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sabato 20 dicembre 2008

THE JESUS MYTH 4

«Codice Gesù», di Robert Eisenman (Piemme, 2008), sottotitolo «i manoscritti segreti di Qumran smascherano le manipolazioni e le falsificazioni dei Vangeli», si inserisce nella scia anti-cattolica del “Codice Da Vinci”, seppur in una prospettiva storicistica.

Eisenman ripete in larga parte ciò che già aveva sostenuto nel suo precedente «Giacomo, il fratello di Gesù», e cioè che gli eventi storici legati alla Chiesa primitiva (ma sarebbe più corretto parlare di Chiese primitive, data la complessità del movimento cristiano fin dagli inizi, ndr) sarebbero stati ripetutamente alterati, quindi del tutto inaffidabili dal punto di vista storico.

Dunque, secondo Eisenman, per ricostruire i fatti occorre rifarsi esclusivamente a fonti extra-bibliche (i manoscritti di Qumran e Nag-Hammadi, vangeli gnostici, Talmud, testi apocalittici, testi storici ecc.), degne di “fede” perché “non inquinate dalla fede”.

Convinto che il Nuovo Testamento sia stato “costruito” in “malafede”, Eisemann si cala nella “scena del crimine” come un investigatore privato e identifica persino i colpevoli: Paolo («uomo polemico» e «privo delle benché minima traccia di simpatia umana») ed Epafrodito, algido segretario tuttofare dell’imperatore Domiziano.

“Che cosa è accaduto dopo la morte di Gesù detto il Cristo e com'è nata la religione che da lui ha preso il nome? Fino a che punto gli storici, esaminando fatti e testi e prescindendo da ogni considerazione di fede, possono ricostruire gli avvenimenti che hanno trasformato quel profeta umiliato, ucciso su un patibolo romano, nel fondatore di una delle più grandi religioni?

Gesù non ha mai detto di voler fondare una Chiesa che portasse il suo nome, né di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva, ristabilendo l'alleanza tra Dio e gli uomini. Non ha mai detto di essere nato da una vergine che lo aveva concepito per intervento di un dio, né di essere unica e indistinta sostanza con suo padre, Dio in persona, e con una vaga entità immateriale denominata Spirito. Infine, non ha istituito alcuna gerarchia ecclesiastica né mai ha confuso la spiritualità, la ricerca di Dio, con l'esercizio del potere temporale e politico.

Se le cose, dal punto di vista storico, stanno così, da dove viene allora tutto il complesso apparato di norme, cariche, vestimenti, liturgie, formule, che caratterizza la Chiesa che a lui si richiama?”.

Dopo il successo di “Inchiesta su Gesù”, Corrado Augias si confronta e dialoga sulla storia del cristianesimo delle origini con lo studioso Remo Cacitti. Dal loro colloquio emerge una storia ricca di drammi, di contrasti, di correnti d'opinione che si sono scontrate sui piani più diversi: la dialettica, l'invenzione ingegnosa, la ricostruzione ipotetica di eventi sconosciuti a costo di sfidare i più arditi paradossi.

Una complessa avventura umana che ha il suo punto di svolta nella figura possente e ambigua dell’imperatore Costantino, il primo a trasformare il cristianesimo in uno strumento di potere, opera che sarà poi completata, al termine del IV secolo, da un altro imperatore, Teodosio, che lo renderà religione imperiale.

Inchiesta sul Cristianesimo” ricorda che quasi sicuramente Gesù non affidò alcuna missione universale agli apostoli; che probabilmente Pietro non venne mai a Roma; che il pantheon romano, formato da tante divinità ognuna con un proprio compito, si riprodusse pari pari nel cristianesimo con la proliferazione dei santi; che il dottore della Chiesa Agostino, per formulare le sue «tragiche» teorie sul peccato originale e sulla conversione coatta, ha rielaborato alcuni passaggi evangelici in maniera molto “creativa”; che il cristianesimo «non ha portato rilevanti novità neppure nell’emancipazione della donna»; che il celibato ecclesiastico è «il portato di una tradizione senza fondamento biblico né dottrinale».

La verità è che il cristianesimo non era affatto un monolite già in età apostolica: esistevano molti cristianesimi (ebrei, ellenisti, pagani, chiese d’oriente e d’occidente, le sette come gli Ebioniti giudeo-cristiani, i Marcioniti anti-ebraici, poi gli Gnostici, i Montanisti e via via tutti i vari gruppi eretici). Per quanto sia difficile farlo sapere all’opinione pubblica, in ambito scientifico la circostanza è considerata quasi un dato di fatto (si veda ad esempio “I Cristianesimi Perduti”, di Bart D. Ehrman).

Di quei cristianesimi, una sola versione ha trionfato grazie a quello che Cacitti definisce «un ragionamento elementare» di Costantino, una sua valutazione politica. Sarà poi Teodosio a dare l’impulso definitivo, stabilendo che l’impero avesse una sola religione, il cristianesimo nella variante cattolica: un monoteismo che, come si ricorda nel testo, proprio in quanto tale. portava necessariamente con sé i germi dell’intolleranza.

La Chiesa non spese mai parole per impedire questa deriva: un uomo come Lattanzio fu per esempio lestissimo nel trasformarsi da fautore della libertà religiosa a sostenitore della religione di Stato, una volta che il cristiano Costantino ebbe preso il potere. Ma il vero e proprio cardine della politica cristiana nel IV secolo fu Ambrogio, che seppe abilmente sfruttare il proprio ascendente su imperatori o troppo deboli, o troppo pii.

«Il cristianesimo di oggi», scrive Augias, «in particolare il cattolicesimo, è prevalentemente l’erede, la conseguenza, del constantinismo, cioè del ruolo che quell’imperatore ha fatto assumere alla fede cristiana».

Nel IV secolo, molto probabilmente il cristianesimo non avrebbe trionfato senza l’appoggio del potere politico. Così come anche oggi, senza l’appoggio del potere politico, la Chiesa cattolica non potrebbe orientare a proprio piacimento le scelte di governo.

"Ogni erudito sa che quando il culto di Cibele, dea babilonese, fu introdotto nella roma pagana, vi fu introdotto nella sua forma primitiva, con il suo clero celibe".

Nel diciannovesimo secolo, Alexander Hislop, nel suo trattato anti-cattolico "The Two Babylons", proponeva l'idea che il cattolicesimo apostolico romano si fosse basato non sul racconto biblico bensì sui culti pagani della dea madre e il suo figlio sofferente (ad es. Cibele ed Attis).

Nel libro del 1999 "The Jesus Mysteries: Was the Original Jesus a Pagan God?", Timothy Freke e Peter Gandy tentano di ricostruire le vere origini della Cristianità con stretti riferimenti ai Vangeli Gnostici ritrovati a Nag Hammadi.

I due autori suggeriscono che tutte le religioni misteriche, incentrate sui culti di Dioniso, Orfeo, Osiride, Attis, Mitra, Adone, Tammuz, erano manifestazioni di un unico culto relativo al mito del "Dio-uomo" che muore e risorge, che loro chiamano "Osiride-Dioniso". Inoltre, asseriscono che Gesù non è esistito veramente, e che il suo mito è frutto di una sincretica re-intepretazione del "Dio-uomo" venerato dagli Gnostici, considerati dunque come la originale setta da cui è nato il Cristianesimo (in effetti, le prime tracce di sistemi gnostici, molti dei quali praticavano il battesimo, possono essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana, ad esempio nei Mandei).

Gli Gnostici, d’altronde, furono coloro che più si batterono contro l’ingabbiamento del messaggio cristiano nel quadro di un’organizzazione chiesastica, in cui la “regola” fosse imposta da aspirazioni e esigenze populiste.

Il movimento dello gnosticismo nato nel II sec. d.C. ha forti ascendenze ellenistiche, in particolare misteriche. Mentre la mitologia gnostica, col suo radicale dualismo, presenta un forte legame anche con il mazdeismo, che si ritrova anche in altre sette ebraiche come quella degli Esseni o di certi apocalittici. Ne è uscito fuori un sincretismo in cui la “gnosis”, la “conoscenza soprannaturale”, è considerata accessibile ad un numero ristretto di individui assolutamente distinti dai comuni mortali e corrisponde alla presenza in essi di una scintilla divina (pneuma) imprigionata nella materia. Gli gnostici venerano il Salvatore (che identificano con Gesù Cristo), uno spirito venuto al mondo in veste umana per guidare la liberazione, aiutando attraverso la rivelazione della gnosi le scintille divine a ricongiungersi con il Padre, il Dio supremo.

Gli gnostici esprimono dunque un enorme disprezzo per il mondo sensibile (in questo sono platonici all’estremo), per la vita materiale, le sue limitazioni, che considerano il Male, e deprecano il ricorso alla saggezza pratica e alla morale. Il ché li spinge o verso un radicale ascetismo, che rifiuta il matrimonio, i rapporti sessuali, il consumo di carne, ecc., o, all’opposto, verso un assoluto libertinismo (che in alcune sette culmina in rituali orgiastici estremi). Altri si indirizzano anche verso la magia. Si tratta comunque di vie radicalmente diverse rispetto all’ortodossia raccomandata dalla Chiesa che fanno tutte riferimento ad una mitologia che mescola speculazioni della filosofia greca e della religione zoroastriana (secondo lo Zoroastrismo, l'era finale, in cui il Bene e il Male saranno separati e il Bene vincerà sul Male, sarà quando un “Saoshyant” - Salvatore - nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, risorgerà dalla morte per presiedere al Giudizio Universale).

Gli autori fanno una breve lista di paralleli all’inizio del libro:


1 - Osiride-Dioniso è un Dio fatto di carne, il Salvatore e “Figlio di Dio”.

2 - Suo padre è Dio e sua madre una vergine mortale.

3 - È nato in una grotta o in una stalla il 25 dicembre.

4 - Offre ai suoi seguaci la chance di rinascere attraverso il rito del battesimo.

5 - Compie vari miracoli tra cui quello di trasformare l’acqua in vino durante il festeggiamento di un

matrimonio.

6 - Entra trionfalmente in città in groppa ad un asino mentre la gente agita foglie di palma per onorarlo.

7 - Muore a Pasqua sacrificandosi per redimere i peccati del mondo.

8 - Dopo la sua morte discende all’inferno, ma al terzo giorno resuscita e ascende alla gloria dei cieli.

9 - I suoi seguaci aspettano il suo ritorno come giudice degli Ultimi Giorni.

10 - La sua morte e la sua resurrezione sono celebrate attraverso il consumo rituale di pane e vino che simbolizzano il suo corpo e il suo sangue.


Dunque, secondo “The Jesus Mysteries”, il Cristianesimo sarebbe originatosi come una versione giudaica delle religioni misteriche pagane (la presenza di un folta schiera di cristiani pagani è attestata anche dalle indagini storiche, ndr). Gli ebrei ellenisti avrebbero redatto una versione del mito del Dio-uomo incorporando elementi ebrei e tramandandone il significato agli iniziati attraverso riti a carattere misterico. Poi ci sarebbe stata una scissione tra quelli che privilegiavano i “Misteri Esteriori”, i cristiani “
letteralisti”, e quelli che privilegiavano I “Misteri Interiori”, gli gnostici. Alla fine, hanno avuto la meglio i letteralisti, che hanno quasi sterminato gli gnostici e hanno dato vita, con la complicità dell’Impero Romano, alla Chiesa Cattolica Romana giunta fino ai giorni nostri.

"Il letteralismo cristiano fu inizialmente una scuola minoritaria della Cristianità che si sviluppò a Roma verso la fine del secondo secolo. A quel tempo, lo gnosticismo cristiano era un movimento internazionale diffuso su tutto il Mediterraneo, in particolare in città cosmopolite come Alessandria, Emessa, Antiochia, Efeso e Roma",

In "Jesus and the Lost Goddess The Secret Teachings of the Original Christians", libro segnalato da Dan Brown nel "Codice Da Vinci", i due autori continuano sulla stessa linea sostenendo che i cristiani primitivi non trattavano Gesù come una figura storico-letteraria ma che, alla maniera gnostica, si rifacevano ad una verità mitica.


"E ciò sarà la rinascita del mondo: un rinnovamento di tutte le cose buone e una solennissima restaurazione della Natura stessa..." (Corpus Hermeticum)

L’origine di Gesù è oscura. È un mistero impenetrabile, che la poesia dei racconti della Natività maschera a malapena, avvolgendo il luogo e le circostanze della sua nascita, che si collocano tra gli Ebrei di Palestina nel IV secolo a.C.

In epoca romana imperiale, il 25 Dicembre si celebrava la nascita di Mitra (Mithra), figlio del Sole.

Nella personificazione di “Sol Invictus”, Mitra nasceva da una cava rocciosa il 25 dicembre. Egli era infatti “petroghénes” (petrogenito), cioè "nato dalla roccia", portatore della ignea fiaccola, simbolo dell'epifania luminosa e gloriosa del dio salvatore (allo stesso modo, l'iranico redentore del mondo Saoshyant si sarebbe rivelato alla fine dei tempi: materializzandosi in una forma corporea consustanziale alle stelle, all'interno di una colonna luminosa).

Il culto arrivò a Roma nel I sec. a. C. importato dai soldati dell'esercito romano, da commercianti e da schiavi provenienti dalle regioni dell'Asia occidentale e centrale. Dall'Italia, attraverso i presidi romani sul Danubio, si diffuse in tutta l'area germanica, fino alla Gallia, alla Britannia ed alla Spagna; praticamente, in tutto l'Impero Romano, ad eccezione dell'area greca.

Quando la religione mitraica si iniziò a diffondere largamente, dal 140 al 312 d.C., periodo in cui arrivò ad essere proclamato "culto di stato", i Padri della Chiesa la accusarono di essere una religione satanica. Ma poi, quando il paganesimo fu bandito ufficialmente nel 392 d.C., con l'editto di Teodosio, e i templi furono o distrutti o trasformati in chiese, la Chiesa operò un'abile manovra di assorbimento: simboli, miti e rituali mitraici vennero adattati al cristianesimo e la nascita di Cristo venne fissata al 25 di dicembre, come nascita del Vero e Unico Sole.

Mitra era ritenuto dagli antichi Persiani il Dio Incarnato. Secondo la leggenda, nacque in una grotta scavata nella roccia, appena venuto al mondo nato fu visitato da un'infinità di pastori che gli recarono Doni. Appena morto, ascese in cielo su un cocchio che trasportava il Sole (ossia tra una tale luce che sembrava portasse il Sole). Fu considerato il Salvatore dell'umanità, colui che portava la volontà di Dio, destinato a tornare sulla Terra alla fine dei tempi per punire i malvagi e premiare i buoni.

Carlo Francesco Dupuis, autore dell'opera "Origine di tutti i Culti", afferma che alcuni monumenti dedicati a Mitra sono stati realizzati circa 4.500 anni avanti Cristo, quindi circa 6.500 anni fa.

La matrice zoroastriana del culto esoterico di Mitra è messa chiaramente in luce dalla presenza di un ritratto del profeta Zoroastro presente in un affresco del Mitreo Duza Ezopos. Quando Alarico giunse a Roma nel 410 e fece strage di quanti si davano il culto mitraico, pose fine non tanto al mitraismo in sé, quanto alla versione manicheo-zoroastriana del mitraismo.

Nella forma che assunse nel tardo Impero Romano, fu una religione misterica di iniziazione, al pari dei misteri eleusini, non basata su un corpo di scritture rivelate. Il culto attirò l'attenzione del mondo romano soprattutto per le sue concezioni misteriosofiche, che ruotavano intorno all'idea dell'esistenza dell'anima e della sua possibilità attraverso le sette sfere planetarie all'aeternitas. Nonostante la religione facesse professione di universalismo, questo culto escludeva le donne e fu praticato soprattutto dai militari.

Malgrado Mitra fosse una divinità solare, i mitrei, templi in cui i suoi riti venivano officiati, erano sotterranei (specus), probabilmente in ricordo della grotta in cui la divinità sarebbe nata e/o vissuta. Fu Zoroastro ad iniziare questa tradizione: in qualche modo l'antro rappresentava l'universo nel suo complesso.

In ogni tempio mitraico, il posto d’onore era occupato da una rappresentazione di Mitra che uccide un toro sacro, chiamata tauroctonia, considerata dagli studiosi una rappresentazione del cosmo. Mitra è associato con Perseo, la cui costellazione si trova al disotto di quella del toro. Nella raffigurazione sono presenti un serpente, uno scorpione, un cane ed una cornacchia, in relazione alle costellazioni associate. Inoltre, appaiono spesso due personaggi, detti i dadofori o portatori di fiaccole, Cautes e Cautopates, il primo porta la fiaccola alzata, l'altro abbassata: rappresentano il ciclo solare, dall'alba al tramonto, e allo stesso tempo il ciclo vitale, il calore luminoso della vita e il freddo gelido della morte.


I misteri mitriaci venivano officiati in grotte, spesso attigue alle catacombe dei cristiani, denominate “antrum”, “spelaeum”, o “spelonca”. Esse erano costituite da un portico (“porticus”), una sala (“pronaos”), una sacrestia (“apparatorium”), e da un ambiente culturale vero e proprio (la “cripta”). Questa struttura architettonica era poi rifinita (come nel caso del mitreo di Dura Europos) dalla volta del soffitto dipinta in blu e punteggiata di stelle, mentre l'arco sovrastante l'abside (istoriato con rilievi raffiguranti Mitra nell'atto di sacrificare il toro) recava dipinti i segni zodiacali. Il simbolismo cosmico-astrale era completato dalle raffigurazioni di Sol e Luna e da una sorgente situata nell'antro. Lo spelaeum mitriaco è immagine del cosmo, il mondo nel quale il re-salvatore Mitra si manifesta portando la luce della conoscenza e della vita.

La dimensione salvifica del culto, unita a speculazioni e simbologie di tipo cosmico-astrale, riporta alle concezioni soteriologiche dei Magi persiani, unite a dottrine di tipo astrologico. Il simbolismo cosmico connesso ai misteri, attraverso una scala iniziatica, permetteva ai neofiti di accedere al grado divino mediante un rituale che aveva lo scopo di realizzare la "divinizzazione" in terra.

Poco o nulla si sa della liturgia sacramentale vera e propria celebrata negli spelaeum mitriaci, che forse doveva consistere in un pasto a base di pane e vino (o di altri cibi consacrati), durante il quale venivano forse intonati inni o canti di natura liturgico propiziatoria. Nel rituale zoroastriano, oltre alle offerte sacrificali di bestiame e uccelli era diffusa la libagione dell’ "haoma", una bevanda allucinogena identificata con il "soma" descritto nelle scritture vediche. L’offerta di haoma è il centro del rituale mazdeo, come l’offerta di soma è il centro di quello vedico.


Da alcuni dipinti ritrovati in vari mitrei appare probabile che, durante le liturgie, i fedeli portassero delle maschere che ne mettevano in mostra il livello di iniziazione raggiunto. Quel che è noto è che la vittoria sul toro selvaggio rappresenta la vittoria dell'ordine sul caos e sulla barbarie e che il culmine del cerimoniale era un banchetto a base di pane (prodotto a partire dal grano, cioè dal midollo del toro) ed acqua (o forse vino, prodotto dall'uva, cioè dal sangue del toro).

Il rituale prevedeva una sorta di percorso di purificazione attraverso sette porte mistiche, una per ciascun livello di iniziazione (Corax, il Corvo; Nymphus, lo Sposo; Miles, il Soldato; Leo, il Leone; Perses, il Persiano, Heliodromus, il Corriere del Sole, Pater, il Padre), ognuno associato ad un corpo celeste (rispettivamente Mercurio, Venere, Marte, Giove, Luna, Sole, Saturno). In alcuni casi è presente una cella al di sotto della sala principale, chiamata fossa "sanguinis", collegata ad essa tramite un sistema di tubature che servivano con tutta probabilità ad una sorta di battesimo officiato attraverso un'abluzione nel sangue del toro sacrificato.

Mitra è anche descritto a volte come un uomo nato o rinato da una pietra (la “petra genetrix”), intorno alla quale è attorcigliato il serpente Orouboros.

Nell'iconografia religiosa del mitraismo, compare spesso la raffigurazione di un essere divino mostruoso, alato, con testa di leone ed il corpo avvolto nelle spire di un serpente. Esso, secondo F. Cumont, padre riconosciuto degli studi sul mitraismo, è un’immagine del tempo, che ogni cosa dissolve e consuma: le ali alludono alla rapidità del suo fluire; le circonvoluzioni del serpente, alla vicenda ciclica alla quale erano sottoposti i moti stellari ed astrali.

Questa divinità che gli antichi chiamavano anche Eone (Aion, Seculum, Eternità) teneva in mano una o due chiavi. Questo era un riferimento al Sole, che nel suo corso quotidiano alternativamente apriva e chiudeva le due porte del cielo, ad Oriente quando si levava, a Ponente quando tramontava. Altro attributo frequente era lo scettro, simbolo del dominio sul tempo, esercitato eternamente su ogni cosa.

Il nome iranico di tale divinità era Zurván (o Zrvan). Nello Zoroastrismo ortodosso, Zurván impersonava i panni di una creatura del buono Ahura Mazda. All'epoca della rinascita persiana durante il regno dei Sassanidi, quando lo Zoroastrismo divenne la religione ufficiale, denominata appunto zurvanita, che, al contrario della dottrina dualistica ortodossa, la quale poneva come coesistenti già sin dalle origini (ed ab aeternum) i due principi antagonisti del Bene e del Male (Ahura Mazda ed Ahriman), faceva derivare ambedue i principi da un'unica superiore ed assoluta entità precisamente da Zurván akarana, il "Tempo Infinito". Da questa misteriosa entità procedevano perciò i due "gemelli" Ohrmazd ed Ahriman, inserendo di conseguenza un netto dualismo ontologico fino ad allora sconosciuto all'ortodossia zoroastriana. Questa figura, in accordo poi con le sue funzioni "demiurgiche" e temporali, fu poi chiamata dai greci con il nome del loro dio Chronos (Saturno).

Una immagine bronzea di Mitra,che emerge da un anello zodiacale a forma di uovo, trovata associata ad un mitreo lungo il Vallo di Adriano, ed una iscrizione trovata a Roma, lasciano supporre che Mitra possa essere stato visto anche come il dio-creatore orfico Phanes che emerge dall’uovo cosmico all’inizio del tempo, dando vita all’universo. Tale visione è rafforzata da un bassorilievo al Museo Estense di Modena, che mostra Phanes che esce da un uovo, circondato dai dodici segni dello zodiaco.

Manoscritti del Mar Morto - Wikipedia

codici di Nag Hammâdi

Gnosticismo – Wikipedia

The Jesus Mysteries – Wikipedia

Mitraismo - Wikipedia

Demolire il mito di Gesù – Una storia

INCHIESTA SU GESU’

The Jesus myth (parte 1)

The Jesus myth (parte 2)

The Jesus myth (parte 3)

Il culto del sol invictus

Dies Natalis

Ipotesi su Maria

ANTICA FESTA DI SAN VALENTINO

Megalesia Dies Sanguinis

BACCHANALIA

BACCHANALIA 2

BACCHANALIA 3

EPIFANIA

The Fountain

Mr. Da Vinci code

Il vangelo di Giuda

Gli ultimi tempi (parte I)

Gli ultimi tempi (parte II)

Gli Ultimi Tempi (parte III)

Gli ultimi tempi (parte IV)

Gli ultimi tempi (part V)

Gli ultimi tempi (part VI)

La violenza e il sacro (parte 1)

La violenza e il sacro (parte 2)

STORIA DELLA MORTE DI DIO 3

IL REGNO DI SATANA

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domenica 14 dicembre 2008

ULTIMATUM ALLA TERRA

I disastri climatici sono in rapido aumento in tutto il mondo. A causa del riscaldamento del pianeta, la frequenza e la violenza degli eventi estremi aumenta e mette a dura prova infrastrutture e opere civili.

Il tema è stato discusso alla conferenza di Poznan sui cambiamenti climatici Lo studio che certifica l’impennata delle perdite economiche associate ai disastri climatici è stato condotto in collaborazione fra l’UNEP (United Nations Environment Programme), il programma ambientale delle Nazioni Unite, e Munich Re, un colosso delle assicurazioni internazionali.

Se i danni e le vittime provocati dai terremoti sono aumentati del 50%, quelli causati da cicloni, alluvioni e inondazioni sono aumentati del 350%. Il 2008, viene precisato nel rapporto, è stato in assoluto il secondo anno più gravoso per il sistema assicurativo internazionale dopo il 2005, l’anno in cui la città di New Orleans e molte altre zone degli Stati Uniti furono investite dalla furia dell’uragano Katrina, con perdite economiche di oltre 220 miliardi di dollari. Il 2008 ha conosciuto un altro evento simile, il ciclone Nargis che ha colpito il Myanmar (Asia), provocando 84.500 vittime.

Anche se focalizzate sul fronte economico, le conclusioni del rapporto UNEP-Munich Re, sono in linea con quanto previsto nell’ ultimo rapporto scientifico dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il comitato scientifico sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite: l’inasprirsi degli eventi estremi è palese e richiede urgenti misure di adattamento e difesa in quasi tutti i Paesi del mondo, con una particolare attenzione a quelli più vulnerabili e popolosi delle fasce tropicali.

“Climate risk insurance the buzz in Poznan”, alertnet, 12 dicembre 2008

La crisi finanziaria e l’impennata globale dei prezzi dei generi alimentari ha aggiunto altri 40 milioni di persone che soffrono la fame. In totale, sono circa 1 miliardo le persone denutrite in tutto il mondo (quasi tutte nei paesi in via di sviluppo), precisamente 963 milioni.

È quanto afferma «Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2008» (“The state of food insecurity in the world”- SOFI), il rapporto pubblicato dalla FAO che riporta i dati del 2007, aggiornati dall'agenzia ONU agli ultimi mesi di quest'anno. Popolazione numerosa e progressi relativamente lenti nella riduzione della fame fanno sì che circa due terzi di coloro che soffrono la fame vivano in Asia (583 milioni nel 2007). Nell’Africa sub-sahariana una persona su tre – circa 236 milioni nel 2007 – è cronicamente affamata. Il grosso di questo aumento si è registrato nella Repubblica democratica del Congo, in conseguenza della persistente situazione di conflitto.

«L’attuale crisi finanziaria ed economica – avverte l’agenzia dell’ONU – potrebbe far lievitare ulteriormente questa cifra». Secondo il rapporto, anche se i prezzi sono calati dall’inizio dell’anno (come quelli dei principali cereali, calati di oltre il 50%), «la crisi alimentare di molti paesi poveri non è affatto finita», ha dichiarato il vicedirettore generale della FAO Hafez Ghanem.

Alla base del «drammatico quanto rapido» aumento del numero di affamati cronici c'è l'impennata dei prezzi delle materie prime agricole. «I prezzi dei principali cereali - si legge nel rapporto - sono calati di oltre il 50%o rispetto al picco raggiunto agli inizi del 2008 ma rimangono più alti del 20% rispetto all'ottobre 2006». «Bambini, donne in gravidanza e in allattamento sono molto a rischio - ha detto il direttore generale della Fao, Jaques Diouf - i disordini civili che si sono già verificati nei Paesi in via di sviluppo sono il segnale della disperazione causata dall'aumento dei prezzi alimentari. Gli effetti della crisi saranno più devastanti tra i poveri delle aree urbane e le donne-capo famiglia».

La peggiore situazione si registra nell'Africa sub-sahariana, dove una persona su tre, vale a dire circa 236 milioni, soffre cronicamente la fame.

Full SOFI 2008 Report

Ecoflation”, ecoflazione. Il termine è stato coniato per definire i risultati dello studio di un’azienda di consulenza manageriale che indicano nei cambiamenti climatici le cause dell’aumento di prezzo di numerosi beni di consumo.

Secondo il rapporto “The Costs of Ecoflation”, del World Resources Institute e di A.T. Kearney, nei prossimi anni, in un mondo condizionato sempre più dagli effetti del cambiamento climatico, l’ecoflazione potrebbe aggiungersi alle già drammatiche conseguenze dell’inflazione, colpendo duramente i beni di consumo già nei prossimi cinque/dieci anni.

Ad esempio, i produttori di beni di immediato consumo, dai cereali allo shampoo, potrebbero assistere impotenti alla riduzione dei loro guadagni dal 13 al 31% fino al 2013, e addirittura dal 19 al 47% entro il 2018. Questa ultima ipotesi si verificherebbe se non fossero prese le adeguate contro-misure, ovvero l’adozione di modalità di produzione sostenibili, compatibili con gli equilibri ambientali.

“I costi del riscaldamento globale si stanno manifestando ora – dice Andrew Aulisi, un membro dell’istituto – con fenomeni come le come ondate di calura, la siccità, gli incendi, le sempre più violente tempeste tropicali, ma non si riflettono ancora sui prezzi al consumo, per il momento sono i governi e la società a pagarne le spese”.

Per Aulisi, le cose potrebbero migliorare “se il presidente eletto Barack Obama e il Congresso degli Stati Uniti facessero pressioni per un sistema di tariffe sulle emissioni di diossido di carbonio”. Anche se è improbabile che questo possa succedere prima del termine ultimo, fissato al dicembre 2009, per il raggiungimento di un accordo mondiale sulla lotta al cambiamento climatico.

“The Costs of Ecoflation”, atkearney

Meno di due gradi Celsius in più potrebbero essere sufficienti per provocare lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e del mare artico, avverte il WWF. E, di conseguenza, i livelli globali dei mari si alzerebbero di alcuni metri, minacciando decine di milioni di persone in tutto il mondo.

Kim Carstensen, responsabile della WWF Global Climate Initiative, ha detto a Poznan: "Lo scioglimento dei ghiacci in Artico e in Groenlandia provocherà presto dei pericolosi feedbacks accelerando e rafforzando il riscaldamento molto più di quanto previsto. Non possiamo più perdere neanche un secondo, occorre subito sviluppare delle strategie per affrontare il problema”.

Secondo dati raccolti in India dalla Jawaharlal Nehru University, i ghiacciai dell'Himalaya si stanno ritirando più velocemente di quelli alpini e del Polo Nord. Potrebbero sparire entro il 2035.

Se si tolgono dal conto le calotte polari, insieme a quelli del vicino Tibet i ghiacciai himalayani costituiscono la maggior parte delle riserve di ghiaccio – cioè di acqua dolce - presenti sul pianeta.

The Tribune, riprendendo l'allarme dell'università indiana, ricorda che dai ghiacciai himalayani dipendono i grandi fiumi dell'Asia - Indo, Gange, Bramaputra, Mekong, Yangtze - e che rappresentano la principale fonte d'acqua dolce per gli uomini e per l'intero ecosistema.

Lo scioglimento dei ghiacciai himalayani già ha avuto delle ripercussioni sulla portata di questi fiumi, con effetti sulla biodiversità e sulla vita delle popolazioni locali.

“Two degree rise could spark Greenland ice sheet meltdown: WWF”, terradaily, 26 novembre 2008

“Himalayan glaciers may disappear by 2035”, Tribune India, 11 novembre 2008

Un giornalista del Belfast Telegraph ha viaggiato in Bangladesh fra le persone che stanno perdendo raccolti e la possibilità di dissetarsi ai pozzi a causa della risalita dell'acqua salata.

Il Bangladesh si trova fra i ghiacci dell'Himalaya che si sciolgono e l’oceano che cresce di livello. L'isola più grande del Bangladesh, Bhola, ha perso metà della superficie negli ultimi dieci anni, inghiottita dal mare. I grandi fiumi - Gange, Brahmaputra - sono gonfi e tumultuosi per lo scioglimento dei ghiacciai: l'erosione sta aumentando del 40%.

La temperatura è cresciuta costantemente, negli ultimi quarant'anni, nel Golfo del Bengala e gli uragani sono diventati del 39% più frequenti e più violenti: il 2007 è stato l'anno record. Le inondazioni provenienti dal mare si sono triplicate negli ultimi vent'anni, e rendono sterile la terra.

Il Belfast Telegraph ha anche un'intervista con un climatologo locale, Atiq Rahman, convinto che le previsioni dell’IPCC sull'innalzamento dei mari siamo sottostimate. “Quando i bambini che nascono ora saranno vecchi”, sostiene, “il 70-80% del Bangladesh, compresa la capitale Dacca, non avrà più l'aspetto attuale e non sarà più terra da abitare”.

“Bangladesh set to disappear under the waves by the end of the century”, Belfast Telegraph, 20 giugno 2008

Secondo l´agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), i cambiamenti climatici potrebbero costringere presto almeno 6 milioni di persone all´anno a lasciare le loro case per cercare ospitalità in altri luoghi, soprattutto a causa di catastrofi naturali, inondazioni e tempeste.

Una situazione ingovernabile con gli attuali strumenti quella che emerge dalle proiezioni che, secondo l´UNHCR si basano «su stime ottimistiche, secondo le quali il cambiamento climatico potrebbe forzare tra i 200 e i 250 milioni di individui a lasciare le loro case entro il 2050».

Intervenendo alla conferenza di Poznan, l´Alto Commissario ONU per i rifugiati, L. Craig Johnstone, ha spiegato che «le agenzie umanitarie dovranno aiutare 3 milioni di rifugiati climatici all´anno a sfollare per catastrofi naturali improvvise e si ritroveranno quindi spesso senza risorse dall´oggi al domani».

Gli altri 3 milioni di rifugiati climatici saranno se possibile ancora più problematici: la loro sarà una migrazione forzata verso altre terre causata da cambiamenti ambientali progressivi come l´innalzamento del livello del mare e la desertificazione totale.

Secondo i dati forniti dall´UNHCR, nel 2007, nel mondo c´erano 67 milioni di profughi, 25 milioni dei quali a causa di catastrofi naturali. Secondo Johnstone, «le politiche messe in campo per limitare le emissioni di gas serra e per adattarsi ai cambiamenti climatici non saranno sufficienti a prevenire le catastrofi o i conflitti che si innescheranno attorno alle risorse ed alla loro penuria, che colpiranno più duramente le popolazioni dei Paesi poveri».

La mappa dell´instabilità mondiale futura ricalca ed amplia quella attuale: tempeste devastanti nelle regioni costiere dell´Asia e dei Caraibi, mentre inondazioni più frequenti e siccità colpiranno sempre più Africa, Asia e America latina. Secondo Johnstone, «le agenzie umanitarie dovranno moltiplicare per 10 o 20 le loro riserve (di cibo, di medicinali, d´acqua e beni primari) disponibili come stock per le urgenze».

“UN says climate change may uproot 6 mln annually”, Reuters, 8 dicembre 2008

Fumo e smog, cocktail micidiale per l’umanità. Ogni anno muoiono nel mondo 60 milioni di persone, la maggior parte (35 milioni) a causa di malattie croniche complesse a carico dell’apparato cardiovascolare e respiratorio, tumori, e malattie metaboliche.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – World Health Organization (WHO) - effetto serra, anidride carbonica, polveri sottili, sono le nuove piaghe d’Egitto. «Causano 13 mila morti tra i bambini nei primi quattro anni di vita», dicono gli esperti dell’OMS. Per lo più si tratta di malattie respiratorie.

Come la BPCO (BroncoPneumopatia Cronica Ostruttiva) - Chronic Obstructive Pulmonary Disease (COPD) – che costa 100 miliardi di euro all’anno solo in Europa.

Più di 600 milioni di persone nel mondo sono affette da BPCO: il 4-6% della popolazione. Il 4,5 in Italia, che sale al 10 considerando i soli adulti: 2,6 milioni i malati, 18 mila i morti ogni anno. Quattro milioni nel mondo.

Secondo l’OMS, nel 2020 la BPCO sarà la terza causa di morte, con 20-30 milioni di vittime. Nonostante l’allarme, il 75% dei pazienti affetti da BPCO non è diagnosticato. In Italia, inoltre, si contano ogni anno circa 130 mila ricoveri ospedalieri con una degenza media di circa dieci giorni e le persone in ossigenoterapia indotta da BPCO sono circa 30 mila. Dopo un po’ che compare la malattia arriva la disabilità e la bombola d’ossigeno, portatile o fissa che sia.

«Non esistono piani sanitari di prevenzione nonostante l’allerta dell’OMS - dicono Andrea Rossi (Bergamo) e Giuseppe Di Maria (Catania), specialisti in malattie respiratorie - basterebbe fare prevenzione e trattare precocemente i colpiti per ridurre ricoveri, ossigenoterapia, disabilità».

Non c’è solo la BPCO. Secondo l’OMS, tra 100 e 150 milioni di persone nel mondo soffrono d’asma di cui 180 mila ne muoiono ogni anno. In Italia, l’asma colpisce circa 3 milioni di persone ed è responsabile di più di mille decessi all’anno. Il costo medio annuo per paziente supera gli 800 euro.

La malattia è in aumento, anche a livello mondiale, soprattutto nei bambini e nei giovani. L’incidenza dell’asma infantile in Italia è del 9,5% nei bambini e del 10,4% negli adolescenti. Francesco Forastiere, epidemiologo dell’Asl Roma E, dice: «Un bambino italiano su dieci soffre d’asma bronchiale e un adulto su dieci soffre di BPCO. Che si fa per ridurre questi numeri?». L’Associazione Italiana Pazienti con BPCO (una Onlus) da anni si batte per il riconoscimento dell’impatto sociale della malattia. «Siamo ancora in attesa che il ministero del Welfare la riconosca come malattia cronica e invalidante, cosa che consentirebbe la gratuità di alcune prestazioni essenziali per il controllo della malattia», protesta la presidentessa Mariadelaide Franchi.

«La prevenzione resta l’arma migliore per combattere i danni ai nostri polmoni - dice Leonardo Fabbri, università di Modena, presidente uscente della Società Europea delle Malattie Polmonari - e anche se la nostra legge antifumo è universalmente riconosciuta fra le migliori (lo ha sottolineato anche il miliardario sindaco di New York Michael Bloomberg intervenuto a Berlino) il lavoro è ancora lungo. Restano ancora circa 11 milioni di persone nel nostro Paese dipendenti dal tabacco».

Non è solo il fumo, però. Spesso gli specialisti si trovano di fronte a persone con i polmoni da fumatori e che in realtà non hanno mai fumato. Ma che hanno la sana abitudine di girare in città a cavallo di una bici. Sana in campagna, una mina in metropoli.

Secondo lo specialista Giorgio Walter Canonica, specialista in quel di Genova: «Occorre ridefinire diagnosi e trattamento. Bisogna insistere sulla diagnosi precoce. Una periodica spirometria non costa nulla».

La capacità dei particolati di penetrare le strutture e di essere assorbiti dai tessuti umani è fonte di una sempre maggiore preoccupazione.

Secondo lo studio "Physicochemical and Toxicological Profile of Particulate Matter (PM) in Los Angeles during the October 2007 Southern California Wildfires", pubblicato su Environmental Science and Technology, il fumo prodotto dagli incendi che da qualche anno stanno devastando il Sud della California porrebbe delle gravi minacce alla salute, molto di più di quanto si pensasse finora.

Sarebbe la conferma di studi precedenti condotti dall’esperto di inquinamento Constantinos Sioutas della USC Viterbi School of Engineering, che è anche co-direttore del Southern California Particle Center.

Per il nuovo studio, Sioutas e colleghi della USC, della University of Wisconsin-Madison e del RIVM (il National Institute of Health and the Environment dei Paesi Bassi) hanno analizzato il particolato prodotto dagli incendi del 2007. "Gli incendi producono aerosol di dimensioni più grandi rispetto al particolato ultrafine prodotto dagli ambienti urbani, specie nelle ore di punta del traffico", dice Sioutas “anche stare al coperto può non essere sufficiente per proteggersi in assenza di aria condizionata o di sistemi che facciano ricircolare l’aria filtrata, perché le particelle generate dal fuoco possono penetrare nelle strutture indoor più facilmente che non le particelle prodotte dalle emissioni degli autoveicoli, per via delle dimensioni più ridotte”.

Gli incendi producono un mix molto pericoloso. “Servono misure più aggressive come la distribuzione di maschere, ambienti con aria condizionata e la chiusura delle scuole non sicure”, secondo Sioutas.

“Where There's Wildfire Smoke, There's Toxicity”, terradaily, 26 novembre 2008

Solo un campione di uva, su 124 prelevati, è privo di residui chimici da pesticidi. È l’allarmante quadro rivelato dall’indagine realizzata dalle organizzazioni aderenti al Pesticide Action Network e Greenpeace Germania ( in Italia promossa e curata da Legambiente).

L’analisi, che ha coinvolto i supermercati delle catene Coop, Esselunga, Metro, Lidl e Carrefour in sette regioni (Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania), nei quali l’uva è stata prelevata nella settimana compresa tra il 9 e il 16 ottobre, ha permessoe di confrontare i dati raccolti in Italia, Francia, Olanda, Germania, Ungheria, per un totale di 124 campioni di uva, dei quali 24 prelevati nel nostro paese.

I risultati complessivi mostrano un solo campione su 124 analizzati privo di residui chimici; due campioni contaminati da un pesticida e 121 campioni con residui di due o più principi chimici tra i quali un’uva francese con ben 16 principi attivi. Tra questi, 3 campioni sono risultati fuorilegge secondo la normativa attuale.

Sarebbero stati ben 37 se l’indagine fosse stata fatta nel 2005: la famosa «armonizzazione» dei limiti imposti nei diversi paesi, nei fatti, ha determinato un generale innalzamento dei limiti consentiti.

Tra le catene dei supermercati coinvolti, quelle olandesi ottengono i risultati migliori, i tedeschi quelli peggiori e l’Italia si attesta più o meno a metà classifica con luci ed ombre. Particolare il caso della catena Lidl, unico supermercato presente, e quindi preso in considerazione dall’indagine in tutti e 5 i paesi, che mostra una politica di tipo schizofrenico: attenta in alcuni paesi (Germania e Olanda), lassista in altri, tra cui l’Italia, dove l’attenzione ai pesticidi risulta evidentemente minore.

Le analisi effettuate sui campioni prelevati in Italia confermano i risultati denunciati da Legambiente ogni anno con l’indagine «Pesticidi nel Piatto»: nonostante i passi avanti realizzati dalla nostra agricoltura negli ultimi anni, sono ancora troppi i prodotti chimici utilizzati: i campioni contaminati che, seppur quasi sempre al di sotto dei limiti di legge, destano preoccupazione perché presentano diversi pesticidi.

Delle 24 uva analizzate, tutte risultano contaminate. In totale, 31 sono i principi attivi diversi trovati, in misura di 6,6 su ogni campione. Nello specifico, sette campioni sono stati etichettati come «non raccomandabili» e 17 hanno ricevuto l’etichetta di «attenzione». Nessuno ha ricevuto l’etichetta di «raccomandabile».

I campioni prelevati alla Metro in Italia sono risultati mediamente contaminati (etichetta «attenzione»). Alla Esselunga invece sono stati acquistati sia il campione col maggior numero di pesticidi (11 in un campione preso a Milano) che quello segnalato dal laboratorio tedesco incaricato delle analisi dal Pan Europe, per l’altissima concentrazione della sostanza acrinatrina (4 volte oltre il limite).

Il fatto che solo in un campione di uva prelevato in Italia sia stato rilevato un pesticida (il carbendazim), compreso tra quelli in via di eliminazione secondo il nuovo regolamento europeo in discussione in queste settimane a Bruxelles, dimostra l’ipocrisia della tesi sostenuta da Agropharma e Copa/Cogeca (che raggruppa le associazioni di agricoltori) secondo la quale la messa al bando dei pesticidi più pericolosi influirebbe significativamente sull’aumento del caro-vita con crescita praticamente insostenibile dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli.

Sommersi da vecchi cavi, monitor in disuso, cellulari inutilizzati, frigoriferi rotti, lavastoviglie arrugginite, televisori abbandonati.

È l’incubo spazzatura elettronica: 14 chili all’anno per abitante, compresi materiali tossici e sostanze chimiche come la plastica in Pvc, piombo, cadmio, e mercurio.

Il volume dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ufficialmente detti “Rifiuti di Apparecchiature Elettriche” (RAEE), ha raggiunto livelli allarmanti in tutto il mondo. Per affrontare il problema, l’ONU ha lanciato e finanziato il corposo programma “StEP” (Solving the E-waste Problem) che avrà sede a Bonn, in Germania. Il progetto prevede una partnership tra istituzioni pubbliche e private per l'adozione di obiettivi di recupero dei RAEE e di standard e per la progettazione ecosostenibile delle nuove apparecchiature. Oltre alle principali agenzie dell'ONU, ai governi e alle università, collaboreranno sedici aziende tra cui le leader del settore Microsoft, Hewlett-Packard e Philips.

L’Italia, nel 2006 ha prodotto ben 800 mila tonnellate di RAEE, di cui ne sono state raccolte 108 mila. Nello stesso periodo, in l’Europa ne ha prodotte 8-12 milioni di tonnellate. Mentre l’ONU stima tra i 20 e i 50 milioni le tonnellate di rifiuti hi-tech prodotti nel mondo: più del 5% di tutti i rifiuti solidi urbani generati nell’intero pianeta.

A farla da padrone, in futuro, saranno sempre più computer, tastiere, cellulari, che vengono consumati selvaggiamente. Si tratta di un fenomeno inarrestabile. Secondo l'ONU, nei prossimi 5 anni, i paesi in via di sviluppo triplicheranno la produzione di RAEE.

Greenpeace ha calcolato che nel 2010 saranno oltre 710 milioni i nuovi computer immessi sul mercato globale (mentre erano 183 milioni nel 2004). Nei paesi industrializzati, la vita media di un computer è calata dai 6 anni del 1997, ai 2 del 2005. Per non parlare dei cellulari: se nel 2004 ne sono stati venduti 674 milioni esemplari nel mondo, negli ultimi 12 mesi, solo in Italia ne sono stati venduti oltre 20 milioni, per una vita media di 4 mesi. Tanto che in ogni famiglia rimangono abbandonati nei cassetti dai 2 ai 4 cellulari.

Ma non basta. A questi prodotti vanno infatti aggiunti grandi e piccoli elettrodomestici, apparecchiature di illuminazione, giocattoli ed apparecchiature per lo sport e per il tempo libero, dispositivi medici e molto altro.

Ma che fine fa questa enorme massa di spazzatura elettronica? Oggi si raccolgono in modo separato meno di 2 kg di RAEE pro-capite all'anno in Italia, contro una media europea di 5 kg ed una produzione di rifiuti elettronici di circa 14 kg per abitante.

Greenpeace stima che il 75% dei rifiuti europei seguano "flussi nascosti". La percentuale sale all'80-90% nel caso di RAEE prodotti negli Stati Uniti. Scarti che fuggono al controllo delle autorità competenti per ricomparire come d'incanto in discariche incontrollate in Africa, Ghana in primis, oppure in riciclatori clandestini in Asia. Dove i lavoratori, spesso bambini, sono esposti ai rischi legati al cocktail di composti chimici che questi rifiuti contengono e sprigionano quando trattati in modo rudimentale e senza protezioni.

Sempre secondo Greenpeace, la società più attenta agli aspetti ecologici del proprio prodotto risulta essere la Nokia, col punteggio, però, di appena 6.9 punti su 10, seguita da Sony Ericsson, Toshiba e Samsung (5.9). Agli ultimi posti si trovano Nintendo (0,8), Microsoft (2,9), Lenovo (3,7) e Philips (4,1). E in mezzo altri colossi del calibro di Motorola (5,3), Panasonic (5,1), Acer e Dell (4,7), Hp (4,5), e Apple (4,3).

Qualcosa per fortuna si sta muovendo. In Italia, il Banco Informatico Tecnologico e Biomedico (BITeB) mira a raccogliere attrezzature d'ufficio come pc, monitor, e stampanti, usati ma funzionanti, per poi donarli a scuole, università, opere sociali, istituti di formazione in paesi in via di sviluppo e in Italia. "Unici requisiti sono che il destinatario sia una onlus, e che dimostri di non essere in grado di acquistare esemplari nuovi", dice il presidente Stefano Sala, che aggiunge "in Italia ogni anno viene smaltito un milione di pc di cui il 10% sono ancora funzionanti, forse lenti, non aggiornatissimi, ma basta rinnovarli, reinstallare il sistema operativo e il gioco è fatto. Mandarli al macero sarebbe un vero spreco".

Da agosto, Banco Informatico si occupa anche di cellulari, non importa che funzionino. Quelli che non funzionano vengono spediti ad un'azienda belga leader in Europa nel recupero di telefoni cellulari dismessi, la Ecosol, che ne estrarrà e separerà i metalli riutizzabili. In cambio, il Banco riceverà un contributo economico non superiore ai 5 euro per ogni pezzo raccolto.

Un'azienda belga, la Brainscape Nv, ha lanciato il sito Brainscape.eu, a cui hanno aderito l'ong italiana Coopi e quella internazionale Medici senza Frontiere che invitano ad inviare cellulari dismessi. Brainscape devolverà un contributo economico alle due non-profit per ogni esemplare.

C’è poi la pratica del “trashware”, di recuperare cioè vecchio hardware, mettendo insieme anche pezzi di computer diversi, e installare software libero sul sistema come il sistema operativo GNU/Linux.

“Incubo spazzatura elettronica”, Repubblica, 8 dicembre 2008

Lasius neglectus ha lo stesso aspetto della comunissima formica nera. Ma è una super formica, in grado di provocare disastri nei giardini.

L'invasione delle formiche straniere in Gran Bretagna potrebbe risultare una rovina per prati, aiuole e piante. Non solo: rischia di spazzare via le formiche inglesi, il cui danno al giardinaggio è in proporzione assai minore.

Da dove venga esattamente, il famelico esercito di minuscoli forestieri, non è chiaro. Secondo una ricerca finanziata dall'Unione Europea e pubblicata dalla rivista scientifica online Bcm Biology, si tratta di una specie euroasiatica, originaria della regione del mar Nero. I primi esemplari sono stati individuati nel 1990 a Budapest: da allora, hanno marciato trionfalmente attraverso l'Europa, fino ad arrivare al canale della Manica e ad attraversarlo, minacciando anche la verde Inghilterra. Sono guidate dai campi magnetici creati dalle prese elettriche e sul Continente hanno già causato diversi danni alle centrali mangiando i cavi.

I ricercatori hanno localizzato colonie di super formiche in quattordici località da un capo all'altro d'Europa, da Varsavia in Polonia sino a Bayramic in Turchia, così come in Belgio, Francia, Spagna, Germania e anche in Italia. La diffusione iniziale è probabilmente imputabile a un'involontaria introduzione da parte dell'uomo, che magari l'ha portata con sé, dentro uno zaino o a bordo di un'automobile, di ritorno da un viaggio nel mar Nero.

Ed è verosimile che in modo analogo, sfruttando un "passaggio", la micidiale formica sia arrivata in Gran Bretagna. Di “super-poteri” ne ha in abbondanza: prospera in ambienti urbani, anziché in habitat naturali; tende ad essere molto aggressiva nei confronti delle specie native, sterminando gli insetti e perfino i ragni che incontra sul suo cammino; riesce a sopravvivere sottozero, perciò il suo raggio d'azione potrebbe potenzialmente estendersi dal Giappone fino alle Highlands della Scozia; crea formicai da dieci a cento volte più grandi della norma; la regina, che non può volare, resta sempre sottoterra, dove intrattiene una vivace vita sessuale.

L'Europa, conclude il rapporto dei ricercatori, è stata attraversata altre volte da insetti invasivi di ogni genere, ma a quanto pare mai da una specie come questa.

“INVASION: SUPER INSECTS THAT EAT WIRES”, Daily Star, 4 dicembre 2008

Il processo di acidificazione degli oceani sta procedendo più rapidamente di quanto stimato finora. Lo sostengono ricercatori dell'Università di Chicago in base ai risultati di uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Secondo la ricerca, l’aumento di acidità è correlato con l’aumento dei livelli atmosferici di CO2, unico parametro, tra i tanti considerati dai ricercatori, “che mostra un cambiamento costante corrispondente”, ha detto J. Timothy Wootton, principale autore dello studio.

L’aumento dell’acidità minaccia l’esistenza di molti organismi marini e potrebbe ridurre la capacità dell’oceano di assorbire la CO2.

Scogliendosi in acqua, la CO2 atmosferica forma acido carbonico, aumentando l'acidità: durante il giorno, i livelli diminuiscono grazie alla fotosintesi attuata dalle alghe, per poi riaumentare durante la notte.

I ricercatori da molto tempo mettono in guardia sulla possibile correlazione tra l’aumento dei livelli di CO2 atmosferica e l’acidità marina, ma finora non c’erano evidenze scientifiche. Il nuovo studio si è basato su più di 24.000 misurazioni del pH oceanico nell’arco di otto anni, il primo dettagliato insieme di dati sulle variazioni del pH marino lungo le coste delle latitudini temperate, che corrispondono siti più produttivi per l’allevamento di pesci.

"L’acidità è aumentata 10 volte più velocemente di quanto previsto dai modelli e da altri studi”, ha commentato Wootton, "questo incremento avrà gravi conseguenze sulla catena alimentare marina e suggerisce che i valori di cui tenere conto saranno molto più elevati di quanto ritenuto finora, almeno per alcune aree dell’oceano.”

Condotto presso l’isola di Tatoosh, situata nell’Oceano Pacifico al largo delle coste dello stato di Washington, lo studio ha documentato anche le conseguenze del fenomeno su alcune specie marine. “Il numero di molluschi e di cirripedi è diminuito notevolmente, mentre le popolazioni dotate di un guscio o uno scheletro costituito da carbonato di calcio, che si scioglie con l’aumento dell’acidità, rischiano di fare una brutta fine”, ha commentato Catherine Pfister, professoressa associata di Ecologia e Evoluzione, coautrice dello studio.

L’aumento di acidità dell’oceano potrebbe interferire con molti processi biologici cruciali, danneggiando seriamente le barriere coralline o la vita dei crostacei.

“Ocean Growing More Acidic Faster Than Once Thought; Increasing Acidity Threatens Sea Life”, ScienceDaily, 26 novembre 2008

Salmoni, trote, steelhead: tre specie che in California (non solo) rischiano l’estinzione se non si fornirà loro i giusti habitat.

Sono in tutto venti le specie che rischiano un rapido declino. “I nostri pesci hanno bisogno di acque più fredde e più pulite per poter sopravvivere”, dice Peter Moyle, professore di Biologia Conservativa alla University of California di Davis, uno dei maggiori esperti di salmone, “ma le dighe spesso bloccano l’accesso. Se perdiamo queste specie si avrà un peggioramento dei fiumi e degli affluenti”, che costituiscono fonti di acqua potabile per le persone.

Una specie, la trota “bull”, è già scomparsa, a causa delle dighe costruite sul fiume Sacramento e sul McCloud Reservoir.

Il gruppo The California Trout, che ha commissionato lo studio, chiede al governatore della California, Arnold Schwarzenegger, che siano presi provvedimenti per fornire ai pesci l’acqua e l’habitat di cui hanno bisogno.

”California fish face extinction”, Upi.com, 20 novembre 2008

(Credit: iStockphoto/René Mansi)

Una ricerca condotta da scienziati della University of Toronto Scarborough (UTSC), pubblicata su Nature Geoscience, mostra come il riscaldamento globale sta cambiando la materia organica dei terreni.

"La terra contiene più del doppio dell’ammontare di carbone presente in atmosfera", dice Myrna J. Simpson, principale autrice dello studio, professoressa associata di Chimica Ambientale alla UTSC.

I componenti organici sono importanti perché rendono il terreno fertile e in grado di supportare la vita vegetale. Inoltre, trattengono l’acqua prevenendo l’erosione. I processi naturali di decomposizione forniscono alle piante e ai microbi la fonte di energia e l’acqua di cui necessitano per crescere.

Le temperature più calde stanno però accelerando questi processi e di conseguenza l’ammontare di CO2 trasferita in atmosfera. "Da una prospettiva agricola, la perdita di carbone dal terreno modificherà la fertilità e faciliterà l’erosione", dice la Simpson, “prendiamo ad esempio tutto il carbone imprigionato nel permafrost artico. Dobbiamo ancora scoprire cosa succederà quando i microbi diventeranno più attivi per via del riscaldamento".

A tutt’oggi, non si sa ancora molto della composizione molecolare dei terreni. In parte perché, da una prospettiva chimica, è difficile analizzare tutte le componenti, tra cui batteri, funghi, materiali giovani e vecchi.

Il team della Simpson ha usato una Risonanza Nucleare Magnetica (Nuclear Magnetic Resonance - NMR) per ottenere una visione dettagliata della struttura molecolare e della reattività.

Nel corso di un periodo test di 14 mesi, il team ha analizzato la composizione molecolare di vari campioni.

“Global Warming Is Changing Organic Matter In Soil: Atmosphere Could Change As A Result”, ScienceDaily, 28 novembre 2008

Secondo il Climate Change Performance Index (CCPI) a cura di German Watch, il rapporto internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti, realizzato con la collaborazione di Legambiente, l’Italia occupa il 44esimo posto nella classifica dei 57 paesi con le minori emissioni di CO2 (che insieme producono oltre il 90% dei gas serra a livello mondiale).

Lo studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo del riscaldamento globale, mette in testa il terzetto composto da Svezia, Germania e Francia, in quarta e quinta posizione, a sorpresa, India e Brasile, e nelle ultime posizioni Arabia Saudita, Canada e USA.

L’Italia - che perde terreno rispetto alla scorso anno in cui si era classificata al 41esimo posto - precede di poco paesi come la Polonia e la Cina e ha le medesime performance negative del Giappone.

«Una performance disastrosa - sottolinea Legambiente - che rispecchia il cronico ritardo del nostro Paese nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto». A spingerci così in basso in questa graduatoria, sono l’assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull’aumento dell’uso del carbone e il deficit nei trasporti a basse emissioni. A 11 anni dalla firma del Protocollo di Kyoto, l’Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazione imponga un taglio del 6,5%.

«A salvare l’Italia dagli ultimissimi posti della classifica - ha sottolineato Legambiente - le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55% per l’efficienza energetica. Misure che paradossalmente sono proprio quelle finite nel mirino dell’attuale governo, che dopo aver eliminato l’obbligo della certificazione energetica degli edifici, ha tagliato il 55% ».

Climate Change Performance Index 2008

Le emissioni totali di gas serra - GreenHouse Gas (GHG) - in America nel 2007 hanno prodotto 7,282 milioni di tonnellate metriche equivalenti di CO2 (MMTCO2e), facendo registrare un aumento dell’ 1,4% rispetto al 2006. In generale, le emissioni sono aumentate dell’1,7% rispetto al 2006 e del 16,7% in più rispetto al 1990. Lo ha reso noto un rapporto dell’Energy Information Administration (EIA).

Nello specifico: 6,022 milioni di tonnelate metriche di CO2 (l’82.6% delle emissioni totali); 700 MMTCO2e di metano (il 9.6% del totale); 384 MMTCO2e di ossidi di azoto (il 5.3% del totale); 177 MMTCO 2e di idrofluorocarburi (HFCs), perfluorocarboni (PFCs) e esafluoruro di zolfo (SF 6) (il 2.4% del totale).

Le emissioni americane derivanti dal consumo di energia e dai processi industriali sono cresciute ad una media annuale dello 1.1% dal 1990 al 2006. Il peggioramento delle condizioni climatiche (con maggiori picchi sia di caldo che di freddo) e l’aumento di produzione elettrica a base di carbone a causa dalla minore disponibilità di energia idroelettrica, hanno contribuito ad incrementarle. Le emissioni di metano sono cresciute dell’1.9%, quelle degli ossidi di azoto del 2.2%, quelle di HFCs, PFCs e SF6, il gruppo chiamato “high-GWP gases” (high global warming potential gases) per via della loro capacità di intrappolare il calore, del 3.3%.

“U.S. Greenhouse Gas Emissions Still Increasing”, ScienceDaily, (5 dicembre 2008)

Anche a livello globale, secondo le Nazioni Unite, che hanno monitorato le emissioni di gas serra di 41 Paesi industrializzati, le emissioni sono in continuo aumento.

Il Segretariato dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) ha illustrato gli ultimi dati disponibili secondo cui le emissioni sono aumentate del 2,3% - 403 MMTCO2e - dal 2000 al 2006.

Il maggiore aumento è stato registrato per i Paesi con economia in transizione, con un incremento del 7,4% tra il 2000 e il 2006. Praticamente, i paesi industrializzati che si erano impegnati a tagliare le proprie emissioni, soprattutto di CO2, invece di diminuirle le stanno aumentando.

Il divario nei 16 anni presi in considerazione è dovuto in gran parte alla crisi economica seguita al disfacimento del blocco sovietico nel corso degli anni Novanta, che si è tradotto in un declino di circa 2 miliardi di tonnellate metriche di CO2 equivalenti, mentre, a partire dal 2000, il recupero delle economie dei paesi dell’ex Unione Sovietica ha portato ad un aumento di 258 MMTCO2e.

Le nazioni europee più industrializzate, così come la Cina e gli USA (che non hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto), stanno alzando costantemente i livelli di emissioni dal 1990 – in totale siamo a + 403 MMTCO2e rispetto ai livelli del 2000.

Questo quandro inquietante si riferisce a statistiche vecchie di tre anni, la situazione reale al momento è sicuramente peggiore.

Il Regno Unito e il Principato di Monaco sono gli unici due paesi europei che sono in linea con i propri obiettivi di riduzione (rispettivamente il 12,5% e l’8% entro il 2012). L’Austria, invece, che dovrebbe ridurre le prorprie emisioni del 13%, rispetto ai livelli del 1990, entro i prossimi 10 anni, è salita a +15%.

In Oriente, il Giappone emette più del 6% rispetto al 1990, a dispetto della promessa fatta nel 2002 di giungere ad una riduzione del 6% entro il 2012.


Anche i paesi che potevano emettere più emissioni secondo gli accordi relativi al Protocollo di Kyoto, hanno
quasi raddoppiato la loro crescita consentita. L’Irlanda, per esempio, ha aumentato le proprie emissioni di quasi il 26% mentre gli accordi prevedevano che non salissero più del 13%.

Se si continuerà a superare i limiti imposti dal protocollo, nel 2012 saranno sospese tutte le contrattazioni relative alle quote di emissioni consentite.

“From Bad to Worse: Latest Figures on Global Greenhouse Gas Emissions”, Scientific American, 17 novembre 2008

Macchine di cantiere, macchine agricole e forestali, piccoli apparecchi per il giardinaggio e il tempo libero:è il cosiddetto settore "offroad" che emette circa 880 tonnellate di particolato fine, 12.700 tonnellate di ossidi d'azoto e 6500 tonnellate di idrocarburi all'anno, come mostra il rapporto pubblicato dall'Ufficio Federale dell'Ambiente (UFAM).

I calcoli, realizzati per otto settori (edilizia, industria, agricoltura, selvicoltura, giardinaggio/tempo libero, navigazione, ferrovia, esercito), partono dal 1980 e includono stime fino al 2020, con particolare attenzione al 2005.

Per la massa di particolato (PM) e gli ossidi d'azoto (NOx), le due fonti di emissioni principali sono l'agricoltura (soprattutto i trattori e i transporter) e le macchine da cantiere (soprattutto gli escavatori idraulici e le pale caricatrici). Anche l'industria (soprattutto i carrelli elevatori a forca e i veicoli per la preparazione di piste) provoca comunque una quota rilevante di emissioni offroad.

Per gli idrocarburi (HC) e il monossido di carbonio (CO), una larga quota delle emissioni è generata dalle macchine agricole nonché dagli apparecchi per la cura del giardino e la selvicoltura. Ciò è dovuto soprattutto al frequente uso di apparecchi a benzina a due tempi nell'agricoltura (motoseghe, falciatrici ecc.), nell'ambito del giardinaggio/tempo libero (motoseghe e tosaerba) e nella selvicoltura (motoseghe).

Proporzionalmente, le emissioni di monossido di carbonio, idrocarburi, ossidi d'azoto e articolato, nel settore offroad sono superiori a quelle del traffico stradale: benché consumi solo l'8% dell'energia totale (offroad + strada), l’offroad produce tra il 19% (monossido di carbonio) e il 39% (particolato) delle emissioni complessive di inquinanti. Il motivo è da ricercare, da un lato, nelle prescrizioni sui gas di scarico, meno severe e introdotte più tardi, dall'altro, nel minor avanzamento della tecnica di riduzione delle emissioni delle macchine e degli apparecchi.

Il rapporto evidenzia che oltre alle emissioni di HC dei piccoli apparecchi, occorre tagliare urgentemente in particolare le emissioni di particolato dell'agricoltura. Se per le macchine da cantiere la dotazione di serie e il post-equipaggiamento con filtri antiparticolato sono già avanzati, grazie alle prescrizioni in vigore dal 2002 con la direttiva Aria Cantieri e dal 2009 con l'ordinanza contro l'inquinamento atmosferico modificata dal Consiglio Federale, per i trattori agricoli il progresso tecnico è solo all'inizio.

Nell'ambito del giardinaggio e del tempo libero, l'UFAM raccomanda di utilizzare apparecchi con motori elettrici. Se ciò non è possibile, le emissioni di HC possono essere ridotte con l'uso di benzina alchilata.

Oggi l'UFAM è attiva anche su Internet con uno strumento elettronico che consente un calcolo semplice delle emissioni di inquinanti atmosferici.

Un rapporto di Greenpeace intitolato "The true cost of coal" – “Il vero costo del carbone” – presentato a Poznan, oltre a fornire un reportage dei danni fatti dalla filiera del carbone in vari posti del mondo, con la collaborazione dell’istituto indipendente olandese CE Delft, tenta di quantificare i costi nascosti di questo combustibile fossile.

Il carbone è considerato la fonte energetica più economica, ma nel suo prezzo di mercato sono compresi solo i costi legati all’estrazione, al trasporto e alle tasse, non i costi esterni connessi ai gravi impatti per l’ambiente e per la salute. Innanzitutto, ci sono le emissioni di gas serra e i relativi effetti sul riscaldamento globale (il carbone è responsabile del 41% delle emissioni mondiali di gas serra e del 72% di quelle per la produzione di elettricità), ma i costi del carbone - sottolinea il documento - sono molti altri: deforestazione, distruzione di interi ecosistemi, contaminazione di suoli e acque (le centrali a carbone sono la prima fonte al mondo di dispersione di mercurio), violazione di diritti umani sia dei lavoratori che delle comunità che vivono nei pressi delle miniere, delle centrali e dei siti di stoccaggio.

Impatti che si tramutano in danni monetizzabili, come malattie respiratorie, incidenti nelle miniere, piogge acide, inquinamento di acque e suoli, perdita di produttività di terreni agricoli, cambiamenti climatici e altro ancora. Per il solo 2007, il rapporto calcola costi pari a 356 miliardi di euro: gli impatti sulla salute lungo tutta la filiera del minerale costano circa 1 miliardo, mentre il grosso dei costi esterni, 355 miliardi, è dovuto alle emissioni di gas serra.

“Una cifra – sottolinea Greenpeace - che ancora sottostima i costi reali. Considera, infatti, solo i danni per cui esistono dati affidabili a scala mondiale - cioè cambiamenti climatici, impatti sulla salute umana e incidenti nella lavorazione - mentre non tiene conto di altre voci come l’inquinamento, le violazioni dei diritti umani, la distruzione di ecosistemi”.

Ciò che è evidente è che il mondo, per gli effetti collaterali di questa fonte energetica definita "economica", ha perso in dieci anni una cifra pari a circa sei volte quanto è costato agli Stati Uniti salvare le proprie istituzioni finanziarie dalla crisi. Mentre in Cina, dove si fa ricorso al carbone per i due terzi del fabbisogno energetico nazionale, i costi esterni del carbone sono pari a 7 punti di PIL.

Ad aggravare il tutto c'è il fatto che la quota del carbone nel mix elettrico mondiale è in continua crescita: aumentata del 30% dal 1999 al 2006, mentre se le tutte le centrali in progettazione al momento attuale venissero realizzate da qui al 2030, crescerebbe di un altro 60%, vanificando in pratica ogni sforzo per ridurre le emissioni di CO2 (le 150 centrali che quattro anni fa si sarebbero dovute costruire negli USA - progetti per ora ancora fermi - avrebbero emesso più CO2 di quanta ne devono ridurre i paesi che hanno firmato il Protocollo di Kyoto tutti assieme).

The True Cost of Coal (pdf)

Membri della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM) insieme a membri di Friends of the Earth International, hanno tenuto un'azione davanti alla sede della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico di Poznan per denunciare come la Banca Mondiale stia utilizzando la delicata questione delle foreste quale strumento per favorire il mercato dei crediti di carbonio, continuando a garantire il suo sostegno al carbone e ai combustibili fossili.

Secondo un rapporto – “Cutting Corners” - delle ong FERN (Forests and the European Union Resource Network) e Forest Peoples Programme (FPP), la Banca mondiale sta facendo pressione sulle diverse delegazioni presenti a Poznan perché la “Forest Carbon Partnership Facility” divenga il meccanismo di riferimento per finanziare il programma REDD (Reducing Emissions from Deforestation in Developing Countries), cercando di far rientrare anche le foreste nel mare magnum del mercato dei crediti di carbonio di cui hanno finora beneficiato la stessa Banca assieme ai grandi inquinatori privati.

Dal 1999 ad oggi, la maggior parte del portfolio di crediti di carbonio (tra il 75 e l'85%) gestito alla Banca Mondiale ha finanziato industrie nel settore chimico, del ferro, dell'acciaio e del carbone, mentre meno del 10% dei fondi a disposizione è stato investito in progetti di energie rinnovabili.

L'iniziativa della Banca è stata fortemente contestata dai rappresentanti delle organizzazioni dei popoli indigeni e delle comunità locali che vivono e dipendono dalle foreste, rimasti esclusi dalla preparazione di queste iniziative che, puntando a una mercificazione delle foreste, mettono a rischio la loro esistenza e minacciano alcuni degli ecosistemi più ricchi di biodiversità ancora esistenti.

La Banca Mondiale è uno dei principali finanziatori dell'estrazione di combustibili fossili nei paesi più poveri e causa di devastazione ambientale nel Sud del Mondo. Non può finanziare la devastazione della Foresta Amazzonica e allo stesso tempo gestire la finanza globale per il clima.

Marcial Arias, nel corso del Forum on Climate Change organizzato dall’International Indigenous Peoples, ha chiesto la sospensione di tutte le attività relative alla REDD e al mercato dei crediti finché non vengano consultati anche i popoli indigeni che abitano le regioni interessate.

La CRBM, unendosi alle centinaia di organizzazioni di tutto il mondo che chiedono che la Banca Mondiale rimanga fuori dai negoziati sul clima, chiede che sia istituito un meccanismo indipendente dai banchieri di Washington che, consultando i popoli indigeni, le comunità locali e la società civile, metta a disposizione i fondi per gli interventi necessari per l'adattamento e la mitigazione degli impatti derivati dal cambiamento climatico.

Si parla miliardi di dollari all'anno che dovranno essere messi a disposizione in buona parte dai governi dei paesi che più hanno contribuito, e contribuiscono, al cambiamento climatico, tra cui l'Italia, a favore di quei Paesi che già oggi sono colpiti dagli impatti devastanti derivati dal surriscaldamento del pianeta.

“indigenous leader calls for suspension of REDD activities”, REDD-Monitor

“Cutting Corners” (pdf)

La distruzione della foresta amazzonica brasiliana ha ripreso a crescere dopo quattro anni di relativa frenata. Nei primi 7 mesi del 2008, si sono persi quasi 12.000 km/q, una perdita del 4% superiore rispetto a quella dello stesso periodo del 2007.

La causa principale di questo ulteriore aggravamento della situazione è costituita dal taglio illegale degli alberi operato dagli agricoltori della regione, che a loro volta si dicono travolti da una gravissima crisi economica. Il legname è poi venduto clandestinamente mentre le nuove terre coltivabili sono utilizzate soprattutto per la produzione di soia.

Il Brasile è divenuto una delle maggiori superpotenze mondiali dell'agricoltura ed ormai alcune grandi imprese agricole stanno soppiantando le piccole produzioni. Se per i piccoli produttori il taglio degli alberi è talora l'unica salvezza economica di breve periodo, per le ricchissime grandi aziende agricole della regione si tratta essenzialmente di sfruttare intensivamente ogni centimetro di terra per aumentare i propri profitti.

Il governo centrale brasiliano dice di voler adottare nuove misure importanti per fermare questa nuova escalation nella deforestazione, ma sono spesso le autorità locali che tendono a chiudere un occhio.

Gli stati in cui il fenomeno è più massiccio restano quello settentrionale di Parà, dove sono stati rasi al suolo 5.180 chilometri quadrati di selva, e quello centrale di Mato Grosso, terra di grandi allevatori e produttori di soia, che ne ha persi 3.259. Dopo il picco toccato tra l'agosto 2003 e il luglio 2004 (27.423 chilometri quadrati disboscati), la deforestazione era calata del 59% prima della nuova ripresa.

"Il problema - ha detto Paulo Moutinho, dell'Istituto per le Ricerche Ambientali dell'Amazzonia - è che non esiste ancora un sistema economico che valorizzi la foresta così com'è e possa competere con le attività a scopo di lucro che la distruggono ogni anno: soia, bestiame, estrazione illegale di legname e minerali".

“Amazon deforestation up almost 4.0 percent”, Physorg, 28 novembre 2008

Il 22 novembre, attivisti di Greenpeace, vestiti da barbari, ed alla guida di automobili tedesche, hanno “invaso” il Circo Massimo guidati da un finto Berlusconi vestito da Nerone. A sbarrare loro la strada hanno trovato un altro gruppo di attivisti, nei panni di cittadini romani, con due striscioni su cui era scritto: “Quo vadis Berlusconi?”, e “Vade retro CO2! Inquinatores non prevalebunt!”, ovvero !Dove vai Berlusconi?”, e !Vai indietro CO2. Gli inquinatori non prevarranno”.

La scelta del Circo Massimo per protestare contro la posizione del governo Berlusconi e delle case automobilistiche non è casuale: dal Circo Massimo partì il grande incendio di Roma del 64 dC. Secondo molti storici sarebbe stato scatenato dallo stesso imperatore Nerone.

Un accordo globale, da chiudersi a dicembre 2009, per arrivare ad un “pianeta a carbonio zero”.

È l’ambizioso obiettivo (una utopia?) del WWF che ha lanciato la mappa per vincere i cambiamenti climatici, superare la crisi economica e assicurarsi un futuro pulito.

L'Italia ha immense potenzialità nel fotovoltaico. Usando lo 0,5 della superficie italiana (equivalente ai tetti esistenti) per installare pannelli fotovoltaici potremmo produrre, con la tecnologia attuale, circa 200 TWh l'anno, equivalente ai 2/3 del fabbisogno elettrico del paese. Sviluppo del Conto energia e altri sistemi di incentivazione potrebbero superare gli elevati costi di produzione; l'80% del mercato del solare termico è rappresentato da Germania, Grecia e Austria.

La Germania ha 8.500.000 metri quadri di pannelli installati. In Italia appena 1.160.000 metri quadri; attualmente gli usi termici, che costituiscono complessivamente il 92% di tutti gli usi finali domestici ed il 54,2 % dei consumi totali, vengono soddisfatti da fonti di energia non rinnovabile (gasolio e metano).

“Essential reading for low-carbon lifestyle”, WWF, 1 dicembre 2008

“GREENPEACE: Emperor Berlusconi fiddles as the climate burns”, 7thspace, 22 novembre 2008

Ten Technologies to Save the Planet”, di Chris Goodall, illustra come i cambiamenti climatici possono essere gestiti adottando le giuste sorgenti di energia e le nuove tecnologie.

1. L’energia eolica offre il potenziale per fornire più del 30% della elettricità globale richiesta. È vero che il vento non soffia costantemente ma si possono sviluppare modi migliori di immagazzinare l’energia generata. Inoltre, invece che usarla solo localmente, la si può distribuire tra stati e nazioni.

2. L’energia solare sarebbe sufficiente da sola a fornire più dell’energia necessaria ad alimentare il mondo intero, bisogna solo trovare modi più efficaci di sfruttarla. Gli attuali pannelli solari sono relativamente inefficaci, ma aumentando gli investimenti nella ricerca sulle celle solari si produrranno modelli migliori per cattura re l’energia a costi ridotti.

3. Onde, maree, correnti offrono un alto potenziale per la generazione di energia pulita, ma gli sforzi per riuscire a sfruttarlo son oostacolati dalla difficoltà di progettare dispositivi in grado di tollerare le dure condizioni oceaniche. Ciononostante, si stanno testando delle boe in grado di sfruttare l’energia generata da onde subacquee di 50 metri mentre la prima turbina su scala commerciale in grado di sfruttare le maree distribuisce elettricità alla rete nazionale inglese.

4. Lo spreco di calore ammonta al 40% dell’energia prodotta dalle centrali. Un modo per evitarlo sarebbe quello di portare i generatori nelle case, installando microgeneratori domestici per riscaldare gli ambienti e l’acqua.

5. Invece di costruire nuove abitazioni a “carbone zero””, si potrebbero ridurre le emissioni di gas serra domestiche rinnovando gli edifici già esistenti. Il movimento PassivHaus in Germania punta a ridurre le emissioni domestiche dell’ 80-90% mediante misure come l’installazione di muri e finestre isolanti e l’utilizzo di migliori metodi di ventilazione che non disperdono il calore.

6. I veicoli elettrici hanno una cattiva reputazione in termini di stile e velocità, ma le macchine elettriche sportive, come la Tesla Roadster, possono essere molto attraenti, anche grazie alla Movie Camera in dotazione. Sebbene al momento non siano certo economiche, i prezzi sono destinati a scendere parallelamente allo sviluppo di nuove e migliori batterie. Recenti ricerche suggeriscono che i veicoli elettrici potranno anche servire come depositi di energia a motore spento.

7. I biocombustibili sono quasi universalmente considerati una cattiva idea, perché incoraggiano la deforestazione e diminuiscono le riserve alimentari. Ma la prossima generazione di biocombustibili ottenuti dagli scarti della produzione agricola potrebbe dimostrarsi una valida alternativa. Usando nuove tecniche per il trattamento della cellulosa potranno essere utilizzati anche gli scarti del legname e magari si comincerà ad investire nel settore capitale di ventura.

8. Siccome la crescita delle fonti rinnovabili non potrà comunque soddisfare la domanda mondiale di elettricità, trovare modi efficaci per catturare e depositare la CO2 prodotta dale centrali di energia è una delle sfide più importanti da vincere. La ricerca in questo campo sta già sviluppando nuove promettenti tecnologie.

9. Un modo per sequestrare il carbone è rappresentato dal “biochar”, un carbone agricolo fatto con i resti dei raccolti bruciati in assenza di aria. Il biochar è eccezionalmente stabile, può essere immagazzinato sottoterra per centinaia di anni senza rilasciare carbone in atmosfera e migliora la fertilità del terreno.

10. Le stufe a biogas, alimentate da metano rilasciato da rifiuti organici, che altrimenti sarebbe rilasciato in atmosfera, possono essere un’altra soluzione. La Cina è già impegnata a promuovere largamente le tecnologie basate sul biogas.

“Ten ways to save the world”, newscientist, 02 December 2008

C’è poi “Lilypad”, la stravagante idea di Vincent Callebaut per fronteggiare l'innalzamento del livello dei mari, una sorta di arca di Noé ecologica che sfrutta l'energia solare nella parte emersa - dotata anche di giardini e oasi - per alimentare buona parte della struttura, immersa invece sott'acqua.

Liplypad sarà in grado di ospitare circa 50 mila persone, di produrre ossigeno ed elettricità, riciclare l'anidride carbonica e i rifiuti, purificare l'acqua, ma soprattutto di garantire l'autosufficienza alimentare dei suoi abitanti grazie a un sistema di produzione agricola interno e di acquacoltura.

“Noah's Ark of the 21st century”, The Sun, 2 dicembre 2008


Non distruggere più la Terra o sarete annientati”.

Un alieno “ecologista”, in compagnia di una “sentinella” robot, sbarca con il suo disco volante a Washington per dare un'ultima possibilità al genere umano.

Il comando americano, per nulla intimorito, decide di rispondere con il fuoco, chiamando a raccolta i migliori scienziati del paese e tutto l’arsenale militare. Toccherà ad una giovane ricercatrice e al suo figliastro convincere l'alieno a non spazzare via l’umanità…

"Non è necessaria un’invasione aliena per capire che bisogna cambiare rotta. Il pianeta ci sta avvertendo – dice Keanu Reeves, protagonista della pellicola - servirebbe proprio un alieno come quello che interpreto nel film per salvarci da noi stessi".

Ultimatum alla Terra” rivisita “The Day the Earth Stood Still”, il classico di fantascienza diretto da Robert Wise nel ’51. Il regista Scott Derrickson, sottolinea come il film sia il tentativo "di aggiornare la storia tenendo conto delle odierne problematiche ambientali, senza per questo tradire gli elementi progressisti dell’originale, dalla tuta spaziale alla figura dell’alieno, che avevano già sovvertito la tradizionale iconografia della science fiction".

"Se nell’originale - dice Reeves - l’alieno si mostrava docile all’inizio e temibile alla fine, qui succede esattamente il contrario”.

LINKS

Energy Information Administration report

US EPA - High GWP Gases

UFAM - Pubblicazioni

Pesticide Action Network

WHO | Chronic Obstructive Pulmonary Disease (COPD)

Associazione Italiana Pazienti BPCO

StEP - Solving the E-Waste Problem

Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche - Wikipedia

Banco Informatico

Brainscape

Trashware - Wikipedia

FERN

Forest Peoples Programme (FPP)

Reducing Emissions from Deforestation in Developing Countries (REDD) pdf

REDD-Monitor

CRBM -Campagna per la Riforma della Banca Mondiale

California Trout

The State of Food Insecurity in the world (SOFI)

UNHCR - Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati

CCPI - Climate Change Performance Index

Passivhaus Institut

Tesla Roadster - Wikipedia

“Pollution causes 40 percent of deaths worldwide”, Cornell University, 3 agosto 2007

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