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Robot Apocalypse

Professor Stephen Hawking has pleaded with world leaders to keep technology under control before it destroys humanity.

lunedì 2 marzo 2009

MERCANTI DI IMMORTALITA' 3

"e Dio creò l'uomo il sesto giorno"

Immaginate un “mondo nuovo” in cui non esistano più malattie incurabili, in cui le specie animali non siano più a rischio d'estinzione, il dramma della fame non esista più, gli alimenti transgenici abbiano invaso i supermercati ed i laboratori medici trabocchino di organi umani clonati pronti al trapianto.

Un mondo in cui anche l'immortalità è a portata di mano.

In questo mondo esistono servizi di clonazione a pagamento come quello offerto dalla “Re-pet” a cui è possibile portare i propri animali morti per riportarli in vita.

La Replacement Technologies, società diretta da un ricchissimo, poliedrico faccendiere, i cui interessi spaziano dalle squadre sportive alla ricerca medica, e da uno stimato scienziato, usa l'ingegneria genetica per clonare esseri umani nonostante sia espressamente proibito dalla “legge del 6° giorno”: mediante un dispositivo in grado di leggere e registrare lo stato mentale di un individuo, come memorie, abitudini ecc., è in grado di trasferire ai cloni anche la personalità dell’originale (il processo di registrazione è chiamato “cerebral syncording”).

Quando Adam Gibson), persona all'antica, pluridecorato ex-pilota di caccia, tornando a casa una sera, scopre di essere stato sostituito da un suo clone, la sua tranquilla esistenza sarà catapultata in un mondo di malvagità, morte ed insidie high-tech.

Dovrà vedersela con degli implacabili assassini che non possono essere uccisi perchè clonati all'infinito.

(“Il Sesto Giorno” - “The 6th Day” - Roger Spottiswoode, USA, 2000)

In Cina, il centro di ricerca Shandong Stem Cell Engineering ha ottenuto 5 embrioni umani clonati.

Il team guidato da Li Jianyuan ha ottenuto 5 blastule (embrioni dopo la segmentazione e prima della gastrulazione) umane da 135 ovuli. Per quattro embrioni si è partiti dai fibrociti della pelle di donatori sani, mentre per il quinto da linfociti di pazienti con il morbo di Parkinson.

L’uso di questa tecnica innovativa potrà essere impiegato, secondo i ricercatori, per clonazioni terapeutiche, come ad esempio la clonazione di organi per trapianti in pazienti malati di cuore o con altre disfunzioni.

Chen Dayuan, noto esperto in clonazione animale, ha applaudito il risultato osservando che i pazienti potrebbero così sostituire cellule e organi malati con quelli di un altro loro corpo sano.

Per la prima volta, da quando le cellule staminali clonate dallo scienziato coreano Hwang si rivelarono un falso, la clonazione umana - per scopi medici e perfino riproduttivi – appare una possibilità realistica.

"Abbiamo mostrato per la prima volta che gli stessi geni sono attivi sia in embrioni umani normali che in embrioni di cloni”, dice Lanza. Il suo team ha inserito il nucleo in cellule di ovociti sia animali che umani che poi ha indotto a svilupparsi (tale processo di clonazione è noto come “Somatic Cell Nuclear Transfer”, o SCNT, ovvero Trasferimento Somatico Cellulare Nucleare).

Comparati ad un normale embrione umano prodotto mediante fertilizzazione in vitro, gli ibridi chimerici (umano-animali) non si sviluppano allo stesso modo, mentre gli embrioni di cloni umani sembrano mostrare caratteristiche genetiche simili a quelle di uno sviluppo sano.

La ricerca potrebbe dunque rappresentare un importante passo in avanti verso la clonazione terapeutica, la produzione di cellule staminali embrionali a partire dal DNA di un paziente per rimpiazzare tessuti malati, organi difettosi o perfino arti perduti. E, almeno in teoria, la stessa tecnica potrebbe essere usata per clonare un essere umano.

Nel 2001, il team di Lanza annunciò di aver clonato embrioni umani, alimentando le speranze nella possibilità di poter produrre migliaia di linee cellulari staminali embrionali, una per ogni gruppo genetico comune. Il team però on rese note le analisi del DNA per cui non si è potuto sapere se gli embrioni fossero o meno del tutto sani.

Quattro anni dopo, i riceratori guidati da Woo Suk Hwang dichiararono di aver ottenuto cellule staminali embrionali da embrioni clonati ma poi si scoprì che non era vero. Hwang oggi lavora per una compagnia specializzata in clonazione canina mentre la produzione di cellule staminali embrionali da cloni umani rimane ancora solo teorica.

C’è poi la questione bioetica. Perché per la produzione di ovuli umani le “donatrici” sono costrette a prendere ormoni che inducono l’ovulazione e che rischiano di danneggiare l’organismo. Quindi, le forniture di ovuli sono molto limitate e molto costose. Si spera di ovviare al problema utilizzando ovuli animali. La ricerca negli embrioni ibridi e in quelli chimerici – ottenuti dalla fusione di DNA umano e animale — è stata approvata lo scorso anno nel Regno Unito, dopo che gli oppositori avevano evocato lo spettro di ibridi umano-animali senzienti usati come fabbriche viventi di parti biologiche.

Le ultime scoperte suggeriscono che gli ibridi sono incapaci di crescere fino ad uno stadio utile a fini medici, molto inferiore a quello senziente.

“L'idea - dice Lanza - era quella di mettere il DNA di un paziente in un ovulo di mucca o di coniglio e riprogrammarlo in modo da ottenere cellule staminali”. Ma gli scienziati che hanno cercato di raggiungere questo risultato hanno fallito. “Nell'ultimo decennio abbiamo effettuato centinaia di esperimenti cercando di creare cellule staminali usando ovuli animali. Ma non ha funzionato”.

Quando i ricercatori, utilizzando un nuovo metodo chiamato “Analisi di Espressione Genica Globale”, sono andati a vedere quali geni si erano attivati o disattivati nell’ovulo cresciuto, si sono resi conti dell’inutilità dei loro sforzi. “Prima non avevamo gli strumenti per guardare effettivamente all'interno della cellula per vedere cosa succedeva”, ha detto ancora Lanza.

Dunque, secondo Lanza, solo un clone umano avrebbe la possibilità di attivare tutti i geni necessari per diventare un embrione “valido”: sia la clonazione che la pluripotenza indotta – che trasforma cellule adulte in uno stato simile a quello embrionale – potrebbero funzionare.

"Avremo presto la possibilità di creare una banca di cellule staminali per espandere il range delle terapie”, dice Lanza, “il DNA del clone assomiglia a quello di un embrione normale per cui è lecito sperare nella possibilità della clonazione riproduttiva”.

Non è d’accordo il biologo cellulare del New York Medical College Stuart Newman secondo cui esistono sostanziali differenze tra embrioni ottenuti mediante clonazione e mediante fertilizzazione in vitro.

Il dibattito è quantomai aperto e infuocato, specie dopo che il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha promesso di bandire la moratoria stabilita dal suo predecessore Bush sui finanziamenti federali alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, mente alle Nazioni Unite c’è chi avanza la proposta di bandire non solo la clonazione riproduttiva ma anche quella terapeutica.

(Art. Di rif. "Reprogramming of Human Somatic Cells Using Human and Animal Oocytes" by Young Chung, Colin E. Bishop, Nathan R. Treff, Stephen J. Walker, Vladislav M. Sandler, Sandy Becker, Irina Klimanskaya, Wan-Song Wun, Randall Dunn, Rebecca M. Hall, Jing Su, Shi-Jiang Lu, Marc Maserati, Young-Ho Choi, Richard Scott, Anthony Atala, Ralph Dittman and Robert Lanza. Cloning and Stem Cells, Vol. 11 No. 2, Feb. 1, 2009).

Human embryos cloned for treatment in Shandong”, chinadaily, 03 febbraio 2009

“Research Breakthrough: Human Clones May Be Genetically Viable”, Wired, 02 febbraio 2009

“Experiments fail: Controversial human-animal hybrid embryos 'will not deliver medical benefit'”, dailymail, 03 febbraio 2009

Genetics of global gene expression : Article : Nature Reviews Genetics

“Gli ibridi uomo-animale e le mani sugli embrioni umani”, il sussidiario, 10 febbraio 2009

Nel frattempo, continuano nel mondo gli esperimenti di clonazione animale.

In India, un gruppo di scienziati si appresta a clonare la Pashmina, la capra da cui si ricava la lana per fare l'apposita sciarpa: verranno prelevate cellule dalla pelle dell'orecchio da inserire nell'ovulo al posto del nucleo esistente.

Nella Corea del Sud si testeranno le capacità riproduttive degli animali clonati, facendo accoppiare naturalmente due lupi ottenuti da precedenti clonazioni.

Il problema è che la clonazione al momento non funziona: gli animali nascono vecchi e muoiono precocemente (perché le cellule "mantengono" l'età del genitore quando vengono inserite nell'ovulo. La povera Dolly, a pochi mesi già soffriva di artrite, come la madre.

Young Spanish ibex (Capra pyrenaica), Sierra de Gredos, Spain Photo: Jose Luis GOMEZ de FRANCISCO/naturepl.com

In Spagna, per la prima volta è stata ridata la vita a un animale estinto attraverso la clonazione.

Si tratta del bucardo, una specie di capra selvatica dei Pirenei, dichiarato ufficialmente scomparso nel 2000, quando l'ultimo esemplare conosciuto nel suo genere, una femmina di 13 anni chiamata Celia, è stato trovato morto nel nord della Spagna.

Utilizzando il DNA di campioni di pelle prelevati un anno prima sullo stesso esemplare, che è stato seguito con un radiocollare, e conservati in azoto liquido, gli scienziati sono stati in grado di far nascere un esemplare di questo animale.

Il dottor Jose Folch, del Centro di Tecnologia Alimentare e la ricerca di Aragona, a Saragozza, nel nord della Spagna, che ha condotto la ricerca insieme con i colleghi del Consiglio Nazionale delle Ricerche Istituto per l'Agricoltura e l'Alimentazione di Madrid, ha utilizzato una tecnica simile a quella usate per clonare la pecora Dolly: è stato effettuato il trasferimento di DNA nucleare e sono stati creati 439 embrioni, di cui 57 sono stati impiantati in capre domestiche, la specie più vicina al bucardo. Solo sette degli embrioni hanno portato a gravidanze e solo una delle capre ha dato alla luce una femmina di bucardo.

Peccato che il cucciolo sia riuscito a sopravvivere per soli sette minuti a causa di difficoltà respiratorie dovute a difetti del DNA.

Nonostante questo ennesimo fallimento, sono molti i progetti in tutto il mondo che mirano alla conservazione di tessuti di specie a rischio nella speranza che in futuro sarà possibile riportarli in vita mediante clonazione.

La Zoological Society of London e il Natural History Museum ad esempio hanno avviato il progetto “Frozen Ark” per preservare il DNA di migliaia di animali a rischio estinzione.

Un gruppo di scienziati giapponesi guidato dal giovane Teruhiko Wakayama del Centro di Biologia dello Sviluppo dell’istituto Riken di Kobe ha clonato un topo che era congelato a -20 gradi centigradi da 16 anni.

Lo staff di Wakayama è riuscito nell’impresa utilizzando il materiale genetico contenuto nelle cellule del cervello del roditore ritenuto il più funzionale per portare a termine l’esperimento. Il materiale è anche stato trattato con le nuove tecniche di fertilizzazione usate per gli spermatozoi danneggiati.

La squadra ha poi utilizzato la classica tecnica del trasferimento nucleare: una cellula del roditore donatore è stata svuotata del suo nucleo, quest’ultimo è stato inserito in un ovulo e, in una terza fase, grazie a stimolazioni chimiche o elettriche, l’ovulo è stato indotto ad evolversi in embrione.

Si tratta di un esperimento innovativo per lo meno da due punti di vista: l’essere riusciti a recuperare materiale genetico in buono stato da corpi rimasti congelati per diversi anni ha smentito la teoria secondo cui il ghiaccio possa danneggiare il DNA di ogni essere vivente, a meno che le cellule non vengano sottoposte a speciali trattamenti di “crioprotezione” prima del congelamento; in secondo luogo, si alimentano le speranze di riportare in vita animali estinti, soprattutto quelli che, come i mammuth siberiani, sono rimasti conservati sotto una coltre di ghiaccio per decine di migliaia di anni.

Anche se, 40 mila anni sono ben più di sedici, e gli effetti del ghiaccio in un tempo tanto lungo potrebbero stroncare le speranze. John Gearhart, esperto di cellule staminali dell’Università della Pennsylvania, afferma sarcasticamente che “a questo punto, a trarre vantaggio dalla ricerca giapponese potrebbero essere tutti quegli scienziati che daranno la propria disponibilità a congelare parti del corpo umano per poter poi riportare in vita i singoli individui nel futuro”.

(KAZUNORI NAKAZAWA/ THE ASAHI SHIMBUN)

Sempre in Giappone, un gruppo di ricercatori giapponesi del Gifu Prefectural Livestock Research Institute, guidati da Yoichiro Hoshino, è riuscito a clonare per ben tre volte (clonazione seriale) un toro da riproduzione morto 13 anni fa. Le carni potrebbero un giorno finire sugli scaffali dei supermercati.

Sorpreso della notizia, pubblicata sulla rivista PLOS One, Wakayama ha dichiarato: “Sono rimasto meravigliato nel sapere che i ricercatori hanno trovato cellule utilizzabili nel tessuto congelato”. Per Wakayama questo risultato potrebbe rendere possibile la vendita nei supermercati “di deliziose carni bovine clonate”.

Il toro, le cui cellule congelate hanno reso possibile le 3 clonazioni, si chiamava Yasufuku e viveva in Giappone. Quando ancora era in vita, il suo sperma è stato utilizzato per far nascere 40mila vitelli. Insomma, un vero e proprio stallone.

I ricercatori hanno prelevato le cellule dai testicoli 12 ore dopo la morte dell’animale (circa 13 anni fa) e poi le hanno congelate ad una temperatura di -80 gradi centigradi. Dieci anni dopo, sono state immerse nell’azoto liquido e conservate per tre anni. Da queste cellule gli scienziati sono riusciti a ottenere cinque gravidanze e quattro vitelli, di cui tre sono sopravvissuti.

Gli “Enviropigs”, sviluppati dai ricercatori all’Università di Guelph in Canada, sono maiali geneticamente modificati a partire da una linea di Yorkshire per poter digerire meglio il cibo contenente fosforo mediante la produzione dell’enzima “phytase” attraverso le ghiandole che secernono la saliva: mischiandosi ai grani cereali consumati dai suini durante la masticazione, il phytase può agire in fase digestiva rilasciando fosfato e degradando gli acidi fitici che divengono più digeribili.

I grani cereali come granturco, semi di soia e orzo contengono dal 50 al 75% di fosforo in forma di acido fitico: renderli digeribili significa eliminare il bisogno di includere fosfato minerale o phytase prodotto commercialmente per bilanciare la dieta degli animali. Inoltre, riducendo il contenuto di fosforo assimilato dagli animali si riduce anche l’inquinamento causato dai loro escrementi che normalmente va a contaminare terreni e acque.

L’Enviropig è stato creato mediante l’introduzione di un transgene composto da un segmento di una proteina batterica chiamata gene “phytase” mediante microiniezione pronucleare che è poi stato impiantato chirurgicamente insieme ad altri embrioni nel tratto riproduttivo di una scrofa. Dopo un periodo di gestazione di 114 giorni, la scrofa ha partorito e i maialini nati sono stati controllati per verificare la presenza del transgene e l’attività dell’enzima phytase nella saliva.

Resta da capire se questi “eco-maiali” possano essere consumati dall’uomo in tutta sicurezza. I ricercatori dicono di avere giù una sufficiente quantità di prove per affermare che sono sicuri da mangiare, dato che le analisi chimiche hanno dimostrato che la composizione del tessuto dell’animale è la stessa di quella dei maiali Yorkshire, e che la proteina batterica introdotta non è stata trovata in alcun tessuto suino destinato all’alimentazione umana, come il prosciutto, la lombata, il cuore e la pelle.

Gli esperti dell’industria predicono che l’Enviropig sarà uno dei primi animali transgenici ad essere approvati negli Stati Uniti.

Da noi, l'EFSA, l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha detto un sostanziale quanto ambiguo sì alla carne clonata. Come la sua omologa, la statunitense Food and Drug Administration (FDA), ritiene che carne e latte provenienti da animali clonati non differiscano in nulla da quelli "normali". Tuttavia, l'EFSA aggiunge che la clonazione provoca sofferenze agli animali, che ci sono pochi dati e bisognerà tener d'occhio le generazioni future e l'evoluzione della faccenda.

La battaglia, probabilmente, si giocherà sull'etichetta. Proprio perché ritiene identici carne e latte di animali clonati e non, la FDA la ritiene del tutto superflua. Quindi, gli Stati Uniti giudicherebbero un ostacolo alle loro esportazioni l'eventuale etichetta europea sulla carne clonata, e faranno tutto il possibile per evitarla.

Dato l'alto costo dell'operazione, non si cloneranno con ogni probabilità animali direttamente destinati alle macellerie. Si "fotocopieranno" probabilmente gli esemplari migliori per farli riprodurre: magari ricorrendo all'ormai consolidata inseminazione artificiale. Ci vorrebbero etichette davvero speciali per identificare nella catena alimentare la carne proveniente da figli di genitori clonati.

Il parere favorevole ma ambiguo dell'EFSA si limita per ora a carne e latte clonati è limitato di bovini e suini. Sugli altri animali, dice, non ci sono informazioni sufficienti. Ma vi è un contrasto con le decisioni sulla carne clonata da parte del Comitato Etico dell'Unione Europea secondo cui al momento non ci sono ragioni per giustificare la produzione di cibo da animali clonati o da loro prole.

L'EFSA sottolinea che, soprattutto alla nascita, vitelli e maialini clonati hanno più problemi di salute rispetto agli altri, e che spesso i parti sono difficoltosi. Aggiunge che i dati sono scarsi, in particolar modo per le generazioni successive alla prima. Raccomanda di tenere d'occhio i cloni e i loro discendenti, di controllare se si verificano mutazioni genetiche e se hanno problemi al sistema immunitario.

E, soprattutto, dice: se dovesse manifestarsi una ridotta risposta del sistema immunitario, bisognerebbe anche stabilire se, e fino a che punto, il consumo di carne e latte derivante da animali clonati o da loro discendenti potrebbe aumentare l'esposizione umana a "agenti trasmissibili”, cioè a malattie.

Saranno i consumatori a fare da cavia.

La società biotech sudcoreana Rnl Bio ha reso noto di aver sviluppato un nuovo metodo di clonazione canina che utilizza cellule staminali derivate dai tessuti grassi. Secondo l'azienda, la nuova tecnologia potrà anche contribuire agli studi sulle cure per i disordini genetici nei cani, che somigliano ad alcune patologie umane, come nel caso del diabete.

"Se sviluppiamo completamente questa tecnologia, clonare cani sarà molto più facile che adesso. Possiamo ridurre i costi di clonazione", spiega Ra Jeongchan, amministratore delegato della Rnl Bio, che ha sede a Seul. Ra, che ha presentato domanda di brevetto, ha detto che la settimana scorsa sono nati due cuccioli beagle clonati utilizzando questo metodo. Tra 3 anni, riprodurre un cane da compagnia potrebbe costare “solo” 50mila dollari.

I canidi sono i mammiferi la cui clonazione risulta più complicata, a causa del loro ciclo riproduttivo con ovulazioni imprevedibili. Numerosi cani sono stati già clonati utilizzando il trasferimento nucleare di cellule somatiche prelevate in genere da un lembo di pelle dell'orecchio. Secondo Ra, le cellule staminali prelevate dai tessuti adiposi sono molto più facili da riprogrammare e la possibilità che una cellula manipolata darà vita a un clone è del 20%, contro il 10% del metodo precedente.

I padroni di animali domestici - che attualmente devono sborsare 100mila dollari o anche più per clonare un cane da compagnia - dovranno comunque pagare decine di migliaia di dollari se vorranno clonare i loro amati amici a quattro zampe e prepararsi a lunghe attese, perché la maggior parte delle attività di clonazione canina a livello commerciale oggi riguardano cani esemplari utilizzati per lavoro, come i cani poliziotti che "sniffano" negli aeroporti.

Ha 10 settimane, è in ottima salute ed è già una star, malgrado le polemiche sulla sua nascita. “Sir Lancelot ancore” è il vincitore dell’asta on line indetta dalla BioArts International, una società biotecnologica californiana che ha lanciato il progetto “Best Friends Again” impegnandosi a rimborsare il denaro ai clienti nel caso in cui l’animale non corrisponda perfettamente all’originale. Inoltre, il duplicato verrà sottoposto alle visite mediche di un veterinario e le sue condizioni di salute verranno garantite per circa un anno.

I padroni del cane, una coppia di miliardari della Florida, hanno partecipato all’asta nella speranza di riportare in vita l’adorato labrador affidando i campioni di DNA a quello “stinco di santo” di Hwang Wood Suk, lo scienziato sud coreano diventato famoso per essersi inventato di essere riuscito a clonare un embrione umano da una cellula staminale.

Otto e Nina, i proprietari di Lancelot, sono entusiasti e non sembrano dare peso alle critiche di chi afferma che questi soldi potevano essere impiegati meglio e che la clonazione non può sostituire l’unicità della personalità di un animale. Il carattere di un cane clonato, infatti, rischia di essere del tutto diverso, proprio come si fosse adottato un altro animale.

“Ecco a voi Sir Lancelot bis, il cane clonato da 155 mila dollari”, ecoblog, 29 gennaio 2009

“Asta on line per clonare il cane”, ecoblog, 23 maggio 2008

“Florida couple clones beloved dog for $155000”, CNN, 29 gennaio 2009

“Biotech, clonare cani sarà più facile ed economico”, reuters, 29 gennaio 2009

“Are "smart" designer dogs on the way?”, NewScientist, 15 febbraio 2009

“Scientists to clone Pashmina goat”, The Times of India, 18 febbraio 2009

“Extinct ibex is resurrected by cloning”, telegraph, 31 gennaio 2009

“Clonazione: dopo i topi congelati toccherà ai mammut?”, Panorama, 12 novembre 2008

“Cloning from the grave: Scientists create new life from a mouse that has been frozen for 16 YEARS”, Mail Online, 5 novembre 2008

“Scientists clone Hida beef seed bull”, asahi, 10 gennaio 2009

“ANIMALI TRANSGENICI: IL CIBO GENETICAMENTE MODIFICATO”, come donchisciotte, 26 febbraio 2009

“Ambiguo sì dell'Efsa alla carne clonata: i consumatori faranno da cavia?”, Blogeko, 25 luglio 2008

Il team di ricercatori guidato da Austin Smith al Centre for Stem Cell Research di Cambridge sta provando a generare cellule staminali pluripotenti (Induced Pluripotent Stem Cells - iPS) mediante virus riprogrammatori.

Finora sono riusciti a indurre cellule epi-staminali di topo in cellule pluripotenti riprogrammando il fattore chiamato “Klf4”: utilizzando uno speciale tipo di DNA chiamato “trasposone”, elementi genetici presenti nei cromosomi capaci di spostarsi da una posizione all'altra del menoma,in particolare il “Piggybac”, hanno convogliato una singola copia di Klf4 nelle cellule epi-staminali inducendole così a trasformasi in pluripotenti.

I ricercatori hanno poi usato un enzima per estrarre il Klf4 dal Piggybac scoprendo che le cellule riprogrammate possono mantenersi usando il proprio gene Klf4, attivato durante il processo di riprogrammazione. Una volta rimosso il Piggybac Klf4, le cellule riprogrammate possono svilupparsi fino a creare un normale topo se introdotte in embrioni contribuendo alla riproduzione cellulare.

Il successo di questo esperimento è importante perché le cellule riprogrammate in questo modo non rischiano di introdurre DNA alieno. Se il procedimento funzionerà anche con le cellule umane, rappresenterà un notevole passo in avanti verso la creazione di cellule staminali pluripotenti per applicazioni biomediche.

“New Safer Way Developed To Reprogrammed Stem Cells”, ScienceDaily, 27 febbraio 2009

Scienziati di Melbourne hanno creato per la prima volta in Australia una riserva di cellule staminali umane. Usando la tecnica di riprogrammazione messa a punto in Giappone e negli Stati Uniti che evita di distruggere embrioni, l'equipe dell'Istituto di ricerca medica Monash ha prodotto una linea di cellule iPS.

La padronanza di tale tecnica è importante perché finora i ricercatori dipendevano dall'acquisizione di linee pluripotenti dai loro colleghi in Giappone e USA, ha detto il responsabile del progetto, Paul Verma, e questo rallentava la ricerca. “Un'altra ragione per cui volevamo produrle qui- rileva Verma - è che potremo studiare le cellule Ips di pazienti con diverse malattie”.

Sarà possibile prelevare una cellula di pelle da un adulto che soffre ad esempio del morbo di Parkinson, riprogrammarla perché si comporti come una staminale embrionale e poi usare la linea di cellule riprogrammate per testare nuove cure. Sempre nello stesso istituto è in programma un progetto analogo sul diabete di tipo 1.

“Progetto di ricerca con le staminali pluripotenti indotte”, ADUC, 04 Febbraio 2009

Kevin Eggan, della New York Stem Cell Foundation (NYSCF) e dell’Harvard Stem Cell Institute, per la prima volta è riuscito ad isolare linee cellulari staminali umane da pazienti affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica (ALS).

"Nessuno finora era riuscito a isolare questi neuroni da un paziente e farli crescere in coltura”, ha spiegato Eggan, "Ora possiamo produrre quantità illimitate delle cellule che muoiono in questa terribile malattia." L’interesse principe di questo risultato è che probabilmente aprirà la strada alla scoperta delle cause profonde dell’ALS e di altre patologie simili.

Eggan, insieme con i colleghi John Dimos e Kit Rodolfa dell’Harvard Stem Cell Institute e Paolo Di Giorgio e Justin Ichida del NYSCF, ha ricavato cellule staminali pluripotenti indotte – le cosiddette iPS – da cellule epiteliali di due pazienti anziani.

Le cellule Ips sono poi state indotte a diventare cellule neuronali simili alle cellule influenzate dalla malattia.

Il processo di produzione delle iPS implica l’utilizzazione di geni, uno dei quali è un gene di promozione del cancro: ciò implica che tali cellule possano essere utilizzate come metodo per studiare la malattia, e non per un trapianto nei pazienti come avviene in altri campi di sperimentazione sulle staminali.

Personalized Stem Cells One Step Closer to Reality”, ABC News, 31 luglio 2008

Un gruppo di ricercatori giapponesi è riuscito a generare tessuti di corteccia cerebrale partendo da cellule staminali embrionali. I risultati della ricerca condotta dall'equipe di Yoshiaki Sasai, professore al Riken Center for Developmental Biology di Kobe, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica americana online Cell Stem Cell.

I ricercatori nipponici hanno sistemato circa 3.000 cellule staminali embrionali in piccoli recipienti immerse in una soluzione di coltura, aspettando che si raggruppassero in maniera naturale formando una massa: dopo 46 giorni si è creata una sfera di tessuto dal diametro di due millimetri, con una cavità al centro.

Il tessuto cerebrale ricavato con questo procedimento utilizza quattro tipi di neuroni nei quattro strati da cui è composto ed è pressoché identico, riferiscono gli scienziati, alla corteccia cerebrale di un feto tra le sette e le otto settimane dal concepimento.

''Sembra che attraverso la coltivazione delle cellule in piccoli recipienti - spiega Sasai - si sia ricreato un ambiente simile a quello in cui si sviluppano i tessuti cerebrali umani''.

Dai risultati di questa ricerca gli scienziati si attendono progressi nel campo dello studio del cervello per capirne il processo degenerativo e fare luce su malattie come il morbo di Alzheimer.

“Japanese researchers make brain tissues from stem cells”, physorg.com, 6 novembre 2008

A distanza di trent'anni dal primo tentativo dì trapianto di trachea su un essere umano, un'equipe intemazionale - in gran parte italiana - ha eseguito a Barcellona un intervento che ha suscitato grande attenzione nell'opinione pubblica e nel mondo scientifico: quattro gruppi di ricercatori, guidati dall'italiano Paolo Macchiarmi, e provenienti da centri universitari di Italia, Spagna e Gran Bretagna, hanno trapiantato una trachea “rigenerata” su una giovane paziente colombiana.

I risultati dimostrano che è possibile superare il problema del rigetto (tra i principali ostacoli nel campo dei trapianti) utilizzando la trachea di un donatore trattata mediante un bireattore con cellule staminali della paziente, al fine di realizzare un nuovo organo "costruito" su misura.

«Una trachea presa da un cadavere è stata trattata in modo da eliminare ogni elemento che avesse memoria del donatore», spiega Sara Maniero, ingegnere del Dipartimento di bioingegneria del Politecnico di Milano, responsabile, insieme ad Adelaide Asnaghi, del bioreattore rotante grazie al quale è stato possibile il trapianto, «la trachea è stata quindi personalizzata cioè rivestita con cellule staminali autologhe prelevate dalla paziente che ha poi ricevuto l'impianto. In questo modo l'organismo riconosce il tessuto impiantato come proprio quindi non lo aggredisce e non induce rigetto».

Le vie aeree, come la trachea, sono strutture complesse, costituite da tessuti biologici diversi, ciascuno con una funzione specifica. Per realizzare il sostituto biologico funzionale, i ricercatori hanno dovuto mimare la composizione fisiologica dell'organo: cellule epiteliali per rivestire la superficie del lume (strato più interno) a contatto con l'aria che respiriamo, e condrociti per lo strato esterno di cartilagine.

Il bioreattore inventato al Politecnico di Milano - come ha sottolineato lo stesso chirurgo Macchiarmi - è l'unico al mondo che permette di rivestire con cellule diverse le due superficie, interna e esterna, della trachea (cilindro cavo), fornendo a ciascuna popolazione cellulare le sostanze necessarie per la propria crescita. Il movimento imposto nel bioreattore migliora, poi, la respirazione delle cellule in coltura e genera sollecitazioni (stimoli fisici) che ne favoriscono la crescita.

«Potenzialmente tutti i tessuti umani potrebbero essere ingegnerizzati in vitro», afferma Mantero, «per questo siamo di fronte ad un campo in rapida evoluzione che potrebbe avere un impatto enorme. I maggiori ostacoli che si oppongono alla realizzazione di tessuti funzionali e ad un loro diffuso impiego clinico sono connessi ad una limitata comprensione del ruolo regolatorio di specifici parametri fisico-chimici di coltura, alla complessità anatomico-funzionale, alla vascolarizzazione dei costrutti ingegnerizzati, alla corretta innervazione per rendere attivi i tessuti biologici e agli elevati costi realizzativi dei pochi prodotti commercialmente disponibili”.

«La bioingegneria», continua la ricercatrice, «gioca un ruolo importante in questo settore, essendo in grado di progettare e realizzare sistemi innovativi di coltura cellulare dinamica automatizzata (bioreattori), avvalendosi delle più moderne tecniche di manipolazione cellulare e delle conoscenze di biologia cellulare e molecolare per la rigenerazione dei tessuti».

«In sostanza, lo sviluppo di tessuti umani ingegnerizzati è legato alle innovazioni tecnologiche e biotecnologiche», conclude Montero, «che hanno come obiettivo l'automatizzazione dei processi biologici di produzione di tessuti complessi e di ripersonalizzazioni di matrici, utilizzando cellule del paziente ricevente».

L'idea che l'impianto di organi sia costituito in larga misura da materiale biologico del paziente stesso favorisce l'accettazione dell'intervento. È noto infatti che il 30% dei pazienti rifiuta un impianto osseo da cadavere per paura.

La ripersonalizzazione con cellule proprie elimina la percezione psicologica negativa, oltre a consentire al trapiantato di non doversi sottoporre per tutta la vita ad una terapia immunosoppressiva.

Tra vent'anni la maggior parte delle operazioni chirurgiche potrebbe prevedere procedure per la sostituzione di organi e tessuti danneggiati da malattie, con organi e tessuti autoioghi di laboratorio. La tecnica potrebbe essere estesa alla fabbricazione di organi cavi quali intestino, vescica, tratti degli organi riproduttivi, ma potrebbe riguardare anche organi solidi come cuore, fegato e reni.

Perché questo avvenga sarà necessario istituire unità ospedaliere in grado di generare le staminali necessarie. Inoltre, l'utilizzo dei bioreattori (sistemi automatizzati di cottura cellulare dinamica) per la generazione di tessuti biologici autologhi, installati all'interno di strutture cliniche dove il paziente viene seguito, porteranno ad un aumento della qualità del processo e del prodotto biologico.

È evidente che se i tessuti cosi realizzati dovessero avere un importante successo clinico a breve termine, molte aziende operanti in ambito biomedico al livello italiano, europeo ed extraeuropeo potrebbero intraprendere nuove ricerche e aumentare gli investimenti nell'ambito della medicina rigenerativa.

“Staminali, chirurgo italiano effettua il primo trapianto di trachea rigenerata”, ilsole24ore, 20 novembre 2008

“Windpipe transplant breakthrough”, BBC News, 19 novembre 2008

(un tessuto fatto da fili contenenti due tipi di cellule viventi (in verde e in giallo) potrebbe servire per incorporare cellule staminali in tessuti organici trapiantabili nel corpo umano Credits: Suwan Jayasinghe)

Le cellule embrionali staminali (Embryonic Stem Cells - ESC) possono sopravvivere anche in fili di polimeri da cui ottenere tessuti viventi artificiali e flessibili in grado di adattarsi ad ogni tipo di trapianto.

Si tratta di una tecnica innovativa dell'utilizzazione delle cellule staminali che potrebbe essere usata per produrre, in futuro, organi artificiali. È quanto riferiscono ricercatori inglesi della University College London in uno studio pubblicato su Integrative Biology.

Si tratta dell’ennesima tecnica tra quelle in via di sviluppo per forgiare cellule vive in un tessuto fatto su misura, tra cui quella che prevede la stampa di un tessuto vivo per mezzo di una stampante a getto d'inchiostro, che sostituisce l'inchiostro normale con un inchiostro biologico fatto solo di cellule. Una tecnica che ha subito in questi ultimi anni delle variazioni utili a danneggiare il meno possibile il materiale biologico e con questa tecnologia è stato possibile "tessere" una rete di fili contenenti cellule cerebrali vive.

Ora in questo nuovo lavoro Suwan Jayasinghe e colleghi hanno dimostrato che è possibile, con una tecnica simile creare fili di ESC. Si tratta, dicono gli scienziati di una tecnologia del tutto nuova, mai usata prima, chiamata "electrospraying", dove due aghi di acciaio inossidabile, uno dentro l'altro, uniscono una scia di polimeri viscosi e biodegradabili con una sospensione di ESC. Applicando, poi, una corrente elettrica agli aghi, si dà carica al filo di polimeri e alle cellule che accelerano verso un anello di rame, che si trova un poco più sotto, e quando escono dall'anello, cellule e polimero, sono diventati un unico filo molto sottile.

In questo modo possono essere tessuti fogli più o meno grandi di tessuto vivente, incrociando semplicemente il filo ripetutamente su una superficie piatta, mentre se si fa passare il filo su uno stampo si ottiene una forma tridimensionale. Basta la viscosità del polimero a tenere insieme il tessuto.

Con la tecnica dell'amplificazione del DNA Jayasinghe e colleghi hanno dimostrato che le cellule del filato conservano intatti i geni trovati nelle cellule staminali indiferrenziate e che questi geni vengono espressi allo stesso modo in cui venivano espressi in cellule di controllo messe in coltura che erano state “elettrospruzzate”.

Una verifica importante per dimostrare che le cellule staminali dopo il trattamento erano rimaste vive. Come hanno riferito a New Scientist gli scienziati, i tessuti fatti di ESC, piuttosto che di cellule già specializzate, come quelle del muscolo ad esempio, hanno maggiori possibilità di essere trapiantati in più e diversi "siti" biologici. Infatti, una volta impiantate queste cellule bambine, grazie alle loro potenzialità che le rende flessibili, prendono le caratteristiche del sito biologico dove sono state messe o possono essere influenzate da farmaci per convertirsi nel tessuto giusto voluto per quel sito. Sperimentalmente è stato visto anche che le ESC sopravvivono nel tempo e crescono formando tessuti coerenti, mentre il polimero degrada e scompare lentamente.

Journal reference: Integrative Biology (DOI: 10.1039/b819889f)

“Cellule embrionali staminali per tessuti viventi artificiali”, MSN, 26 febbraio 2009

“Stem cell 'fabrics' promise universal tissue”, NewScientist, 26 febbraio 2009

“From Stem Cells To New Organs: Scientists Cross Threshold In Regenerative Medicine”, ScienceDaily, 02 marzo 2009

Image: Shoji Takeuchi

Un gruppo di ricercatori dell'Università di Tokyo, guidati da Shoji Takeuchi, ha realizzato una bambola vivente mettendo insieme cellule umane di un tumore del fegato.

La bambola cellulare, che ha in tutto e per tutto l'aspetto di un pupazzetto, potrebbe servire a testare nuovi farmaci in condizioni molto simili a quelle dell'interno dell'organismo, e aprire nuove strade per la medicina rigenerativa.

L'innovativa tecnica che ha dato vita alla bambola, di appena 5 millimetri, permette di modellare i tessuti, come fossero pongo, in qualsiasi struttura si vuole creare. Sono state utilizzate circa 100mila fibre di collagene, da usare come colla, mischiate con le cellule prelevate da una coltura di tessuto tumorale umano e poi fissate su una micro-struttura simile ad un corpo.

Il prodotto finale è, al di la delle aspettative, molto più vicino a un tessuto vivente che a una collezione di cellule cresciute in laboratorio.

L'intenzione dei ricercatori è far crescere diverse bambole a base di diversi tipi di cellule che potrebbero anche funzionare come interi organi da utilizzare nei test clinici.

“Living Doll made of human cancerc cells”, NewScientist, 05 febbraio 2009

Dopo la promessa di Obama di rimuovere il divieto di Bush alla ricerca sulle staminali embrionali, in America si prepara una pioggia di finanziamenti per l’industria biofarmaceutica.

Secondo il piano di stimolo economico del neopresidente, ben 16 miliardi di dollari saranno destinati per la quasi totalità alla ricerca sulle staminali, senza contare i fondi dei capitalisti di ventura, quelli statali e quelli dei National Institutes of Health (NIH).

Lo scorso anno dal capitale di ventura sono arrivati investimenti pari a 8 miliardi di dollari. Il California Institute for Regenerative Medicine (CIRM) ha distribuito un miliardo ai maggiori centri di ricerca dello Stato, e i NIH, ai quali fanno capo i maggiori centri di salute pubblica degli USA, hanno convogliato sulle staminali circa il 10%o dei loro 30 miliardi di budget. Inoltre, si sono fatti avanti anche i privati, come il tycoon asiatico Li Ka-Shing, che sta investendo 200 milioni in California per costruire il Li Ka-Shing Center for Biomedical Sciences. Per quest’anno, il CIRM è pronto a distribuire 58 milioni di dollari a enti e ricercatori impegnati sulle staminali.

Per annunciare agli americani la liberalizzazione della ricerca staminale, Obama ha spedito in tv David Axelrod, il suo consigliere più fidato. "È quello di cui aveva bisogno il settore", afferma Mike Havrilla, analista di “Biopharma” di Seeking Alfa, "se non ci fosse stata la dichiarazione di Axelrod i titoli sarebbero crollati".

La Federal Drug Administration (FDA) statunitense, solo tre giorni dopo l'insediamento del neopresidente, aveva autorizzato la Geron, azienda biotech della Silicon Valley californiana, a condurre le prime prove cliniche con cellule staminali di origine embrionale. Il titolo dell'azienda e di tutte le altre che operano nel settore delle staminali avevano risposto impennandosi del 60% "Per l'industria delle medicina rigenerativa è una fase nuova", afferma Linda Powers, direttrice della Toucan Capital, una società di venture capital con 140 milioni di dollari investiti nelle principali start up della ricerca staminale mondiale, "adesso possiamo applicare le scoperte di laboratorio alle corsie ospedaliere".

La Geron ha speso oltre 170 milioni di dollari nello sviluppo di un trattamento per le lesioni della spina dorsale. Iniettate in cavie di laboratorio, le sue staminali hanno restituito l'uso degli arti ad animali paralizzati. "Dal successo della Geron dipende il futuro dell'industria biogenetica e della medicina rigenerativa", afferma John Kessler, direttore del Cell Institute della North Western University, "se va bene, le cellule staminali prenderanno il volo".

Quello dei finanziamenti pubblici per la ricerca staminale è stato uno dei punti dolenti degli ultimi otto anni. Totalmente assenti, se si fa eccezione per quelli sborsati dai National Institutes of Health con limitazioni strettissime, hanno rallentato drasticamente l'introduzione di cure in grado, come sostiene Tom Okama, CEO della Geron, "di riparare organi danneggiati con cellule generate dalle staminali embrionali".

Anche se in California, nel 2004 gli elettori decisero di trasformare, per via referendaria, la ricerca genetica in un diritto sancito dalla Costituzione e, stanziando tre miliardi di dollari, fecero del “Golden State” l'Eldorado della ricerca staminale planetaria.

Oggi, l'industria biogenetica californiana rappresenta il 40% del comparto negli USA: novemila ditte che generano 50 miliardi di dollari di investimenti annuali e impiegano oltre 300 mila addetti con un salario medio di 71 mila dollari. "La California è il nuovo centro planetario della ricerca genetica", afferma Travis Blaschek-Miller, portavoce di BayBio, l'associazione degli industriali del settore, "Sta producendo le cure e i farmaci del futuro, ed è il posto dove ogni ricercatore vorrebbe essere".

Di recente in California sono arrivati nomi illustri come Michael Clarke della University of Michigan e Phillip Beachy della Johns Hopkins University, entrambi passati alla Stanford University, che sta costruendo il centro di ricerca staminale più grande del mondo. Peter Donovan, altro talento della Johns Hopkins, ha scelto la University of California a Irving, mentre l'australiano Martin Pera, uno dei maggiori genetisti mondiali, è approdato alla Università di San Diego.

E non arrivano solo talenti scientifici. Nel 2008, la Advanced Cell Technology, azienda leader delle staminali, s'è trasferita a Los Angeles. In California hanno messo bottega start up come la Zosano Pharma, la Biomerix e la Cordis - sussidiaria della Johnson & Johnson - che hanno tutte aperto uffici nell'area compresa tra Fremont e Palo Alto. Ditte che si vanno ad aggiungere a società come la Genentech, la Sri e la Clontech.

La vista da Mount Sutro a San Francisco è di quelle mozzafiato. All’orizzonte, le nuovole si levano massiccie dall’oceano Pacifico e vanno lentamente ad addensarsi sul quaritere di Sunset. In basso, giusto sopra il tetto della University of California San Francisco, sorgerà il futuro Centro di Ricerca per la Medicina Rigenerativa. Progettato dall’architetto Rafael Vinoli, il centro si snoderà lungo il versante occidentale della montagna. Pensato come un giardino pendente è destinato a diventare il cervello del nascente California Institute for Regenerative Medicine.

Dall’alto delle colline di La Jolla, il nuovo edificio del centro per la ricerca staminale dello Scripps Research Insititute, una volta completato, potrà essere confuso con uno dei tanti grandi hotel per villeggianti facoltosi che si addensano a ridosso della riserva naturale di Torrey Pines, paradiso dei golfisti californiani. E infatt,i ad osservarlo dal green del club circostante si ha l’impressione che gli scienziati siano dei golfisti piuttosto che dei ricercatori. Tanto vicino è il campo che potrebbero da un momento saltare sul verde per fare una partita.

All’Università di Stanford, l’Istituto di Medicina Rigenerativa sorgerà alla periferia del quadrangolo in stile moresco che circonda il campus, non lontano dal sentiero che seguirono i conquistadores spagnoli quando si avventurarono per la prima volta verso il Nord della California. Alla Berkely University invece l’istituto aggiungerà due piani al già massiccio Li Ka Shing Center for Biomedical and Health Research. A pochi passi dal campanile dell’università, il laboratorio avrà un’esposizione ideale alle sinfonie—unico del suo genere negli USA—che l’orologio della torre scandisce tre volte al giorno.

Stanford, San Francisco e La Jolla, sono solo i principali punti cardinali di quella che i media cominciano a definire la “Stem Valley”, ovvero la valle delle staminali. Una valle dove si realizza una commistura unica al mondo tra informatica, nanotecnologie, biotecnologie, genetica e capitali di ventura. Una valle inoltre che condivide gran parte dei confini con la più famosa Silicon Valley e che ha diramazioni che si addentrano come dendriti nelle zone più remote dello stato da Davis, a San Diego, Fresno e Irivine.

Che questa nuova Valley potesse divenire una realtà, fino all’inizio di quest’anno era apparso difficile. Ma dopo 4 anni di battaglie legali, e il rischio di finire sul lastrico ancor prima di diventare operativo, questa primavera, il California Institute for Regenerative Medicine (CIRM) ha cominciato finalmente a spendere i tre miliardi di dollari che i votanti californiani gli avevano assegnato nel 2004.

Percorso singolare quello del CIRM. Nato dalla battaglia per la legalizzazione della ricerca sulle staminali in California, l’istituto gode—unico al mondo–di un mandato popolare e le sue attività sono difese dalla costituzione dello stato.

Voluto da una cordata di carattere ecumenico, che oltre ai politici e gli accademici, includeva anche i genitori di bambini che soffrono di malattie degenerative, capitalisti di ventura e maganti di Hollywood, il CIRM era rimasto impegolato in una serie di battaglie legali. Solo a maggio, dopo aver finalmente ricevuto il nulla osta della corte d’appello californiana, l’istituto ha elargito i primi 500 milioni di dollari.

Nel 2001, la Casa Bianca decise di abolire i finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali. Una mossa questa che rischiava di causare un arretramento irrimediabile dell’industria biotecnologica degli Stati Uniti danneggiando particolarmente la California dove risiedono oltre il 50% delle aziende che operano in questo campo.

Costretti ad utilizzare linee staminali contaminate e vecchie, i ricercatori californiani stavano già perdendo terreno sul resto del mondo: accettare la proibizione della Casa Bianca sarebbe stato come cantare il De Profundis.

Ad offrirgli l’opportunità di sconfiggere l’oscurantismo di Bush furono una senatrice di Sacramento, la democratica Deborah Ortiz, e tre personaggi di rilievo nel panorama industriale californiano: il regista-produttore Jeffrey Zucker- “Ghost”, “Airplane” e “Top Secret” -il finanziere Robert Klein e il costruttore Tom Coleman. Genitori di giovani affetti dal diabete giovanile, i tre temevano che una volta bloccata la ricerca sarebbe svanita anche la possibilità di sviluppare cure genetiche in grado di aggredire questo male. La Ortiz, da parte sua, era preoccupata che il bando avrebbe escluso la California dal nascente campo della medicina rigenerativa.

Proprio in quei giorni la conferma era venuta in una lettera aperta ai politici americani di Timothy McCafrey. Genetista della George Washington University, McCafrey aveva scritto che la proibizione avrebbe causato l’esodo di cervelli dagli states e compromesso la leadership scientifica del paese. “La decisione di rivolgersi direttamente agli elettori con un referendum popolare, ci sembrò naturale”, racconta Robert Klein, che intanto è presidente del comitato di sorveglianza del CIRM, “nnon nutrivamo dubbi che la gente si sarebbe espressa a favore”.

Così, durante una cena all’Esquire Grill, uno dei maggiori risoranti di Sacramento, nacque la “Proposizione 71”, il “California Stem Research and Cures Act”, con l’obiettivo di fare della ricerca sulle staminali un’attività protetta dalla costituzione, impegnando inoltre lo stato a varare un piano decennale di finanziamento dal valore di 3 miliardi di dollari. Zucker, Klein e Coleman, presero la guida dell’inziativa. Il comitato aveva deciso che sarebbe stato meglio se la campagna fosse stata gestita dai pazienti e dai loro familiari.

Un altro incontro, questa volta a casa dei Zucker, fu organizzato per mettere a punto la strategia della campagna. Vi parteciparono gente come Sherry Lansing, ex presidente della Paramount Motion Pictures, socia di Tom Cruise e attivista per la prevenzione del cancro; Lucy Fisher, produttrice di “Gladiator”, “Memory of a Geisha” e “Jarhead”, anch’essa sostenitrice della medicina rigenerativa; John Doerr, uno dei maggiori capitalisti di ventura di Silicon Valley; Larry Goldstein della UC San Diego; Evan Snyder del Burnham Institute for Medical Research e Irv Weissman della Stanford University. “S’era creata una situazione alla sovietica”, dichiara Weissman, “quando Stalin forzò i genetisti russi a cercare rifugio in America, non potevamo permetterlo”.

Il lancio della campagna per la raccolta delle firme fu preceduto da una serie di sondaggi d’opinione. Costati oltre 3 milioni di dollari -versati tutti di tasca propria dai promotori - dimostrarono che i californiani avrebbero approvato la misura e stanziato i 3 miliardi di dollari di finanziamento necessari alla realizzazione del CIRM. Inoltre, era evidente che più si familiarizzava con la ricerca sulle staminali e più il pubblico sarebbe stato propenso a votare a favore del referendum. Così i promotori organizzarono una campagna educativa. “Capimmo che la gente non comprendeva la ricerca sulle staminali, particolarmente la parte legata all’uso degli embrioni”, dichiara Klein, “molta gente confondeva l’embrione con il feto. E tantissimi non sapevano che gli embrioni usati per ricavare la ricerca sarebbero stati distrutti comunque”.

Dopo otto mesi per formulare la legge e 35 milioni di dollari di investimento (tanto costerà alla fine la campagna a favore della Proposizione 71), nel novembre del 2004 i californiani approvarono al 59% la creazione del CIRM dotandolo di un finanziamento decennale di 3 miliardi di dollari. “Il passaggio della Prop. 71 fu una sorta di bomba atomica politico-scientifica”, afferma Michael Bellomo, autore di “The Stem Cell Divide”, “fece passare la ricerca sulle staminali dal regno dell’utopia a quello della fattibilità”.

Ma la vittoria alle urne non era bastata a tacitare gli oppositori. La People’s Advocate, la National Tax Limitation Foundation e il California Bioethics Council, tre organizzazioni della destra sociale dello stato, decisero di fare ricorso. Sostennero che il referndum era incostituzionale e che non contemplava meccanismi credibili di controllo del CIRM. Lamentarono che il comitato di controllo e il consiglio di amministrazione, registravano una forte presenza dei rappresentanti delle istituzioni che avrebbero beneficiato maggiormente dei finanziamenti dell’istituto. “Un timore non del tutto infondato”, ritiene Bellomo, “il CIRM è il risultato di uno strano connubio di interessi pubblici e privati”.

Ne è scaturita una battaglia legale che aveva impedito al CIRM di emettere i BOT con i quali finanziare i vari progetti di ricerca. Gli sono venuti in aiuto un gruppo di filantropi e Arnold Schwarzenegger, il governatore repubblicano dello stato. I primi con doni che supervano i 50 milioni di dollari mentre il secondo autorizzò il prestito di 200 milioni di dollari agli amministratori del CIRM. Milioni che vennero investiti in una serie di progetti inziali.

Poca cosa però al confronto del boom dell’edilizia per la ricerca genetica che avrà luogo, grazie ai finanziamenti del CIRM, a livello satatale da quest’anno. Saranno 1150 i milioni di dollari, di cui 800 versati da benefattori privati e dalle università californiane, che verranno investiti nella costruzione di vere e proprie città della ricerca staminale. Stanford spenderà 200 milioni di dollari, di cui 47 elargiti dal CIRM, per costruire il nuovo Centro per la Medicina Rigenerativa e Staminale: 4 piani con spazio per una ventina di equipe di ricerca. La UCSD, che riceverà 41 milioni di dollari, è impegnata nella costruzione di un laboratorio da 115 milioni di dollari. La UCSF spenderà 109 milioni di dollari, 40 elargiti dal CIRM. La Berkely University invece userà i finanziamenti del CIRM per completare un nuovo centro medico da 256 milioni di dollari.

“Grazie al CIRM la California è diventa un magnete internazionale per scienziati e aziende biotecnologiche”, dichiara Snyder, “un fatto vantaggioso anche per la comunità perché l’arrivo di tanti talenti causa un innalzamento del dibattito cuturale e del benessere generale”. E di talenti ne arrivano a bizeffe. Peter Donovan, uno dei principali ricercatori della Johns Hopkins University ha lasciato Baltimora per la UC Irvine. Mertin Pera, uno dei maggiori ricercatori mondiali nel campo delle staminali, si è trasferito dall’Australia alla USC di San Diego. Anche professionisti meno famosi come Laura Elias, Holger Willennbring, Su Gao e Julio Ramirez hanno scelto laboratori californiani.

“S’è creata una situazione molto dinamica”, continua Snyder, “E se ne avantaggeranno sopratutto i californiani”. La California infatti riceverà una fetta sostanziosa degli introiti generati dai brevetti e dai farmaci che verranno sviluppati dai laboratori del CIRM mentre gli stessi farmaci i californiani li otterranno a prezzi di favore.

“Arriva Staminal Valley, il centro mondiale della ricerca staminale”, IFAF, 02 ottobre 2008

“Staminali effetto Obama”, Il Cannocchiale, 24 febbraio 2009

“La medicina rigenerativa avanza (in California)”, Estropico, 25 febbraio 2009

“UCSF to get Broad Foundation gift for stem cell center”, San Francisco Business Times, 17 dicembre 2008

In un articolo pubblicato su Nature - “Science, Dogmas and the State”, la ricercatrice Italia Elena Cattaneo, direttore del Centro di ricerca sulle cellule staminali dell’Università degli Studi di Milano, denuncia la “connection anti-scientifica”: “La distorsione delle informazioni che riguarda le ricerche sulle cellule staminali, attuata in Italia da esponenti politici e gruppi religiosi, sta danneggiando il Paese attraverso leggi restrittive e distrazione dei fondi. Oltre a fornire una percezione sbagliata della ricerca biomedica”.

La Cattaneo chiama in causa sia “le gerarchie del Vaticano che i politici di ispirazione cattolica”. Il risultato emblematico della distorsione delle informazioni sulle staminali embrionali è, per Cattaneo, la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita, norma che ha vietato l’uso degli embrioni sovrannumerari ottenuti con le tecniche di fecondazione. “nonostante un’inchiesta condotta nel 2006 dall’Eurobarometro avesse evidenziato come oltre il 60% degli italiani fosse a favore della ricerca sulle staminali embrionali - ricorda la scienziata- il referendum per abrogare la legge 40 non raggiunse il quorum”.

La Cattaneo cita anche il libro “Staminalia: le cellule etiche e i nemici della ricerca”, del giornalista de Il Sole24ore Armando Massarenti, in cui si raccontano le dispute politiche e bioetiche che agitano il nostro Paese da un punto di vista apertamente transumanista, in difesa della libertà della ricerca e in favore della “rivoluzione medica del XXI secolo”

L’autrice punta in particolare l’attenzione sulla falsità secondo la quale le staminali embrionali umane si sarebbero rivelate sperimentalmente del tutto inutili, essendo ormai praticamente abbandonate. Come Nature autorevolmente ribadisce e come ha ripetuto a chiare lettere lo stesso scopritore della tecnica di riprogrammazione genetica capace di far regredire cellule adulte allo stadio di staminali simil-embrionali pluripotenti (iPS), Shinya Yamanaka, si tratta di affermazioni prive di qualsiasi fondamento, introdotte nel dibattito per generare confusione e inquinarlo con falsi argomenti.

Ricordiamo che cosa scrive Yamanaka in un articolo dal titolo inequivocabile “New advances in iPS cell research do not obviate the need for human embryonic stem cells”: “Gli sviluppi sulle cellule iPS non sarebbero stati possibili senza i molti anni dedicati alla ricerca sulle cellule staminali embrionali umane. Non possiamo sostenere il concetto che la ricerca sulle cellule iPS possa proseguire senza la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane”.

Il 24 gennaio 2009, in un’intervista al Corriere della Sera, Monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e rettore della Lateranense, commentando aspramente le prime decisioni del presidente statunitense Barack Obama, a proposito di ricerca sulle staminali, afferma, senza l’ombra di un contraddittorio, che: “In tutto il mondo gli scienziati spiegano che la ricerca sulle staminali adulte funziona mentre quella sulle embrionali non va da nessuna parte”. Insistere su queste ultime “significherebbe imboccare un vicolo cieco indicato dall’ideologia e non da una valutazione scientifica”.

Come chiunque può verificare accedendo alla letteratura scientifica di riferimento, si tratta di un totale e inaccettabile stravolgimento della realtà. Come ha scritto la Cattaneo sul Sole24Ore del 16 novembre 2008: “Usare l’argomentazione falsamente scientifica, sfruttando una posizione da guida morale (e dunque non discutibile) per deformare il piano della discussione significa interferire in un campo di ‘non competenza’ (intesa come conoscenza scientifica)” (Domenicale, p. 39).

“Science, dogmas and the state”, bioetiche, 24 novembre 2008

“Le menzogne di Mons. Fisichella”, 03 febbraio 2009

Al di là delle dispute, la verità è che il “commercio di cellule” corre persino più in fretta dei progressi scientifici.

Accanto alle banche private del cordone ombelicale, che funzionano già da qualche anno, sono nate delle società che conservano cellule ottenute da denti da latte, dal sangue mestruale e anche dal grasso corporeo, per un eventuale uso del donatore quando fossero disponibili delle applicazioni terapeutiche.

La realtà indica che, di tutte le cellule staminali adulte, le uniche ad avere un uso clinico per la stessa persona sono quelle del cordone ombelicale - per trattare alcune leucemie, e in casi eccezionali. E rispetto a loro future applicazioni, buona parte della comunità scientifica sostiene che i campioni conservati nelle banche private non verranno mai usati. Tra l'altro perché i lavori più promettenti seguono un cammino diverso dalle cellule staminali adulte.

Tuttavia, l'entusiasmo per le cellule staminali, alimentato da pubblicità mirabolanti che prospettano prezzi abbordabili per molte famiglie, ha trasformato l'opzione d'inviare i materiali in banche private in un fatto sempre più abituale.

In Spagna, ad esempio, circa 25.600 done hanno inviato le cellule del cordone ombelicale dei propri figli in banche private a un prezzo che oscilla tra 1.300 e 2.000 euro per 20 anni di conservazione. Benché queste strutture esistano anche in Spagna, la stragrande maggioranza delle famiglie (25.000) ha optato per centri all'estero onde evitare la normativa nazionale che obbliga a condividere i campioni di cellule con coloro che ne avessero bisogno, e per essere sicuri, invece, di poterle usare solo per i loro figli in caso di necessità.

Josè Maria Ferrer e Raquel Prat sono una di queste coppie. Hanno affidato a una banca belga la conservazione delle cellule staminali della loro figlia Vega. "Ci hanno detto che in futuro si potranno usare per creare tessuti o curare malattie e che servono già per trattare leucemie", riferisce la madre. Il cordone di Vega non aveva un numero sufficiente di cellule per rendere conveniente la loro custodia. Ma se i suoi genitori rimarranno fermi nell'idea di conservare le cellule della piccola, lo potranno fare tra qualche anno quando a Vega cadrà il primo dentino da latte.

Le banche del cordone ombelicale sono le più diffuse. In Spagna ce ne sono una dozzina. Ma esistono altre modalità di conservazione. La società americana Bioeden tratta le cellule staminali della radice dei denti e le congela in banche simili a quelle del cordone ombelicale. "Un giorno, la fata dei denti potrà salvare la vita dei tuoi figli", recita la pubblicità sulla sua pagina web. La tariffa per l'Europa è di 1.000 euro per dente, più 95 l'anno.

Ancora più esotica è l'offerta di C'Elle che, con lo slogan "il tuo miracolo mensile", tratta il flusso mestruale (378 euro per campione e 75 all'anno) per preservarne le cellule staminali che "potenzialmente potrebbero salvarti la vita". Altre aziende, come la Clinica Planas, hanno dato un ulteriore impulso al mercato: il centro spagnolo offre ai clienti che si sottopongono a liposuzione, la possibilità di conservare il grasso ed estrarvi cellule staminali "per beneficiare delle applicazioni della medicina rigenerativa" in un futuro "più o meno prossimo", per 1.500 euro e una quota annuale di 100.

L'ottimismo che trasmettono i messaggi commerciali di queste società si scontra con l'utilità che la scienza, oggi come oggi, può attribuire in concreto alle cellule. Le uniche applicazioni terapeutiche delle cellule staminali conservate nelle banche sono quelle che derivano dal cordone ombelicale. Esse servono per trattare persone con malattie del midollo osseo, come, per esempio, leucemie. Però - e qui sta il problema - le cellule staminali s'impiegano per curare il midollo altrui e molto raramente il proprio.

In tutto il mondo sono stati registrati 8.000 trapianti con sangue donato da altri, a fronte di quattro casi di autotrapianto (con cellule proprie provenienti da banche private). Con questi dati, "gli esperti sconsigliano di conservare il sangue del cordone, in Spagna abbiamo un'eccezionale banca pubblica che copre le necessità”, dice Josè Lopez Barneo, direttore dell'Istituto di Biomedicina di Siviglia.

Nel caso di cellule mesenchimali, prelevate dal grasso, dal sangue mestruale o dalla polpa del dente da latte, oggi al massimo esistono dei saggi clinici. Alcuni dei più interessanti sono quelli che si sviluppano con tessuto adiposo per migliorare la cicatrizzazione in interventi chirurgici o che sono relativi all'imbottitura nella chirurgia estetica, come segnala Carlos Simon, direttore del Banco Nacional de Lineas Celulares del Centro di Ricerche Principe Felipe de Valencia.

Per il futuro, il principale richiamo commerciale delle banche private di cellue staminali sono i possibili progressi scientifici che si potranno avere nella medicina rigenerativa, che mira a manipolare le cellule staminali per curare tessuti e organi. Ma è probabile che le terapie che potrebbero nascere con questa tecnologia non passeranno per i materiali conservati nelle banche.

Secondo il direttore del Centro di Medicina Rigenerativa di Barcellona (CMRB), Juan Carlos Izpisua, il lavoro realizzato finora con le cellule staminali adulte (quelle congelate) "è lontano dalla clinica".

La tecnica che consente di riprogrammare cellule adulte in staminali che si comportano come embrionali (capaci di trasformarsi in 220 distinti tipi cellulari e, quindi, di creare qualsiasi tipo di tessuto), senza dover ricorrere a nessuna cellula congelata né a procedimenti complessi, ha segnato una svolta decisiva.

"In 10 anni di ricerche con cellule staminali non abbiamo curato nessuna malattia ma ora con la riprogrammazione si potrebbe farlo", chiarisce Izpisua. Il suo laboratorio, in collaborazione con quello di Juan Bueren del Centro di Ricerche Energetiche, Ambientali e Tecnologiche (CIEMAT) di Madrid, è uno di quelli che si è spinto più lontano con questa tecnica. Fino al punto da sviluppare in laboratorio tutti i passi che permettono, partendo da una cellula di un capello di una persona affetta da una malattia genetica del sangue (anemia di Fanconi) di riportarla allo stadio equivalente a quello di una cellula staminale embrionale. Ma va ancora più in là, nel poter correggere l'alterazione genetica che ha causato la malattia e trasformarla in una cellula del sangue capace di produrre ogni tipo di linea cellulare (globuli rossi, bianchi e piastrine) e di, in teoria, usarla per curare chi ha perso i capelli.

È quanto sostiene Izpisua: "Credo che sia il momento d'avviare un dialogo tra il laboratorio di scienza di base e la clinica".

Questo percorso eliminerebbe di colpo la necessità di conservare cellule staminali per ipotetiche applicazioni nella medicina rigenerativa. Perché pagare per consevare cellule staminali adulte se si possono avere cellule capaci di generare qualunque tessuto partendo da un semplice capello? "Non sarei così perentorio", commenta Izpisua, "di sicuro finora non ci sono chiare evidenze che ci si possa servire di queste cellule, ma non si può mai sapere. Bisogna sempre essere aperti alla scienza".

Il direttore dell'Organizzazione Nazionale dei Trapianti, Rafael Metesanz, dà un'interpretazione sociologica: "Il fenomeno di conservare sempre più materiali biologici s'inquadra nella filosofia di una società ricca".

Insomma, il commercio di cellule è da considerare come un qualsiasi altro elemento di consumo. Anche perché avviene sempre più spesso che il costo della donazione del cordone ombelicale se l'assumino i nonni, gli zii o i padrini del neonato, come si fa in molte famiglie con la carrozzina, la culla e il resto del corredo del bebè.

Ma come difendersi dai ciarlatani?

Ci sono società che offrono, attraverso la Rete, prodigiosi preparati di cellule staminali derivate da feti (non dicono come li ottengono) che servono per trattare tante malattie, dal cancro alle lesioni del midollo, l'epilessia e persino la sindrome di Down. "Sono autentici ciarlatani, non danno nessuna spiegazione scientifica dei trattamenti per i quali chiedono 25.000 euro a iniezione", dice Carlos Simon.

Non è raro leggere su pagine web anche di alcune banche private di cellule staminali delle mezze verità o argomenti confusi e imprecisi nascosti sotto la speranza insita nella medicina rigenerativa. Ad esempio, la Bioeden, la banca di cellule di denti da latte, dice apertamente che "le ricerche con le cellule staminali sono la via più promettente per curare malattie severe", o che "possono offrire un rimedio al parkinson, alzheimer, diabete giovanile, lesioni della colonna, sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica, oltre che al cancro e ai disturbi cardiaci".

A Bangkok, un gigante biotech cinese offre trattamenti a base di staminali estratte dal cordone ombelicale

«Siamo arrivati a Bangkok il primo aprile 2008 e nostro figlio è stato sottoposto ad un trattamento di sei iniezioni di cellule staminali cordonali. Al nostro ritorno in Italia, il 5 maggio, abbiamo riscontrato diversi cambiamenti: il bimbo ha un tono muscolare più rilassato, ha più appetito, riposa di più (e anche noi di conseguenza) e poi reagisce molto di più alle luci e riesce a vedere le ombre: prima aveva gli occhi fissi ed ora segue i movimenti di chi gli sta intorno in un raggio di tre metri. Siamo stupefatti. Ora siamo in attesa di altri cambiamenti che gli possano in futuro far vivere una vita normale».

Alessandro e Michela, di Sassari, sono i genitori di Kevin, 2 anni, nato con tetraparesi spastica e ipoplasia del nervo ottico (non vedente, quindi). Da quando è nato ha subito quattro interventi: reni, cuore, tumore benigno alla vescica, ricostruzione dell'organo genitale. Poi Bangkok. Ora i genitori sperano.

Ma Kevin non è il solo. Malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), giovani con la sclerosi multipla, bambini con l'atrofia midollare, ventenni sulla sedia a rotelle per un trauma alla colonna vertebrale. Oltre cento gli italiani trattati, per lo più nel 2008, con le staminali da cordone ombelicale cinesi nell'ospedale di Bangkok, in Thailandia.

Guariti? No. Per ora solo migliorati. Così come Razvan Iordache, ventenne rumeno, tetraplegico dopo un brutto tuffo in acqua: osso del collo rotto. Ora muove la parte alta del tronco, mangia da solo, respira. La tv rumena ha raccontato la sua storia, un miliardario ha creato una fondazione e già circa 120 rumeni si sono curati a Bangkok. Ma anche 150 americani. E francesi, tedeschi, olandesi. In tutto quattromila trattati, tremila cinesi, i pazienti ricorsi all'infusione di cellule staminali da cordone ombelicale.

Ricovero di circa un mese con riabilitazione. 6.000 euro tutto incluso. Le malattie trattate? L'elenco diffuso dal gigante biotech cinese Beike comprende: Alzheimer, atassia (spinocerebellare e di Friedreich), traumi cerebrali nei bambini e a certe condizioni negli adulti, paralisi cerebrali, sclerosi multipla (Sm), distrofia muscolare di Duchenne, traumi spinali, atrofia muscolare spinale (Sma), tetraparesi spastica, sclerosi laterale amiotrofica all'esordio (Sla), il piede diabetico, l'ischemia degli arti inferiori. E patologie oftalmiche: il trattamento dell'ipoplasia del nervo ottico e la retinite pigmentosa. Aggiunge Andrea Mazzoleni, della Beike Europe, sede in Svizzera: «Anche le lesioni traumatiche al nervo ottico sono affrontabili, a patto che il nervo sia ancora collegato all'occhio e al cervello».

La banca di cellule staminali più grande al mondo è a Taizhou, provincia di Jiangsu. È della Shenzhen Beike Biotechnology, fornisce cellule staminali per trattamenti medici ad almeno venti centri ospedalieri. Si è partiti con la banca di staminali da cordone ombelicale, dalla placenta, dalla membrana amniotica, dal midollo osseo. In futuro produrrà anche cellule staminali pluripotenti indotte (Ips), derivate dalla «riprogrammazione» di cellule adulte. Senza toccare gli embrioni.

La Repubblica Ppolare Cnese si sente leader e non vuole errori: ha ordinato ai manager di applicare gli stessi standard della Aabb, l'American association of blood banks (Associazione delle banche americane del sangue), per evitare rischi da malattie trasmissibili. Rigidi anche nell'accettare i pazienti, nonostante il business. Selezione severa.

Molti scienziati occidentali sono però scettici: «Le staminali cordonali non sono capaci di generare cellule di altri tessuti in misura significativa. I benefici? Transitori. Probabilmente dovuti a fattori, rilasciati dalle cellule trapiantate, in grado di ridurre l'infiammazione e di aiutare la sopravvivenza delle cellule malate. Che però difficilmente saranno sostituite ».

Replicano dalla Beike: «Le cellule staminali comunicano con quelle del paziente mediante segnali chimici, scambiandosi informazioni e istruzioni. E sono proprio questi messaggi a dire alla staminale quando attivarsi e che cosa diventare. Identificare le istruzioni è uno degli obiettivi della ricerca. Solo così si potranno ottenere in vitro tessuti per il trapianto o, addirittura, arrivare a sfruttare queste molecole per stimolare nel paziente la crescita controllata di un organo danneggiato».

Anche Nature si è accorta della Beike, analizzando il considerevole numero di pazienti trattati con apparenti buoni risultati. Duecento le richieste al mese, rifiutate nel 60% per cento dei casi. E il costo? Non è alto? Risponde Mazzoleni: «In una recente statistica pubblicata da Cittadinanzattiva viene indicato un costo medio per trapianto di cellule staminali di 6.000 euro. È quanto si paga in Germania, con le staminali adulte infuse in ambulatorio senza ricovero. Alla stessa cifra per la Beike c'è circa un mese di degenza in clinica per due persone, la riabilitazione, l'agopuntura, l'assistenza medica, gli esami effettuati, le terapie somministrate e i trapianti di cellule staminali a 10-15 milioni per volta». E, in alcuni casi, c'è stato anche il rimborso dal sistema sanitario italiano: come cure specialistiche all'estero.

Secondo uno studio del Dr. Doug Brown della Multiple Sclerosis Society, iniezioni di cellule staminali possono capovolgere gli effetti invalidanti della sclerosi multipla

Quattro su cinque adulti ai primi stadi della SM a cui erano state iniettate cellule staminali prese dal loro midollo osseo hanno visto un miglioramento dei sintomi dopo tre anni, il resto dei pazienti ha visto stabilizzarsi le proprie condizioni.

non solo la progressione della disabilità viene fermata ma che il danno appare essere capovolto; le cellule staminali stanno mostrando sempre più potenziale nel trattamento della SM. La sfida che ora devono fronteggiare è quella di provare la loro efficacia nei tentativi in cui sono coinvolte un gran numero di persone.

Studi precedenti avevano mostrato che il trattamento con le cellule staminali poteva stabilizzare la SM ma non avevano suggerito che potesse rovesciare la condizione.

La SM è la condizione neurologica disabilitante più comune; Il danno alla mielina, la membrana protettiva che circonda le fibre nervose, porta a difficoltà nel controllo delle sensazioni e dei muscoli. Gli studiosi avevano progettato questo studio per vedere se iniezioni di cellule staminali si sarebbero trasferite dal midollo osseo a quelle parti del sistema nervoso danneggiate dalla SM e le avrebbero aggiustate. Tra i 21 uomini e donne dell’esperimento, di età compresa tra i 20 e i 53 anni, 17 sono migliorati nel grado di disabilità nell’arco di tre anni e nessuno di loro ha riportato un peggioramento. Il resoconto riportato su Lancet Neurology Medical Journal dice che la tecnica sopprime le cellule che causano il danno ed effettivamente “resetta” il sistema immunitario.

“Il mercato con le cellule staminali corre più della scienza”, ADUC, 30 Gennaio 2009

“US Approves 1st Stem Cell Study for Spinal Injury”, Zangani, 23 gennaio 2009

“Più di 100 gli italiani curati» in Thailandia”, corriere, 01 febbraio 2009

“Razvan Iordache”, China Stem Cell News, 14 aprile 2006

“Iniezioni di cellule staminali per i malati di sclerosi multipla”, informazione, 30 gennaio 2009

Sarà. Intanto però è venuto alla luce il caso di un ragazzo israeliano che dopo essere stato curato con le cellule staminali per una rara malattia genetica ha sviluppato due tumori benigni.

Il giovane, secondo quanto riportato da PLOS Medicine, nel 2001 ha ricevuto in un ospedale di Mosca un trapianto di staminali (all'epoca aveva appena 9 anni) per curare l'atassia, patologia che attacca le aree del cervello che sovrintendono ai movimenti e alla parola. Quattro anni più tardi i medici hanno scoperto che il giovane era stato colpito da due tumori al cervello e al midollo spinale.

Tumori che, una volta rimossi e analizzati, hanno dimostrato con sufficiente certezza di essere derivati direttamente dalle cellule staminali impiantate anni prima. I ricercatori ora temono che oltre al rischio tumore, la terapia con le staminali possa portare ai pazienti infezioni virali e altri agenti patogeni.

Il calvario del giovane israeliano è stato drammatico: dopo aver ricevuto tre cicli di iniezioni di cellule staminali nel cervello e nel fluido che circonda la colonna vertebrale, ha cominciato a lamentare atroci mal di testa. Quattro anni dopo la prima iniezione, il suo medico al Sheba Medical Centre di Tel Aviv ha trovato due tumori - uno nella colonna vertebrale e una nel cervello - nello stesso posto dove erano state effettuate le iniezioni.

I donatori delle staminali, secondo gli scienziati, potrebbero in qualche modo aver «passato» al ragazzo il tumore.

Sui rischi delle staminali ha messo in guardia anche lo scienziato Stephen Minger, del King's College di Londra, secondo cui «bisogna essere prudenti, abbiamo bisogno di avere un monitoraggio a lungo termine e un follow-up dei pazienti con una rigorosa regolamentazione dei centri di terapia cellulare. Stando attenti soprattutto alla qualità delle cellule staminali utilizzate».

“Curato con cellule staminali: sviluppa due tumori”, Corriere, 18 febbraio 2009

“Fetal stem cells trigger tumors in ill boy”, msnbc, 17 febbraio 2009

"Credono di essere immortali... sono convinti di meritarsi l’immortalità”.

Il XXI secolo volge al termine. Un "complesso medico industriale" domina l’economia planetaria grazie al controllo delle ricerche sull'immortalità.

I successi ottenuti dalla biomedicina consentono di allungare enormemente il ciclo vitale degli esseri umani attraverso procedimenti che sembrano destinati a scoprire il segreto della vita eterna.

Il potere è nelle mani di una gerontocrazia composta da postumani centenari che controlla le tecnologie più avanzate, mentre le nuove generazioni sono alla disperata ricerca di una propria identità

Mia Zieman, novantaquattro anni, tipica rappresentante della classe sociale dominante, decide di sottoporsi al più estremo e doloroso trattamento per ringiovanire e vivere per sempre: il DCDNT, un metodo drastico quanto rivoluzionario, in grado, a differenza dei precedenti, di rigenerare le cellule invecchiate, ma che può alterare l’equilibrio psichico.

Dopo l’intervento, entra in scena la ventenne Maya che sfugge al controllo dello staff medico e diventa una fuorilegge, intraprendendo un viaggio iniziatici attraverso Monaco di Baviera, Stoccarda, Praga, Roma, incontrando una variegata galleria di personaggi, costituita da derelitti e anarchici che manifestano tutto loro disprezzo nei confronti dell’odiata gerontocrazia di cui Maya faceva parte.

In particolare, entra in contatto con un gruppo di artisti e intellettuali dissidenti capeggiato dal brillante Paul che cercano nell’arte quel "fuoco sacro", alla base di ogni processo creativo, che l’umanità sembra avere del tutto smarrito.

(Bruce Sterling, “Fuoco Sacro”, Fanucci, 1997)

Un gruppo di scienziati della Facoltà di Medicina della Christian-Albrechts-University di Kiel (Germania) ha individuato una variante del gene “FOXO3A” comune in tutto il mondo nelle persone che vivono per 100 o più anni.

Lo scorso anno, uno studio di un gruppo di ricercatori americani, guidati da Bradley J. Willcox, aveva indicato indicato una maggiore frequenza della variante genetica in questione negli americani di origine giapponese che hanno vissuto per 95 o più anni.

Gli scienziati tedeschi hanno confrontato i campioni di DNA prelevati da 388 centenari con quelli prelevati da 731 persone giovani osservando che una mutazione del gene FOXO3A è comune agli ultracentenari, escludendo così che la variante genetica riguardi solo le persone di origine giapponese.

Tra europei e giapponesi ci sono diverse differenze genetiche, ma il gene FOXO3A sembra funzionare allo stesso modo per entrambe le popolazioni.

Almut Nebel, coordinatore dello studio, dichiara: "Possiamo concludere che questo gene è probabilmente un importante fattore di longevità in tutto il mondo".

“Scoperto il gene della longevità”, molecularlab, 23 febbraio 2009

“Topi centenari al Mario Negri”, molecularlab, 12 febbraio 2009

Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Investigation firmato dal team di Ariela Benigni che dirige il Dipartimento di Medicina Molecolare dell'Istituto Mario Negri di Bergamo, punta l'attenzione sulla lunga vita dei topi "matusalemme".

"Gli animali privi del recettore per l'angiotensina vivono quasi il 30% in più di quelli normali; per l'uomo sarebbe come vivere fino a 100 anni e più", dice Giuseppe Remuzzi, coordinatore delle ricerche al Mario Negri di Bergmo.

Per la prima volta viene quindi dimostrato un legame fra angiotensina II, un ormone che regola il tono dei vasi sanguigni e la pressione arteriosa, e durata della vita. L'angiotensina II agisce tramite il legame con determinati recettori, uno dei quali non viene espresso dai topi geneticamente modificati, che così vivono più a lungo. La Benigni spiega che "l'espressione dei due geni della longevità Nampt e Sirtuina 3 è ridotta nelle cellule in coltura in presenza di angiotensina II. Proprio questo ci ha fatto pensare che l'angiotensina condizioni la durata della vita"

"Questi studi”, prosegue Remuzzi, “per quanto fatti nel topo, hanno implicazioni molto pratiche. Abbiamo già farmaci che si legano ai recettori per l'angiotensina e che ne inibiscono la funzione. Sono medicinali molto usati, che hanno pochi effetti collaterali. Oggi si impiegano per abbassare la pressione arteriosa. Se quello che i ricercatori hanno dimostrato nel topo si dovesse confermare nell'uomo domani questi farmaci si potrebbero usare per allungare la vita".

Qualche tempof fa, un team di scienziati sud-coreani annuncià di aver creato la “fontana cellulare della giovinezza”, ovvero una piccola molecola che avrebbe potuto consentire di arrestare l’invecchiamento ed evitare dunque la morte.

Il team guidato dal prof. Kim Tae-kook del Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST) sosteneva che la molecola sintetica chiamata “CGK733” può perfino ringiovanire le cellule (lo studio è stato pubblicato oldine su Nature Chemical Biology).

"Tutte le cellule sono destinate ad una morte inevitabile quando invecchiano. Prima diventano letargiche e alla fine smettono di riprodursi. La CGK733 può bloccare questo processo”, diceva Tae-kook, “abbiamo anche scoperto che il composto sintetico può invertire il processo di invecchiamento rivitalizzando le cellule letargiche. In teoria, si potrà ridare la giovinezza agli anziani ringiovanendo le cellule”.

Secondo Tae-kook, i futuri farmaci a base di CGK733 sarebbero stati commercializzati entro 10 anni. “Bisognerà valutare i possibili effetti collaterali sul corpo umano”, diceva più cautamente il prof. Kim Sung-hoon della Seoul National University.

Il Prof. Tae-kook, invece, era convinto dell’efficacia del materiale sintetico prodotto usando la tecnologia delle nano-sonde magnetiche. “Grazie alla nanotecnologia è possibile identificare con estrema precisione i targets molecolari all’interno di cellule viventi. Ciò ci ha permesso di esaminare direttamente il meccanismo della CGK733’’, assicurava.

Successivamente, nel 2008, si è scoperto che il prof. Tae-kook aveva completamente falsificato i dati. Il professore e i il suo team sono stati sospesi e la Corea del Sud è diventata la patria dei “mercanti di immortalità”.

“Longevity Gene Common Among People Living To 100 Years Old And Beyond”, ScienceDaily, 04 febbraio 2009

“Scoperti due geni della longevità”, molecularlab, 24 settembre 2007

“Professor faked anti-ageing data”, BBC News, 14 marzo 2008

CGK733 fraud - Wikipedia

David Sinclair, professore di patologia della Harvard University, sostiene di aver trovato l’elisir della giovinezza.

Sinclair ha scoperto che il resveratrol, una sostanza chimica che si trova nel vino rosso, allunga la vita dei topi fino a oltre il 24% e di altri animali, compresi moscerini e vermi, fino a circa il 59 %. “Il sistema attualmente in prova nei topi e in altri organismi”, dice, “è molto vecchio dal punto di vista evolutivo per cui suppongo che ciò che funziona nei topi potrebbe funzionare anche negli esseri umani”.

Sinclair pensa che il resveratrol funzioni attivando il gene SIRTI1, che molti scienziati credono giochi un ruolo fondamentale nella regolazione della durata della vita degli animali. I biologi hanno scoperto che, aumentando l’espressione del SIRTI1, si rallenta l’invecchiamento e si evitano alcune malattie collegate, come il cancro e le cardiopatie.

L’incertezza scientifica che a tutt’oggi circonda le asserzioni di Sinclair non lo hanno scoraggiato. Nel 2004 gli bastò un solo pranzo per persuadere il filantropo californiano Paul Glenn a donare 5 milioni di dollari per il nuovo istituto di Harvard sull’invecchiamento, di cui oggi Sinclair è direttore. Sinclair è stato inoltre cofondatore di Sirtris Pharmaceuticals per lo sviluppo di farmaci basati sul resveratrol e ha contribuito a convincere un gruppo di investitori di capitali di rischio a versare 103 milioni di dollari come finanziamento privato.

Alcuni colleghi lo descrivono come un bravo venditore. “Agli scienziati non piace essere chiamati venditori”, dice, “è un insulto”. E aggiunge: “Io credo nel mio lavoro e difendo i miei risultati”.

Nel 2003, uno dei misteri insoluti che affliggevano l’ancora piccolo drappello di ricercatori che si occupavano di longevità era come modulare i geni che controllano la durata della vita. Nel febbraio 2003, in quello che era allora il suo piccolo laboratorio con pochi mezzi a Harvard, Sinclair stava facendo personalmente uno screening quando venne a sapere che i ricercatori dei Biomol Research Laboratories, un’azienda biotech con sede a Plymouth Meeting, in Pennsylvania, avevano osservato che il gene SIRT1 veniva attivato da certi polifenoli, compreso il resveratrol. Sinclair e Konrad Howitz, direttore di biologia molecolare di Biomol, unirono le forze per isolare il resveratrol e testarlo sui fermenti e sui moscerini della frutta.

In un’intervista a Science nel 2004 consolidava la sua reputazione di fanatico attribuendo al resveratrol la nomea di “molecola più miracolosa che possa esistere”. “Fra cento anni, a partire da oggi”, dichiarò, “la gente assumerà giornalmente queste molecole per prevenire malattie di cuore, colpi apoplettici e cancro”.

Quello stesso anno, due scienziati pubblicarono uno studio che metteva in dubbio l’ipotesi secondo cui la restrizione calorica attivi il sir2. Gli allora studenti, Brian Kennedy e Matt Kaeberlein, entrambi biologi all’Università di Washington, sostenevano che, almeno per quanto riguarda i fermenti, la restrizione calorica poteva avere effetti anti-invecchiamento in assenza di sirtuine, gli enzimi prodotti da sir2 e dai suoi omologhi nei mammiferi (come SIRT1). Gli studi pubblicati di lì a poco lanciarono una sfida più pressante nei confronti dell’idea di Sinclair secondo cui il resveratrol simula la restrizione calorica attivando le sirtuine.

Sinclair, nonostante lo scetticismo, si propose di provare che il resveratrol in verità simulava alcuni effetti della restrizione calorica, accordandosi con Rafael de Cabo del National Institute on Aging per sperimentare la sostanza sui topi. I topi vissero da due a tre anni. Quando il resoconto di questi esperimenti comparve l’anno successivo su Nature, i risultati confermavano le convinzioni che Sinclair aveva manifestato circa il resveratrol nei mammiferi: mostravano che i topi sottoposti a una dieta grassa con abbondanti dosi di resveratrol erano sani come i topi trattati con una dieta regolare. Inoltre, il resveratrol aumentava la sensibilità insulinica e la produzione energetica.

Ai topi venivano somministrate dosi sostenute di resveratrol di 22 mg per chilogrammo di peso. Per fare un paragone, un litro di vino ne contiene da 1,5 a 3 mg. Per assimilare il resveratrol nella stessa percentuale dei topi, un essere umano del peso di 68 kg dovrebbe bere circa 1.500 bottiglie di vino (oppure prendere un certo numero di pillole) ogni giorno.

Il rapporto di Sinclair comparve contemporaneamente a una pubblicazione su Cell a firma di Johan Auwerx dell’Istituto di Genetica e di Biologia molecolare e cellulare di Illkirch, in Francia. Il gruppo di ricerca di Auwerx aveva dato ai topi dosi anche più alte di resveratrol: 400 mg per chilogrammo di peso. Questi topi si mantenevano snelli e forti con una dieta molto ricca, con muscoli ergonomici e battito cardiaco degli atleti. Il numero dei mitocondri nelle loro cellule era aumentato con una resa energetica delle cellule migliorata.

Il successo di Sinclair e Auwerx nell’allungare la vita dei topi e nel migliorarne la salute ha parzialmente placato i dubbi dei critici. Tuttavia, qualcuno ha fatto notare che gli esperimenti riguardavano topi sottoposti a una dieta molto ricca e che avrebbero dovuto essere ripetuti su topi a dieta normale.

I critici sottolineano, inoltre, che non si sa se il resveratrol funzionerà negli esseri umani. Secondo Lloyd Demetrius, biologo demografico di Harvard, le forze evoluzionistiche che determinano la durata della vita sono a tal punto radicalmente differenti nei topi e negli uomini che è improbabile che i meccanismi responsabili dell’invecchiamento più lento nei topi abbiano un effetto significativo sugli esseri umani. Demetrius ha studiato la restrizione calorica, non il resveratrol, ma è ancora scettico sull’impiego della sostanza come farmaco. “Credo che i suoi effetti sull’allungamento al massimo livello della vita negli uomini siano pressoché nulli”.

Chi ha creduto alle idee di Sinclair sugli effetti del resveratrol è stato Christoph Westphal, allora socio di Polaris Venture Partners, azienda di Waltham, in Massachusetts. Nonostante i suoi 35 anni, Westphal era già stato cofondatore delle società per azioni Momenta Pharmaceuticals e Alnylam Pharmaceuticals, entrambe di Cambridge, nel Massachusetts, due startup biotech create per lo sviluppo di nuovi farmaci. Westphal contattò per e-mail Sinclair, che stava già pensando a fondare un’azienda.

La Sirtris Pharmaceuticals, Inc ha sviluppato una versione del resveratrol molto più potente, chiamata “SRT501”. Inoltre, ha scoperto nuove piccole molecole che non sono collegate al resveratrol, ma sono migliaia di volte più potenti nell’attivazione delle sirtuine. Finora, gli esperimenti sugli animali hanno dimostrato che i farmaci possono dare un contributo al trattamento dei disturbi neurologici e del diabete.

L’azienda ha poi avviato con successo la prima fase degli esperimenti umani del SIRT501 su pazienti affetti da diabete e ha in programma di testare il farmaco nel trattamento della sindrome di Melas, una malattia rara che accelera l’invecchiamento e causa un letale deterioramento dei muscoli e del cervello.

Per la pillola dell’immortalità bisognerà ancora aspettare.

“The Fountain of Health”, TechnologyReview, 03/01/2006

“A Fountain of Youth in Mitochondria?”, TechnologyReview, 21 settembre 2007

“The Longevity Pill?”, TechnologyReview, 28 novembre 2007

“Resveratrol-like drug works in humans”, reuters, 07 gennaio 2008

“La maggior parte degli individui ora viventi ha buone probabilità di continuare a vivere fisicamente anche dopo la morte, nonché una discreta possibilità, fondata su basi scientifiche, che i corpi surgelati ritornino alla vita e alla giovinezza. Questa prospettiva rappresenta la più grande promessa, e probabilmente anche il più grande problema, di tutta la storia, compresa l'era dell'energia nucleare; tuttavia, sembra in pratica passata inosservata. Questo libro si ripromette di convincere dapprima un notevole numero di scienziati e di profani intelligenti e infine il mondo intero, che la prospettiva dell'immortalità non è un'oziosa congettura […] L'immortalità, nel senso di vita continuata all'infinito, è tecnicamente possibile, non solo per i nostri discendenti, ma anche per noi stessi; essa è praticamente attuabile e non desta nessun nuovo problema insormontabile; ciò è auspicabile sia dal punto di vista dell'individuo sia da quello della società”.

Robert Ettinger, “La Prospettiva dell'Immortalità”

Robert C. W. Ettinger, cominciò ad occuparsi della conservazione di corpi umani a basse temperature nel 1948, ma tali idee cominciarono a circolare negli Stati Uniti solo nei primi anni Sessanta, con la pubblicazione del suo "La Prospettiva dell'immortalità" ("The Prospect of Immortality"), pubblicato in Italia nel 1967 con il titolo ""Ibernazione Nuova Era".

Da allora, Ettinger ha fondato il Cryonics Institute, una delle due principali organizzazioni crioniche internazionali e la pratica da lui inventata, la crionica, ha lentamente attirato l'attenzione di un numero crescente di persone (ad oggi sono alcune centinaia coloro che hanno organizzato la propria "sospensione crionica").

“Alcuni accusano noi immortalisti e transumanisti di arroganza perchè, in passato, esitevano buone ragioni per accettare lo status quo. In altre parole, c'era ben poco che si potesse fare e la rassegnazione era necessaria al mantenimento della salute mentale e della stabilità sociale. Accettare le nostre limitazioni e vivere con le inevitabili contraddizioni è eroico, ci dicono, ma in pratica altro non è che tirare a campare. Gli esseri umani hanno sempre voluto trascendere le proprie limitazioni e spesso hanno avuto successo, anche se limitato (se l'uomo fosse rimasto allo stato "naturale", vivrebbe ancora nudo in una caverna o arrampicato su un albero). Siamo ora sulla soglia dell'era in cui sarà possibile intervenire sullo status quo. La condizione transumana sarà caratterizzata da vita illimitata, senza limiti spaziali, temporali o qualitativi […] Esistono al giorno d'oggi esseri potenzialmente immortali, nella forma di coloro che sono stati criopreservati (congelati). Esistono "super" topi da laboratorio e piante e animali creati con tecniche genetiche. Seri scienziati predicono, nell'arco della nostra vita, l'arrivo di "protesi" che permetteranno il collegamento diretto fra cervello umano e computer. Insomma, il futuro è promettente [...]Ci stiamo avvicinando ad un momento di discontinuità nella storia della specie umana: da una parte si trova l'umanità nella sua presente condizione mortale, dall'altra intravediamo una transumanità immortale. Con qualche sforzo, molti di noi possono attraversare tale barriera”.

Nel 1972, Ettinger pubblica “Man into Superman” in cui discuste una serie di miglioramenti teoreticamenti possibili per l’uomo sempre nella prospettiva dell’immortalità biologica.

“La prospettiva dell'immortalità”, Estropico

“Superata la soglia dei 100 anni così si allunga la vita”, La Stampa, 17 settembre 2007“

Ending Aging: Verso un futuro senza età, Estropico

Un gruppo di neuroscienziati lavora segretamente al progetto Life-Scan portando avanti esperimenti sull'uploading della mente umana. Durante uno di questi esperimenti il cervello dell' agente dell'FBI James Bayley verrà uploadato permanentemente nel mondo virtuale di MAPHIS (Memory Array and Processors for Human Information Storage), un mega-computer che interagisce via software con le menti uploadate e si evolve attraverso l'esperienza

("THE SILICON MAN", Charles Platt, USA, 1991)

La scoperta della fattibilità di impiegare gli "automi cellulari" (simulazioni del comportamento di organismi viventi effettuate su un calcolatore elettronico) per contenere programmi di evoluzione biologica, correlata con la capacità di "polverizzare" la dislocazione temporale del programma di calcolo in quello che si rivela uno sterminato universo virtuale, comporta la possibilità di una vita eterna per quegli umani che hanno duplicato una copia elettronica di se stessi.

Vivendo in un mondo virtuale con Permutation City come connessione, le Copie hanno a loro disposizione uno spazio e una capacità di computo eternamente in crescita e il loro unico problema è la noia, ma anche questà è facilmente superata semplicemente desiderando di non essere annoiati. Incluso nell'automa cellulare c'è l'Autoverse, un altro automa che simula un gruppo semplificato di leggi fisiche e che è stato aggiunto in modo che le Copie possano osservare l'evoluzione della vita artificiale su di un pianeta virtuale modellato all'interno dell'Autoverse.

Dopo miliardi di anni (o migliaia di miliardi di di aggiornamenti dello schema dell'Autoverse, per essere esatti), nasce la vita intelligente e proprio la realtà di Permutation City si trova di fronte al pericolo di venir spazzata via da uno scontro di paradigmi tra le intelligense dell'Autoverse e le Copie.

(“PERMUTATION CITY”, Greg Egan, USA, 1994, Milano, ShaKe Edizioni, 1999)

Peter Hobson è un esperto in ingegneria biomedica, quarantenne, affascinato dai problemi della vita dopo la morte e dalle possibilità di sopravvivenza che la tecnologia offre alla personalità umana.

Tutto comincia quando Hobson realizza un coraggioso esperimento per verificare le sue teorie sull'immortalità creando tre simulazioni elettroniche di se stesso. Al primo alter ego di Hobson è stata cancellata la memoria della sua esistenza fisica: è una simulazione dell'anima. Al secondo è stata tolta la consapevolezza di invecchiare e di morire: è una simulazione dell'immortalità. II terzo invece è un alter ego normale, non modificato.

I tre simulacri di Hobson però non si accontentano di vivere nei ristretti confini della memoria di un computer e sono già fuggiti nell'universo sconfinato delle reti informatiche globali. Ma anche un'esistenza virtuale può non bastare, se la prospettiva è quella di interagire con il mondo vero e proprio. Uno di loro scoprirà qual è la sua vocazione: diventare un killer.

(Robert J. Sawyer, “Killer Online”, Editrice Nord, 1996, ”The Terminal Experiment”, HarperPrism, 1995)

Il dispositivo che ne “Il Sesto Giorno” consente la “sincro-registrazione cerebrale” non è solo fantascienza. Il progetto esiste veramente ed ha anche un nome: “Soul Catcher 2025”.

Il progetto della British Telecom prevede entro il 2025 lo sviluppo di un microchip neurale impiantabile nel cranio dietro gli occhi in grado di registrare pensieri, esperienze e sensazioni della persona. In pratica, di registrare tutti i ricordi di una vita e immagazzinarli in un computer per poi trasferirli in un altro corpo.

"Sarà come una scatola nera che potrà essere utilizzata ad esempio dalla polizia per scandagliare i ricordi di vittime di stupri o omicidi per catturare i criminali”, dice il Dr. Winter, a capo del progetto

The End of Death: Soul Catcher Computer Chip”, The Electronic Telegraph

Prendete un cervello sotto ghiaccio, tagliatelo a fettine sottili non più di dieci nanometri, scannerizzatele una a una e trasferite i dati così ottenuti sul supporto elettronico di un computer neurale. Quindi sistematelo in un corpo organico o inorganico e riattivatelo, o lasciatelo vivere entro la simulazione elettronica secondo la ricetta di Hans Moravec, studioso di robotica e intelligenza artificiale.

Potete anche duplicarlo, come i cloni di Star Wars, salvarne copia in back-up, innestargli un corso d'inglese, di sanscrito o un'intera enciclopedia, e teletrasportare sulla luna l'individuo in questione, ormai trasformato in informazione pura come vagheggiava il padre della cibernetica Norbert Wiener.

“Mind uploading”, si chiama il procedimento descritto. E sarà tecnicamente realizzabile fra quattro, cinque decenni, ci informa Roberto Marchesini, biologo, epistemologo e direttore dei Quaderni di Bioetica, nel suo “Post Human. Verso nuovi modelli di esistenza” (Bollati Boringhieri).

In alternativa alla tecnica dell'affettacervello, si potrebbero iniettare nel corpo nanomacchine capaci di copiare e sostituire i neuroni uno a uno, o attendere l'evoluzione delle odierne tecnologie di monitoraggio quali olografia, risonanza magnetica, interferometria biofotonica, che salverebbero il cervello originale.

In un episodio di Star Trek Next Generation, un genio della cibernetica assetato d'immortalità riesce con l'inganno a trasferire nel computer centrale dell'astronave Enterprise tutti i miliardi di dati e connessioni che fanno sì che lui sia ciò che è: risultato, le informazioni restano intatte ma, annota sconsolato nel diario di bordo il capitano Picard, "si perde l'equazione umana". In altre parole, l'anima.

Secondo i transumanisti, l'anima è puro software, che può essere trasferito di hardware in hardware, "to upload" appunto. La conseguenza di un tale paradosso è che a ritenere impossibile il mind uploading, insomma l'impresa di salvare l'anima nella sua irriducibilità e irriproducibilità, sono proprio quei neurobiologi come Gerald Edelman e Antonio Damasio che rifiutano di pensare la mente come un computer, il cervello come semplice substrato, le attività neurali come esprimibili in algoritmi, e parlano "delle performance cognitive come funzioni totalmente incarnate e della mente, entità assolutamente non separata dalla dimensione biologica".

È la rivincita dei monisti materialisti: salvi l'anima se la tieni attaccata al corpo. Ma quale corpo? Sempre più invaso e pervaso di tecnologia, primo passo sulla via del cyborg. Ibridato grazie agli sviluppi di tecnologie quali l'elettronica molecolare che, spiega Marchesini, "superano gli steccati tra informatica e biotecnologie, carbonio e silicio, organico e inorganico".

Interconnesso in permanenza. Vestito di tecnologia dai progettisti di wearcomputing già all'opera per realizzare biosensori pronti a registrare ogni nostra variazione d'umore, temperatura, sudorazione, pressione, glicemia, e tessuti che cicatrizzano le ferite, alleviano il dolore, assorbono le frequenze ultraviolette, rilasciano ormoni e farmaci, proteggono dai batteri, combattono lo stress, regolano la circolazione sanguigna.

Piaccia o no, ciò che si prospetta è una sorta di riprogettazione dell'uomo, i cui esiti non è dato pronosticare. “Redesigning Humans”, come titola il libro di Gregory Stock, direttore del programma Società, Tecnologia e Scienza dell'Università della California di Los Angeles. La tesi di Stock è semplice quanto disinvolta: "Siamo esseri umani e se le tecnologie lo consentiranno faremo di tutto per migliorare la nostra vita. Molti di noi desidereranno essere più sani, vivere più a lungo, o avere più talento nello sport. E potremo volere tutto questo anche per i nostri figli".

Diceva Henri Bergson, il filosofo del riso e dello slancio vitale, che alla tecnica serviva un "supplemento d'anima". Si esprimeva proprio così, e intendeva che la tecnica fornisce gli strumenti, più o meno neutri, mentre tocca all'anima dettare i fini, gli obiettivi, tutti tesi naturalmente a migliorare le condizioni di vita materiali, sociali, economiche, anche estetiche, certo morali.

"Beh, sono bubbole", attacca Gianni Scalia, italianista, studioso di Martin Heidegger e direttore del trimestrale In forma di parola: "L'anima non c'entra niente. Meglio: non c'entra più niente, non ne resta nulla, è ormai fuori gioco, assorbita essa stessa dalla tecnica, massima detentrice e dispensatrice di indifferenza al bene e al male, al bello e al brutto, all'equilibrio naturale di vita e morte".

Per questo si può indifferentemente progettare la perpetuazione dell'individuo, in quella specie di metempsicosi macchinica che è il mind uploading, e l'esplosione dell'individuo a furia di aggiunte di estensioni percettive e cognitive. Il radicale ridisegno dell'umano descritto da Marchesini e annunciato da Stock avviene poi sì al culmine di un accumulo di conoscenze senza precedenti, ma insieme, paradossalmente, a partire da una tabula rasa di ogni certezza.

Siamo appena ai primi passi nel descrivere l'architettura neurale che provvede alla coscienza; ma intanto lo sviluppo della tecnica prospetta forme di coscienza, identità e individualità che scardinano tutto ciò che in tremila anni di filosofia e religione avevamo presunto di capire di noi stessi.

Cosa ci rimane, dunque, di quella che finora e senza troppe complicazioni, fossimo o no credenti, abbiamo chiamato anima? Del soffio di vento che fa di noi ciò che siamo, l'ànemos dei greci, la neshamah degli ebrei?

Telecomunicazioni, informatica, neurobiologia e le altre discipline a cavallo tra naturale e artificiale tendono a trasformarci, con maggiore efficacia di qualunque sistema totalitario del passato, in semplici appendici di un'infotecnosfera planetaria, come la chiamano i suoi più conseguenti teorici, lasciandoci residui di anima che basterebbe una didascalia a riassumere.

“mutazioni POST HUMAN”, Repubblica delle Donne, luglio 2002

MORTE ALLA MORTE

"Se una condanna a morte di massa è la caratteristica della condizione umana, la ribellione è la sua controparte. Quando rifiuta di accettare la propria mortalità, il ribelle simultaneamente rifiuta di accettare l'autorità che lo fa vivere in tale condizione"

Albert Camus, "The Rebel" ("L'Uomo in Rivolta")

Finché esisterà la morte è inutile anche solo parlare di libertà.

Privata della possibilità di sopravvivenza con mezzi soprannaturali, la psiche laica occidentale è rimasta traumatizzata. La vita sembra assurda e senza senso.

La paura della morte e del nulla si annida dietro la facciata dei nostri pensieri quotidiani. Nonostante le strutture e le istituzioni delle fedi religiose continuino ad esistere, la loro funzione è divenuta vuota e cerimoniale.

I fedeli di ieri si aggirano oggi nei supermercati spirituali alla ricerca di nuove risposte al problema della morte. Uno dei profeti moderni dell'immortalismo scientifico, Alan Harrington, sostiene che "l'anticipazione della morte è divenuto il più importante fattore nel comportamento umano" ("The Immortalist").

Le conseguenze sono inequivocabili. Limitando il nostro orizzonte ad una singola vita, il nulla all'orizzonte aggiunge una nota di disperazione e di urgenza ai nostri progetti. Si avverte un'accelerazione, un senso di non aver piú tempo, se paragonato alla crescente certezza che ció che ci aspetta è l'oblivio.

Senza una prospettiva di continuità, la nostra visione è tronca, il nostro pensiero è dominato da calcoli sul breve termine. Le nostre preoccupazioni per il futuro evaporano quando quel futuro non ha posto per noi.

Eppure, per evitare il crollo psicologico, continuiamo a inventarci strategie di difesa.

L'immortalismo altro non è che la speranza di vita eterna, condivisa in forme diverse da tutte le culture del mondo, ripulita da ogni traccia di metafisica.

È l'eterna ricerca dell'immortalità, strappata da un esilio forzato nell'universo mitologico ed introdotta nel mondo del razionale e del potenzialmente possibile.

È l'inconscio fine ultimo e la non dichiarata giustificazione morale di vaste aree di ricerca scientifica che spaziano dalla genetica, alle biotecnologie, alla nanotecnologia.

È l'ultimo tabù di una società dalla tecnologia relativamente avanzata, ma non ancora capace di realizzare la propria aspirazione centrale, o persino di poterne discutere apertamente senza sentirsi colpevole di arroganza.

Ma è giusto desiderare la vita eterna? È moralmente accettabile desiderare una vita dalla durata illimitata? O si tratta solo di una pulsione animale, un egoistico istinto di sopravvivenza che dovremmo imparare a controllare?

Molte religioni, ed in particolare il cristianesimo, promettono esattamente questo: resurrezione e vita eterna. Perchè allora gli sforzi scientifici in questa direzione non dovrebbero essere incoraggiati? Si tratta forse di concessioni divine che l'umanità non deve osare ottenere da sè?

Non mancano certo le filosofie che insegnano ad accettare la morte (qualcuno ha detto che la filosofia è l'arte dell'imparare a morire), ma dove sono le filosofie che osano ribellarsi all'imposizione finale, alla totale mancanza di libertà che è la morte?

Transumanesimo ed estropianesimo sono filosofie immor(t)aliste. In comune con il movimento crionico e con quello della “life-extension”, esse hanno un'attitudine immortalista, che vede la morte come un'inaccettabile imposizione e come un'indesiderata eredità della nostra storia evolutiva che possiamo finalmente cominciare ad affrontare, piuttosto che come qualcosa di intoccabile e destinato a essere per sempre parte dell'esperienza umana.

Il soggetto dell'immortalità fisica, da sempre presente nell'immaginario collettivo, ha cominciato timidamente ad emergere dal subconscio collettivo in cui è tradizionalmente stato relegato, grazie all'inarrestabile flusso di notizie dai laboratori di ricerca. E quando sono scienziati e ricercatori a parlare di immortalità, anche se in termini di una remota eventualità, si rompe un tabù, si attraversa un autentico Rubicone intellettuale.

"Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte" (John Wilmouth)

Secondo gli immortalisti, non c'è nessuna base scientifica per stabilire un limite prefissato alla vita umana.

Jim Halperin, autore di “The Truth Machine” and “The First Immortal. Forever For All” considera il problema della morte e di come esso possa essere eventualmente risolto grazie al continuo sviluppo scientifico e tecnologico.

Partendo da un punto di vista materialistico, l'autore arriva a considerare la morte come un evento né inevitabile né irreversibile. L'obiettivo dell'immortalizzazione degli esseri umani e delle altre forme di vita sul pianeta è proposto come progetto etico dalle epiche dimensioni, capace di unire l'umanità nello sforzo comune necessario e capace di fornire all'umanità un senso morale del proprio destino.

"Quelli che, cadendo nelle insidie loro tese, hanno preso il veleno, ne estinguono il potere mortifero con un altro farmaco. Allo stesso modo, come è entrato nelle viscere dell`uomo il principio esiziale, deve entrarvi anche il principio salutare, affinché si distribuisca in tutte le parti del suo corpo la virtù salvifica. Avendo noi gustato il cibo dissolvitore della nostra natura, ci fu necessario un altro cibo, che riunisce ciò che è dissolto, perché, entrato in noi, questo medicamento di salvezza agisse da antidoto contro la forza distruggitrice presente nel nostro corpo. E cos`è questo cibo? Null`altro che quel Corpo che si rivelò piú possente della morte e fu l`inizio della nostra vita. Come un po` di lievito, secondo quanto dice l`Apostolo (cf. 1Cor 5,5), rende simile a sé tutto l`impasto, cosí quel Corpo, dotato da Dio dell`immortalità, entrato nel nostro, lo trasforma e lo tramuta tutto in sé. Come, infatti, il principio salutare mescolato al principio mortifero toglie il potere esiziale al miscuglio, cosí il Corpo immortale una volta dentro colui che lo ha ricevuto, lo tramuta tutto nella propria natura”.

“Introduzione all'immortalismo - il rifiuto della morte”, Estropico

“Da qui all'eternità, il cammino infinito”, Corriere

LINKS

Somatic cell nuclear transfer - Wikipedia

BioArts International

Enviropigs

“Medicina rigenerativa: staminali tuttofare”, Panorama blog, 23 dicembre 2008

Induced pluripotent stem cell - Wikipedia

Biochemical engineering - Wikipedia

PROPOSITION 71—"THE CALIFORNIA STEM CELL RESEARCH AND CURES ACT"

California Institute for Regenerative Medicine (CIRM)

New York Stem Cell Foundation

Harvard Stem Cell Institute

RIKEN Center for Developmental Biology

Advanced Cell Technology

Scripps Research Insititute

Korea Advanced Institute of Science and Technology

Shandong Research Center Of Stem Cell Engineering

The Frozen Ark

Staminalia

BioEDEN

Beike Biotech

Multiple Sclerosis Society

Trasposone - Wikipedia

Resveratrol - Wikipedia

Life extension - wikipedia

National Institute on Aging

Sirtris Pharmaceuticals, Inc

Biological immortality - Wikipedia

The Cryonics Institute

L'Imperativo Edonistico

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