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martedì 9 dicembre 2008

NANOFOBIA

La “nanofobia”, secondo un articolo del New York Times, è la paura che minuscole particelle - al di sotto dei 100 nanometri, una misura infinitesimale (un manometro corrisponde ad un miliardesimo di un metro) - possano penetrare nel corpo e provocare chissà quali danni.

Un capello umano, a confronto, varia dai 50 ai 100 mila nanometri di diametro, mentre le nanoparticelle di diossido di titanio (usate in prodotti cosmetici) possono essere più piccole di 15 nanometri. “Più la particella è piccola più facilmente può viaggiare nel corpo attraverso i tessuti, le vie aeree o i vasi sanguigni”, dice il Dr. Adnan Nasir, assistente professore di dermatologia alla University of North Carolina di Chapel Hill, “specie se si tratta di nanoparticelle che non vengono metabolizzate, che si accumulano negli organi”.

Di norma, siamo già esposti alle particelle ultrafini, dai 2 ai 30 nanometri, prodotte dalle stufe o dalle macchinette per i toast. Oltre che alle nanopolveri (particolato ultrafine) prodotte dall’inquinamento urbano. Ma la nanofobia nasce riguardo alle nanoparticelle ingegnerizzate, utilizzate ormai in molti prodotti per il consumo, dalle creme solari ai prodotti di bellezza, dai “nano-indumenti” (più resistenti allo sporco) al “nano-cibo” (per rallentare l’invecchiamento) alle “nano-biciclette” (che grazie ai nanotubi al carbonio sono più forti e più leggere delle normali biciclette in acciaio).

Il problema nasce dal fatto che al livello della “nano-scala” regna l’incertezza quantistica: le nanoparticelle si comportano in modo diverso dalle particelle comuni, sono molto più instabili, più reattive, e le loro proprietà sono influenzate direttamente dalla forma e dalla dimensione che assumono. “Sostanze che normalmente sono assolutamente benigne, a livello della nano-scala possono rivelarsi tossiche”, dice Michael Hansen, della Consumers Union, “e possono insinuarsi in chissà quali parti del corpo”.

Lo scorso ottobre, il Dr. Hansen ha scritto una lettera alla Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia incaricata di vigilare su farmaci e alimenti, chiedendo di sollecitare i produttori di cosmetici e creme solari ad eseguire test di controllo sulla sicurezza dei nano-ingredienti che utilizzano. Hansen ha citato alcuni studi pubblicati su riviste scientifiche secondo cui l’esposizione a nanoparticelle di diossido di titanio (TiO2) hanno provocato dei danni agli organi di animali da laboratorio e a cellule coltivate umane. L’industria dei cosmetici ha risposto che non esistono evidenze che i prodotti di cura personale che contengono nano-componenti costituiscano una minaccia alla salute. È vero però anche che non sono mai stati eseguiti dei test clinici rigorosi.

Nel 2006, un rapporto dello European Center for Toxicology concludeva che le creme solari contenenti nanoparticelle di metallo possono penetrare la pelle. Sempre nel 2006, l’International Agency for Research on Cancer ha classificato le TiO2 come potenzialmente cancerogene basandosi sull’evidenza di studi condotti su animali in laboratorio. In pratica, respirare nanoparticelle di TiO2 aumenta significativamente il rischio di cancro al polmone.

È molto difficile che passi qualcosa attraverso la pelle”, dice John Bailey, vice-presidente esecutivo del Personal Care Products Council, un gruppo industriale di Washington, “è una barriera molto efficace”. Secondo Robert S. Langer, professore di ingegneria chimica al Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, “molte molecole usate nelle creme sono anche più piccole delle nanoparticelle, ma non attraversano la pelle”. Langer sta sviluppando nanoparticelle da impiegare nella cura del cancro ed è il fondatore di Living Proof, una compagnia che produce prodotti cosmetici per capelli.

La FDA attualmente non richiede ai produttori di elencare tutti i formati degli ingredienti sulle etichette, ma è tenuta ad esigere garanzie sulla sicurezza dei prodotti. Nel 2006, ha perfino creato una task force per investigare la sicurezza dei nanomateriali.

Ken Marenus, vice-presidente delle compagnie Estée Lauder, dice che i nanomateriali devono essere sottoposti allo stesso tipo di controlli eseguiti per ogni altro componente usato in cosmetica. Ma non è logico, dato che le nanoparticelle esibiscono proprietà e comportamenti differenti.

Il Dr. Bailey, del Personal Care Products Council, stima che vi sono già qualche migliaia di prodotti cosmetici, incluse le creme solari, che utilizzano nanocomponenti. Il sapone Cor, ad esempio, usa nanoparticelle d’argento di 50 nm che sono più piccole di un poro della pelle. Il sapone è progettato proprio per entrare nei pori e uccidere i batteri (il nano-argento è un potente battericida). “L’argento soffoca i batteri che vengono espulsi col risciacquo”, dice Jennifer McKinley, capo esecutivo della Cor. Sebbene uno studio abbia mostrato che il nanoargento può penetrare nella pelle danneggiata, la McKinley dice che il sapone è sicuro perché contiene solo una quanità limitata di nanoparticelle che non rimangono sulla pelle.

Usare nanoderivati di metalli preziosi sta diventando perfino trendy.
L’anno scorso, la Chantecaille ha introdotto la Nano Gold Energizing Cream, una crema per viso da 240 dollari che contiene nanoparticelle d’oro a 24 carati di 5 nanometri incapsulate in fibre di seta. Sylvie Chantecaille, capo esecutivo della compagnia, dice che le nanoparticelle d’oro funzionano come antiossidanti sugli strati superficiali della pelle e che “le capsule sono un modo molto efficace di trasportare ingredienti benefici”.

Sui potenziali rischi delle nanoparticelle, però, le compagnie fanno finta di niente. Quando, agli inizi di quest’anno, La Prairie ha introdotto la sua Cellular Cream Platinum Rare, ha promosso tranquillamente i nano-cristalli di esperidina (un bioflavonoide che si trova nelle arance, nei limoni e nei mandarini e che ha effetti benefici sui vasi capillari e i tessuti connettivi) come un sistema di protezione per il DNA, ma poi, in una intervista telefonica, Sven Gohla, vice-presidente della compagnia nel settore ricerca e sviluppo, ha preso le distanze dalla nanotecnologia asserendo che sebbene le particelle di esperidina usate nella formula siano di dimensioni molto ridotte non significa che provengano da processi nanotecnologici.
New Products Bring Side Effect: Nanophobia”, NewYorktimes, 3 dicembre 2008

Deleterious effects of sunscreen titanium dioxide nanoparticles on DNA. Efforts to limit DNA damage by particle surface modification”, SPIE proceedings series, gennaio 2001

DAPHNIA MAGNA MORTALITY WHEN EXPOSED TO TITANIUM DIOXIDE AND FULLERENE (C60)NANOPARTICLES”, Environmental Toxicology and Chemistry, 21 aprile 2005

Induction of DNA damage and micronuclei by nanosized titanium dioxide in human bronchial epithelial cells”, New Technologies and Risks, Finnish Institute of Occupational Health, Helsinki, Finland, dicembre 2007

Inhalation Exposure Study of Titanium Dioxide Nanoparticles with a Primary Particle Size of 2 to 5 nm”, Environmental Health Perspectives, marzo 2007

Titanium dioxide nanoparticles trigger p53-mediated damage response in peripheral blood lymphocytes”, School of Public Health and Institute of Health and Environment, Seoul National University, Seoul, Korea, giugno 2008«Nanoparticles damage brain cells », environmentalhealthnews, 17 novembre 2008

"A Report of the U.S. Food and Drug Administration Nanotechnology Task Force”, FDA, 25 luglio 2007

Il gruppo di ricerca del professore Ilpo Vattulainen, del Department of Physics della Tampere University of Technology, e il ricercatore accademico Emppu Salonen, del Department of Applied Physics della Helsinki University of Technology (Finlandia), insieme con il professore Pu-Chun Ke della Clemson University (USA), hanno scoperto che nanoparticelle di carbonio - molecole nanometriche composte da atomi di carbonio arrangiati in forme sferiche, ellissoidi o cilindriche – possono alterare la struttura cellulare ponendo gravi rischi alla salute.

Dalla ricerca è emerso che certi tipi di cellule coltivate non vengono alterate se esposte a fullerene (composto da molecole buckyballs) o ad acido gallico, un acido organico che si trova in quasi tutte le piante, ad esempio nel tè. Ma, quando il fullerene e l’acido gallico sono presenti insieme, interagiscono formando strutture che si legano alla superficie della cellula causandone la morte.

È l’ulteriore dimostrazione di quanto sia difficile determinare i potenziali impatti negativi sulla salute delle nanoparticelle: anche quelle che non sembrano essere tossiche, in combinazione con altri composti all’interno del corpo umano possono invece causare gravi danni alle funzioni cellulari. E siccome il numero di possibili combinazioni tra nanoparticelle e biomolecole è immenso, è praticamente impossibile stabilire con assoluta certezza la sicurezza della nanotecnologia.Journal reference: E. Salonen, S. Lin, M. L. Reid, M. Allegood, X. Wang, A. M. Rao, I. Vattulainen, P.-C. Ke. Real-time translocation of fullerene reveals cell contraction”. Small, 4, 1986-1992 (2008)

Nanoparticles Trigger Cell Death?”, ScienceDaily, 13 novembre 2008

I nanomateriali emergenti necessitano urgentemente di test che verifichino i loro effetti sulla salute e l’ambiente. L’allarme viene da un nuovo rapporto della Royal Commission on
Environmental Pollution
(RCEP).

Le nanostrutture alla base dei nanomateriali, che spesso incorporano sostanze chimiche come argento e carbonio, pongono potenzialmente gravi rischi per le persone, gli animali e l’ambiente e al momento non esiste alcun sistema di regolazione e controllo.

La commissione chiede all’Unione Europea di estendere il regime regolatorio per le sostanze chimiche, il REACH, anche ai nanomateriali e alle loro proprietà uniche. Per quanto riguarda il Regno Unito, il Department of the Environment, Farming and Rural Affairs (DEFRA) dovrà sviluppare ed eseguire test specifici per i prodotti che contengono nanomateriali e degli strumenti per rilevare i nanomateriali, come i nanotubi, quando vengono trasportate dall’aria.

"Attualmente, non esistono mezzi per rilevare buckyballs o nanotubi nell’ambiente”, dice John Lawton, chairman dell’RCEP.

Nel 2004, la Royal Society e la Royal Academy of Engineering avevano già lanciato un primo allarme dicendo che era necessario un programma di ricerca per assicurare la sicurezza dei nanoprodotti. "Il tasso di innovazione nanotecnologica oggi supera le nostre capacità di rispondere ai potenziali rischi”, dice ancora Lawton.

La RCEP sottolinea che l’arrivo dei nanoprodotti nei negozi aumenta il bisogno di test per la sicurezza, anche perché i precedenti appelli non sono stati minimamente recepiti dai governi. Secondo la RCEP, bisogna anche evitare di polarizzare la pubblica opinione come è successo per l’ingegneria genetica.

Il numero di nanomateriali brevettati i in tutto il mondo, nel 2006 ha raggiunto quota 1600 – e la crescita è continuata esponenzialmente. Secondo il Project on Emerging Nanotechnologies di Washington, ci sono almeno 600 prodotti sul mercato globale che contengono un nanomateriale come componente chiave.

Si tratta di un range piuttosto ampio: creme solari, prodotti per la pulizia, deodoranti, cosmetici, plastica, tessuti basati su fibre di carbonio e altri prodotti contenenti nanotubi e buckyballs, ognuno dei quali potrebbe causare problemi all’ambiente e alla salute.

La Commissione ne indica in particolare due: il "Nanosilver", un battericida deodorante per calzini, mutande e T-shirts, e un tessuto fatto con fibre di nanotubi al carbonio che potrebbe fare la fortuna dell’industria d’abbigliamento con vestiti che non bisognano di essere asciugati (i diametri dei nanotubi cambiano il colore mediante effetti di rifrazione).

"Il Nanosilver è biocida, estremamente tossico per i microorganismi”, dice Lawton, uccide il doppio di batteri rispetto alla varicchina. Una volta scaricato in corsi d’acqua, nessuno sa cosa potrebbe accadere. Potrebbe arrestare le reazioni biochimiche che fanno funzionare il normale processo delle acque reflue locali. O potrebbe danneggiare la vita acquatica - le buckyballs ad esempio causano seri danni cerebrali ai pesci come mostrato da uno studio condotto nel 2004 da Eva Oberdörster alla Southern Methodist University.

Esistono già dei rapporti secondo cui le fibre di carbonio nei vestiti potrebbero produrre malattie polmonari simili all’asbestosi (provocata dalla fibre di amianto), e che il rilascio di nanotubi nell’ambiente potrebbe danneggiare gli ecosistemi.

La RCEP si dice convinta che i benefici alla società che potrebbero derivare dalla nanotecnologia sono troppo grandi per essere persi. Ma occorre aumentare, e di molto, gli sforzi per indagare i possibili rischi, partendo da quei materiali che potrebbero causare i danni più gravi all’ambiente e alla salute umana.

"Serve urgentemente instaurare dei processi regolatori e legislativi”, conclude Lawton.

Is nanotechnology a health timebomb?”, NewScientist.com, 12 novembre 2008

Tra i prodotti considerati più a rischio, ci sono quelli della “nanocosmetica”. Moltissime emulsioni contengono micro-molecole di olii e acqua, utili per mantenere attivi gli ingredienti, vitamine e antiossidanti, o per garantire leggerezza e trasparenza all'applicazione, ma che non hanno una sicurezza certificabile al 100%.

The Body Shop, Boots, Nivea, Avon, L'Orèal, Unilever (gruppo che comprende la più famosa Dove) usano ad esempio la nanotecnologia nei loro filtri solari.

Le nanoparticelle incorporate nelle creme di bellezza, che secondo alcuni gruppi di consumatori potrebbero rivelarsi tossiche, hanno la particolarità, date le loro ridottissime dimensioni, di attraversare tutte le barriere protettive del corpo umano come quelle che avvolgono le cellule, arrivando fino al cervello o anche all’interno di un feto durante la gravidanza. Inoltre, sono molto instabili e sensibili alle interazioni con altre cellule, il ché potrebbe scatenare effetti tossici sconosciuti.

L’associazione Which?, in seguito ad un rapporto in cui denunciava che molte industrie non dichiarano l’uso di nanoparticelle, ha lanciato un appello affinché la tecnologia cosiddetta “grey goo” (lo scenario nanoapocalittico secondo cui nanorobot intelligenti auto-replicanti si riprodurranno all’infinito fino a consumare tutte le risorse del pianeta, ndr) venga bandita dato che la sua sicurezza non è stata ancora dimostrata.

In seguito al rapporto di Which?, in cui si dichiara che l’87% dei clienti è ignaro della tecnologia utilizzata per i prodotti di bellezza, la professoressa Dame Ann Dowling, della Royal Society, ha accusato le industrie di aver deliberatamente mancato di fornire informazioni sui test di sicurezza e sull’uso di componenti controverse.

Which? ha scritto a 67 compagnie chiedendo lumi sull’impiego e la sicurezza di nanoprodotti. Solo 17 hanno risposto e solo 8 hanno detto che informeranno i consumatori sull’uso di nanoparticelle.

Allo stesso tempo, gli scienziati consultati da Which? hanno espresso forti timori riguardo l’uso di fullereni (nanoparticelle di carbonio) che sono utilizzati in molte creme anti-invecchiamento. Le nanoparticelle sono usate massicciamente anche nelle creme solari: sebbene le aziende dicono che offrono una maggiore protezione ai raggi solari, esperti dell’Unione Europea hanno chiesto maggiori test per investigare gli effetti sulla pelle abbronzata.

Gli esperti che abbiamo interpellato”, dice la Which?, “hanno manifestato particolare preoccupazione sulla potenziale tossicità dei fullereni e sulla loro abilità a penetrare la pelle. Altre preoccupazioni riguardano l’impiego massiccio di nano-diossido di titanio e nano-ossido di zinco nelle creme solari”.

Il nano-diossido di titanio è anche stato usato nell’ambito di una ricerca australiana condotta dal Dr Walid Daoud della Monash University per creare un tipo di lana auto-pulente. Il Nanosilver è impiegato anche in alcuni dentifrici.

In merito alle creme solari, la Body Shop ha risposto che “le nanoparticelle sono utilizzate per la loro capacità di neutralizzare la luce ultravioletta, che assicura una maggiore protezione alla pelle”.

Sappiamo molto poco riguardo all’abilità delle nanoparticelle di muoversi nel corpo, al modo in cui si accumulano o vengono espulse”, dice Vicki Stone, docente di Tossicologia alla Napier University di Edinburgo, “il loro potenziale tossico è in gran parte sconosciuto”.

Tuttavia, i nanoprodotti cominciano ad affollare il mercato. Oltre alla nano-cosmetica, sono in arrivo il nano-cibo e le nano-bevande. Ad esempio, cibi per ritardare il processo di invecchiamento oppure drinks che cambiano gusto a seconda di come vengono agitati.
La DEFRA ha pubblicato un rapporto indipendente – “Characterising the Risks Posed by Engineered Nanoparticles” – in cui denuncia i gravi rischi che i nano-prodotti pongono alla sicurezza. Si legge: “Potrebbero esserci gravi implicazioni per l’ambiente e la salute umana se i rischi potenziali non vengono subito identificati e gestiti".

Il rapporto denuncia anche che ben poco denaro viene investito nella ricerca sulla “nano-sicurezza”. La mancanza di informazioni basilari significa che “sarà molto difficile se non impossibile giungere ad una comprensione generale della nano-tossicologia”.

Il rapporto aggiunge che è di vitale importanza “studiare il trasferimento attraverso le barriere biologiche – fino al cervello o al feto – mediante ricerche che stabiliscano quanto tempo le nanoparticelle rimangono nel corpo".

Il Dr Donald Bruce, esperto di cibo ed etica, dice che i nano-prodotti alimentari pongono le stesse questioni che pongono gli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), le corporazioni cercheranno di farli approvare prima che un effettivo regime di controllo sulla sicurezza venga instaurato.

The beauty creams with nanoparticles that could poison your body”, Mail Online, 5 novembre 2008

Alert over the march of the 'grey goo' in nanotechnology Frankenfoods”, dailymail, 2 gennaio 2008

Secondo il parere di una commissione di esperti della European Food Safety Authority (EFSA), i metodi esistenti per la valutazione dei rischi dei nuovi nanomateriali possono essere usati anche per quel che riguarda la sicurezza dei nanoprodotti alimentari. Ma la stessa commissione dice anche che sono necessari nuovi test.

A tal proposito, la Commissione Scientifica (Scientific Committee) dell’EFSA ha lanciato una consultazione pubblica focalizzata sugli Engineered Nano Materials (ENM) che potrebbero essere deliberatamente introdotti nella catena alimentare prima di decidere quali misure adottare.

I punti chiave della consultazione riguardano: - gli approcci esistenti a livello internazionale per la determinazione dei rischi inerenti a sostanze chimiche tradizionali che potrebbero essere applicati anche agli ENM; i metodi per certificare la sicurezza dei nanomateriali caso per caso in relazione a specifiche applicazioni; i potenziali rischi dovuti alle ridotte dimensioni degli ENM, alla loro capacità di muoversi all’interno del corpo e alla loro alta instabilità e reattività; i limiti e le incertezze relativi alla possibilità di rilevare gli ENM nel cibo e nel corpo.

EFSA Launches Public Consultation on Draft Opinion on Nanotechnology and Food and Feed Safety” Azonano.com, 20 ottobre 2008

i punti verdi indicano le nanoparticelle sulla pelle (Image courtesy of University of Rochester Medical Center)

Le particelle studiate dal team di Lisa DeLouise al Medical Center della University of Rochester, sono quasi imperscrutabili, più piccole di un cinquemillesimo di un capello umano. La ricerca della DeLouise (pubblicata su Nano Letters) ha mostrato come le nanoparticelle passino attraverso la pelle di un organismo vivente, un topo usato comunemente per studiare gli effetti dannosi della luce solare.

Le conseguenze della presenza di nanoparticelle nel corpo sono ancora sonosciute”, dice la DeLouise, che è assistente professore di Dermatologia e Ingegneria Biomedica, esperta di nanoparticelle. Altri ricercatori prima di lei hanno scoperto che le particelle possono accumularsi nel sistema linfatico, nei polmoni, nel sistema nervoso e in altre aree del corpo. Lei ha scoperto che si accumulano intorno ai follicoli dei capelli e in sottili pieghe della pelle. Il ché non significa necessariamente che provochino dei danni, ma non si può neanche escluderlo.

Il team ha studiato la penetrazione di nanoparticelle conosciute come quantum dots che in certe condizioni diventano fluorescenti, il ché rende più facile tracciarle e visualizzarle. Guardando alla distribuzione di quantum dots nel corpo di topi da laboratorio, la cui pelle è stata esposta alla stessa quantità di luce ultravioletta che provoca ustioni alla pelle umana, gli scienziati hanno potuto osservare che le nanoparticelle sono passate più velocemente attraverso la pelle danneggiata.

Questo accade perché in risposta all’attacco della luce ultravioletta le cellule della pelle proliferano, mentre le molecole conosciute come proteine a giunzione stretta si sciolgono così che le nuove cellule possano migrare verso dove sono richieste. Le proteine a giunzione stretta normalmente agiscono come una barriera che determina quali molecole far passare attraverso la pelle all’interno del corpo e quali bloccare. Quando si sciolgono, diventano meno selettive dando alle nanoparticelle l’opportunità di passare attraverso la barriera.

La prossima ricerca della DeLouise riguarderà il diossido di titanio e l’ossido di zinco, ampiamente usati nelle creme solari e in altri prodotti cosmetici per proteggere dalle radiazioni ultraviolette. In questi ultimi anni, la dimensione delle particelle di metalli ossidi usate in molti prodotti per il consumo sono diventare sempre più piccole, al punto che molte sono delle nanoparticelle. Ce ne si può rendere facilmente conto notando come molti prodotti cosmetici diventino completamente trasparenti quando applicati sulla pelle.

Nano Breach: When Particles Are So Small That They Seep Right Through Skin”, ScienceDaily, 1 ottobre 2008

modello di una molecola buckyball (Credit: iStockphoto/David Freund)

Una ricerca della Purdue University suggerisce che le buckyballs sintetiche mostrano il potenziale per accumularsi in tessuti animali (i risultati sono stati illustrati su Environmental Science and Technology).

"Siccome le buckyballs sono utilizzate in numerose potenziali appicazioni nanotecnologiche, è importante capire come reagiscono e quali potrebbero essere eventuali impatti ambientali negativi", dice Chad Jafvert, professore di Ingegneria Civile alla Purdue.

I ricercatori hanno mixato buckyballs in una soluzione di acqua e ottanolo, una sostanza che ha proprietà simili ai tessuti grassi degli animali, osservando come le molecole di carbonio si sono prontamente "partizionate" e distribuite nell’acqua, nel terreno e nei tessuti grassi di pesci.

L’esperimento ha indicato che le buckyballs si distribuiscono all’interno dei tessuti grassi molto più che non il DDT, pesticida oggi bandito per i suoi effetti tossici, anche se per il momento non sono stati documentati effetti tossici delle buckyballs.

"C’è bisogno di ulteriori ricerche per approfondire la questione”, dice Jafvert, “intanto abbiamo dimostrato che le buckyballs si accumulano nei pesci e in altri organismi in quantità che potrebbero anche risultare tossiche".

Si tratterà di scoprire se le buckyballs vengono metabolizzate dagli animali, il ché ridurrebbe il rischio della bioaccumulazione nei tessuti grassi. “Ad esempio”, spiega Jafvert, “il nostro organismo non bioaccumula gli zuccheri perché vengono processati, mentre bioccumuliamo altri composti che non vengono metabolizzati”.

La ricerca si è occupata anche di investigare su come le buckyballs e i nanotubi al carbonio reagiscono alla luce solare. “Dobbiamo capire il livello di reattività di questi nanomateriali una volta immessi nell’ambiente”, dice ancora Jafvert, “se vengono spezzati dalla luce solare, che prodotti formano? Per il momento abbiamo appurato che le buckyballs assorbono la luce e reagiscono, il ché è positivo, perché si riducono le concentrazioni del materiale e anche la potenziale tossicità".

I ricercatori hanno determinato con precisione quanto sono solubili le buckyballs in acqua confermando che le molecole formano dei grappoli. Questo complica gli sforzi da effettuare per capire la dispersione delle molecole nell’ambiente attraverso l’acqua.

"Di solito, le buckyballs non si trovano in acqua perché la loro solubilità è molto bassa, ma lo stesso potrebbe dirsi del DDT”, continua Jafvert, “che si trova nei sedimenti, quindi anche le buckyballs potrebbero essere trovate nei sedimenti. Esiste dunque la possibilità che organismi marini come i vermi che mangiano i sedimenti, accumulino buckyballs nel proprio organismo”.

Buckyballs have high potential to accumulate in living tissue”, ScienceDaily (Sep. 19, 2008)

Un team formato da scienziati dei materiali e tossicologi ha annunciato la nascita di una nuova alleanza internazionale - International Alliance for NanoEHS Harmonization (IANH) - che dovrà stabilire dei protocolli per i test tossicologici di nanomateriali sia in cellule coltivate che animali.

L’annuncio è stato dato alla conferenza “Nanotox 2008”, raduno biennale per fare il punto sulla ricerca nanotossicologica. “Quando questo team di scienziati europei, americani e giapponesi sarà in grado di ottenere gli stessi risultati riguardo all’interazione dei nanomateriali con gli organismi biologici, allora si potrà contare sulla sicurezza della nanotecnologia”, ha detto Kenneth Dawson, della University College Dublin, attuale presidente della IANH.

Diverse organizzazioni, come la Organization for Economic Co-operation and Development (OECD) e la International Nanotechnology Conference for Communication and Cooperation (INC) hanno sottolineato l’importanza della collaborazione internazionale per lo studio delle implicazioni sociali della nanotecnologia. La IANH è stata formata con questo scopo mettendo insieme ricercatori di altissimi livello.

Andrew Maynard, del Project on Emerging Nanotechnologies, scienzato leader del settore, anche se non fa parte dell’alleanza, approva lo sforzo: “L’iniziativa rappresenta un grande passo in avanti verso una seria valutazione dei nanomateriali”.

Scientists form alliance to develop nanotoxicology protocols”, physorg, 9 settembre 2008

Una ricerca cinese sta indagando sulla tossicità dei nanotubi al carbonio.

In base ai nostri ultimi risultati posso dire che per tutti i tipi di nanotubi esiste una soglia”, dice Yao-dong Dai della Nanjing University of Aeronautics and Astronautics, “al di sotto della quale si mostrano moderatamente tossici o non-tossici per gli organismi viventi. Quando invece la concentrazione supera soglia, gli effetti tossici diventano palesi”.

Usando etichettature fluorescenti e un microscopio
confocale
(che accresce sensibilmente la risoluzione spaziale del campione, eliminando gli aloni dovuti alla luce diffusa dai piani fuori fuoco), il team, formato anche da ricercatori affiliati del Drum Tower Hospital della Nanjing University, ha monitorato il traffico e la distribuzione di Single-Walled Carbon Nanotubes (SWNTs) - nanotubi a parete singola – in cellule viventi.

I nanotubi osservati sono altamente solubili in acqua e tracciabili mediante la combinazione con un polimero biocompatibile (chitosan). In un arco di tempo di tre ore, prima si sono legati con l’esterno della cellula e poi sono entrati all’interno per essere ridistribuiti e scaricati dopo due ore.

Eseguendo il test MTT (Microtiter tetrazolium), basato su una soluzione di sali di tetrazolio, i ricercatori hanno potuto stabilire l’impatto dei nanotubi sulla proliferazione cellulare: sotto un certo dosaggio, non si sono manifestati effetti negativi, ma al di sopra è aumentato il tasso di apoptosi (morte cellulare).

"Dobbiamo essere molto cauti sui nanomateriali, ma non dobbiamo averne paura”, dice Bin Kang, che ha preso parte alla ricerca, “possiamo capirli e controllarli”.

Nei prossimi tre anni, il gruppo si concentrerà sul rilevamento diretto e sulla determinazione quantitativa di nanotubi all’interno delle cellule, esaminando variabili come la lunghezza del tubo, il diametro, le proprietà funzionali, la chiralità, la distribuzione subcellulare e la citossicità (la capacità di uccidere cellule tumorali).

Nanotubes exhibit threshold toxicity”, nanotechwire, 2 ottobre 2008

A Cambridge, nel Massachusetts, gli ufficiali sanitari hanno chiesto con urgenza l’adozione di un programma per monitorare la produzione e lo scoraggio dei nanomateriali, in attesa che la nanotecnologia venga regolata dal governo federale.

Un membro chiave della California State Assembly Committee on Environmental Safety and Toxic Materials sta nel frattempo organizzando dei meetings in tutto lo stato proprio per sollecitare l’introduzione di una legislazione che garantisca il marchio di qualità dei nanomateriali.

Nel 2006, a Berkeley, in California, fu varata la prima ordinanza locale della nazione che richiedeva ai produttori di nanomateriali di presentare la documentazione relativa ai test tossicologici al governo dello stato.

Più recentemente, un rapporto pubblicato dal Project on Emerging Nanotechnologies (PEN) - “Room at the Bottom? Potential State and Local Strategies for Managing the Risks and Benefits of Nanotechnology” – ha proposto allo stato e ai governi locali alcune possibili opzioni per prevenire i potenziali impatti negativi della nanotecnologia – inquinamento dell’aria, dell’acqua, controllo sui rifiuti, misure di sicurezza sul lavoro.

In assenza di un’azione a livello federale, i governi locali e statali devono cominciare ad esplorare le possibili opzioni per vigilare sulle nanotecnologie”, dice Suellen Keiner, autrice del rapporto.

Local Officials Move Toward Monitoring Nanotechnologies”, nanotechproject, 22 luglio 2008

La Health Protection Agency (HPA) ha messo su un nuovo centro per studiare i possibili effetti derivanti dall’esposizione a nanoparticelle. Il National Nanotoxicology Research Centre (NNRC) è stato sviluppato al Centre for Radiation, Chemical and Environmental Hazards (CRCE) di Chilton nell’Oxfordshire. L’Agenzia collaborerà con le università e la Toxicology Unit del Medical Research Council (MRC) per i programmi di ricerca.

Sir William Stewart, presidente dell’agenzia, ha detto: “Essendo una tecnologia nuova, sono necessarie maggiori preucazioni. Occorrono molte più ricerche sui possibili effetti sulla salute derivanti dall’utilizzo di nanoparticelle e questo sarà l’obiettivo primario del nuovo centro”.

Inizialmente, l’NNRC si concentrerà sul comportamento dei nanomateriali che riescono ad entrare nel corpo attraverso i polmoni e la pelle. Il trasporto dei nanomateriali nel corpo sarà studiato prendendo in esame la bio-cinetica
delle nanoparticelle, quindi l’ingresso ne corpo, la distribuzione all’interno e la fuoriuscita.

A new research centre for studying nanotoxicology”, nanotechweb, 23 luglio 2008

Una analisi di esperti riportata da Nature Nanotechnology mette in dubbio il fatto che industrie, governi e scienziati stiano davvero mettendo in pratica le lezioni imparate dallo sviluppo tecnologico del passato per assicurare un sicuro e responsabile sviluppo futuro.

Le 12 “late lessons from early warnings" pubblicate dalla European Environment Agency (EEA) nel 2001 e indirizzate all’allora emergente campo della nanotecnologia, portavano come esempi vari casi tra cui l’introduzione degli idrocarburi che danneggiano l’ozono e i PCB (policlorobifenili), che persistono nell’ambiente e sono altamente tossici.

Gli autori del nuovo studio, tra cui Steffen Foss Hansen della Technical University of Denmark e Andrew Maynard del Project on Emerging Nanotechnologies, concludono che mentre la comunità nanotecnologica fa alcune cose giuste, “rischiamo ancora di ripetere i vecchi e tragici errori”.

"La commercializzazione della nanotecnologia è intralciata perché molte delle stesse organizzazioni governative che la promuovono devono anche regolarla. Le strategie sulla ricerca riguardo ai rischi sono deboli e non hanno ancora fornito risposte chiare alle questioni più critiche sulla sicurezza. Le collaborazioni sono ostacolate dalle barriere disciplinarie istituzionali. Inoltre, gli azionisti e il pubblico non sono pienamente coinvolti", secondo Hansen, principale autore dello studio.

"La nanotecnologia promette di vincere nuove sfide con una nuova scienza”, dice Maynard, "ma per mantenere le promesse bisogna guardare indietro e tenere conto delle lezioni del passato, che sono chiare: lavorare con lungimiranza, onestà ed umiltà, rimanere coi piedi per terra, ascoltare la gente”.

Journal reference: Foss Hansen et al. « Late lessons from early warnings for nanotechnology”. Nature
Nanotechnology
, 2008; DOI: 10.1038/nnano.2008.198

Nanotechnology: Learning From Past Mistakes”, ScienceDaily, 22 luglio 2008


LINKS


ETUC wants precautionary principle applied to nanotechnologies”, etuc, 26 giugno 2008

Royal Commission on Environmental Pollution

Characterising the Potential Risks posed by Engineered Nanoparticles

Consultazione pubblica dell’EFSA sui rischi dei nanomateriali

Room at the Bottom? Potential State and Local Strategies for Managing the Risks and Benefits of Nanotechnology

Application of the Toxics Release Inventory To Nanomaterials

Grey goo - Wikipedia, the free encyclopedia

DeLouise Bio Nanomaterials Group

International Alliance for NanoEHS Harmonization

HPA - Health Protection Agency

Late lessons from early warnings: the precautionary principle

National Institute of Standards and Technology (NIST)

Project on Emerging Nanotechnologies

Swiss Federal Institute of Technology, Zurich

North Carolina State University

Conference on Global Catastrophic Risks

Self-cleaning wool and silk developed using nanotechnology”, Telegraph, 12 febbraio 2008

"Nanotechnology? the new threat to food", global research, 30.10.2008

Nano Catastrophes”, Responsible Nanotechnology

Nanotessuti autopulenti

NANOTUBI SOLUBILI

Nano globalizzazione 6

PRINCIPIO DI PRECAUZIONE

Nano inquinamento 5

Nano insicurezza 6

BRAIN DAMAGE

Nanocatastrofi

Nanocatastrofi 2

Nanocatastrofi 3

Le buckyballs deformano il dna

Nanofabbrica e nanocatastrofi

NANOCATASTROFI: PARLA IL PRINCIPE

Fuori controllo

NANO-REGULATION

Nano etica 2

NANO INSICUREZZA 7

VIAGGIO ALLUCINANTE

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