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martedì 17 giugno 2008

THE ADDICTION 2

Dipendenza da cellulare e messaggeria istantanea: è questa la diagnosi fatta a due ragazzi spagnoli finiti in clinica per disintossicarsi dall'abuso di questi strumenti di comunicazione.

I sintomi sono proprio quelli di uno stupefacente: sindrome d’astinenza e disturbi mentali. L’allarme è scattato in Spagna perché si è saputo che due ragazzini «telefoninomani» di 12 e 13 anni sono stati ricoverati al Centro di Salute Infantile e Giovanile della città catalana di Lerida. «È la prima volta che usiamo un trattamento specifico per curare la dipendenza da cellulare - ha commentato preoccupata la direttrice, Maite Utges - uno dei due ragazzini è ricoverato da tre mesi, l’altro da sette. E la nostra terapia durerà almeno un anno».

In una Spagna dove, secondo i dati 2007 dell’Ine (l’Istat in salsa iberica), ben il 67% per cento dei teenagers possiedono un telefonino, i genitori dei due "addicted" hanno capito che qualcosa non andava perché la vita dei loro pargoli era cambiata, a cominciare dalla resa scolastica, diventata disastrosa. La ragione? Semplice: erano sempre incollati all’apparecchio, come minimo cinque ore al giorno. Non solo per parlare con i coetanei e per mandare gli ormai classici messaggini con o senza foto, ma anche per distrarsi con i videogame, che ogni fabbricante include in un marchingegno diventato indispensabile anche a chi frequenta appena le scuole inferiori.

I due «drogati», non paghi del telefonino, usavano pure il Messenger, la messaggeria istantanea via Internet. La mania aveva ormai raggiunto un elevato livello di intossicazione: i due studenti non riuscivano a fare più nulla senza la loro droga, neppure i compiti più semplici, benché usassero lo «stupefacente» da appena un anno e mezzo. L’unico controllo che i genitori potevano esercitare era quello sui fondi: davano ai figli una scheda prepagata, pensando che quello sarebbe stato il limite. Invece, quand’erano in sindrome di astinenza, i due ragazzini ricaricavano le loro «siringhe» di nascosto, con le mance o gli euro che riuscivano a racimolare da nonni e famigliari.

Come qualsiasi tossicodipendente, dagli alcolizzati ai cocainomani, la coppia di giovincelli non riconosce ancora la propria malattia. «Per curarli occorre che ammettano la loro dipendenza, cosa che non fanno. Andiamo avanti pian piano, dopo aver tolto loro, naturalmente, la causa della loro malattia - precisa la dottoressa Utges - raccomando ai genitori di non dare questi marchingegni ai figli prima dei 16 anni e di controllare quanto li usano».

Ma la dipendenza da telefonino avanza sempre più senza che nessuno se ne preoccupi, mentre le imprese telefoniche spendono una fortuna con le loro sempre più martellanti campagne pubblicitarie che puntano alla quota di mercato con più potenziale: gli adolescenti. L’anno scorso, un rapporto del Tribunale dei Minori di Madrid rilevava che il 30% della gioventù tra i 13 e i 17 anni ammetteva di «essere estremamente a disagio» senza il suo gadget preferito.

In Giappone, le nuove generazioni sono talmente dipendenti dal cellulare, da spingere il governo a lanciare una campagna di sensibilizzazione indirizzata a famiglie e scuole sui pericoli legati all'uso eccessivo del telefono.

Il timore è che l' "abuso" del telefonino possa espandersi oltre misura anche ai ragazzi di elementari e medie che già ora trascorrono ore a scambiarsi email, messaggi e video. Il responsabile della campagna, Masaharu Kuba, ha spiegato in conferenza stampa che spesso "i genitori, consegnando il cellulare ai propri figli, non riflettono a sufficienza sulle conseguenze. In fondo, è diventato come un gioco, solo che è un po' più costoso degli altri" (sulla base delle statistiche disponibili, la telefonia mobile di ultima generazione, con le sue funzioni innovative, costa in media ai genitori 40 dollari al mese).

Le linee guida del programma, approvate dal ministero dell'Istruzione giapponese, invitano pure i produttori di cellulari a lavorare su esemplari con poche funzioni di chiamata e dotate di GPS in modo da consentire pure l'individuazione dei ragazzi.

Negli USA, il fenomeno della "e-mail addiction", in alcune aziende del settore tecnologico sta diventando un serio ostacolo al rendimento sul lavoro. Per questo, scrive il New York Times, società come Microsoft, Intel, Google e Ibm hanno formato un gruppo di studio per affrontare il problema e aiutare i dipendenti ad affrontare le continue distrazioni da posta elettronica e instant messaging. Intel ha condotto uno studio interno di otto mesi e ha trovato che, dopo essere stati incoraggiati a limitare le interruzioni digitali, molti dipendenti hanno dichiarato di sentirsi più produttivi.

I crolli dell'attenzione dei dipendenti comportano un costo molto alto: negli Stati Uniti si perdono circa 650 miliardi di dollari l'anno in produttività. Secondo RescueTime, una società che analizza i comportamenti di chi utilizza il computer, un tipico dipendente del settore informatico che trascorre la giornata al pc, controlla i programmi di posta elettronica circa 50 volte al giorno e utilizza i programmi di messaggeria istantanea per 77 volte. Lo studio mostra poi che in media un lavoratore visita 40 siti Internet durante la giornata. Gli analisti della società di ricerche Basex, hanno così suddiviso la giornata di un tipico lavoratore della Silicon Valley: il 25% è dedicato alla produzione creativa di contenuti, il 20% in riunioni, il 15% in ricerca digitale e cartacea, il 12% impiegato in riflessioni e pensieri, ma ben il 28% del tempo è sprecato per interruzioni e cose non importanti, come email e messaggeria istantanea.

Secondo Jonathan Spira, analista della Basex, le società della Silicon Valley devono affrontare un mostro creato con le loro stesse mani. Per queste aziende, ha ricordato, è opportuno "mangiare il proprio cibo per cani", vale a dire utilizzare le proprie innovazioni al massimo. "Hanno capito che stanno mangiando troppo", ha detto Spira.

Per cercare di arginare il fenomeno, un ingegnere di Google ha inventato "E.Mail Addict", un'applicazione sperimentale che consente agli utenti di distogliersi dalla posta per un quarto d'ora. Facendo click sul tasto "Take a break" (Prenditi una pausa) sul programma di posta Gmail, lo schermo diventa grigio e appare una schermata con la scritta: "Fai una passeggiata, porta a termine un po' di lavoro fatto bene, o mangia uno snack. Torneremo tra 15 minuti".

Sudori freddi, tremori, nervi a fior di pelle. Il computer a pochi metri di distanza.

La Dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder) è un disturbo compulsivo impulsivo, una patologia che lo psichiatra americano Jerald J. Block ha proposto di annoverare nella prossima edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

I sintomi e le manifestazioni del disturbo, spiega lo psichiatra, sono quelli che si verificano fra coloro che sono afflitti da altri tipi di dipendenza. Il "tecnotossico" si estrania dal mondo e dalla quotidianità quando è intento ad assumere la propria dose di Internet: perde il senso del fluire del tempo, dimentica di assolvere ai bisogni primari, trascura se stesso e coloro che lo circondano. La soglia di tolleranza si alza in maniera incontrollabile: più tempo si impiega a contatto con la tecnologia, maggiore sarà la razione che si dovrà assumere per soddisfarne il bisogno. Non è solo una questione di tempo: la mente del dipendente da Internet ha un incontenibile bisogno di migliorare la qualità della razione di tecnologia che assume, "richiede costantemente equipaggiamenti più aggiornati - chiarisce Block - richiede sempre più software".

L'astinenza provoca al soggetto sofferenze acute: non si tratta di semplice ansia da disconnessione associata a episodi di panico e a blande forme di depressione. L'inaccessibilità di computer e smartphone, la connettività negata, scatenano violente manifestazioni di tensione, la rabbia esplode in sfoghi irrefrenabili, la vita sembra perdere di senso. È così che l'individuo afflitto dalla dipendenza si ritrova in un vortice di menzogne e di espedienti per giustificare le sue impellenti necessità, comportamenti che conducono all'isolamento, alla depressione che ne deriva e che si ripercuote su tutta la vita quotidiana.

La motivazioni che fanno precipitare gli individui nel tunnel della dipendenza, non sono gli strumenti tecnologici in sé, ma l'uso che se ne fa. Solitamente chi presenta i sintomi di una “Internet addiction” ha anche numerose altre forme di dipendenza. La dipendenza da Internet infatti deriva da uno stato mentale in cui il rapporto con la realtà tende a essere basato su una ossessività che tende a esagerare i confini e i gradi di libertà connessi a ogni aspetto della relazione con il mondo.

Cina e Corea del Sud sono molto più avanti rispetto agli States nel trattamento e nello studio di queste patologie, ha spiegato Block: "I tentativi di analizzare e misurare il fenomeno sono vanificati dalla vergogna, dalla negazione, dalla minimizzazione" con cui le persone guardano al fenomeno. Ma psichiatri e medici americani non dovrebbero rassegnarsi: la tecnodipendenza mette a soqquadro la vita delle persone, è difficile da sradicare. Block suggerisce dunque di attribuire a questo disordine comportamentale uno status ufficiale, affinché coloro che si imbattano in pazienti che ne sono afflitti riconoscano il problema e lo combattano con terapie adeguate.

Secondo i ricercatori della Northampton University, la "tecnodipendenza" fa sentire perennemente online e finisce per alterare i rapporti sociali, mettendo a rischio la stabilità familiare. "Da qui all'ansia e ai malesseri fisici", il passo è breve, ha detto Nada Kakabadse, capo della squadra che ha preso in esame 360 casi.

Un terzo del campione è risultato dipendente dal proprio cellulare, palmare o Blackberry e spesso lo è diventato senza neppure rendersene conto. "Siamo creature abitudinarie e possiamo assuefarci alle cose più disparate" ha aggiunto Kakabadse, "per via di Internet la tecnologia è diventata un fenomeno interessante negli ultimi 10 anni e più è semplice e portatile, più è accessibile. È sorprendente scoprire quanta gente dorme con il cellulare o il palmare sul comodino".

I "tecnotossici" si svegliano due o tre volte a notte per controllare i messaggi e la posta elettronica. "Alcuni diventano ansiosi se non hanno i loro tecnogingilli a portata di mano", ha detto Kakabadse, "allora cominciano i problemi con il datore i lavoro e si trascorre sempre più tempo a controllare i messaggi".

Oltre ai già noti problemi di ansia, mal di testa, dolori al collo e ai polsi e problemi di sonno, il "tecnostress" può provocare ipertensione e può far male al cuore. Lo affermano i medici interpellati nella ricerca "Le professioni più tecnostressanti", condotta da Netdipendenza onlus in collaborazione con Assoexpo, Wireless e Pierre Communication su un campione di 200 professionisti italiani.

Nell'indagine condotta da Enzo Di Frenna, presidente della onlus, si sottolineano gli studi esistenti sui pericoli legati a questa moderna forma di stress, che può mettere a dura prova l'organismo, in particolare arterie e sistema cardiocircolatorio. "Lo stress di qualunque genere - afferma Maurizio Cotrufo, direttore del Dipartimento di Scienze Cardiotoraciche e Respiratorie del Monaldi di Napoli - può generare disturbi cardiocircolatori, dunque anche il tecnostress è un fattore da non sottovalutare. Le professioni ad alto impatto tecnologico - aggiunge - sono da considerare più a rischio di altre, perché l'uso eccessivo di nuove tecnologie può generare un alto livello di stress".

Il vero problema del tecnostress "è l'alterazione della vita naturale - gli fa eco Marco Diena, cardiochirurgo e fondatore del Centro di Prevenzione Malattie cardiovascolari Cardioteam - il continuo flusso di informazioni genera tensione psichica, con conseguenze dirette sul corpo". Un meccanismo "ormai radicato in molti ambienti di lavoro - prosegue Diena - bisogna studiare il modo per recuperare un stile di vita più sano e naturale, se vogliamo prevenire un problema che nei prossimi anni potrebbe registrare uno sviluppo maggiore".

Secondo Luigi Chiariello, direttore della Cattedra di Cardiochirurgia dell'Università Tor Vergata di Roma, "L'evoluzione moderna dello stress, cioè il tecnostress, può determinare problemi cardiaci a medio o lungo termine", assicura. "È stato anche riscontrato che il tipo di personalità più arrivista, con una forte carica aggressiva, è la più esposta al rischio d'infarto". anche secondo Ottavio Alfieri, del Dipartimento Cardiotoracico-vascolare dell'ospedale San Raffaele di Milano, "il tecnostress è un problema serio. L'uso delle nuove tecnologie della comunicazione - afferma lo specialista - comporta indubbiamente un aumento del rischio ipertensione. Il problema sta nel flusso enorme delle informazioni, che professionisti e manager sono sempre più spesso chiamati a gestire, a ritmi incalzanti e per molte ore al giorno".

"Oggi l'uomo si serve di strumenti, come il cellulare appunto, con la convinzione di poter tenere sotto controllo la realtà che lo circonda, la famiglia, il lavoro. Ma è solo un'illusione. Utilizziamo il telefonino e Internet per coprire le nostre ansie. Copriamo ogni vuoto, riempiamo ogni silenzio. Il tutto per scappare dalla nostra ansia e da noi stessi".

Secondo Paola Vinciguerra, psicoterapeuta, Presidente dell'EURODAP, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e Direttore dell'Unità' Operativa Attacchi di Panico presso la Clinica Paideia di Roma, "la dipendenza dal telefonino è ormai diventata totale". Un'evoluzione tecnologica che, secondo la psicoterapeuta, "deve far riflettere e deve essere letta come un colpo negativo per la nostra psiche. La dipendenza da un qualsiasi oggetto, situazione, persona, non è mai positiva, non rivela un atteggiamento salutare. Da una mia analisi eseguita circa un anno fa - ricorda - avevamo visto come tra 500 pazienti presi in esame, almeno la metà soffrisse di attacchi di panico, disturbi legati anche al rapporto di dipendenza dal telefonino. Tra i pazienti, ad usare il cellulare come sostituto dell'ansiolitico, erano soprattutto uomini con un'età tra i 40 e i 45 anni, con una vita lavorativa molto attiva e con ruoli di responsabilità".

Trent'anni, laureato, reddito medio, una relazione sentimentale stabile. È questo, secondo un'indagine dell'Istituto per lo Studio di Psicoterapie, il ritratto del "porno-dipendente", letteralmente ossessionato dalla fruizione di immagini e contenuti pornografici.

Chi è dipendente dalla pornografia, gradualmente, inizia solo a pensare a come poter visitare siti pornografici, sostituisce nelle sue preferenze il sesso virtuale a quello reale, può soffrire di mancanza di autostima e, in alcuni casi, intraprende un approccio violento nei rapporti con i partner.

Per confrontarsi con gli altri utenti, e capire se si ha davvero bisogno di aiuto, fortunatamente la stessa Rete offre diverse risorse. Pornodipendenza, ad esempio, un forum nel quale i pornodipendenti possono confrontarsi tra loro, creando persino dei gruppi di auto-mutuo aiuto. Il sito offre anche diversi contenuti utili, come un test per valutare se si è davvero pornodipendenti.

Un altro sito particolarmente noto è Noallapornodipendenza.it, creato da un ex pornodipendente, Vicenzo Punzi, che su questo tema ha scritto anche un libro ("Io, pornodipendente. Sedotto da Internet", Costa & Nolan, 2006).

Quando l’istinto di comprare diventa irrefrenabile, ossessivo, maniacale: è la "sindrome da shopping", un disagio psicologico e comportamentale che crea incontrollabili “manie del comprare”, destabilizzando il proprio equilibrio, la vita familiare e quella finanziaria.

Vestiti, accessori, scarpe, gadgets di ogni tipo, l’importante non è l’oggetto, ma l’acquisto. La soddisfazione è breve e consegna subito ad una nuova esigenza di acquistare ancora. Le ultime ricerche individuano tra le donne di 30/40 anni, dotate di carta di credito e indipendenza economica, i principali soggetti dipendenti di questa patologia, ma si registra anche un aumento degli uomini, che tendono ad acquistare oggetti legati ad uno status symbol come pc, palmari e cellulari di ultima generazione.

Difficile tracciare il confine tra shopping "sano" e shopping patologico, dato che la sindrome nasce dall’incontro tra un disagio individuale e uno stile di vita alimentato ed esaltato da una società che incoraggia il consumo selvaggio e che crea continuamente falsi bisogni.

È notte. Gianluca torna a casa dopo esser stato fuori con gli amici. Gioca con la PlayStation fino all’alba, poi improvvisamente la spegne, stacca tutti i cavi e la chiude in una valigia. Per non aprirla più e rifarsi una vita. Incomincia "La difficile disintossicazione di Gianluca Arkanoid", il diario un po’ sofferto e un po’ divertito di un venticinquenne che per quaranta giorni si tiene lontano dalla PlayStation, fino alla resa dei conti finale.

Sullo sfondo della Napoli di oggi, Gianluca si riappropria del suo tempo, della sua ragazza, del suo lavoro di traduttore di romanzi per ragazzi. Eppure il ritorno alla normalità non va come sperava. Incontra un’altra ragazza, e la sua vita sentimentale si fa sempre più complicata. Come se non bastasse, la sua PlayStation, chiusa in una valigia, gli appare in sogno per fargli scenate di gelosia Ma Gianluca tiene duro, e prova a fare tutto quello che farebbe un normale ragazzo napoletano: domenica a Vico Equense, Pasquetta a Ischia, Primo Maggio a Roma.

Eppure, nello sforzo, Arkanoid è costretto a guardarsi dentro: ripercorrendo per flash la sua infanzia e la sua gioventù, scopre il valore fondamentale che i videogiochi hanno avuto nella sua formazione. E si trova di fronte al paradosso: come rintraccerà la forza di riuscire a disintossicarsi, se i videogiochi stessi gli hanno insegnato a lottare per quello che vuole?

"La difficile disintossicazione di Gianluca Arkanoid" di Simone Laudiero, "il romanzo della joypad generation" (Fazi, 2008), è un romanzo di consapevolezza tecnologica: non parla di nerd dediti al culto del circuito stampato, ma di un'esperienza videoludica che va oltre la console.

[...] Gianluca Arkanoid è una persona normale. Quando ho cominciato a scrivere questo libro, mi sono reso conto che la prima cosa da fare era dribblare il luogo comune del nerd devastato sprofondato nel divano con coca cola e patatine che gioca tutto il giorno, che non ha amici, che non vede l’ombra di una ragazza. Gianluca Arkanoid è una persona normale, che fa una vita normale, e poi la notte quando torna a casa, invece di andare a dormire, accende la Stazione e gioca fino all’alba [...].

Pur parlando di disintossicazione, secondo me il gaming ha le caratteristiche di un vizio, più che di un’addiction vera e propria. Come a dire, quand’è che bere da soli smette di essere un piacere che ci si concede per distrarsi e diventa un problema (senza ancora parlare di alcolismo)? Se ascolti una ragazza che si lamenta perchè il ragazzo pensa solo a farsi le canne con gli amici, o perché il ragazzo pensa solo a giocare a Pro Evolution Soccer con gli amici, i toni e le parole usati sono spesso gli stessi, i torti e le ragioni sono spesso gli stessi [...].

Consiglierei il mio libro a chi sia interessato a capire meglio che tipo di esperienze, di ricchezze, di gratificazioni si possono trovare nel mondo virtuale di un videogioco, e quanto poco virtuali queste esperienze possano essere. È il solito discorso: se vado da uno e gli dico “Sapessi, ho giocato a Halo tutta la notte, le basi aliene hanno delle ambientazioni pazzesche”, quello magari mi guarda e mi dice di staccarmi dall’X-box e di andarmi a fare un giro al parco. Se passo la notte a leggere Cuore di Tenebra nessuno poi mi dice: “Sì, ma vuoi mettere, una bella crociera sul fiume? [...].

(intervista a cura di http://hightech.blogosfere.it)

TILT (TOXICANT INDUCED LOSS OF TOLERANCE)

TILT, acronimo che sta per "Toxicant Induced Loss of Tolerance" (perdita della tolleranza immunologica indotta da tossici), indica la fase iniziale della Sensibilità Chimica Multipla (Multiple Chemical Sensibility o MCS), una malattia cronica debilitante causata dall'impossibilità di una persona a tollerare una classe di sostanze chimiche, "il cosiddetto punto di non ritorno, il momento in cui l'organismo, per così dire, va in tilt".

TILT è anche il titolo di un libro di Caterina Serra (Einaudi, 2008), "la storia sconvolgente di chi non sopporta più tutta la chimica del mondo".

[...] Il 28 marzo Giuliana ha un’emicrania ricorrente di venerdì e sente più del solito: “Lo vedo che sei pulita. Ma ti sento ancora”. Indica il bagno, l’Anf 3, un anfotero per lavarsi, gli abiti per cambiarsi, il fazzoletto per coprirsi il capo. Le è successo all’improvviso, dice, la vita è cambiata in un giorno. Ora sente tutto, sente tutti. La pelle comincia a bruciarle, il respiro si strozza. Sapeva di avere un buon odorato, ora ha “il naso di un segugio”. Per toccare, per mangiare, per respirare deve pensarci su. Per vivere, ha dovuto decostruire, demolire il corpo e la vita precedenti. Per salvaguardare l’amore, incontra raramente il suo compagno. All’avvio del lungo dialogo spiega di stare meglio adesso che ha tolto i denti, i metalli e la formaldeide che aveva in bocca, le ossa della mandibola [...].

Antonia, primo movimento, assume cortisone per mantenere, con la tinta, il suo colore di capelli, a certificare che la sua identità è la stessa. Un giorno li ha tinti dal parrucchiere e le “scoppia la testa, edema cerebrale”. Due anni prima dell’intervista, all’ospedale dove lavorava, dipingono le pareti: cade a terra, crisi respiratoria, edema della glottide. Nessuna avvisaglia. Oggi è come se respirasse con lo stomaco, senza che l’aria passi da narici, palato, polmoni. Chiarisce: “l’olfatto è l’unico senso che non ha intermediari, niente freni, nessun impedimento volontario; è libero, vola direttamente al cervello”. Immagina che si avvii una mutazione adattiva, che del naso resti sul viso un’appendice di cartilagine molle. Alla diagnosi è arrivata a fatica, dopo mesi, da sola. Ma, non è ancora pronta a vivere in una campana di vetro “inodore e vuota”: porta i capelli biondo miele [...].

Paolo, secondo movimento, ha un tavolino fuori dal caffè anche d’inverno, piova o nevichi, non entra, aspetta che lo vedano per ordinare un bicchiere d’acqua. Lì si svolge l’incontro. Dice di non avere molto da dire; “Il dolore fa un taglio netto. Io ho tagliato i ponti”. Non il dolore fisico, bensì la sofferenza del distacco. Introduce l’argomento che altri ripeteranno: non gli hanno creduto. Non la figlia: avendo scelto la cucina nuova che ha scatenato l’allergia, riteneva che volesse punirla. Non la moglie: pensava ad una depressione dovuta all’andare degli anni. Lui stesso non si credeva fino a quando, dopo notti d’insonnia, riuscì a dormire in una vecchia Citroën. Il tilt irruppe dopo che si era rifugiato in un albergo dai mobili di plastica: “Una sera crollo nella hall come la statua di Lenin tirata giù con le funi in una piazza di Bucarest [...].

Ogni racconto biografico addensa in poche pagine vicende di salute manifesta e malattia invisibile, squarci di relazioni interrotte o trasmutate, osservazioni sugli oggetti di consumo, sui luoghi di lavoro e l’organizzazione spaziale delle città, su istituzioni e servizi. Ogni storia inizia con una serie di divieti e racconta come si può vivere evitando il contatto con il mondo: niente profumi e deodoranti, niente roba appena lavata o nuova, niente saponi, creme, trucchi, niente plastica, niente farmaci, pochissimi alimenti, niente odori e sapori artificiali. Sono storie di solitudine e di invisibilità, di lontananza da tutto ciò che si ama.

«Sono deodorata, decolorata, sprofumata, ripulita, struccata, degassata, svuotata, decontaminata, disintossicata... Malata, viva».

In Italia questa malattia, che è stata definita l' "allergia del secolo", non è ancora riconosciuta a livello nazionale, sicché mancano strutture mediche adeguate, competenze specifiche del personale medico, risulta difficile ottenere l'invalidità e impossibile accedere alle cure necessarie. Non ci sono dati ufficiali. Dati non ufficiali registrano 400 casi diagnosticati, ma migliaia sono quelli non censiti o in fase di accertamento. La quasi totale assenza di informazione sulla MCS impedisce il riconoscimento di moltissimi pazienti.

L'autrice racconta come è nato il libro, che tra l'altro è stato stampato senza utilizzare quelle sostanze chimiche che avrebbero impedito ai protagonisti di leggerlo (carta prodotta senza uso di cloro).

"All’inizio mi sono messa in viaggio. Ho fatto una vera e propria inchiesta, un reportage. Mi sono avvicinata a una donna malata da molti anni".

Il racconto in prima persona della sua esperienza è diventato il reportage che ha vinto il premio Paola Biocca. Quella stessa persona è poi diventata un personaggio del libro.

"Un personaggio spogliato di tutto, un personaggio che si fa simile, che lascia i suoi punti di riferimento, le sue parole al di là della soglia: è tutto occhi, orecchie, naso… è ridotto ai sensi, quelli che loro hanno così acutizzati e al contempo così mortificati. Credo che in quel personaggio ci sia molto di me".

"Ho cercato di seguire il filo che le persone stesse mi indicavano via via. Ogni persona che riuscivo a contattare mi dava il nome di un’altra. C’era bisogno di un patto di fiducia. In Italia esiste un’associazione fondata da alcuni malati di MCS, l’associazione Amica. Ho parlato inizialmente con una delle fondatrici, poi ho seguito le ‘indicazioni’. Mi sono avvicinata aderendo a un rituale di avvicinamento rigido, fatto di regole precise, mi sono spogliata, lavata, rivestita dei loro vestiti. Un modo concreto di mettersi nella pelle dell’altro. Sono andata a vedere, ad ascoltare, a toccare".

Le singole storie dei personaggi del libro raccontano in verità un’unica storia, quella di esseri umani che faticano ad adattarsi a un mondo divenuto intollerabile.

"Quello che racconto nel libro è la storia di una malattia che diventa espressione di una inaccettabilità: è inaccettabile che l’essere umano abbia dei limiti di adattamento a un mondo che ha contribuito a rendere intollerabile al suo corpo, alla sua sopravvivenza".

"Non credo che tra immaginazione e realtà ci sia alcuna contraddizione. Il fatto reale e quello letterario si toccano. Le storie che racconto sono storie vere, le vite sono reali, ma sono piene di particolari, di dettagli, di situazioni inventate. Il confine tra scrittura documentaria e narrativa è sottile. Nessuno di questi personaggi è di fantasia: esistono. Sono storie uniche, come lo sono le persone che ho incontrato. Tilt è un libro di voci. Sono le voci delle persone che ho incontrato e che sono diventate i personaggi del libro. Sono loro a raccontarsi, a raccontare la loro storia. Solo loro, mi sono detta, sanno di sé, hanno esperienza della loro condizione, sanno la fatica, il dolore, la dignità che ci vuole, la forza, la capacità di reinventarsi ogni giorno".

"La cosa più difficile in questa mia esperienza di scrittura è stata trovare le parole, trovare le parole per raccontare qualcosa, questa malattia, che per lo più è disconosciuta, negata, innominata. Trovare le parole per nominare qualcosa che non ha nome, o che non si vuole sentir nominare. È stato un po’ come strappare dall’ombra, dal silenzio, una storia incredibile, che fa paura. Dovevo trovare il linguaggio, le parole, oltre alle voci. Per dire qualcosa che nessuno dice, ci volevano le parole, dovevo inventarmi un linguaggio. E i personaggi hanno un loro linguaggio per ridefinire il vivere, che non è solo fatto di parole, ma anche di gesti, di atti mancati, di corpi che reimparano a muoversi, a difendersi, ad amare, corpi che si inventano un’esistenza. C’è qualcosa di eroico, il loro destino è in qualche modo eroico, è l’eroismo omerico: l’essere capaci di invenzione".

TILT è anche una potente metafora, che rimanda ad una realtà iper-tecnologica, artificiale, che richiama il concetto di sovraccarico, di blocco totale, di un sistema “saltato”, che ha passato il limite.

"Ivan Illich diceva, esattamente trent’anni fa, che siamo una società medicalizzata: l’essere umano che si ammala è solo un consumatore di anestesie, che rischia di perdere identità, unicità, di perdere il proprio nome per assumere quello della malattia stessa, di affidarsi al racconto che un altro fa di sé, il medico, rischiando di affidarsi alle sue parole, alle sua previsioni di vita e morte, perdendo la propria capacità di parola e di ricerca di sé".

"Ho cercato di mettere in relazione il mondo in cui viviamo e noi: non siamo immuni, invulnerabili, e il mondo circostante è incompatibile con un essere umano che per vivere ha bisogno di quel mondo. C’è una relazione tra ciò che siamo e dove viviamo, o come viviamo. Non credo sia più possibile tornare a un mondo per così dire del tutto naturale, quel mondo ha perso gran parte dei suoi elementi costitutivi. Credo ci sia bisogno di invenzione, semmai. Una delle persone intervistate mi ha detto: per andare avanti a volte bisogna fermarsi".

(Intervista di Cristina Favento http://www.fucine.com)

AMICA - Associazione per le Malattie da Intossicazione Cronica

Sensibilità chimica multipla

Intervista con un malato di MCS

Campagna Naz. riconoscimento MCS

Inquinamento killer

Inquinamento killer 2

Inquinamento killer 3

Inquinamento killer 4

Inquinamento umano

Inquinati sin dalla nascita

Bimbi esposti a chimici

Mamme tossiche

Acqua tossica

Uranio, il nemico invisibile

Il popolo contro monnezzopoli

Nano-inquinamento

Nano-inquinamento 2

Nano-inquinamento 3

Nano inquinamento 4

NANO-INQUINAMENTO 5


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