paese, dove Auvinen aveva comprato la sua. Inoltre, il secondo ragazzo ha usato le stesse modalità seguite da Auvien per la prima strage.

"Le loro azioni sono così simili che sarebbe un miracolo non trovare un qualche collegamento", ha detto ancora Neulaniemi. Gli inquirenti non escludono dunque la possibilità che si sia trattato di un caso di "copycat" (ma è talmente evidente..).

New York, 17 febbraio 2008. Steven Kazmierczak, lo studente della Northern Illinois University (NIU) che in un campus ha ucciso cinque studenti e ne ha feriti altri 16, prima di togliersi la vita, si è
servito dello stesso rivenditore di armi online che aveva fornito le pistole all'autore della strage dello scorso anno nel campus del Virginia Tech.

Ad ammetterlo è stata la stessa società Tgscom che gestisce servizi via Web di vendita di armi. Kazmierczak aveva acquistato online caricatori e una fondina per la propria pistola Glock 9. Lo stesso sito era stato usato anche da Seung-Hui Cho, lo studente del politecnico della Virginia che nell'aprile 2007 ha ucciso 32 studenti e si è poi sparato. Tgscom ha reso noto di star collaborando con gli investigatori per ricostruire gli acquisti di Kazmierczak.Le indagini hanno condotto la polizia anche ad una camera d'albergo dove avrebbe trascorso gli ultimi giorni.

Kazmierczak, descritto come un ex studente modello della NIU, stava svolgendo il proprio dottorato in un'altra università. Nella stanza d’albergo, ispezionata anche con cani addestrati alla caccia agli esplosivi, è stato trovato un computer portatile che potrebbe contenere risposte sul movente, ancora oscuro, della strage.

Il compagno di stanza Ben Woloszyn ha descritto Kazmierczak al New York Post come un giovane più interessato ai videogiochi piuttosto che alle ragazze e alle feste che comunemente assorbono la vita degli studenti universitari, come una sorta di disadattato, votato alla solitudine. Sempre secondo Woloszyn, Steven era stato particolarmente catturato da "Counter Strike", un gioco per console dal contenuto a dir poco violento nel quale il personaggio si muove armato di tutto punto per le strade, costantemente minacciato di morte dalla presenza di terroristi itineranti. Kazmierczak recentemente, probabilmente ossessionato dal videogame e sempre meno coinvolto dai suoi studi di sociologia alla NIU, si era armato comprando legalmente alcune delle armi di cui faceva uso il suo personaggio nella finzione del videogioco.

Si sa inoltre che il ragazzo era in cura e gli erano stati prescritti dei medicinali, anche se non è stato rivelato di cosa soffrisse. Anche se tendente ad un comportamento solitario Steven non era mai stato considerato un personaggio antisociale. Un altro studente, Jarrod Rice, lo definisce come un ragazzo generalmente tranquillo, salvo poi puntualizzare che si poteva facilmente notare che "qualcosa in lui non andava".

Successivamente, la fidanzata di Kazmierczak ha detto alla CNN che stava prendendo da due anni tre farmaci prescrittigli dallo psichiatra: oltre al Prozac, antidepressivo, lo Xanax, per l’ansia, e l’Ambien, un sonnifero. Ha detto anche che aveva smesso di prendere l’antidepressivo, “perché lo faceva sentire come uno zombie", tre settimane prima del raptus nel giorno di S. Valentino.

"Era tutto fuorché un mostro", ha detto poi la ragazza, "era forse in assoluto la persona più carina, e premurosa”.

Sia il Prozac che lo Xanax, sono stati associati a numerosi episodi di violenza e di omicidio-suicidio. Ad esempio, il lottatore di wrestling Chris Benoit, che lo scorso giugno ha ucciso la moglie e il figlio prima di suicidarsi, faceva uso di Xanax. Ne sono state trovate tracce anche nel corpo del figlio di 7 anni, il ché ha fatto ipotizzare che gli sia stato somministrato dal padre, prima di soffocarlo.

Un altro tragico episodio di emulazione è avvenuto in Colorado, dove due ragazzi hanno picchiato selvaggiamente e ucciso una bambina di sette anni, sorella di uno dei due, imitando il videogame "Mortal Kombat" con il quale avevano appena giocato.

Incaricati di fare da baby-sitter alla piccola, i giovani, di 16 e 17 anni, hanno aggredito la bimba poco dopo aver abbandonato la console, prendendola a calci e pugni. I due adolescenti sono stati incriminati. anche se non è chiaro cos'abbia scatenato la furia omicida.

Probabilmente eccitati dai combattimenti virtuali e in assenza di persone adulte in casa - la madre della piccola era al lavoro - i due si sono scagliati improvvisamente sulla bambina, colpendola con forza. La piccola prima ha perso coscienza e poi ha smesso di respirare. Solo quando si sono accorti della gravità della situazione, i due adolescenti hanno smesso di malmenarla e hanno tentato, inutilmente, di rianimarla. Rischiano 48 anni di carcere.

PSICO-BUSINESS

In Italia, oltre 100.000 milanesi si rivolgono allo psicologo, mentre sono complessivamente 18mila i pazienti in cura negli sportelli psichiatrici per veri e propri disagi mentali. L’83% delle persone che vivono nel capoluogo lombardo dichiara di soffrire di disturbi psicologici pur non facendo ricorso ad alcuna figura professionale.

Cresce l’aumento dello stress da lavoro sommato alle preoccupazioni del carovita. I confini del disagio di allargano all’universo femminile (due casi su tre) ma anche agli over 65 (un caso su cinque). La soluzione più immediata? Farmaci e psicofarmaci, la cui vendita cresce di anno in anno: le stime dei primi sei mesi tra il 2007 e il 2008 parlano di un +12%.

Non è un caso se la Lombardia detiene il primato nazionale di suicidi, specie tra i giovani. Le le stime più attendibili riferiscono che su una popolazione (tra Milano e provincia) di circa 500.000 giovani tra i 10 e i 20 anni, i considerati a rischio si aggirano intorno al 4%. Ovvero: 20 mila giovani.

Nei mesi scorsi, è stata promossa una raccolta firme (avanzata da alcune associazioni con il sostegno del cardinale Dionigi Tettamanzi) per chiedere alla Regione più attenzione sul tema del disagio quotidiano. Oltre 35 mila le firme apposte dai cittadini. Da parte sua, l’assessorato alla Salute del comune di Milano non nasconde la gravità della situazione. Nonostante la carenza di risorse, è stato avviato un progetto pilota che, a lungo termine, intende favorire la presenza di una sorta di “psicologo di quartiere” in grado di ravvisare i disagi o talune situazioni di sofferenza psichica e mentale di una specifica zona della città. Le 84 farmacie comunali (e successivamente anche le altre) diventeranno i presidi psicologici periferici di questa nuova sperimentazione. Ventimila euro il costo complessivo del finanziamento reso possibile da un accordo con le stesse farmacie comunali.

Si è partiti con due specialisti nel quartiere di San Siro e altri due a Molise-Calvairate. Zone ad alta densità abitativa e nelle quali, forse più che in altre, le persone soffrono stress per un lavoro precario, il costo della vita, ma anche l’insicurezza nel vivere in questi quartieri difficili.

Il 10 ottobre scorso, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU Onlus) è sceso in piazza, con stand informativi in varie città italiane, per denunciare la reale situazione che investe la salute mentale, un campo sempre più “malato”: diagnosi che non hanno fondamento scientifico, vergognose e stigmatizzanti catalogazioni, leggi che favoriscono il ricovero forzato, trattamenti brutali che violano la dignità umana.

Cinquecentoquarantatré milioni di persone trattate dalla psichiatria negli ultimi 30 anni, un milione di persone morte dal 1960 al 2000 nei soli ospedali psichiatrici americani (quasi il doppio di tutti i soldati americani morti dalla guerra civile fino alla guerra del Golfo), un numero incredibile di “malattie scoperte”, passate da poche decine a quasi 400.

Ricercatori dell'Università del Massachusetts e della Tufts University hanno riscontrato che ben il 56% degli psichiatri, che lavorarono nel 1994 all'edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, impiegato per stabilire le diagnosi psichiatriche, ha avuto almeno una relazione monetaria con qualche ditta farmaceutica tra il 1989 e il 2004. Secondo questo studio, pubblicato dal New York Times, basato su una analisi dettagliata dei registri finanziari e dei conflitti d'interesse, il collegamento finanziario più frequente consisteva in soldi dati dalle ditte agli psichiatri per ricerche. Il 22% degli “esperti” sopracitati ha ricevuto compensi per consulenze negli anni fra il 1989 e il 2004, mentre il 16% ha lavorato come membri di commissioni portavoce di ditte farmaceutiche, attività tipicamente molto più lucrative degli stipendi da ricercatore.

Lo psichiatra Joseph Glenmullen di Harvard, afferma che: "Vista l'assenza di malattie verificabili, la psicofarmacologia non ha esitato a costruire modelli di malattia per le diagnosi psichiatriche. Questi modelli sono solo congetture su quella che potrebbe essere la fisiologia corrispondente, per esempio uno squilibrio della serotonina". Ulteriori investigazioni effettuate hanno dato come risultato che il 100% degli psichiatri che supervedono i cosiddetti “disordini dell’umore” (tra cui il molto remunerativo “disordine

bipolare”), erano coinvolti con le case farmaceutiche che producevano gli psicofarmaci prescritti per queste condizioni. L’ammontare totale delle vendite di tali psicofarmaci nel mondo è di circa 40 miliardi di dollari all’anno.

Uno degli ultimi casi è l’Acomplia (Rimonabant), il farmaco antiobesità della SanofiAventis. L’EMEA ha chiesto la sua temporanea sospensione dal mercato perché legato a disordini mentali. In precedenza, l’anno scorso, l’americana FDA aveva rifiutato il via libera perché ispirerebbe depressione e propositi suicidi. L’azienda prevedeva vendite per 5 miliardi di euro da qui al 2010, e nei pochi mesi in cui è stato in commercio aveva venduto per 79 milioni.

Il farmacologo Silvio Garattini ha calcolato che ben 22mila specialità sono state vietate solo in Italia in 10 anni perché inutili, dannose, pericolose. Antidolorifici mortali, sciroppi per la tosse pericolosi per i bambini, gocce per decongestionare il naso a rischio di emorragia.

I sospetti sono atroci: l’Oraflex, antidepressivo della Eli Lilly, nell’estatedell’83 fu ritirato dal mercato perché avrebbe indotto centinaia di persone al suicidio. Quando nel 2004 la Merck fu costretta a ritirare l’antireumatico Vioxx, accusato di far male al cuore, ha rischiato di finire in bancarotta per gli indennizzi miliardari cui è stata condannata. David Graham, funzionario della FDA, calcola abbia causato fra i 90 e i 140mila incidenti cardiaci solo negli USA, 350mila letali.

In Italia, nel 2007 le segnalazioni di effetti collaterali seri di farmaci sono state 7mila, 50% più del 2006. In Gran Bretagna e Francia, 20mila l'anno. Negli USA, scrivono gli Archives of Internal Medicine, l'uso di farmaci ha messo in pericolo 90mila persone e ne ha uccise 15mila, mentre in 7 anni le prescrizioni dei farmaci sono salite del 50%.

«L’aumento del consumo non corrisponde ad un aumento delle patologie», dice Garattini. «Le reazioni avverse - spiega Walter Marrocco dell’AIFA - dipendono dal fatto che la sperimentazione vera avviene dopo che il farmaco è immesso sul mercato». Durante le sperimentazioni, la molecola è testata su un campione troppo piccolo. «La FDA vede l'industria farmaceutica come fonte di finanziamento (ammesso dal 1992, ndr) e non come un settore che ha bisogno di supervisione», dice Richard Horton, direttore di Lancet.

In Europa, il caso più grave è del 2001, quando fu ritirato il Lipobay Bayer, anticolesterolo a base di cerivastatina, accusato di provocare la rabdomiolisi, un fenomeno nel quale le cellule dei tessuti muscolari tendono a rompersi, il che mette in crisi i reni che non riescono a smaltire l’eccesso di sostanze riversate in circolo. Sarebbero 31 i casi di decesso in America e una ventina nel mondo. Negli anni successivi è stato ritirato il cisapride, venduto sotto i nomi di Alimix, Cipril, Prepulsid (JanssenCilag) contro il reflusso gastroesofageo: negli USA avrebbe fatto 80 vittime.

In Italia, il Codacons richiese alla Procura di Roma il ritiro del Torvast, un coadiuvante per dialisi per il quale non era stata raccomandata prudenza ai pazienti con insufficienza renale. E la Procura di Torino ha aperto un’inchiesta sul Seroxat della Glaxo, causa di invalidità nei pazienti con depressioni.

Nel 2002, a seguito di due morti sospette, il ministero della Salute dispose il ritiro cautelativo dei farmaci a base di sibutramina, approvata nel 1999 negli USA e presente in Ectiva della Abbott, nel
Reductil e Reduxade della Glaxo. Era un farmaco per il trattamento dell'obesità, inibitore della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina. Venne successivamente riabilitato, e ne sono state vendute in Europa un milione e mezzo di confezioni.

Oggi è lunga la lista dei farmaci a rischio, dagli analgesici Cox2 (valdecoxib, lumiracoxib) sospettati di avere effetti epatici, agli antinfiammatori Celebrex della Pfizer e Prexige della Novartis. Altro farmaco sotto accusa è l’Iressa dell’AstraZeneca, una terapia contro il cancro ai polmoni, che non prolungherebbe affatto la vita dei malati.

A volte (raramente) le case si autodenunciano: l’Eli Lilly ha reso noto che Strattera, prescritto ai bambini per il trattamento dell’iperattività e del deficit di attenzione, ha causato gravi disturbi al fegato in due pazienti.

Più recentemente, la Eli Lilly ha patteggiato il pagamento di 62 milioni di dollari in 33 Stati USA per chiudere un’inchiesta avviata dai Procuratori generali dell’Illinois e dell’Oregon in cui era accusata di aver promosso l’antipsicotico Zyprexa anche per usi “off-label” - cioè per patologie diverse dalla schizofrenia e dai disturbi bipolari, le sole per le quali ha ricevuto l’autorizzazione dalla Food and Drug Administration (FDA) - senza le dovute avvertenze sui pericolosi effetti collaterali.

E Sempre la Eli Lilly ha ricevuto una lettera di richiamo dalla FDA, insieme ad altre quattro case farmaceutiche, responsabili di aver diffuso pubblicità incomplete, false o ingannevoli di farmaci indicati contro l’ADHD, la presunta sindrome da iperattività e deficit di attenzione, in bambini e adolescenti americani che assumono ogni giorno pericolose metanfetamine. Si tratta dello Strattera per la Ely Lilly, il Concerta per la Johnsos & Johnson, il Focalin per la Novartis, l’Adderal per la Shire e il Methylin per Manninckrodt. Secondo l’FDA, “le pubblicità omettono informazioni importanti, minimizzano rischi rilevanti, esagerano l’efficacia dei medicinali o fanno affermazioni non provate”.

Le pubblicità sono apparse su molti siti Web, compreso YouTube, e in materiali promozionali di queste aziende, distribuiti sia a medici e farmacisti che alle famiglie. Già nel giugno 2005, uno spot pubblicitario di Eli Lilly per promuovere lo Strattera era stato giudicato ingannevole dall’FDA, perché minimizzava i gravi rischi epatici del farmaco e lasciava intendere che può essere utilizzato anche per indicazioni più ampie di quelle contenute nell’autorizzazione al commercio, concessa nel novembre 2002.

L’Adderall, prodotto da Shine, era invece salito all’onore delle cronache nel 2005, quando in febbraio, Health Canada, l’autorità Canadese di controllo sanitario, ne aveva sospeso l’autorizzazione al commercio, in seguito alla segnalazione di venti morti improvvise registrate nel mondo tra i bambini che assumevano questo medicinale correttamente e alle dosi consigliate. In Canada, l’Adderall è stato poi riammesso in commercio 7 mesi dopo su pressioni del produttore, ma con avvertenze d’uso rafforzate.

Carlo Poma, dell’associazione Giù le Mani dai Bambini, primo e più rappresentativo comitato per la farmacovigilanza pediatrica in Italia, dice: “Questi psicofarmaci sono pericolosi e mettono a rischio la salute dei bambini. Anche l’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, lo sa, ma tace. In nessun paese del mondo le autorità hanno potuto resistere alle pressioni dei produttori da un lato, che sono disposti pressoché a tutto pur di promuovere il proprio business, e di gruppi di famiglie dall’altro, che si fanno stregare dallo psicofarmaco, che è la soluzione facile per risolvere ogni problema di comportamento dei loro figli”.

Lo scarso profilo etico dei managers di Ely Lilly, Johnson, Novartis e delle altre case farmaceutiche coinvolte, parrebbe confermato una volta di più da questa querelle negli USA: mentono, ingannano, nascondono i rischi, fanno affermazioni scientificamente non provate, sono disponibili a tutto pur di vendere questi psicofarmaci. “Il problema – conclude Poma – è che poi qui in Italia c’è chi crede a queste baggianate, genitori ed a volte anche medici, pronti a giurare convinti sulla bibbia di big-pharma e ad attaccare con arroganza chiunque abbia l’onesta intellettuale di schierarsi contro queste malepratiche sanitarie”.

Un’altra class action, promossa da alcune assicurazioni sanitarie contro un’altra casa farmaceutica, la GlaxoSmithKline (GSK), si è conclusa con un patteggiamento che ha stabilito il risarcimento di 40 milioni di dollari alle assicurazioni. La GSK era accusata di aver nascosto, tra il 1998 e il 2004, le informazioni di cui era in possesso sull’inefficacia e i rischi dell’antidepressivo
Paxil in bambini e adolescenti.

Il giudice Michael Davis del Distretto del Minnesota, ha approvato l’accordo finale per rimborsare le compagnie assicuratrici, come enti paganti terzi, per i costi da loro sostenuti come copertura assicurativa dei genitori ai cui bambini è stato prescritto Paxil e Paxil CR.

Baum, Hedlum, Aristei & Goldman ha avviato le class action basandosi su un documento interno della GSK (Glaxo Smith Kline) che mostra che GSK ha promosso il Paxil come un effettivo farmaco per bambini e adolescenti a dispetto di comunicazioni interne che confermavano che la sperimentazione clinica di Paxil nella depressione pediatrica non superava l’effetto placebo delle pastigliette di zucchero, e, anzi, ha mostrato un tasso di suicidalità molto superiore al placebo. Ciononostante, GSK ha messo sul mercato Paxil come “considerevolmente sicuro e efficace” sui bambini depressi.

Paxil non è stato mai approvato sui bambini, per cui non c’erano avvertenze particolari sul suo uso pediatrico sul foglietto informativo del Paxil. Quindi le prescrizioni e la vendita del Paxil sui bambini è stata tutta al di là delle indicazioni effettive, cosa che è permessa, ma con severe restrizioni sulle azioni promozionali e di marketing. “La vendita e commercializzazione di farmaci per usi fuori delle indicazioni specifiche è proibita salvo casi specifici in cui si permettono sperimentazioni scientifiche che siano condotte in modo accurato e che presentino dei risultati veritieri”, dice Michael Baum, socio anziano della Baum, Hedlum, Aristei & Goldman, “la GSK non avrebbe dovuto promuovere l’uso del paxil sui bambini quando gli esperimenti pediatrici interni alla GSK hanno mostrato che non era più efficace delle pilloline di zucchero del placebo e che causava nei pazienti un aumento di pensieri suicidi”.

Davis ha deciso che dei 40 milioni di dollari di rimborso aggiudicati alle compagnie assicurative, 1 milione di dollari sia destinato a donazioni per scopi sociali e umanitari ad associazioni il cui scopo primario includa i bambini affetti da turbe mentali e il restante sia distribuito fra i contendenti.

Baum, Hedlum, Aristei & Goldman è uno studio legale presente negli USA con la più grande lista ed esperienza di cause riguardanti danni dovuti a farmaci antidepressivi SSRI (inibitori del riassorbimento selettivo della serotonina come Prozac, Paxil, Zoloft), con più di 3000 azioni legali vinte negli ultimi 18 anni.

In Gran Bretagna, il National Institute of Health and Clinical Excellence (NICE) ha stabilito che il Ritalin, il controverso farmaco utilizzato per trattare i bambini che sarebbero affetti da ADHD, deve essere dato solo ai bambini più indisciplinati, mentre deve essere evitata la prescrizione ai bambini con un'età inferiore ai 5 anni.

Il NICE è il primo istituto di consulenza in materia di trattamento dell'ADHD, per rispondere alle preoccupazioni riguardo la troppa facilità con cui il Ritalin viene prescritto. La principale arma, secondo il NICE, contro questa condizione che colpirebbe 3 bambini su 100, dovrebbero essere i genitori informati e formati sull'ADHD.

I medici britannici sono preoccupati per l'emergere di un fenomeno alquanto allarmante: la somministrazione del Ritalin anche ai bambini sani che sono solo particolarmente vivaci. Le raccomandazioni del NICE non riguardano solo il Ritalin, ma anche un secondo farmaco, lo Strattera, che è stato associato a una serie di tentativi di suicidio e, di norma, non dovrebbe mai essere utilizzato contro l'iperattività.

''Non stiamo dicendo - ha detto Tim Kendall, psichiatra che aiutato a eleborare le linee guida - che il Ritalin comporti enormi rischi. Stiamo dicendo soltanto che preferiamo essere cauti e che se ci sono altri modi per aiutare i bambini e i loro genitori, vogliamo provarli''.

Il fenomeno dell'uso e abuso di psicofarmaci sui minori sta assumendo proporzioni ormai preoccupanti, soprattutto dopo la campagna di marketing e il moltiplicarsi di convegni scientifici che raccomandano l'uso di metilfenidato, un derivato
dell'anfetamina, sui bimbi che presentano la fantomatica sindrome ADHD, ovvero un presunto deficit di attenzione, iperattività o difficoltà di apprendimento.

Non contenta dei suoi già enormi profitti, la psichiatria ha preso di mira anche i bambini, una vasta area di mercato che sta diventando una larga fonte di fatturato. Al XIII Congresso Internazionale dell'ESCAP (Società Europea di Psichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza) a Firenze (agosto 2007) sulla psichiatria dei minori, si è stabilita la nuova strategia, cioè effettuare diagnosi precoci sin dall'infanzia. In un'altro importante convegno a Treviglio (BG), rivolto in particolare ad insegnanti, veniva asserito che il 20% dei bambini di 5 anni è a rischio di possibili disturbi neuropsichici.

Riguardo l'ADHD, da poche decine di centri psichiatrici che dovevano sorgere per determinare e sottoporre a terapia tali bambini, oggi ce ne sono ben 114. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani raccomanda di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per se stessi che per i propri figli, di richiedere accurate analisi mediche (chiunque ritenesse di aver subito danni a causa di diagnosi o trattamenti psichiatrici può mettersi in contatto con il Comitato).

E come risponde la politica? In Emilia Romagna, il progetto di legge per regolare la somministr azione di psicofarmaci ai minori è caduto sotto i colpi del Partito Democratico. Il 12 novembre 2008, il parlamentino regionale dell'Emilia Romagna ha respinto il testo con i voti dei democratici, dell'UDC e della lista civica Per l'Emilia-Romagna.

Il PD, per difendere la propria scelta, ha sostenuto che "è sbagliato affrontare il problema con un progetto di legge poichè la competenza in materia è esclusiva dell'Agenzia Italiana del Farmaco". Ma i promotori della legge, Verdi e An, hanno ribattuto dicendo che il testo era "conforme alla divisione delle competenze fra Stato e Regione", i quanto stabiliva solo degli obiettivi: l'obbligatorietà del consenso informato nell'utilizzo di psicofarmaci ai minori, demandare la segnalazione dei casi ad un servizio specializzato e non alle scuole e il controllo delle prescrizioni.

La capogruppo dei Verdi, Daniela Guerra, ha spiegato che "l'intento era quello di stabilire rigide condizioni d'uso perchè l'abuso è dietro l'angolo". Da quando il Ritalin è stato reintrodotto in Italia, ricorda Guerra, "permettendone l'utilizzo sui minori", ed è stata autorizzata "la prescrizione del Prozac ai bambini con più di 8 anni", c'è "il forte timore che crescano anche le diagnosi sui bambini".

Per il PD, invece, si trattava di "uno strumento eccessivamente rigido". Per Luca Poma, portavoce di Giù le Mani dai Bambini, afferma che "da tempo la sanità è materia di competenza congiunta tra Stato e Regioni”, e che “non si discute circa l'autorizzazione o meno al commercio di farmaci, nè li si vuole vietare, mentre vuole invece intervenire sui problemi di carattere etico, che sono, eccome, di competenza della Regione".

"La Giunta difende posizioni indifendibili - prosegue Poma - non è certo il miglior esempio di attenzione al territorio ed ai cittadini". Il Comitato richiede quindi che il progetto di legge ritorni in commissione, "per una valutazione di merito, articolo per articolo".

Oltretutto, il farmaco Ritalin è attualmente oggetto di un'inchiesta giudiziaria, non solo in Italia. Le accuse attribuiscono alla sedicente sindrome ogni scostamento da comportamenti infantili che sono graditi agli adulti, come se questi fossero depositari della perfezione. Quindi, ogni bambino che non si comporta esattamente come vorrebbero i genitori, viene definito malato, senza indagare né la misura dello scostamento dalla “media”, né le convinzioni né eventuali problemi interni alla famiglia.

In secondo luogo, molte associazioni attribuiscono all’impiego di psicofarmaci, l’aumento dei suicidi nei giovanissimi.

A corollario, c'è l’accusa alle industrie farmaceutiche di promuovere i farmaci per solo interesse economico.

Le indagini della Procura di Bologna, si sono concentrate per la seconda volta su una presunta psicologa portavoce dell'associazione AGAP (amici di Paolo). In questa seconda inchiesta, ad "incastrare" la donna è stata una telefonata registrata e inserita sul sito internet dell'associazione Giù le Mani dai Bambini, che farebbe sospettare l'esistenza di un presunto centro diagnostico abusivo, dove verrebbero visitati i bambini.

La registrazione telefonica ambientale, rimette in discussione i presupposti della decisione del PM di Bologna, Luigi Persico, che aveva deciso di archiviare il dossier nei confronti dei presunti finti psicologi che parevano consigliare a genitori ed insegnanti di somministrare psicofarmaci ai bambini distratti od agitati. Secondo Persico, non si erano ravvisate particolari irregolarità, ma comunque aveva lanciato un chiaro monito alle istituzioni: qualora si organizzassero in futuro corsi informativi nelle scuole sui disturbi del comportamento dei minori, sarà essenziale la presenza di un medico della struttura pubblica.

Nella conversazione telefonica intercettata, una sedicente esperta parla di psicofarmaci con grande leggerezza, cercando di invogliare il suo interlocutore ad adottarli come terapia. La signora conferma sia di avere rapporti stretti con le scuole, dove dice di aver rintracciato fino a 6 bambini malati per ogni classe, e parla del centro di San Donà di Piave (Venezia), una struttura dove sarebbero più "morbidi", rispetto ad altri, nel prescrivere il farmaco. Inoltre, la donna dice di gestire un centro di assistenza dove i bambini con disturbi del comportamento possono essere portati durante la settimana per un “monitoraggio”, quasi a sostituirsi all’ASL che secondo lei non garantisce i risultati.

C’è n’è abbastanza per rimanere sgomenti – dice Luca Poma – anche perché, associazioni come quella rappresentata da questa signora, in Italia ne esistono almeno altre tre, che usano metodi analoghi: si aggirano tra genitori ed insegnanti spacciando come sicurissime e più che utili terapie a base di psicofarmaci su bambini anche in tenera età, contando su di una piccola rete di medici compiacenti pronti a ricettare psicofarmaci senza alcuna difficoltà. Dato che la comunità scientifica non è per nulla concorde circa la somministrazione di molecole psicoattive e metanfetamine a bimbi di 6 anni, il medico dovrebbe per lo meno essere equilibrato e non avere a priori un approccio ideologicamente pro-psicofarmaco a tutti i costi”.

A livello nazionale, intanto, si attende la discussione dei Progetti di Legge nazionale dell’On. Mariella Bocciardo e dell’On. Marcello De Angelis, che hanno come obiettivo quello di porre sotto controllo l’uso disinvolto di questi contestati prodotti farmaceutici, nella speranza di evitare in Italia gli abusi registrati in molti altri paesi del mondo.

Giorgio Antonucci è membro onorario dell'Associazione Europea di Psicanalasi e dell'Osservatorio Italiano della Salute Mentale. Psichiatra e amico di Franco Basaglia, il 26 febbraio 2005 ha ricevuto a Los Angeles il Tomas Szasz Award per "meriti eccezionali nella lotta contro lo stato terapeutico". Presidente onorario del comitato scientifico di Giù le Mani dai Bambini, è un'importante esponente del fronte del No all'elettroshock (Terapia Elettro Convulsiva).

Questo è un periodo di ritorno alle vecchie tradizioni, si sta tentando di annullare tutto quello che è stato Franco Basaglia per la psichiatria italiana. Io ero un suo allievo, ho partecipato attivamente alla chiusura dei manicomi e all'abbattimento di un mondo di violenze e repressioni: non posso non essere contrario all'aumento dell'uso della TEC. Nel 1969 ho tolto l'elettroshock dal reparto donne a Gorizia. E nel 1973, insieme a Cotta, l'ho tolto da tutta la struttura di Imola. Stiamo parlando di un'invenzione che ha una storia controversa sin dalla sua nascita. Cerletti seppe che ai macelli, prima di uccidere i maiali, facevano passare la corrente nella loro testa. Così, per calmarli, per non farli agitare troppo prima di ammazzarli. Era il 1938 e aleggiavano teorie molto particolari, una di queste era quella per cui se si procurava uno stato di epilessia artificiale al paziente, gli si migliorava lo stato di salute. Il passo fu breve, si pensò che attraverso una scarica elettrica con cavi posti sulle tempie del paziente, lo si sarebbe guarito. Una moda che non è mai terminata nel mondo e che ora ha molti sostenitori anche in Italia e in Toscana è sostenuta addirittura dall'Università di Pisa”.

Perché questa pratica fa comodo alla psichiatria italiana?

Perché, contrariamente a quello che chiedeva Basaglia, si fa ancora assistenza sanitaria coercitiva, quando il giuramento di Ippocrate parla chiaro: non si devono procurare danni al malato. I medici dovrebbero essere dei consulenti dei loro assistiti e se consigliassero delle operazioni, i pazienti dovrebbero disporre di se stessi, avere l'ultima sul da farsi, decidendo autonomamente sulla loro pelle. Oggi questo non avviene. Il TSO - Trattamento Sanitario Obbligatorio - ne è una dimostrazione, in questo caso le persone interessate sono trattate con la forza e al massimo i dottori fanno firmare dei fogli ai parenti, così, per scaricare parte delle loro responsabilità. Solo una parte però, perché è evidente: l'elettroshock fa male. Crea un'epilessia: uno stato patologico grave”.

Dall'altra parte si sostiene l'efficacia indolore di questa “cura”...

Baruk la definisce la terapia del terrore e il dizionario medico francese Larousse elenca una sconcertante serie di possibili inconvenienti: mozzicature della lingua, lussazione delle spalle, della colonna vertebrale e degli arti. Lacerazioni muscolari, ascessi, necrosi pancreatica e dilatazioni acute del cuore. La TEC mette a rischio la vita dei pazienti, è controindicato per i cardiopatici, per chi ha avuto l'ictus o la tubercolosi, per le donne in stato interessante e per i bambini. Invece è utilizzato sia sui ragazzini, che sulle donne che aspettano dei figli e soprattutto sugli anziani. Non importa a nessuno che può provocare delle microemorragie al cervello. Questa è la psichiatria tradizionale. La stessa che sostiene la castrazione per chi ha problemi sessuali, e la lobotomia. Non c'è da stupirsi: sì, la lobotomia è praticata ancora oggi anche in Italia e la fanno passare come una semplice operazione neurologica...”.

Possiamo affermare che elettroshock e psicofarmaci siano strumenti utili al grande business della psichiatria?

Certamente. Non ho mai praticato l'elettroshock e sono contrario anche all'uso di questi medicinali. Gli stessi inventori avevano delle perplessità. Le considero delle droghe che indeboliscono: sono sostanze che modificano i centri nervosi. Una cosa è chi le prende volontariamente, un'altra è chi è costretto ad utilizzarle, questo è quello che succede nelle cliniche. All'impatto con gli psicofarmaci, l'organismo si difende, si modifica, e la sostanza clinica diventa come l'eroina. Porta subito il paziente alla dipendenza farmacologica e psicologica. Il Risperdal, un farmaco molto consigliato anche dagli psichiatri italiani, può provocare malattie mortali. È stato associato ai tumori pituitari. Molte persone che utilizzano psicofarmaci hanno il morbo di Parkinson, questo perché hanno avuto delle lesioni ai centri nervosi. Credo che nel progetto stesso di curare attraverso queste tecniche vi sia la volontà di controllare le menti degli altri. L'unico modo per aiutare chi è in difficoltà è discutere con l'interessato dei suoi problemi. E lo si deve fare volontariamente”.

TENDENZE SUICIDE

Ancona, 10 novembre 2008. Un quattordicenne si è ucciso con il fucile del padre. E' accaduto a Borgo Tufico, una frazione di Fabriano. I testimoni hanno sentito due colpi secchi. L'adolescente era solo in casa.

Treviso, 6 novembre 2008. Un buttafuori 37enne di origine romana si è sparato alla tempia al poligono di tiro di Santa Maria del Rovere F.F. La tragedia si è consumata davanti ad un gruppo di persone che, come F.F., stavano esercitandosi. F.F. ha approfittato di pochi istanti per compiere il gesto estremo, piazzandosi in mezzo alla «linea di tiro». Ha sparato qualche colpo in aria che ha spaventato i presenti, poi si è ucciso.

Reggio Emilia, 5 novembre2008. Una donna poco più che 25enne, che voleva suicidarsiingerendo dosi eccessive di psicofarmaci, è stata salvatadalla prontezza di un carabiniere “psicologo” che l'ha tenuta al telefono scongiurando il dramma. La ragazza è stataraggiunta dalle forze dell'ordine e dai soccorsi del 118. Ilcarabiniere era stato allarmato dal marito della donna che aveva ha ricevuto un messaggio sul cellulare che gli preannunciava gli intenti suicidi della moglie.

Spoleto, 1 novembre 2008. Una donna di 40 anni stata ritrovata cadavere sotto il Ponte delle Torri, un famoso ponte nei pressi della Rocca di Spoleto che spesso attira aspiranti suicidi. Non ci sono testimoni oculari, ma sulla base degli elementi raccolti, la polizia ritiene che si tratti proprio di un suicidio.

Frosinone, 31 ottobre 2008. Ha tentato il suicidio per amore ingerito un cocktail mortale di psicofarmaci ma è stata salvata in tempo dalla polstrada di Frosinone. Il folle gesto è stato tentato da una camionista 29enne della provincia di Verona. La ragazza è stata soccorsa dai sanitari del 118 che l’hanno sottoposta prontamente ad una lavanda gastrica.

Milano, 10 Ottobre 2008. Una studentessa 25enne di economia di Santa Maria Capua Vetere, che frequentava la Bocconi, si è gettata dalla finestra della sua casa al quarto piano in via Gian Galeazzo ed è morta sul colpo. Ada Bovienzo, figlia dell'avvocato Vittorio Bovienzo, era in compagnia di un amico che l'aveva raggiunta sempre da Santa Maria. Il gesto potrebbe essere stato causato da un forte stress.

Istrana (Treviso), 8 ottobre 2008. Si è tolta la vita due giorni prima di compiere 29 anni. Sono stati i genitori a trovarla in casa, impiccata. Ha lasciato solo un biglietto per spiegare il gesto estremo: «per voi sono diventata un problema». G. G., di Istrana, soffriva di anoressia e depressione. Aveva già tentato il suicidio per la prima volta alle scuole superiori. Di recente, era stata ricoverata all’ospedale Ca’ Foncello a causa della sua depressione, che non riusciva a sconfiggere.

Reggio Emilia, 1 ottobre 2008. Un pensionato di 64 anni si è lanciato nel vuoto dal tetto della propria abitazione nella frazione Villa Seta di Cadelbosco Sopra, nel reggiano. Il fatto poteva aver conseguenze ben più drammatiche se non fosse stato per il carabiniere Adriano Rubichi, intervenuto sul posto insieme ai colleghi, ai Vigili del Fuoco ed ai sanitari del 118, che è riuscito ad attutire la caduta. Cosa abbia spinto il 64enne all'insano gesto è ancora al vaglio delle forze dell'ordine.

Pisa, 25 settembre 2008. Un ex fantino, Simone Parola, 39 anni, si è dato fuoco insieme ai suoi due bambini, rispettivamente di 7 e 5 anni: ha raggiunto con l'auto la riva dell'Arno con i figli e ha appiccato il rogo. I corpi carbonizzati sono stati ritrovati vicino a una discarica. Pare che l’uomo, reduce da un matrimonio fallito, non abbia retto alla fine della sua seconda unione. Ma non si esclude anche che potesse avere qualche disturbo psicologico.

Dolceacqua, 15 settembre 2008. Una donna di 57 anni, residente a Cagnes sur Mer, nella Costa azzurra francese, ha tentato di suicidarsi a Dolceacqua, in località Passerina, mentre si trovava con il marito in una sua seconda casa, imbottendosi di psicofarmaci. Sul posto sono intervenuti i volontari della Croce Verde Intemelia. La donna era incosciente, ma alla fine è stata rianimata e portata al pronto soccorso di Bordighera. Non si conoscono le motivazioni all'origine del tragico gesto.

Ferrara, 26 ottobre 2008. “I suicidi sono all’ordine del giorno”. Alessandro Martello, presidente dell’associazione Centro Studi Sicurezza, ha lanciato l’allarme suicidi tra le guardie giurate dopo che una guardia giurata 23enne dipendente della Coop Service di Ferrara si è sparato con la propria pistola di ordinanza. Sei mesi fa, “Purtroppo il nostro è un lavoro altamente usurante. Turni massacranti ed orari improbabili portano anche a tali gesti estremi quando si vivono situazioni difficili nella vita”, ha dichiarato Martello.

Roma, 4 novembre 2008. Dopo l'ultimo, tragico, suicidio del 25enne Marco Fagioli, Agente delle Fiamme Oro e talento della canoa italiana, l'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia (ANFP) chiede più controlli medici e sostegno psicologico alle forze dell'ordine. Marco Fagioli si è tolto la vita con la pistola d'ordinanza in auto vicino al centro sportivo delle Fiamme Oro della polizia. Era originario di Pisa e attualmente era in forza al gruppo sportivo di Sabaudia. A trovare il cadavere sono stati i colleghi. Nell'auto, parcheggiata a poca distanza dall'impianto sportivo lungo il lago di Paola, è stata trovata una lettera di scuse e di saluti indirizzata alla famiglia e alla fidanzata, ma non sono emersi altri elementi che possano spiegare la ragione del gesto. Il suicidio di Fagioli si aggiunge ad altri ''che recentemente e periodicamente segnano le Forze di Polizia e quelle militari con una sanguinosa linea che non si interrompe''. Nella Polizia di Stato, si ricorda, solo quest'anno sono stati 11 coloro che si sono tolti la vita con la pistola d'ordinanza, piu' del doppio rispetto ai 5 registrati sia nel 2007 che nel 2006. Salgono così a 134 i casi di suicidio dal 1995 ad oggi, di cui solo 6 per impiccagione. ''A fronte di condizioni di stress a cui si possono sommare quelle di disagio personale, mancano nelle forze dell'ordine controlli periodici delle condizioni psicofisiche”, denuncia il segretario nazionale dell'ANFP, Enzo Marco Letizia. Attualmente, sono solo 40 gli psicologici in servizio e dunque secondo Letizia è ''urgente indire dei concorsi straordinari per assumere psicologici da destinare in una prima fase ad ogni questura. Il problema delle persone armate si ripropone in termini più gravi per i titolari di porto d'armi per caccia ed uso sport, mentre nessun controllo successivo è disposto per i semplici detentori.

Berlino, 23 ottobre 2008. In Germania è record di suicidi tra i medici, che sembrano non reggere allo stress professionale. A lanciare l'allarme sono stati il quotidiano Bild ed il settimanale Der Spiegel che attribuiscono la causa di fondo all'eccessivo lavoro a cui sono sottoposti i sanitari tedeschi.

"I nostri medici sono troppo malati", titola a caratteri cubitali Bild, che sottolinea come ad aver bisogno di cure è proprio la categoria professionale chiamata ad occuparsi della salute degli altri. Il settimanale di Amburgo rivela invece che sono 200 i camici bianchi tedeschi che ogni anno si suicidano, mentre il presidente dell'associazione di categoria (Baek), Dietrich Hoppe, spiega che "i problemi economici ed un disumano carico di lavoro fanno ammalare un numero sempre più elevato di sanitari".

Lo Spiegel scrive che i medici di famiglia sono costretti a lavorare 55 ore per settimana, impiegando un quinto del loro tempo a svolgere mansioni burocratiche e amministrative, causate dal complicato sistema sanitario tedesco. Una percentuale tra il 10 ed il 15% dei sanitari finisce per cadere preda della dipendenza dall'alcol e dai medicinali, mentre le statistiche rivelano che il numero di suicidi tra i medici donna è tre volte più elevato di quello dei loro colleghi maschi.

Il professor Stephan Ahrens, direttore del centro per malattie psicosomatiche di Amburgo, dichiara a Bild che tra i suoi pazienti ci sono "sempre più medici, uno su nove malati. Dopo i manager, si tratta della categoria professionale che fa più spesso ricorso alle nostre cure".

Ad essere più colpiti da depressioni, stress e attacchi di panico, sono gli psichiatri e gli anestesisti. Secondo le stime degli esperti, un medico tedesco su dieci soffre della sindrome del "burn-out", il logoramento da eccesso di lavoro, mentre negli ospedali il fenomeno riguarda un sanitario su tre. Per molti di questi camici bianchi, la tragica via d'uscita sembra essere proprio il suicidio, come conferma il professor Ahrens, che aggiunge laconico: "quando un medico decide di togliersi la vita, sa come fare".

In Corea del Sud, invece, il rapido aumento del numero di suicidi viene attribuito alla crisi economica internazionale unita al crollo dei mercati azionari. Lo riferisce a Seul la stampa locale: le forti oscillazioni di Borsa hanno messo sul lastrico numerosi risparmiatori e causato un sensibile incremento delle malattie mentali.

La tendenza in atto in Corea del Sud è in linea con il campanello d'allarme suonato all'inizio del mese dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha messo in guardia da un possibile incremento di suicidi e disordini mentali legati direttamente alla crisi finanziaria internazionale.

Sydney, 13 novembre 2008. L'interminabile siccità che ha devastato il settore agricolo australiano, e il crescente isolamento sociale legato alla fuga verso le città, sono all'origine di un tasso di suicidi fra gli agricoltori che è quasi del 50% più alto della media delle comunità rurali.

Uno studio della Scuola di assistenza sociale dell'università Flinders di Adelaide, il primo a esaminare i suicidi legati all'attività agricola, mostra che commettono suicidio 34 uomini attivi in agricoltura su 100 mila, ben al di sopra del 24 per 100 mila riscontrabile fra gli uomini rurali in generale.

Tra le donne, invece, il tasso di suicidi è pari a quello delle altre donne in comunità rurali: sei su 100 mila. Lo studio, pubblicato dall'Australian Journal of Rural Health, ha utilizzato statistiche di mortalità dello stato dell'Australia meridionale dal 1997 al 2001, cinque anni durante i quali vi sono stati in tutto 1033 suicidi.

Secondo il Dr. Keith Miller della School of Social Work alla Flinders University di Adelaide, che ha guidato la ricerca, le cifre più recenti saranno ancora più alte. «Sapevamo che la depressione era un problema nell'Australia rurale, ma questa è la prima volta in cui disponiamo di cifre per mettere in luce le ripercussioni di tale depressione».

Il Dr. Miller ha passato in rivista tutti i 1,033 casi di suicidio. Sebbene la siccità sia ampiamente considerata la principale causa di depressione e suicidio, secondo Miller non costituisce il nocciolo del problema. “Il problema vero è il cambiamento del modo di vita delle comunità rurali”, dice, “c’è un sempre maggiore isolamento sociale, un aumento delle dimensioni delle fattorie, un aumento del carico di lavoro e la diminuizione di contatti tra vicini. I sottogruppi sono quelli più a rischio”.

Il professore Ian Hickie, direttore del Brain and Mind Research Institute alla University of Sydney, dice che nelle comunità rurali si comincia a registrare un tasso di depressione simile a quello degli altri australiani ma con un rischio maggiore di complicazioni come il suicidio o la dipendenza da alcool. “Non è tanto la malattia il problema”, dice Hickie said, “è la mancanza di accesso ai giusti servizi sanitari”.

In generale, il numero di suicidi è in crescita in tutto il mondo, con una mortalità che si attesta a 14,4 decessi per 100 mila abitanti nel 2007. Ma con differenze abissali tra i diversi Paesi. L'Italia, con le altre nazioni del Mediterraneo, si posiziona tra le aree geografiche meno a rischio, con un tasso di suicidi di 4,8 per 100 mila abitanti, insieme alla Grecia.

I casi si moltiplicano in maniera esponenziale nei Paesi dell'Est - in media 45 casi su 100 mila abitanti - dove si arriva, nel caso della Lituania, al triste primato di 68 suicidi per 100 mila abitanti: tra gli uomini dai 20 ai 44 anni il tasso arriva a 90,5, secondo i dati della International Association for Suicide Prevention (IASP), l'Associazione Internazionale per la Prevenzione del Suicidio, diffusi in occasione della “Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio” (World Suicide Prevention Day), che si è celebrata a settembre.

Trai Paesi più a rischio, alla Lituania seguono Bielorussia, Russia, Kazakistan, Slovenia, Ungheria e Lettonia. Cina e India, invece, anche a causa della loro popolazione, contano il numero assoluto di suicidi più elevato: è cinese il 20% delle persone che hanno messo fine alla propria vita nel 2007.

Le vittime si riducono molto, infine, nei Paesi più influenzati dal cattolicesimo come ad esempio Colombia e Paraguay.

Nel 2007, a Bologna, si sono tolte la vita 84 persone. E ci hanno provato in 68. I numeri assoluti dicono poco, ma tradotti in termini statistici, queste cifre significano che, nel capoluogo emiliano-romagnolo, ogni 100 mila abitanti si verificano 8,7 suicidi (più del doppio che a Roma, dove la media è di 3,1 e quasi due volte i 4,1 di Milano) e 7,1 tentativi (sette volte tanto che a Firenze, dove ogni 100 mila abitanti ce ne sono stati 1,6).

I dati sono stati da poco pubblicati sul sito del Comune di Bologna: comprendono città e provincia, sono certificati dall’Istat e arrivano dai casi di suicidi, riusciti o tentati, accertati dalle forze dell’ordine. In cima alla classifica, in termini assoluti, c’è Milano, sia per il numero di chi si è tolto la vita (159) che per chi ci ha solo provato (193). Ma se si considera il numero di casi in relazione al numero di abitanti, Bologna si piazza al quarto posto per i suicidi (dopo Trieste, Cagliari e Perugia) e al nono per il numero di tentativi: superata, in questo, da altre tre città dell’Emilia-Romagna: Ravenna, Ferrara e Modena.

Raffrontando dati e numero di abitanti, dalle statistiche si scopre che a Bologna ci si toglie la vita più frequentemente che a Roma (8,7 suicidi ogni 100 mila abitanti contro 3,7), che a Milano (4,1) e a Torino (6,4). Ma è comunque meno frequente che a Trieste (dove ogni 100 mila abitanti i suicidi sono stati 12,3), a Cagliari (11,3) e Perugia (10,1). Quanto ai tentativi di togliersi la vita, in termini statistici a Bologna ce ne sono stati di meno che a Trieste, Reggio Calabria, Ravenna, Ferrara e Modena. Ma molti di più che a Roma, Napoli, Firenze e Palermo. Infatti, i 68 aspiranti suicidi “bolognesi” del 2007 equivalgono a 7,1 tentativi ogni 100 mila abitanti, superando in media gli 89 romani (2,2 ogni 100 mila abitanti), i 24 napoletani (0,8), i 16 fiorentini (1,6) e i 53 palermitani (4,3).

Ci sono città, però, anche più piccole di Bologna, dove la gente prova a suicidarsi più frequentemente: è il caso di Trieste (26,6 ogni 100 mila abitanti contro i 7,1 di Bologna) o Reggio Calabria (15 ogni 100 mila abitanti). E, rimanendo all’interno della regione Emilia-Romagna, a tentare il suicidio a Ravenna nel 2007 sono stati in 51 (13,4 ogni 100 mila abitanti); a Ferrara in 26 (7,3) e a Modena in 49 (7,2).

Per quanto riguarda la Regione Emilia-Romagna, questo è l’elenco dei dati relativi ai suicidi del 2007 disponibili sul sito del Comune: Bologna 84 (8,7 ogni 100 mila abitanti); Modena 44 (6,5); Ferrara 27 (7,6); Reggio Emilia 24 (4,7); Parma 10 (2,3); Ravenna 32 (8,4) e Rimini 12 (4). Quelli dei tentativi di suicidio, invece, sono questi: Bologna 68 (7,1 ogni 100 mila abitanti); Modena 49 (7,2); Ferrara 26 (7,3); Reggio Emilia 28 (5,5); Parma 8 (1,9); Ravenna 51 (13,4) e Rimini 12 (4).

In generale, secondo i dati Istat, i suicidi di minorenni rappresentano l'1,1% dei casi. mentre quelli di età pari o superiore a 65 anni sono il 40,0%. Analogamente, i tentativi sono pari al 2,7% per i minorenni e all'11,4% per le persone di 65 anni ed oltre. I suicidi sono più frequenti tra i coniugati (39,2% del totale dei suicidi), mentre i tentativi sono più frequenti tra i celibi (44,0%). Le malattie sia fisiche che psichiche prevalgono come movente, rappresentando il 50,2% delle cause nei suicidi e il 42,1% nei tentativi. Il mezzo più usato nei suicidi è l'impiccagione (39,6%), mentre è l'avvelenamento nei tentativi (26,3%).

NAZIONI UNITE, 4 novembre 2008. Con un milione di morti suicidi ogni anno, e due morti per suicidio ogni minuto, il fenomeno resta una importante causa mondiale di morte prevenibile.

"Ètragico che in un mondo dove ogni anno muoiono per suicidio piùpersone di quante ne muoiano in tutte le guerre, attacchiterroristici e omicidi, si dedichi così poca attenzione allaprevenzione del suicidio, e solo dodici paesi abbiano una strategianazionale per la prevenzione del suicidio”, ha dichiarato BrianMishara, presidente della IASP.

Le cause e i metodi di suicidio variano molto da paese a paese, e spesso vengono presi in considerazione esempi di suicidio legati a fattori culturali prima di adottare una strategia nazionale, spiega Mishara. Nonostante la complessità delle cause alla radice del problema, in Asia è stato osservato che tra le cause prevalenti vi sono le tensioni familiari, al contrario dell’Occidente, dove la depressione clinica rappresenta il 90%o dei casi di suicidio.

La principale differenza tra i suicidi in Europa, Nord America, Australia, Nuova Zelanda e altrove è che circa il 90% delle persone che muoiono per suicidio ha problemi di salute mentale, mentre, almeno in Asia, queste rappresentano meno del 50%. L’Asia presenta più casi di suicidio impulsivo in situazioni di crisi”, segnala Mishara.

Esistono determinati fattori culturali di rischio e fattori protettivi. Ad esempio, in molte aree rurali il facile accesso ai pesticidi letali aumenta il rischio di suicidio impulsivo, mentre vivere in un contesto familiare allargato protegge dal suicidio e ne riduce il rischio. L’ingestione di pesticidi è il metodo usato per un terzo dei casi di suicidio in Asia, mentre è un metodo raro in Occidente. Le differenze di metodo hanno prodotto piani di prevenzione molto diversi.

Alexandra Fleischmann, esperta di salute mentale e di abuso di sostanze presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha spiegato che gli studi sulla comunità dei principali fattori sociali, culturali e psicologici legati ai tentativi di suicidio, oltre ad una migliore comprensione delle motivazioni di fondo, sono elementi chiave nella prevenzione dei suicidi.

Oggi, un programma pilota attuato in India, Cina e Sri Lanka, limita l’accesso ai pesticidi e prevede il loro uso esclusivamente in contenitori sigillati. In Europa, le “help-lines”, le linee telefoniche di aiuto, sono un potente strumento per la prevenzione dei suicidi. La prevenzione può avvenire a livello nazionale o locale. “La pianificazione a livello nazionale - precisa Mishara - garantisce una guida e un inquadramento di tipo politico, decisivo per mantenere un livello alto e costante di finanziamenti per la ricerca e la prevenzione del suicidio.

A livello locale, esistono diversi programmi di prevenzione che traducono le decisioni politiche e i risultati delle ricerche in attività efficaci a livello comunitario locale. Nei casi di politiche nazionali già adottate e attuate, abbiamo riportato un calo significativo nel tasso dei suicidi, tra i cinque e gli otto anni dopo”.

I dati e le statistiche ufficiali relativi al suicidio vengono comunicati all’OMS dai ministri nazionali della salute. “In genere, i dati vengono considerati per difetto, nonostante possibili variazioni significative nella loro portata”, dice Mishara. Alcuni paesi in via di sviluppo - come ad esempio Cuba e Nicaragua - sembrano possedere dati accurati, al contrario di altri paesi. Praticamente nessun paese africano riporta all’OMS dati nazionali sui suicidi, anche se i rapporti di alcuni ospedali e città costituiscono possibili metodi per accertare la presenza di casi di suicidio.

Uno studio condotto nel Tamil Nadu, in India, si è tentato di avere una stima più accurata dei tassi di suicidio. Alcuni intervistatori laici specificamente addestrati hanno condotto colloqui col metodo della “autopsia verbale” con i familiari di 39mila morti. Attraverso lo studio si è scoperto che i tassi di suicidio nella regione erano 10 volte maggiori di quelli riportati ufficialmente dall’OMS. Se questi risultati venissero applicati ad altri paesi, il numero totale dei suicidi salirebbe di circa un milione.

I kamikaze vengono generalmente considerati in una categoria diversa rispetto a chi commette suicidio per ragioni psicologiche, e classificati come “atti di guerra”. Anche i paesi in cui sono presenti kamikaze in genere non riportano dati sui suicidi all’OMS, osserva Mishara.

La IASP è stata fondata a Vienna nel 1960 come associazione di ricercatori, clinici, professionisti, volontari e organizzazioni locali e nazionali di diverso tipo. In collaborazione con l’OMS, lavora per promuovere la consapevolezza che il suicidio è una delle maggiori cause di morte prevenibili, e per assistere nell’elaborazione di strategie nazionali di prevenzione del suicidio.

Dopo aver constatato che l'informazione può incidere in modo positivo o negativo sui tassi di suicidio, le iniziative della IASP e dell’OMS prevedono anche la definizione di linee guida per i professionisti dei media sul modo di trattare il tema. Tra le altre iniziative, la prevenzione dei suicidi in carcere, l’assistenza ai familiari delle vittime di suicidio, oltre a terapie adeguate e assistenza per le persone che hanno tentato di togliersi la vita.

Tokyo, 26 settembre 2008. In molte stazioni metropolitane e ferroviarie giapponesi sono state installate barriere anti-suicidio. Collocate all'estremità delle banchine, hanno anche lo
scopo di evitare le cadute accidentali, tutt'altro che rare. Le barriere, alte circa un metro e mezzo, si aprono solo quando il treno ha raggiunto la banchina, e dopo l'apertura delle porte.

Secondo quanto riportato dall'edizione on-line del quotidiano giapponese Yomiuri Shimbun, l'installazione di questi ostacoli è già stata decisa per tutte le 29 stazioni della linea JR Yamanote di Tokyo. Decisione analoga è stata presa dalla Tokyo Metro Co. per le stazioni della sua metropolitana. Le statistiche della East Japan Railway Co, che gestisce la JR Yamanote, parlano di 168 casi di persone cadute accidentalmente sui binari, dal 2003 al 2007. Dal computo sono però esclusi i suicidi (che, in assenza di testimoni, sono difficili da distinguere dagli incidenti).

Decisamente positivo il bilancio nelle nove stazioni della linea Shinkansen, una delle più note di Tokyo: dall'installazione delle barriere anti-caduta, non si è verificato nessun incidente. Le uniche perplessità sollevate dai gestori della rete metropolitana sono relative ai tempi di salita e discesa, che si potrebbero allungare, oppure alle dimensioni della banchina, lievemente inferiori a quelle tradizionali.

Gli ultimi dati disponibili, in materia di suicidi, sono preoccupanti: ogni quindici minuti, in Giappone, una persona si toglie la vita, e una parte consistente decide di farlo buttandosi sotto ad un treno. Un rapporto dell'OMS sui Paesi del G8, colloca il Giappone al secondo posto, subito dopo la Russia.

Recentemente, è salito il numero di coloro che scelgono di togliersi la vita inalando gas tossici a base di acido solfidrico ricavati da un mix di sostanze chimiche presenti in comunissimi detergenti per la casa.

Secondo i dati del governo nipponico, solo quest’anno si sono suicidate in questo modo 876 persone, una cifra trenta volte superiore al numero totale dei suicidi analoghi registrati l'anno scorso, quando in tutto furono 29.

L'impennata di questo tipo di suicidi ha fatto scattare l'allarme nel paese, mentre la polizia ha lanciato un giro di vite sui siti internet che forniscono le istruzioni per creare questi gas letali mescolando prodotti detergenti per la pulizia della casa.

Questo metodo ha anche provocato una serie di evacuazioni di massa in case e in hotel perché il gas forma delle nuvole tossiche altamente velenose che possono essere respirate anche da chi si trova nelle vicinanze.

In generale, il numero di suicidi nel paese è salito nel 2007 a 33.093, facendo registrare un incremento del 2.9% rispetto l’anno precedente e inserendosi al secondo posto nella classifica delle statistiche annuali.

I patti suicidi online, conosciuti come "netto shinju" (net suicide), hanno contribuito a far aumentare di moltio il numero di suicidi in questi ultimi cinque anni, a partire dal 2003, quando tre aspiranti suicidi si sono dati appuntamento via internet per uccidersi con il gas all’interno di un furgone su una strada di montagna.

Il fenomeno è diffuso anche nella Corea del Sud. Il 7 aprile 2007, i corpi di due donne sono stati ritrovati in un appartamento a sud di Seoul: avevano sigillato la stanza con un nastro di plastica e poi hanno bruciato della carbonella in una stufa avvelenandosi col monossido di carbonio. Le due si erano conosciute su Internet. Il 14 marzo, cinque giovani, maschi e femmine, che già avevano tentato di suicidarsi in gruppo si sono recati in un motel sul lungomare per decidere un metodo più efficace. Uno dei cinque ha avvertito la polizia, che dopo essere intervenuta ha dichiarato che i cinque avevano fatto un patto suicida su Internet.

Negli ultimi 25 anni, la Corea del Sud ha fatto registrare un notevole incremento del tasso di suicidi, uno dei più alti tra i 30 paesi membri dell’Organization for Economic Cooperation and Development. Nel 2005, il Korea National Statistical Office ha calcolato un tasso di 24.7 suicidi su 100.000 persone, quasi più che raddoppiato rispetto al 2000 (6.440).

Gli esperti hanno attribuito questo incremento agli stress seguiti alla rapida modernizazzione, ma hanno anche espresso una forte preoccupazione riguardo al ruolo giocato da Internet, anche dato il fatto che la Corea del Sud ha uno dei più alti tassi di accesso alla banda larga.

In poco più di una generazione, la globalizzazione ha trasformato la Corea del Sud da uuna società agraria ad una estremamente competitiva nell’economia hi-tech, dove le pressioni verso il raggiungimento del successo a scuola e nel lavoro sono divenute molto intense (nel 2005, centinaia di studenti delle scuole superiori hanno manifestato per le strade al grido di “non siamo macchine da studio!”, dopo che 15 studenti in tutto il paese si erano suicidati a causa di eccessive pressioni subite per lo studio). Mentre, al contempo, il supporto di base tradizionale, quello familiare, sta scemando: i divorzi aumentano a velocità record. Inoltre, la crisi economica-finanziaria che ha colpito l’Asia negli anni ’90, ha fatto evaporare le garanzie di posti di lavoro stabili, così come da noi vige il precariato.

Da una analisi di 191 casi di suicidi di gruppo riportati dai media, in cui era coinvolto l’utilizzo di Internet, dal giugno del 1998 al maggio del 2006, Kim Jung Jin, un sociologo della Korea Nazarene University, ha scoperto che quasi un terzo dei casi vedevano coinvolte persone che avevano stipulato un patto suicida su Internet.

Parallelamente, in Giappone, nel 2005, il suicidio di 91 persone - quasi il triplo rispetto al 2003 - è stato correlato dalla polizia ad un patto suicida online. Nello stesso anno, la Internet Safety Commission, ha bandito le parole “suicidio” e “morte” dai nomi dei blog (tipo “Let's Die Together”), e ordinato la chiusura di 566 blogs, gruppi, chat o post che incoraggiavano il suicidio, dopo che era stata scoperta una media di 100 siti Web legati al suicidio ogni mese. Nel 2006, il numero di suicidi è sceso a 147, ma è di nuovo salito, a 161, nei primi mesi del 2007.

"Le persone sono animali sociali”, dice Jason Lee, direttore del Metropolitan Mental Health Center di Seoul, "cercano un compagno anche per suicidarsi”.

Ma non ci sono solo i patti suicidi via Internet. Così come in Giappone, è alto anche il numero di persone – quasi il 40% - che si suicida ingerendo pesticidi o lanciandosi nel vuoto o sotto i binari della metro. Nel 2003, 95 persone, alcune che si erano infilate buste di plastica nera
in testa, si sono gettate sotto la metropolitana. Per questo, anche le autorità coreane hanno installato delle barriere anti-suicidio e un sistema di video-sorveglianza.

FOREST OF DEATH
“Now, let's commit a pure group suicide.
You, meagre young people.
There is no point for you to stick to your life.
Suicide is
the only thing you can choose.
It's the last glorious seal you
will be able to leave behind”.
(poesia di R. Ueki pubbicata su un sito Internet che incoraggiava al suicidio)

Selvaggia, misteriosa, maledetta.: la foresta di Aokigahara (mare di foglie), che avvolge come un manto il Monte Fuji, il vulcano addormentato del Giappone, oltre che da faggi (Fagus Crenata e Fagus Japonica), è composta prevalentemente da conifere: Tsughe giapponesi (Tsuga diversifolia), Cipressi di Hinoki (Chamaecyparis obtusa) e Abeti Giapponesi (Abies thunbergii) di oltre 300 anni. È talmente impenetrabile che si corre il serio rischio di perdersi.

È la meta di abili e coraggiosi scalatori, che a volte scompaiono ingoiati dai vortici del suo suolo coperto di lava, ma è anche conosciuta come la “foresta della morte”, il secondo posto al mondo più popolare tra gli aspiranti suicidi dopo il Golden Gate Bridge di San Francisco.

«Questa storia è iniziata negli anni Settanta - spiega la cameriera del bar della stazione di Kawaguchico, paesino a meno di dieci chilometri dalla foresta - quando uscì quel libro. Da allora sono venuti in tanti ad impiccarsi nel bosco».

Il libro, intitolato «La Pagoda delle Onde», in realtà è degli anni Sessanta. Più tardi la tv giapponese ne fece una serie televisiva, basata sulla storia di una donna che si uccide nella foresta, di grande successo. Da allora, qualcuno cominciò a scegliere la foresta come meta per commettere suicidio.

Qualche anno dopo, uscì un altro libro: «Manuale Completo per il Suicidio», di Tsurumi Wataru, in cui Aokigahara è il più incantevole dei posti consigliati per farla finita. «Nel 2001 abbiamo trovato 59 corpi - dice Hihara-san, il numero due della polizia locale - sono soprattutto uomini di mezza età che vengono ad uccidersi. Solo 14 erano donne. Alcuni corpi sono stati identificati, altri no. Spesso sono gli agricoltori locali che ci segnalano il ritrovamento dei corpi. Abbiamo deciso di non parlare
più con la stampa giapponese, altrimenti vengono qui con telecamere e microfoni e fanno venire la voglia di impiccarsi ad altra gente».

Arrivano con il treno, biglietto di sola andata: poi prendono l' autobus e scompaiono nel bosco. A ogni primavera si va alla ricerca dei cadaveri. Da Tokio, c’è un treno che parte ogni ora da Shinjuku, la grande stazione formicolante di persone a ogni ora. Si arriva a Otzuki, e si cambia. Il trenino corre sui binari di montagna e si comincia a vedere il Fuji, il vulcano che i giapponesi considerano un luogo sacro e di pellegrinaggio.

«È gente comune e viene soprattutto dalla regione di Tokio, a volte da Osaka», racconta Watanabe-san, il gestore del Lava Cave Shopping Center, a pochi passi dal sentiero della morte. Anche lui conferma: «L'anno scorso abbiamo trovato sessanta impiccati. A volte si impiccano a pochi metri dalla strada. Si levano la camicia e le scarpe, tirano una corda e muoiono tra i rami degli alberi. Altri invece si inoltrano nella foresta e vanno a cercare dei posti ben definiti».

Wide variations in Ritalin use”, BBC News, 16 luglio 2008

L’uso della TEC fa comodo ai classicisti”, seconda parte, dazebao.org, 2 novembre 2008

Suicide risk fears over diet pill”, BBC News, 15 giugno 2007

« Internet suicides rise in Japan », The Guardian, 2 giugno 2006

Tendenze Suicide in Russia”, Prava.ru, 16 febbraio 2006

Economy woes may push up Korea's high suicide rate”, Reuters, 22
ottobre 2008

In South Korea, the Internet is a path to suicide”, International Herald Tribune, 20 maggio 2007

South India: World's suicide capital”, Rediff.com, 15 aprile 2004

Suicide epidemic grips Japan”, USA Today, 20 agosto 2008

Japan clamps down on suicide sites as number of gassings soar”, Telegraph, 3 novembre 2008

Farmers significantly more likely to commit suicide”, thewest.com, 14 novembre 2008

Tufts University study shows more than half of psychiatric DSM-IV authors have financial links to Big Pharma”, NaturalNews, 31 maggio 2006

Internet suicide - Wikipedia, the free encyclopedia

International Association for Suicide Prevention

World Suicide Prevention Day

National Institute for Health and Clinical Excellence

http://www.giulemanidaibambini.org/

CCDU Onlus

Psycho-killer (parte I)

Psycho-killer (parte II)

La guerra dei mondi 4

MADRI ASSASSINE

Effetto copycat

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