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mercoledì 14 gennaio 2009

STORIA DELLA MORTE DI DIO 4

“La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”.

La versione italiana della campagna dell’ "orgoglio ateo", dal 4 febbraio tappezzerà due autobus pubblici a Genova. La stessa iniziativa sui bus di Londra, in Spagna, a Washington ha provocato animate polemiche e controffensive religiose. In Australia, è stata bloccata prima ancora di apparire per le strade.

Non a caso, l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti (UAAR) ha scelto Genova. “È una specie di sfida atea in casa di Angelo Bagnasco, presidente della CEI”, spiega Raffaele Carcano, segretario generale della UAAR, “dopo le polemiche sul gay pride di Genova, reo di essere stato fissato per il 13 giugno, giorno del Corpus Domini, e dopo le parole di Bagnasco per ostacolare lo svolgimento della manifestazione, dopo le frequenti uscite del cardinale in materia di scienza, diritti, riproduzione, l’UAAR ha deciso di riprendersi un po’ di par condicio. E di fare pubblicità all’incredulità”.

Ricorrere a tali spot scegliendo di mandare messaggi come se si trattasse di una nuova auto o di un detersivo dà l’idea del punto a cui è giunta la “morte di Dio” (ad un punto che non ci sarebbe neanche bisogno di pubblicizzarla, ndr).

“La chiesa ha e deve continuare ad avere libertà di parola”, prosegue Carcano, “purché vi sia adeguato spazio anche per chi cattolico non è. Pagando questa campagna pubblicitaria, l’UAAR intende riconquistare all’incredulità un po’ di quella par condicio che i mass media stentano a riconoscerle”, con un messaggio “che vuole invitare a riflettere, con l’aggiunta di un pizzico di fiducia e ottimismo in chiave umanista”.

L’idea dei bus atei è stata della British Humanist Association e il successo è stato tale che è stata poi ripresa negli Stati Uniti, in Australia, in Spagna. Come già accaduto all’estero, anche gli atei italiani hanno lanciato una campagna per raccogliere i fondi necessari per estendere l’iniziativa con altri mezzi e in altre città. Reazioni permettendo.

In Spagna, lo slogan scelto è “There’s probably no god. Now stop worrying and enjoy your life” (Probabilmente dio non esiste. Smettila di preoccuparti e goditi la vita). Il messaggio scelto dalla American Humanist Association per i bus di Washington è “Why believe in a god? Just be good for goodness’ sake” (Perché credere in dio? Sii buono per amore della bontà). In Australia lo slogan suona come “Gli atei dormono la domenica mattina”.

Nella cattolica Spagna, i fondi sono stati raccolti dall’Unione Atei e Liberi Pensatori (UAL) attraverso il sito busateo.org. A Londra, l’iniziativa degli atei britannici ha raccolto donazioni che hanno ampiamente superato le aspettative, al punto che la campagna sarà estesa in tutto il territorio nazionale su bus e metropolitane.

Intanto, Christian Voice, un’associazione cristiana, ha fatto pervenire una protesta ufficiale alla Advertising Standards Authority (ASA), sostenendo che la campagna viola le leggi sulla veridicità degli slogan perché il messaggio viene “presentato come un dato di fatto e ciò significa che, per non trasgredire le regole, dev’essere provato”. L’associazione degli umanisti britannici non si è lasciata intimidire dalla lamentela e la sua direttrice, Hanne Stinson, ha dichiarato: “Mi dispiacerebbe per l’ASA se venisse richiesto all’autorità di pronunciarsi sull’esistenza di Dio. Se comunque decidessero di aprire un’inchiesta, siamo disposti a collaborare”.

"Dignità del gioco! Son le ore della grazia, quando il piccolo uomo è commosso dall'essenza delle cose; grazia, somma grazia è questa capacità di abbandono. Qui si manifesta l'arte, che renderà l'adulto, attraverso l'esperienza del paideuma, capace di opere che sono un'altra creazione oltre quella di Dio. Noi chiamiamo civiltà quel mondo sacro concesso agli uomini, secondo il modo dei tempi e dei luoghi, che giunge al sommo dello splendore, qui come società e come Stato, là come poesia, altrove come concezione del mondo. Questi uomini del passato hanno conteso per la verità. Ma nella realtà sta l'enigma della vita. Gli uomini han voluto comprendere le opere d'arte, hanno dimenticato (o non l'hanno mai veramente saputo?) che nascono dalla commozione. Da qui dovremmo ricominciare…".

Leo Frobenius (29 giugno 1873 - 9 agosto 1938) è stato l'etnologo tedesco che, più di ogni altro, contribuì a svelare all'Europa il valore delle culture africane. Con il materiale raccolto nel corso delle sue 12 spedizioni in Africa, sfatò definitivamente l'immagine colonialistica del "negro selvaggio", mostrando agli europei la molteplicità e la ricchezza delle arti e tradizioni africane.

Frobenius intraprese, fra l'altro, il rilevamento e lo studio sistematico delle figurazioni rupestri del Sahara, dell'Algeria, della Nubia e del Sudafrica. Trasferì, inoltre, sul piano storico, l'attività creativa del simbolo: considerò cioè le antiche culture e quelle dei cosiddetti "primitivi" come un vasto repertorio di esperienze, comprensibili solo considerando il simbolo come elemento di una "conoscenza commossa" che trascende l'uomo ed è la determinante prima della civiltà.

"La storia dell'umanità non è retta da un elemento razionale, cioè dalla ricerca dell'uomo di migliorare le proprie condizioni di esistenza e di conquistare sempre di più i beni della terra, ma dalla commozione. Non la ragione, ma forze oscure e profonde, nelle quali si confonde ciò che altri hanno chiamato l'istinto o l'impulso al gioco, sono quelle che hanno sollevato l'umanità primitiva dallo stato animalesco" ("Storia della Civiltà Africana Prolegomeni di una Morfologia Storica", Torino, Einaudi, 1950).

Nel testo "storico" di Frobenius, che celebra la commozione come origine della civiltà, si esalta una visione unitaria, anti-specialistica, globalizzante, della intera preistoria dell'uomo. Con dichiarato spirito di "visione profonda", anti-illuministico e anti-materialistico, in opposizione a quel terribile, "moderno", odioso e vanaglorioso secolo XIX, ossessionato dai fatti, dalla causalità, dalla oggettività, dal meccanicismo, Frobenius evoca il "favoloso" tempo arcaico, in cui predominavano il gioco e la commozione.

"L'attitudine alla commozione andò crescendo; l'uomo fu soggiogato da tutte le sostanze, l'una dopo l'altra, finché tutti i fenomeni del mondo e della vita si raccolsero in un vigoroso sentimento che tutto abbracciava, dando alla vita un'impronta sacra; in questo primo punto culminante tutto fu sacro: le cose più lontane come le più vicine, le più piccole come le più grandi, le necessarie alla vita, le evidenti, le quotidiane".

Frobenius pone quindi il sacro all'origine stessa della civiltà, prima dello Stato, ancor prima della Religione, prima di ogni istituto civile. Poi, "già sulle soglie della storia, comincia la corsa frenetica alla laicizzazione, che fa progressi continui, finché ottiene i suoi maggiori trionfi nel principio di causalità e nel materialismo".

È una rivelazione esaltante quella di Frobenius sulla civiltà, e perfino sull'avanguardia delle civiltà preistoriche africane, rispetto a quelle euro-asiatiche, tanto da riconoscervi retoricamente - senza alcuna effettiva prova - "il sorgere della coscienza umana", e, più concretamente, i più antichi utensili primitivi dell'uomo primitivo, e poi le prime fiorenti società organizzate.

Tra il 1897 e il 1898, Frobenius si accorge che diverse "aree culturali" (“Kulturkreise”) mostravano tratti simili. Con il termine "paideuma" (etimologicamente, "ciò che si acquisisce mediante l'apprendimento"), indica una "Gestalt", un modo di creare significato ("Sinnstiftung"), "il sorgere e trasformarsi di tutte le esperienze della coscienza commossa".

Il complesso delle idee che animano una cultura in un certo periodo storico, secondo Frobenius sono rintracciabili soprattutto nella produzione artistica, luogo di una emozione (commozione) collettiva che trascende le individualità e la razionalità (il tentativo di interpretare oggettivamente, in etnologia, gli archetipi dell'esperienza psichica collettiva, anticipa quello che, in psicologia, fece Carl Gustav Jung con la teoria dell'inconscio collettivo).

Il "Terzo Regno", rispetto a quello animale e quello vegetale, che è quello umano, corrisponde per Frobenius alla "civiltà della commozione". L'arte in quanto sublimazione del sacro è quindi il luogo epifanico di questa commozione e lo studio dell'arte preistorica dell'Africa consente di intravedere le ricorrenze preistoriche della civiltà europea, dove il paideuma, parallelamente al progresso delle scienze e delle tecniche, al venir meno della commozione e dell'incantamento, si andrà via via sempre più oscurando, fino ad eclissarsi completamente.

L' "Età Globale" della secolarizzazione, che si può far risalire al 1630 d.C., quando la Chiesa Cattolica condanna Galileo Galilei per aver osato mettere in dubbio le Sacre Scritture e affermare che la Terra si muove e non è al centro del cosmo, è caratterizzata da: il metodo scientifico, l’evoluzione tecnica, lo sviluppo urbano, l'industrializzazione, la cultura di massa, la morte dell’arte.

L'avvento del laicismo, la dottrina socio-politica che teorizza e propugna la totale separazione tra stato e chiesa, ovvero l'assenza di interferenze religiose dirette nell'ambito legislativo, esecutivo e giudiziario di uno stato, con l'Illuminismo e la Rivoluzione Francese, ha avuto come effetto il progressivo declino dell'importanza della fede e della prassi religiosa nella vita di tutti i giorni. È cominciato in Europa quel processo di razionalizzazione che ha portato al "disincanto" del mondo, vale a dire alla caduta di tutte le premesse teologiche o metafisiche sulle quali in altri tempi si fondavano i giudizi universali di valore. L'uomo non nutre più alcuna illusione sulla "realtà" dei suoi ideali.

La società secolarizzata - nel suo complesso - non adotta più un comportamento sacrale, si allontana da schemi, usi e costumi tradizionali. Questo fenomeno investe tutto il sistema dei valori e induce ad agire e a pensare (nei confronti della natura, del destino, del ruolo dei cittadini nella società) in modo razionale, disincantato, individualista. Questo fenomeno, che può essere considerato come un aspetto della modernizzazione, coincide con la scristianizzazione in correlazione con la perdita di incidenza della Chiesa sulla società.

La secolarizzazione è stata anche considerata il tramonto delle ideologie, dello stato, dei grandi partiti e movimenti di massa, non più considerati come centro sacrale nella storia del mondo.

Weber sottolinea la tendenza dei processi di razionalizzazione della vita a trasformarsi da mezzi in fini assoluti, rivoltandosi quindi contro l'uomo e trasformandosi perciò in irrazionalità. Secondo Weber, la razionalizzazione del mondo si profila sempre più come un processo che chiude l'uomo in una sorta di "gabbia d'acciaio" creata da lui medesimo. Il grande sociologo, accogliendo la profezia nicciana della "morte di Dio" e del tramonto dei valori tradizionali, intendeva dire che la moderna razionalizzazione tecno-scientifica del mondo aveva inesorabilmente eroso la forza vincolante e creativa delle visioni mitico-religiose, rimpiazzata da una più sterile spiegazione "oggettiva".

L'umanità che ha assaporato i frutti dell'albero della conoscenza non è più disposta alla rinuncia all'uso della ragione. Ciò ha come effetto il "disincanto": le credenze religiose e i valori ultimi, non potendo essere fondati su basi razionali, perdono la capacità di formare un'identità sociale condivisa; escono dalla sfera pubblica e vengono relegati nell'ambito soggettivo delle scelte individuali. Si ha allora un "politeismo di principi", non più dirimibile razionalmente, che porta all'equivalenza, quindi all'indifferenza e infine alla svalutazione dei valori.

All'ateismo, tuttavia, già Weber prospettava un esito tutt'altro che sereno: "il sottile manto della razionalizzazione" sarebbe presto diventato una "calotta d'acciaio" sotto la quale i figli della modernità si sarebbero ridotti a "specialisti senza spirito ed edonisti senza cuore".

E dell'homo technologicus giudicava: "Questo nulla crede di essersi elevato a un grado di umanità mai raggiunto prima", eppure davanti a lui si profila non "il fiorire dell'estate", bensì una "notte polare" rigida e glaciale.

Galimberti fa capire, a chi tiene fermo il punto di vista della ragione, che il disincanto del mondo non ha lasciato dietro di sé il nulla, bensì un vuoto, con tutta la sua forza di risucchio. Ha provocato cioè un'inquietudine e un bisogno di risignificazione del mondo che vorrebbero compensare l'organizzazione sempre più tecnologica di quest'ultimo e la sua riduzione a numero e quantità.

The Bus Campaign

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