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lunedì 22 giugno 2009

IMMORTAL AD VITAM (L'ULTIMO ESORCISMO)

New York, anno 2095.

È l'alba di una campagna elettorale avente un unico candidato. Il potere politico è gestito da una multinazionale farmaceutica che rapisce le persone per sottoporle ad esperimenti genetici in cerca di una via neo-eugenetica all'immortalità.

Jill, una ragazza dai capelli blu e la pelle albina, non ricorda nulla del proprio passato. Miracolosamente riesce a fuggire prima di essere trasformata in un essere sintetico.

Nel frattempo, sopra i grattacieli di Manhattan compare una piramide egiziana. Al suo interno si è risvegliato il dio Horus che ha solo sette giorni di tempo per riuscire a conservare la propria immortalità: per farlo dovrà accoppiarsi con una donna umana e creare una nuova razza mutante. Toccherà a Nikopol, prigioniero politico ibernato trenta anni prima, accogliere il corpo del dio egizio mentre la donna scelta per essere fecondata sarà Jill.

“Immortal Ad Vitam” porta sullo schermo lo storie originali a fumetti dell'artista franco-bosniaco Enki Bilal, “La Foire aux Immortels” e “La Femme Piège”, disegnate negli anni Ottanta e pubblicate da Humanoides Associés, realizzando un connubio strabiliante tra il cinema d'autore, il fumetto e la computer grafica digitale.

IMMORTEL Ad Vitam - Enki Bilal

Les Humanoïdes Associés

Scienziati britannici, guidati dalla prof.ssa Linda Partridge dell'Institute of Healthy Ageing presso la University College di Londra, hanno individuato geni che controllano il processo di invecchiamento: la scoperta potrebbe portare a nuovi farmaci per prevenire le malattie del cuore e la malattia di Alzheimer.

La mutazione di un singolo gene che riguarda l'insulina (un ormone prodotto dal pancreas relativo alla quantità di glucosio assorbita dal fegato), sembra estendere la durata di vita non solo di animali da laboratorio, come vermi, mosche della frutta e topi, ma anche dell’uomo.

La prof.ssa Linda Partridge, tra i principali biologi evolutivi al mondo specializzati nella ricerca sull'invecchiamento, sostiene che la ricerca potrebbe contribuire a curare o ritardare molte malattie simultaneamente con i farmaci.

Partridge, che ha presentato una conferenza pubblica alla Royal Society a Londra, dice che affrontare le cause di invecchiamento piuttosto che curarne i sintomi offre le migliori prospettive per trattare con le malattie che derivano da essa. Ritiene inoltre che questi progressi scientifici stanno offrendo la speranza di migliorare lo stato di salute durante l'invecchiamento negli esseri umani e stanno ispirando un nuovo approccio nella ricerca sull'invecchiamento.

La prof.ssa Partridge ha dichiarato: "La ricerca sulle malattie associate con l'invecchiamento è generalmente svolta da comunità separate di ricercatori che hanno letto riviste differenti, partecipato a conferenze differenti e generalmente non comunicando gli uni con gli altri. Ma con un approccio diretto alle cause di invecchiamento stesso si potrebbero trattare, o almeno ritardare, un ampio spettro di condizioni contemporaneamente. È probabile che nel prossimo decennio la natura dei principali meccanismi biochimici e cellulari che determinano la longevità e l'invecchiamento saranno identificati".

Farmaci che inibiscono le vie nutrienti negli esseri umani potrebbero riprodurre gli effetti di una dieta sana e agire non solo per aumentare la durata di vita, ma per prendere di mira una vasta gamma di malattie legate all'invecchiamento, quali le malattie cardiovascolari, tumori, diabete e morbo di Alzheimer.

Ha poi aggiunto: "Il principale fardello relativo ai problemi di salute si trova nella parte più anziana della popolazione. Le nuove scoperte sull'invecchiamento hanno aperto la prospettiva di aumentare il numero di anni che le persone godono in buona salute, con un ampio spettro di farmaci che prevengano le malattie dell'invecchiamento".

Identificati geni che rallentano processo di invecchiamento futuroprossimo 06 giugno 2009

Secondo una ricerca condotta presso il Massachusetts General Hospital, i cui risultati sono stati pubblicati su Nature, alcune delle mutazioni genetiche note per allungare la vita del verme C. elegans possono trasformare le normali cellule somatiche "mortali" inducendole ad esprimere i geni che caratterizzano le cellule “immortali” delle linea germinale.

"I mutanti di C. elegans dotati di una longevità estrema raggiungono questo risultato in parte adottando i programmi genetici che normalmente sono riservati alla linea germinale", dice Sean Curran, che ha condotto la ricerca, "le cellule della linea germinale sono molto più stabili di quelle somatiche: vivono più a lungo e sono più resistenti agli stress che danneggiano le altre cellule. La comprensione delle vie molecolari coinvolte in questa stabilità potrebbe permetterci di sviluppare terapie contro il declino cellulare correlato all'invecchiamento".

Tempo fa, Gary Ruvkun, che dirige il laboratorio in cui lavora Curran, aveva scoperto che alcune semplici mutazioni genetiche nel corso dell'evoluzione potevano raddoppiare o triplicare la durata della vita di C. elegans, e che analoghe mutazioni potevano allungare la vita anche nei mammiferi.

I ricercatori hanno ora dimostrato che le mutazioni associate alla longevità portano nelle cellule somatiche ad un potenziamento dei meccanismi di difesa, in particolare ad un aumento del controllo dell'espressione dei geni attraverso l'interferenza a RNA (RNAi), a cui si deve la notevole resistenza della linea germinale ai patogeni e ad altri stress. hanno quindi esaminato se la riattivazione dei programmi della linea germinale fosse coinvolta nell'allungamento della vita dei mutanti di C. elegans.

Gli esperimenti condotti sui vermi mutanti hanno mostrato nelle cellule somatiche l'espressione di geni solitamente attivi solo nelle cellule della linea germinale a cui si deve la maggiore protezione da stress che nei vermi non mutanti solitamente danneggiano il DNA.

"L'idea che le cellule somatiche possano riacquistare vie genetiche usualmente ristrette alle cellule germinali è affascinante: dato che i meccanismi di protezione della linea germinale sono diffusi in tutte le specie, l'attività di questi geni può avere un ruolo nel controllo della durata della vita anche nei mammiferi", ha concluso Ruvkun.

Nelle cellule germinali il segreto della longevità Le Scienze 08 giugno 2009

In Worms, Genetic Clues to Extending Longevity New York Times 08 giugno 2009

LA DHEA DELL'IMMORTALITA'

"Vedo una vecchia signora coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere" (Pirandello, "L'Umorismo").

Le sirtuine hanno sempre ricevuto particolare attenzione da parte dei “longevisti”.

La proteina “Sirt1” ha un doppio compito: controlla "l'impacchettamento" del Dna nella cromatina mantenendolo giovane e corre a ripararlo in caso di danno. Quando le anomalie sono troppe, la molecola non riesce a ripararle tutte e si presentano gli effetti dell'invecchiamento.

La soluzione sarebbe in farmaci che aumentano la produzione della sirtuina Sirt1. Questo il risultato di un esperimento su alcuni topolini la cui aspettativa di vita è aumentata dal 24 al 46% "semplicemente" innalzando i livelli di sirt1.

Sirtris unveils promising, novel SIRT1 activators for treating diseases of aging 28 novembre 2007

How Cells Age Technology Review 26 novembre 2008

GlaxoSmithKline to acquire Sirtris Pharmaceuticals 22 aprile 2008

Sarà il vino rosso in pillole a farci perdere peso? 12 novembre 2008

La "Dhea", o meglio, deidroepiandrosterone, la pillola della giovinezza, ultima versione dell'antico Gerovital, potrà essere liberamente venduta in tutte le farmacie francesi, dopo sette anni di commercializzazione negli Stati Uniti.

Cinquanta milligrammi al giorno, dai 60 anni in poi, rallentano le rughe, idratano la pelle, frenano il degradamento osseo e, addirittura, fomentano la libido. Non sono ancora ben chiari gli studi sulle controindicazioni. Ma l'acne e la peluria sopra il labbro superiore, riscontrate nelle donne, sono un piccolo prezzo da pagare per chi rimpiange l'adolescenza perduta. Prepariamoci ad un mondo abitato da eterni Ganimedi.

È nel 1931 che il dottor Adolfo Buternandt, uno studioso tedesco, isola il Dhea in forma libera nell'urina umana. Alcuni anni più tardi, nel 1939, ottiene il premio Nobel per la chimica. Nel 1944 viene isolata la forma solfonata ("Dhea-S") del Dhea. Ma è soltanto 20 anni più tardi, nel 1954, che due ricercatori, Migeon e Plager, isolano il Dhea nel sangue umano: esami istologici accurati (Symington, 1956) rivelano che è prodotto dalla parte interna della corteccia surrenale.

Nel 1958, il francese Max Fernand Jayle, professore di biochimica alla Facoltà di Medicina di Parigi, riesce a rapportare con esattezza il decremento quasi lineare del Dhea in maschi e femmine con l'invecchiamento. Nel 1960, il prof. Etienne-Emile Baulieu, uno degli allievi di Jayle, dopo una ricerca su un caso di tumore umano surrenale, fornisce la prova che il Dhea viene sintetizzato dalle ghiandole surrenali sotto forma di solfato di deidroepiandrosterone (Dhea-S).

Negli uomini, il metabolismo di Dhea e Dhea-S viene attentamente studiato nel corso degli anni '60, usando somministrazione orale o iniezione intravenosa (generalmente ricorrendo a composti marcati con isotopi radioattivi): gli studi confermano la trasformazione di Dhea in Dhea-S e il metabolismo di Dhea in androgeni ed estrogeni (il metabolismo del Dhea-S comporta la formazione degli stessi derivati del Dhea).

Negli anni '70, una serie di studi internazionali mostra la possibilità di effetti benefici del Dhea su animali di laboratorio (soprattutto ratti e topi) studiando gli effetti della somministrazione di Dhea mescolata abitualmente ad alimenti. Kalimi e Regelson (1990), Thijssen e Nieuwenhuyse (1999) e Bellino et al. (1995) hanno indicato che il Dhea ad alto dosaggio potrebbe: - prolungare la vita degli animali; - prevenire certi carcinomi e malattie virali; - trattare alcune obesità di origine genetica; - proteggere contro l'arteriosclerosi.

Nel 1994, il prof. Samuel Yendell'Università di San Diego pubblica i primi risultati di test positivi su uomini che confermano come il Dhea abbia proprietà anti-invecchiamento: in effetti, la somministrazione di Dhea a pazienti anziani comporta mutamenti biologici, fisici e psicologici. Alex Vermeulen, professore all'ospedale di Gand, alla prima conferenza internazionale sul Dhea organizzata dall'Academy of Science di New York nel 1995, ha affermato che "il Dhea ha un effetto positivo su benessere, risposta alla vaccinazione e memoria ed è molto attivo contro l'arteriosclerosi". Nello stesso anno, il Dhea è stato autorizzato dalla FDA negli Stati Uniti.

Nel 1996, nell'ospedale di Laval, Quebec, Fernand Labrie scopre un leggero incremento nella densità ossea nei soggetti trattati con il Dhea: si tratta di una prova di grande importanza per la lotta contro l'osteoporosi. Infine, altre osservazioni hanno fissato, da una parte, un rapporto tra l'utilizzo del Dhea e la riduzione dell'adiposità in eccesso, dall'altra, la riduzione dei fattori di rischio nelle malattie cardiovascolari. È stato anche accertato che il tasso di Dhea nel sangue di persone colpite da AIDS è molto basso.

In parallelo, la pubblicità del Dhea è cominciata negli USA dopo uno studio pubblicato alla Medical School dell'Università di San Diego. I ricercatori, che miravano a studiare gli effetti del Dhea sull'organismo, hanno dimostrato con evidenza il miglioramento del benessere fisiologico e psicologico dei pazienti, nonché del loro sonno, come anche la maggiore facilità nel combattere lo stress.Altri studi hanno anche mostrato i possibili benefici su pazienti affetti da un gran numero di malattie quali il diabete, l'obesità, il cancro, le dermatiti.

Da quel momento, i media hanno parlato diffusamente del DHEA presentandolo come l'"ormone della giovinezza". All'ospedale Broussais di Parigi, i proff. Jayle e Kazatchkine hanno somministrato 100 mg/giorno per 4 mesi a soggetti sieropositivi con AIDS senza osservare effetti tossici (ma i risultati non sono stati pubblicati). È stato anche notato che il Dhea aumenta la sensibilità agli ormoni tiroidei, migliorando la termogenesi, il metabolismo di individui leggermente obesi e la produzione di energia.

Nell'aprile del 2000, il prof. Baulieu ha pubblicato i risultati dello studio "Trattamento con DHEA" che analizza 280 volontari oltre i 60 anni i quali avevano preso 50 mg/giorno di DHEA per un anno. I risultati sono confermati e risultano positivi per le femmine. È probabile che i maschi richiedano quantitativi maggiori (75-100mg/giorno). Nel novembre del 2000 avviene una svolta cruciale: le Autorità Mediche Francesi autorizzano la vendita del Dhea. Tuttavia, in Francia il Dhea non ha ancora una autorizzazione alla commercializzazione e vendita, anche se, grazie ad una lacuna della legge, può essere venduto in farmacia sotto forma di sostanza soggetta a controllo.

Anti-ageing drug on French prescription The Independent 12 giugno 2001

Il DHEA danneggia la prostata Le Scienze 13 marzo 2004

How One Pill Escaped the List of Controlled Steroids New York Times 17 aprile 2005

LA STORIA DEL DHEA

"La vitamina E è un antiossidante naturale: nei laboratori si è cercato di migliorare la sua molecola per più di 20 anni, con successi solo marginali. Noi siamo riusciti dove altri hanno fallito". Con queste parole Ned Porter, della Vanderbilt University, ha commentato la presentazione di un nuovo composto chimico sintetizzato in laboratorio, un antiossidante 100 volte più efficace della vitamina E.

Oltre ad essere contenuti nel cibo, i principi antiossidanti appartengono anche a minerali come lo zinco, il selenio il rame - che vengono addizionati a molte creme antirughe. L'azione di queste sostanze è protettiva nei confronti dell'organismo, dal momento che sono in grado di neutralizzare i radicali liberi, molecole cariche negativamente e instabili, che quando sono in eccesso causano l'invecchiamento dei tessuti sia interni che esterni, un aumento del rischio di arteriosclerosi e forse a anche di tumore.

L'idea di base per sintetizzare la molecola è venuta a un giovane ricercatore della Vanderbilt, Derek Pratt, a partire dall'analisi della struttura molecolare della vitamina E. Quest'ultima è formata da un anello di sei atomi di carbonio a cui si attacca un gruppo ossidrile (OH). Seguendo diverse conferenze sulle applicazioni degli antiossidanti, egli notò che le ricerche in questo campo andavano tutte nella stessa direzione: cercare di legare un atomo di azoto all'anello di carbonio. Sulla carta, infatti, una molecola siffatta dovrebbe essere un antiossidante molto efficace.

L'inconveniente è che un simile composto è molto instabile e tende a decomporsi quando esposto all'aria. Per aggirare il problema, Pratt ha allora pensato di sostituire con l'azoto anche un atomo di carbonio dell'anello. Il risultato sembra dargli ragione: le nuove molecole ottenute, chiamate "piridinoli", sono molto più stabili a contatto con l'aria. Ma quali di esse sono efficaci realmente come antiossidanti? Purtroppo pochi laboratori di chimica nel mondo hanno le apparecchiature necessarie per valutare l'efficacia di un antiossidante. La scelta è caduta su un laboratorio italiano, quello diretto da Gian Franco Pedulli dell'Università di Bologna e la "nuova creatura" è stata affidata dai chimici della Vanderbilt a Luca Valgimigli.

New Antioxidants Are 100 Times More Effective Than Vitamin E ScienceDaily 02 febbraio 2004

IL COCKTAIL DELLA GIOVINEZZA

Sempre più persone negli Stati Uniti ricorrono alla cura dell'ormone della crescita, una terapia ad alto rischio i cui effetti a lungo termine sono sconosciuti. Perlopiù, si sottopongono alla cura cinquantenni depressi per i cambiamenti del corpo e dello spirito: la pancia, le rughe, la fatica e il cattivo umore. Gli stessi che ricorrono anche ad altri mezzi per "imbellirsi", come la chirurgia plastica.

Secondo il New York Times, sempre più sanitari stanno prescrivendo il "cocktail della giovinezza", composto soprattutto da ormone della crescita e testosterone. Non tutti i professionisti, però, sono d'accordo. Il professor Huber Warner, vicedirettore dell'Istituto Superiore della Sanità (National Institute of Health), è diffidente: "Quanto siamo disposti a pagare - si è chiesto - per una terapia i cui effetti non sono stati affatto provati? Quanti rischi siamo disposti a correre?".

A far scoppiare la moda della cura ormonale è stato il professor Daniel Rudman, che, quasi per caso, una quindicina di anni fa fece un esperimento somministrando l'ormone della crescita a 12 uomini anziani per sei mesi. Fu un successo: a tutti aumentò il tono muscolare e tutti persero grasso. Un rapporto del medico sull'esperimento, pubblicato nel New England Journal of Medicine, fu come un fulmine a ciel sereno per la classe medica perché era il primo studio clinico, pubblicato da un'autorevole pubblicazione medica, a dimostrazione che esistono interventi in grado di avere un effetto sconvolgente sulla fisiologia dell'invecchiamento.

L'ormone della crescita è stato approvato dalla FDA per persone che presentino una deficienza naturale dell'ormone, ma una volta che un farmaco si trova sul mercato, i medici possono prescriverlo per qualsiasi motivo. Nel 1996 venne però pubblicato un altro rapporto, poi confermato. La professoressa Maxine Papadakis, dell'Università della California a San Francisco, inizialmente entusiasta, dopo aver testato la cura della giovinezza su 52 uomini ha cambiato idea: i soggetti testati registrarono un lieve aumento della massa muscolare e una lieve diminuzione del grasso; non si sentirono, però, più forti, contrariamente a quanto affermavano i fautori della cura. Alcune persone avevano detto nel passato di aver acquistato, grazie alla cura, maggiore lucidità mentale, ma questo non avvenne agli uomini studiati dalla Papadakis. Anzi, nei test di memoria, quelli che prendevano l'ormone raggiunsero risultati decisamente peggiori di quelli ottenuti dal campione di controllo. Inoltre, i pazienti soffrivano di gonfiore alle gambe e di dolore alle articolazioni.

A Drug's Promise (or Not) of Youth Los Angeles Times 09 luglio 2006

The real truth about Growth Hormone for Anti-Aging and Sports

Youth Cocktail® - The amazing anti-aging secret

I progressi della scienza ci fanno sperare in una nuova era: una vita più lunga è raggiungibile”.

Questo passo è una parte saliente di un articolo vergato niente poco dimeno che dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, pubblicato sulla rivista "Kos" del San Raffaele, fondato da don Luigi Maria Verzé.

Chi si occupa di politica, cioè degli altri dovrebbe impegnarsi anche su questo fronte”. Se "la durata media della vita è stata di poco superiore ai vent'anni sino all'Ottocento, di quarant'anni all'inizio del Novecento ed è arrivata oggi a ottant'anni, perché non può davvero arrivare in un futuro prossimo a centovent'anni vissuti in buona salute?".

La domanda non è nuova, per il primo ministro, gli strumenti ci sono tutti: "Con la medicina preventiva, con il controllo a distanza, con l'esame del DNA, con l'utilizzo delle cellule staminali, con un conseguente razionale stile di vita ogni soggetto sarà nella condizione di conservarsi sano ed efficiente più a lungo".

Vola alto Berlusconi e sottolinea: “Goethe si innamorò a 72 anni, Tolstoj intorno a quell'età approfondì lo studio dell'ebraico, mentre Prezzolini scrisse anche dopo i 100 anni”.

Nessuno in Italia come Berlusconi ha inseguito il mito dell'eterna giovinezza ostentata. Nottambulo, tombeur de femme, nel pieno del vigore fisico, con vistose ricrescite di capelli, stakanovista, cantante, frequentatore di minorenni, ha abituato l'opinione pubblica alla ricerca costante di elisir di longevità.

Un premier che appare sempre più giovane anche nei cartelloni pubblicitari, che ha inseguito l'eterna giovinezza con il trapianto dei capelli, il lifting cui si è sottoposto. Insomma dal 1994, Berlusconi, che si definì “l'Unto del Signore”, “l'Uomo della Provvidenza”, ha fatto ampio ricorso alla chirurgia estetica.

L'ex sindaco di Catania Umberto Scapagnini è arrivato addirittura a teorizzare l'immortalità del premier, o comunque un'esistenza da Matusalemme.

Sebbene nel privato, più di una volta nell'entourage del Cavaliere siano circolate preoccupazioni riguardo al suo iperattivismo. Di cui spesso si è fregiato nel suo proverbiale motto: "Ghe pens mi".

Il guru di Berlusconi tra cocktail e pozioni

Un futuro da highlander: Berlusconi l'immortale scommette su una vita lunga 120 anni 03 novembre 2008

Berlusconi è il Faust postmoderno che attinge alla nuova fontana della giovinezza: vuole diventare eterno, come continuamente certifica il suo medico curante.

In questo modo il suo corpo manipolato e manipolabile appare ogni giorno in quel «teatro dell’immortalità» (Bauman) che è oggi la politica dominata dai mass media.

La perpetuità non è più dello Stato o del Corpo mistico del Re, bensì di un individuo, Silvio Berlusconi, che applica tutte le strategie per rendersi immortale anche dal punto di vista fisico.

E quello che vediamo non è più il leader del Pdl, bensì il suo sembiante, un mutante in transizione verso un’epoca successiva, che non esita a utilizzare le malattie, le debolezze fisiche, come mezzo di comunicazione e conferma di sé.

Un simile corpo non rappresenta più la collettività; è invece l’icona, in cui ogni singolo membro della comunità può identificarsi in modo personale e privato.

Si tratta di un corpo che sfida la fine della stessa rappresentanza politica, istituto giuridico che diventa nell’epoca del consenso televisivo assolutamente inutile: tutto comincia e finisce nel corpo del leader.

Se c’è qualcosa a cui Berlusconi somiglia è a un artista della body art, a Orlan, ad esempio, la donna che con operazioni chirurgiche modifica continuamente i tratti del proprio viso: un corpo post-organico, «in cui l’identità psicofisica è dissolta e riconfigurata altrove, forse soltanto nella realtà virtuale della comunicazione» (Parotto).

Silvio-Faust, il mito dell'eterna giovinezza La Stampa 11-07-2008

I cosiddetti teorici delle «filosofie dell’immortalità» fanno parte di una corrente di pensiero transumana-postumana che esalta la scienza e le nuove tecnologie (geneti­ca, robotica, bio-nanotecnologia) fino ad invadere la sfera spirituale dell’uomo.

Andrea Vaccaro, giova­ne studioso che qualche anno fa fece discutere per aver scritto il pamphlet “Perché rinunziare all’a­nima?”, con chiaro riferimento alle neuroscienze, con “L’ultimo esorcismo. Filosofie dell’immortalità terrena” (Edi­zioni Devoniane) disegna un futuro inquietante.

Che cosa si intende per filosofie dell’immortalità terrena?

«La filosofia dell’immortalità terrena è lo stile di pensiero e di vita di coloro che cre­dono che, nell’arco di venti anni, il progresso scientifico e tecnologico condurrà a vincere le cause di ogni malattia e dell’invecchiamento, in modo tale da permettere all’uomo di restare in vita a oltranza, peraltro in uno stato di salute e giovinezza. Ho sperimentato, per primo su me stesso, che in prima audizione un tale messaggio è quasi repellente e il mittente è liquidato come uno squilibrato o uno a cui piace scher­zare. A guardare, però, le menti ec­cellenti che ci sono dietro, il movi­mento mondiale di ricerca, il tasso quotidiano delle scoperte rilevanti, la prospettiva comincia lievemente a mutare. Senza considerare gli e­normi finanziamenti che vi sono convogliati. Perché la vita, oltre a essere un valore sacro, è anche un ‘prodotto’ che si vende bene.

Su queste basi, i filosofi dell’immorta­lità terrena credono che saremo noi la prossima generazione. Che questo diventi davvero realtà, poi, paradossalmente, è irrilevante dal punto di vista filosofico;é ciò che conta è che l’idea sia già qui tra noi. Dio non era morto realmente quando lo Zarathustra di Nietzsche ne proclamava l’epitaffio, eppure il nichilismo ha permeato di sé un intero secolo».

Quali sono i principali esponenti di questa corrente di idee?

«Negli anni Novanta, John Brockhman introduceva la categoria di ‘terza cultura’, riferendosi a quegli uomini di scienza che usci­vano dal loro specifico settore e of­frivano al grande pubblico, in mo­do comprensibile, sia le più recenti acquisizioni del sapere, sia le loro sintesi culturali. Figure a metà tra scienza e filosofia. I maggiori espo­nenti della filosofia dell’immorta­lità terrena appartengono a tale ca­tegoria. L’autore principale è senza dubbio Ray Kurzweil con il suo illi­mitato tecno-ottimismo e con il suo libro “Fantastic Voyage: Living long enough to live forever”. Con i suoi ripetuti titoli di inventore dell’anno, le onorificenze conferi­tegli dagli ultimi presidenti Usa, primati tecnologici a ripetizione, Kurzweil è un po’ un Leonardo da Vinci tra i computer. La sua rete è anche un terminale di tutte le sco­perte che provengono dai labora­tori di massimo livello ed è proprio da questa pioggia di progressi quo­tidiani che deriva, molto probabil­mente, la sua previsione estrema. Quella che ripete in più occasioni: “Io non credo che morirò”».

Kurzweil sembra essere il capofila di questa linea di pensiero: quali sono gli altri protagonisti?

«Penso a Eric Drexler, l’uomo-sim­bolo della nanotecnologia, che ci solletica con il parallelismo tra lo spazio e il tempo, osservando che abbattere le barriere del tempo og­gi appare impossibile come appari­va impossibile, negli anni Trenta, che l’uomo potesse andare sulla Luna. Dal versante della robotica, invece, fa sentire la sua voce lo sto­rico co-fondatore del Mit Marvin Minsky, che insegna come sia or­mai giunto il tempo che l’umanità si stacchi dalla mano di Ma­dre Natura e prenda, con coraggio e responsabi­­lità, a dirigere il cor­so degli eventi, tramite il passaggio da un’evoluzio­ne darwinianamente casuale ad u­na ’selezione innaturale’ determi­nata dalla volontà dell’uomo. Im­possibile poi non citare il bioge­rontologo Aubrey de Grey con la sua fondazione intitolata bizzarra­mente Methuselah Foundation, che ha sfidato e sconfitto pubblica­mente l’intero mondo accademico nel 2005 con la SENS Challenge su Technology Review, ponendo inu­tilmente sul piatto diecimila dollari a chi avesse dimostrato erronea o infondata, in termini ingegneristi­ci, il suo programma di War on a­ging, con le strategie per eliminare l’invecchiamento. Dà per scontata l’idea anche Jaron Lanier, il precur­sore della ’realtà virtuale’. Perso­nalità variegate, dunque, nel cui curriculum, però, brilla una carat­teristica comune: quella di aver previsto, ciascuno nel suo rispetti­vo campo di competenza, il futuro prima degli altri».

E in Italia?

«In Italia l’argomento non è ancora molto pervenuto. Del 2005 è il testo di Boncinelli e Sciarretta Verso l’im­mortalità? e, più recentemente, Al­do Schiavone lo ha profilato nel suo Storia e destino. Abbiamo poi alcuni siti ben sviluppati, quali E­stropico e Beyond human, che of­frono generosamente materiali di tale letteratura tradotti in italiano. Ancora, ci sono le reti nazionali as­sociate ad organizzazioni come l’Immortality Institute Humanity Plus, con profilo però più socio-po­litico che filosofico. Niente di più organico, tuttavia».

Quale intreccio con quello che lei definisce la «GNR»?

«La sigla GNR indica il sodalizio che è venuto a formarsi, nell’ulti­mo decennio, tra le discipline del­la Genetica, della Nanotecnologia e della Robotica o Intelligenza ar­tificiale forte. Il motore della GNR revolution è l’applicazione della cosiddetta Legge di Moore all’in­tero mondo della tecnologia. È come se il tempo accelerasse e­sponenzialmente. Il Progetto Ge­noma impiegò tredici anni a se­quenziare un intero Dna e fu con­siderato, appropriatamente, un’impresa enorme, non solo per i quasi cinquecento milioni di dolla­ri profusi; l’anno scorso, la stessa o­perazione sul genoma di James Watson, il Nobel della doppia elica, ha richiesto solo quattro mesi e cir­ca un milione di dollari. Il Personal Genome Project prevede che, nel 2012, ogni nascituro, nella culla, a­vrà, accanto al braccialetto con il nome, anche il suo codice geneti­co, per una spesa modica. A fine 2008, l’Ibm e la National Nuclear Security americana hanno presen­tato il supercomputer Roadrunner, capace di un milione di miliardi di operazioni al secondo: un numero che la mente umana non può nemmeno raffigurare. Con i micro­scopi e le apparecchiature varie della nanotecnologia si è ormai ca­paci di muovere un atomo alla vol­ta e la nanomedicina sperimenta dispositivi che navigano nella cir­colazione sanguigna con funzione di monitoraggio e rilascio farmaci. Tutto questo legittima la convin­zione in forma di slogan secondo cui, in virtù della GNR, “il futuro non è più quello di una volta”».

Lei accenna a un saccheggio più o meno evidente della visione cri­stiana del paradiso o comunque delle metafore religiose: in che senso?

«Quello che promettono i filosofi dell’immortalità terrena ricalca in maniera sorprendente ciò che i Pa­dri della Chiesa descrivevano come lo stato dei beati in paradiso: bel­lezza senza difetto, forza senza in­fermità, salute senza malattia, gio­vinezza senza vecchiaia e, soprat­tutto, vita senza morte. Quello che rende interessante e distingue que­sta filosofia rispetto agli approcci illuministi e positivisti è però, nella maggioranza dei casi, un atteggia­mento di non contrapposizione verso la religione. Essi usano spessissimo i termini “trascendenza” e “spiritualità” e, i più accorti, leggo­no questo percorso dell’umanità verso l’infinito come un processo di conoscenza e trasformazione in cui sono immersi, piuttosto che co­me un’autonoma e presuntuosa deliberazione dell’essere umano».

Tecnognosi e tecnopaganesimo, tendenze cui lei accenna, possono essere considerati alternativi a u­na concezione cristiana dell’esi­stemza?

«Ecco, credo che sia centrale per il nostro discorso il ruolo della spiri­tualità in questa filosofia. Come detto, i filosofi dell’immortalità ter­rena affrontano ripetutamente la questione della spiritualità, e non potrebbe essere altrimenti dato che essi vedono bit o pattern infor­mazionali laddove i materialisti ve­devano solo atomi. Certo, le diver­se correnti danno alla spiritualità peso e significati differenti. I più invasati patiti di cyber-cultura parla­no di una sostituzione della religio­ne con una fede nella tecnologia, ma vanno poco oltre l’aggiungere il suffisso ’tecno-’ a espressioni di vago sapore spiritualista. I loro ar­gomenti sono piuttosto effimeri.

Altri, invece, ritengono che lo svi­luppo tecnologico potrà ottenere riflessi positivi anche sulla religio­ne, assicurando di poter diffonde­re, con adeguate sollecitazioni ce­rebrali (“neuroteologiche”), espe­rienze di misticismo che, seppur e­tero-prodotte, faranno provare al soggetto percorsi estatici che non lo potranno lasciare indifferente. Ci sono molte altre posizioni, da quel­la che è detta “spiritualità impoverita” alla “spiritualità desacralizza­ta” alla “spiritualità ingegnerizza­ta”. I più ragionevoli, infine, mi sembrano quelli che avanzano con lo slogan ’Dio non ha un sito web’ ed ammettono che - a fronte di tut­te le fantasmagorie che invente­ranno - per esperienze di vera spi­ritualità occorrerà sempre rivolger­si altrove».

SCIENZIATI PRO

MARVIN MINSKY: È ritenuto l’ideatore dell’intelligenza artificiale. Il suo volume più famoso, «La società della mente» (1985), ha inaugurato il dibattito contemporaneo sulla «filosofia della mente». In un saggio più recente prefigura una sorta di «escatologia tecnologica» e si chiede: «Saranno i robot a ereditare la Terra?».

ANDY CLARK: È autore di quello che viene ritenuto il manifesto dei filosofi di nuova generazione, «Natural Born Cyborg». Se eravamo già abituati a vedere vari tipi di cyborg nei romanzi di fantascienza o nei film, Clark preconizza una terza tipologia: l’essere che è mentalmente cyborg.

MAX MORE: È lo pseudonimo di Max T.O’Connor e ama davvero gli eccessi. Anche la moglie, Nanci Clark, ha cambiato nome ed ora si fa chiamare Natasha Vita-More. Sognano una società trans-umana, un ibrido con la tecnologia intelligente. Hanno lanciato il concetto di «extropia» alternativo a quello di «entropia».

KIM ERIC DREXLER: È l’uomo-simbolo della nanotecnologia, di cui ha raccontato il successo nel libro «Engines of Creation» (1986). I processi d’invecchiamento e le forme di malattie non sarebbero che «schemi erronei nella disposizione degli atomi». La nanotecnologia, in versione medica, ha il compito di ripristinare lo schema atomico corretto (già entro il 2030).

RAY KURZWEIL: Geniale inventore, a lui si deve il computer per non vedenti in grado di riconoscere i caratteri di testo e convertirli in voce. Ora tutto il suo impegno è riprogettare l’organismo umano uscendo dallo stato di naturalità.

FILOSOFI CONTRO

PAUL RICOEUR: Il grande filosofo francese morto 4 anni fa lamentava che il progresso tecnico finisce per cancellare «ogni linguaggio simbolico pubblico che parli della possibilità e dei segni di trascendenza». Ha negato che la coscienza possa essere un prodotto del cervello.

HANS JONAS: È noto soprattutto per aver stabilito il limite che la scienza e la tecnica non possono oltrepassare per non danneggiare l’uomo. Il suo saggio «Il principio responsabilità» è un grido d’allarme contro la tecnoscienza che dissolve il concetto di «natura umana».

PAUL VIRILIO: Massmediologo e futurologo, si deve a lui l’efficace raffigurazione di «una mente che diventa un ciarpame, una discarica ingombra di un mucchio di immagini di ogni provenienza». Il riferimento è alla nostra realtà ricca di simulazioni, alla realtà virtuale che cancella l’uomo.Vedi il suo «La bomba informatica» (Cortina).

JÜRGEN HABERMAS: Per il pensatore tedesco (vedi «Il futuro della natura umana», edito da Einaudi), l’uomo di oggi finisce per non essere più certo né dell’«indisponibilità dei fondamenti biologici» della propria identità personale nè di quella «autocomprensione normativa» che si dava per scontata. Le nuove tecnologie «ci spaventano in quanto intaccano l’immagine che ci eravamo fatti di noi stessi».

JEAN BAUDRILLARD: Il pensatore francese ha denunciato che il nostro è il tempo di una società che preferisce la virtualità, che è tutta immersa nell’immanenza e nega spiragli alla trascendenza: «Il linguaggio nella sua versione digitale elimina tutto ciò che vi è in esso di simbolico, insomma tutto ciò attraverso cui esso è ben più di quel che significa».

L'ultimo esorcismo. Filosofie dell'immortalita' terrena

La terza cultura in espansione mentelocale 01 novembre 2006

The Third Culture - Wikipedia

Will Robots Inherit the Earth? 01 gennaio 1997

NATURAL BORN CYBORGS? The Edge

Intervista con Andy Clark L'Espresso 05 aprile 2004

Secondo Bill Gates "Ray Kurzweil è la persona più capace di predire il futuro che si conosca, un futuro in cui le tecnologie dell'informazione saranno così avanzate e veloci da consentire all'umanità di trascendere letteralmente i propri limiti biologici, trasformando le nostre vite in modi che nemmeno possiamo immaginare".

È da poco uscito il film-documentario “Transcendent Man”, dedicato alla vita di Kurzweil. Definito dal Wall Street Journal "genio instancabile", da Forbes “the ultimate thinking machine”, considerato da PBS "uno dei 16 rivoluzionari che hanno fatto l'America", l'inventore, il futurologo, la firma più letta del New York Times, Kurzweil, per più di tre decenni è stato "uno dei più rispettati provocatori" nel novero dei fautori del ruolo della tecnologia nel futuro che incalza.

Le sue idee faticano a non straboccare dal suo ultimo libro, “The Singularity is Near: When Humans Transcend Biology” uscito in USA nel 2005, pubblicato in Italia soltanto lo scorso anno, col titolo “La singolarità è vicina”. Kurzweil predice che "con il ritmo esponenzialmente accelerato del cambiamento tecnologico, l'umanità sta per entrare in un'era in cui la sua intelligenza diventerà sempre meno biologica è infinitamente più potente: non sarà che l'inizio di una nuova civilizzazione che ci consentirà di trascendere i nostri limiti biologici".

Nel mondo post-biologico predetto da Kurzweil dunque non ci sarà più una chiara distinzione fra uomo e macchina, realtà reale e realtà virtuale. L'invecchiamento e le malattie saranno un ricordo del passato, la fame e la povertà mondiali scompariranno e potremo "curare la morte". Ne è convinto a tal punto da aver incluso nei materiali promozionali del film una immagine di sicuro effetto, raffigurante una lapide con sopra inciso: "Ray Kurzweil, 1948 - mai".

Ma Kurzweil non è solo un visionario. Tanto per capirci, è lui che ha inventato lo scanner, il sistema di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR), i sistemi di lettura automatizzata print to speech e text to speech, il sintetizzatore musicale capace di ricreare il suono del pianoforte e di altri strumenti musicali, il sistema di riconoscimento vocale.

Il film è una sorta di documentario sui recenti incontri di Kurzweil con i principali leader mondiali, in cui vengono discusse le implicazioni sociali e filosofiche dei profondi cambiamenti che ci attendono. "Credo che questo film offra qualcosa che oggi manca in molti film e documentari di Hollywood: la speranza per il nostro futuro", ha dichiarato Felicia Ptolemy, uno dei produttori di “Transcendent Man”.

Quando gli umani trascenderanno la biologia: ecco Transcendent Man, il film su Ray Kurzweil brainfactor 21 marzo 2009

Intelligenza artificiale, la singolarità è sempre più vicina 20 febbraio 2009

Transcendent Man

The Singularity is Near

Laura Boffi è una talentuosa ricercatrice italiana all'estero. Il suo controverso progetto “Having you in the hereafter” - una Smart Dust da ingerire, contenente dei nanosensori che raccolgono i dati di tutta una vita e li registrano per mostrarli ai nostri cari quando non ci siamo più - nato per stimolare una polemica sulla ricerca dell’immortalità, è stato molto discusso.

A due anni di distanza, il progetto “Bioistincts” indaga il rapporto tra la nostra società ipertecnologica e il concetto di morte, che da evento naturale si sta trasformando sempre di più in una idea repulsa, censurata, quasi abolita.

La sua speciale “incubatrice”, attraverso la quale i genitori futuri otterrebbero bambini totalmente bio-ingegnerizzati, verrà presentata all'ISEA2009, il simposio internazionale sulle arti elettroniche (dal 23 Agosto al 1° Settembre).

Non ho mai pensato che l’immortalità fisica o aspettative di vita illimitate siano un futuro auspicabile, sia in piccola scala, ovvero in relazione a me e alle persone a me care, sia in grande scala, in relazione alla specie umana facente parte di un ecosistema.

Trovo tuttavia interessante come l’uomo, sin dall’inizio della sua storia, abbia cercato di affrontare il tema della morte, elaborando sia a livello personale che collettivo sistemi di valori, riti, culture materiali e mondi alternativi attorno ad esso.

Essendo una designer, pongo la questione attraverso un oggetto dotato di una forte fisicità e in grado di comunicare un determinato significato.

Con Bioinstincts presento uno scenario in cui l’uomo, grazie agli sviluppi scientifici, inizia a vedere la morte non più come un dato biologico del suo appartenere alla specie umana, ma come una sciagura che può capitare allo sfortunato di turno a causa di un incidente occasionale.Da una parte, mi sono chiesta come i genitori di un neonato potessero orientarsi di fronte alla possibilità di proteggere il loro bambino dalla morte (possa questo consistere nella bioingegneria dell’embrione), dall’altra ho indagato cosa potesse comportare per l’ecosistema di cui facciamo parte se una specie vivente avesse il sopravvento sulle altre.

Se è naturale per i genitori tenere lontana la morte dal proprio bambino, l’equilibrio del nostro ecosistema, biologico e sociale, potrebbe collassare se una specie predominasse sulle altre.

Il designer deve proporre visioni positive per il futuro attraverso interventi responsabili e sostenibili. Il design deve essere etico per definizione perché ha una risonanza globale. Il mio approccio da designer mi ha consentito di evitare qualsiasi polarizzazione verso l’utopia o la distopia.

La mia proposta mostra un uso alternativo della biotecnologia, che permette all’uomo di sviluppare gli istinti verso la morte accindentale così come gli animali ne hanno verso i pericoli e i predatori. È un uso culturale della biotecnologia poiché volto non a migliorare o curare il corpo, bensì a restituire all’uomo la consapevolezza della mortalità della specie umana a cui appartiene.

Infatti nello scenario ipotetico in cui il progetto è ambientato, la medicina potrebbe essere in grado di guarire l’uomo sino a renderlo tecnicamente immortale. L’avere o no gli istinti per la morte accindentale perciò non costituirebbe un cambiamento radicale in termini di “ascesa verso l’immortalità”, ma al contrario sarebbe determinante il suo effetto collaterale, ovvero il potere di rendere nuovamente consapevoli gli uomini del fatto di essere mortali.

Al tempo stesso, i genitori, optando per la bioingegnerizzazione dell’embrione, coniugherebbero la volontà di proteggere il loro bambino contro il rischio estremo di morte con un’azione etica nei confronti dell’intero ecosistema.

Quello che cerco di catalizzare nelle persone attraverso Bioinstincts è appunto un approccio collettivo basato sui valori umani che possa consigliare le future applicazioni scientifiche.

Bioinstincts funziona come una sorta di rimedio biotecnologico per mitigare gli effetti culturali di una futura immortalità della specie umana.

Durante le mie ricerche circa le varie modalità su come diversi gruppi sociali intervenivano culturalmente sul corpo morto (cosiddette pratiche di “tanato-metamorfosi”), mi sono imbattuta in numerosi processi, a volte crudi e incomprensibili se non inquadrati nel loro contesto storico.

Ad esempio, i monaci tibetani Miira vanno incontro ad un processo di auto-mummificazione programmato già durante la loro vita. Iniziano a non mangiare fino a quando si seppelliscono vivi sperando che il loro corpo possa non corrompersi dopo la morte.

La loro aspirazione è quella di raggiungere l’immortalità del corpo con la mummificazione e se effettivamente dopo un certo numero di anni, in seguito alla loro riesumazione, vengono trovati intatti, saranno oggetto di venerazione.

Il modo in cui il corpo veniva preparato alla morte o all’adilà rispecchiava un particolare sistema di valori spirituali, attribuendo un grandissimo significato anche alla pratica che può risultarci più cruenta. La tanato-metamorfosi era segno corporeo di uno scambio metafisico tra la vita e la morte.

Al contrario, nella pratica della criopreservazione (cronica) non riconosco nessun sistema culturale o valori spirituali se non un egoistico pensiero capitalistico alla base per cui, qualora la scienza lo rendesse possibile, per te e solo per te (che hai potuto pagare) è consentito scongelarti dalla morte e vivere sino alla prossima glaciazione.

Cosa sarà di vita e morte in una società immortale? Fabio 'Estropico' intervista Laura Boffi futuroprossimo 17 giugno 2009

Laura Boffi: Vi renderò immortali futuroprossimo 26 giugno 2007

Crionica, prospettiva di immortalita'

Cryonics - Wikipedia

"Ciò che per il bruco è la fine del mondo per il resto del mondo è una bella farfalla".

Il "Bardo Thodol" fu composto dal grande maestro Padma Sambhava, nell'VIII o nel IX secolo, per i buddhisti indiani e tibetani. Fu da questi nascosto per un'era a venire e ritrovato nel XIV secolo da Karma Lingpa. Il libro interpreta le esperienze dello stato intermedio (in tibetano “bar-do”), di solito riferito alla condizione tra la morte e la rinascita.

"Tutto muore, come fiamma di lampada al vento. Nulla esiste che non debba necessariamente morire".

"Nulla si crea Nulla si distrugge".

Tutto si trasforma.

"La luce accumulata della conoscenza sublimata, sottile e splendente come corda intessuta di rossi raggi solari, apparirà davanti al tuo proprio cuore per congiungersi ad esso, intensa, risplendente e abbagliante: un cerchio turchino ornato di punti a cinque a cinque, come una coppa di turchese capovolta, di intenso splendore, manifestazione della coscienza sublimata della sfera delle idee, una sorta di punto bianco che irradia luminosità, come uno specchio rovesciato che risplende di luminosità intensa, attorniato di punti disposti a cinque a cinque per parte, manifestazione della conoscenza sublimata che sa come tutte le cose siano immagini sullo specchio, una luce gialla ornata di punti nella parte superiore, manifestazione della coscienza sublimata dell'identità di tutte le cose, un punto rosso irradiante luminosità, come una coppa di corallo rovesciata, intensamente luminoso, attorniato da punti disposti a cinque a cinque, manifestazione della conoscenza sublimata della discriminazione (...) Da nessun altro luogo provengono, se non dal tuo pensiero. Non avere perciò attaccamento nei loro confronti. Senza alcun sentimento di paura, rimani in uno stato di inerzia mentale: allora quelle immagini e quelle luci si dissolveranno dentro di te, e diventerai Buddha perfetto, nel punto di non-ritorno (…)Vedendo i tuoi parenti e il tuo cadavere penserai di essere morto, e ti chiederai cosa sia per te meglio fare. Proverai una grande pena e proverai il desiderio intenso di riavere un corpo e di andartelo a cercare, così fino a nove volte tenterai di rientrare nel tuo stesso cadavere. Non trovando dove entrare, proverai dolore e ti parrà di essere stato gettato fra rocce e massi (...)La divinità della morte computa le buone azioni e i peccati e punisce il malvagio. Allora proverai paura e tremando dirai che non hai compiuto quei peccati, e mentirai. Allora la divinità della morte, che è la divinità della Legge, dichiarerà di voler interrogare lo specchio del karma e in esso guarderà. Poiché ogni azione, buona o cattiva, è chiaramente riflessa in quello specchio, la menzogna non ti servirà. La divinità della morte, ponendoti una corda al collo, ti trascinerà via, e ti reciderà il collo, poi ti estrarrà il cuore e gli intestini, ti succhierà il cervello bevendoti il sangue, mangiandoti la carne, maciullandoti le ossa. Tuttavia, non potrai morire: anche se il tuo corpo sarà fatto a pezzi, resusciterai ogni volta e da tutto ciò trarrai una sofferenza enorme (...) Dunque, quando si metteranno in ordine i sassolini per contarli, tu non temere e non mentire; non avere terrore davanti alla divinità della morte. Essendo il tuo un corpo mentale, se viene ucciso, ferito e fatto a pezzi, tu non puoi morire poiché in realtà la tua forma è il vuoto (...) Non temere la divinità della morte e i suoi accoliti: sono tue proprie illusorie immagini, la forma stessa del vuoto. Se anche cadrai in un abisso, non te ne verrà danno: non avere paura (...)Considera attentamente la natura delle cose che ti spaventano: sono prive di essenza, vuote. Tale vuoto diventa agitato, e il tuo pensiero (immaginando che la natura di tale vuoto sia paurosa) assumerà perspicacia. Nulla di ciò che appare è reale - sono tutte cose mendaci. Non sono eterne, e non durano: perchè dunque nutrire attaccamento per esse? perchè averne paura? (…) Ogni cosa è immaginazione del tuo pensiero, e finanche il tuo pensiero è un'illusione, poiché esso non esiste". "Ah! Tutte le cose non sono che il mio pensiero ed esso è vuoto: non ha principio e non ha fine." "Taci, per dio! Un highlander non deve morire con il pianto di una donna nelle orecchie…".

Have a nice trip

LINKS

Bardo Thodol, il libro tibetano dei morti

Death special: The plan for eternal life New Scientist 13 ottobre 2007

Fantastic Voyage: Live Long Enough to Live Forever

The Methuselah Foundation

Personal Genome Project

IL CORPO DELLE DONNE

BOTOX GENERATION (BISTURI E PROPAGANDA)

The Fountain

IL NOSTRO FUTURO POSTUMANO 6

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STORIA DELLA MORTE DI DIO 4

BIOLOGIA SINTETICA

Biologia Sintetica 4.0

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MERCANTI DI IMMORTALITA’

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Commercio di cellule

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