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Robot Apocalypse

Professor Stephen Hawking has pleaded with world leaders to keep technology under control before it destroys humanity.

giovedì 16 luglio 2009

NET GOVERNMENT

INTERNET INTERPLANETARIO

Internet interplanetario ha il suo primo nodo permanente nello spazio, a bordo della International Space Station (ISS).

Il nuovo software manderà e riceverà dati dallo spazio usando il web. Il sistema in futuro collegherà la Terra, le missioni spaziali e gli austronauti automaticamente.

I computer più alcuni moduli per esperimenti scientifici di proprietà della BioServe Space Technologies a bordo della ISS sono stati dotati del software necessario lo scorso maggio.

La prima trasmissione di dati scientifici – alcune immagini di cristalli formati da sali di metallo in caduta libera – effettuata usando i nuovi programmi ha dimostrato una velocità 4 volte superiore alle precedenti prove. In caso di perdita di dati, il sistema, automaticamente, li ritrasmette in seguito.

Il primo test del protocollo di comunicazione fu eseguito nel novembre del 2008 tra computers sulla Terra e l’astronave Epoxi della NASA simulando una trasmissione di dati da Marte alla Terra.

Mentre l’Internet terrestre usa un protocollo chiamato TCP/IP per consentire a macchine distanti di comunicare via cavo, il nodo installato sulla ISS usa il sistema “Delay-Tolerant Networking” (DTN) che è stato sviluppato per superare le difficoltà relative alla scarsa copertura nello spazio, ad esempio le astronavi passano dietro dei pianeti oppure soffrono per power outages.

Se i dati che passano tra i computers mediante TCP/IP vengono a mancare, la comunicazione continua finché tutto non è inviato. Ma nello spazio le cose cambiano. Il sistema DTN risolve il problema facendo immagazzinare l’informazione ad ogni nodo del network finché un altro nodo non sia in grado di riceverla. I dati sono trasmessi a catena e vengono inviati una sola volta.

La NASA conta di completare il protocollo DTN per la fine del 2011. La ISS servirà come piattaforma di prova per perfezionarlo. Sulla stazione verrà installato un secondo nodo di internet interplanetaria non appena giungerà tutto il software necessario. Il team della NASA sta anche discutendo la possibilità di aggiungere nuovi nodi al network usando moduli europei e giapponesi sulla stazione.

"È una grande opportunità per dimostrare che questi protocolli possono migliorare le comunicazioni nello spazio", dice Adrian Hooke del team NASA.

Quando sarà installato sulle astronavi, il DTN servirà ad alleviare il traffico del Deep Space Network della NASA che raggruppa una serie di radio-antenne terrestri ed è usato per comunicare con le sonde spaziali.

Il protocollo potrà anche agevolare alcune operazioni delle stazioni spaziali come ad esempio automatizzare le allerte in caso di eventi come le tempeste spaziali.

Interplanetary internet gets permanent home in space 06 luglio 2009

'Interplanetary internet' passes first test New Scientist 19 novembre 2008

Delay Tolerant Network - Wikipedia

Deep Space Network - Wikipedia

BioServe Space Technologies

CYBERWAR

Generalmente quando si parla di attacchi informatici o DDOS si considerano piccoli gruppi di individui che operano. Ma in questo caso stiamo parlando di una vera e propria guerra informatica che sarebbe a causa della Corea del Nord.

Secondo alcune dichiarazioni della NSI, è possibile che la Corea del Nord abbia guidato alcuni attacchi informatici contro alcuni siti governativi. Dato che Internet, nella Corea del Nord, è strettamente controllato, viene difficile pensare che un gruppo di giovani hacker abbia potuto compiere questi attacchi.

E quindi se il governo nordcoreano ha approvato il cyber-attacco, questo significa che siamo di fronte al primo caso di guerra digitale a livello nazionale.Gli attacchi sono stati compiuti contro siti del governo della Corea del Sud, banche e negozi. Non è difficile immaginare che un attacco di questo tipo avrebbe gravi conseguenze economiche.

Intanto l’esercito americano è stato allertato ed una squadra di esperti informatici inizierà a lavorare sul caso.

La Corea del Nord responsabile della prima cyber war? 09 luglio 2009

Has North Korea Started the First Cyber War? Mashable 08 luglio 2009

Il Centro europeo anti-cybercrime - European Electronic Crime Task Force - avrà sede a Roma. Secondo il Wall Street Journal, si avvarrà della collaborazione della Polizia informatica italiana, considerata all'avanguardia nel settore.

La task force pan-europea, in collaborazione con il Servizio Segreto USA, cercherà di prevenire e reprimere tutti i crimini informatici, dall'hacking al furto di identità. Il monitoraggio dei trasferimenti di denaro e dei pagamenti online sarà affidato a un software sviluppato da Poste Italiane.

Massimo Sarmi, AD dell'azienda, ha confermato la notevole qualità dell'applicativo, dato che di fatto "degli oltre 50 miliardi di euro che transitano ogni mese attraverso il sistema telematico di Poste Italiane, vengono mensilmente sottratte solo poche centinaia di migliaia di euro". Anche le transazioni della borsa di Wall Street sono protette dal medesimo sistema.

L'anti-cybercrime UE si affiderà agli italiani 01 luglio 2009

Se ne è discusso per più di un anno ma adesso si fa sul serio: gli Stati Uniti si stanno dotando di un vero e proprio “cybercommando”. La nuova unità USCYBERCOM, voluta dal segretario della Difesa Robert Gates, farà riferimento allo Strategic Command for Military Cyberspace Operations: "La crescente dipendenza dal cyberspazio ci costringe a cautelarci contro eventuali minacce - spiega Gates - per questo abbiamo deciso di creare un team che ne salvaguardi la sicurezza".

Il Pentagono ha tempo fino all'inizio di settembre per presentare un piano di costituzione dell'ennesimo braccio armato, e bionico, del complesso corpus militare statunitense. Gli esperti di Arlington dovranno "delineare la mission, i ruoli e le responsabilità" dei cyber-incursori, in modo da rendere operativo il gruppo nel più breve tempo possibile.

In principio sarà la NSA a fornire supporto tecnico e pratico ai novellini del cyber-command: "Questa - spiega Janet Napolitano, segretario di Stato per la Sicurezza Interna - è la struttura da cui la nuova unità dovrà imparare. Abbiamo tutta l'intenzione di sfruttare le risorse tecniche attualmente in possesso di NSA".

Il timore di attacchi telematici non fa tremare solo gli USA: dall'altra parte della ex cortina di ferro c'è la Russia che preferirebbe seguire un sentiero alternativo. Un trattato internazionale e trasversale che ricalchi in qualche modo quelli di non-proliferazione e che porti a frequenti confronti diplomatici tra le nazioni coinvolte.

Gli States preferirebbero invece una collaborazione tra vari gruppi di cyber-guardiani: una sorta di Interpol della Rete che si erga a protezione del cyber-spazio. Secondo alti ufficiali statunitensi un accordo internazionale sarebbe solamente un intralcio alle manovre di sicurezza.

Quelle auspicate da Stati Uniti e Russia sembrano dunque essere strategie diametralmente opposte. Tuttavia non devono essere per forza contrastanti: la stipulazione di un trattato non precluderebbe la formazione di una task-force multinazionale preposta alla protezione della Rete.

Nonostante ciò, quella di istituire un organo militare apposito sembra essere l'idea più gettonata, non solo dagli Stati Uniti. Recentemente, la Gran Bretagna ha gettato le basi per la creazione un proprio esercito di hacker fedeli alla Corona e la stessa Russia, per non parlare della Cina, non sembra essere affatto un gigante dormiente. A dimostrarlo, il ruolo abbastanza vago avuto nell'affare estone di due anni fa.

È comunque troppo presto per parlare di un “Patto di Varsavia 2.0” o di una “Internet Treaty Organization”: le varie strutture dedicate sembrano essere ancora in fase di gestazione. Anche se si già inizia sentire scalciare.

Un cyber-commando per gli USA PI 30 giugno 2009

Defense Secretary Gates Approves U.S. Cyber Command 24 giugno 2009

U.S. and Russia Differ on a Treaty for Cyberspace 27 giugno 2009

Le nuove frontiere della cyberwar PI 01 agosto 2008

Se la NATO entra in una Guerra informatica PI 21 maggio 2007

La cyberwar infiamma la politica russa 02 luglio 2007

Il governo cinese, dopo aver bloccato Google, ha negato ai suoi cittadini l'accesso a Twitter e Facebook.

La notizia è stata confermata sia dagli utenti di Herdict che da Websitepulse, che monitorano lo status della Rete nelle aree notoriamente a rischio censura.

Il governo è intervenuto costringendo i provider locali a cessare la loro attività, lasciando la regione senza connettività con l’obiettivo di celare alla vista del popolo cinese le terribili immagini della repressione delle proteste nella provincia di Xinjiang, in occasione della quali la polizia locale ha arrestato più di 1.500 persone:

L'esecutivo di Hu Jintao ha così nascosto gran parte dei fatti al resto della popolazione, impedendo ai locali di diffondere notizie differenti da quelle diffuse dai network di stato.

La Cina nega Internet PI 07 luglio 2009

China Blocks Access To Twitter, Facebook After Riots Washington Post 07 luglio 2009

(EPA)

Anche Reporters sans frontières ha denunciato che la Cina ha isolato dal resto del mondo la provincia di Xingjiang. «Oltre 50 siti in lingua uiguri sono stati oscurati negli ultimi giorni», ha dichiarato l’organizzazione internazionale per la difesa della libertà d’informazione.

Pechino ha confermato ufficialmente di aver tagliato almeno parzialmente l’accesso Internet ad Urumqi, capoluogo della provincia a maggioranza uiguri.

Rebiya Kadeer, leader del Congresso mondiale degli uiguri, che dal 2005 vive in esilio negli Stati Uniti, ha lanciato un invito alla comunità internazionale affinché «denunci la brutalità usata dal governo cinese per reprimere i manifestanti uiguri», che ha provocato almeno 156 morti. Kadeer ha chiesto la «fine della violenza» nello Xingjiang. «Chiediamo al governo cinese – ha detto durante una conferenza stampa a Washington – di garantire la sicurezza di tutte le persone del Turkestan Orientale [il Xinjiang, ndr.]. Chiediamo al governo cinese di porre fine alla sua brutale repressione degli uiguri in tutto il Turkestan Orientale e di dare conto pienamente e in modo corretto di tutte le vittime e i feriti tra i dimostranti».

Quanto avvenuto nel Xinjiang, secondo Kadeer, è «un massacro che non conosce precedenti nel Turkestan Orientale, sotto il dominio della Repubblica Popolare cinese. Testimoni hanno confermato che i manifestanti sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco e picchiati fino alla morte dagli agenti della polizia cinese, alcuni sono stati persino schiacciati sotto mezzi blindati».

Kadeer ha anche condannato «le azioni violente di alcuni manifestanti uiguri». La causa principale delle proteste a Urumqi e nelle altre città è stata la mancanza di una risposta del governo alle vittime e ai feriti tra i lavoratori uiguri nella provincia del Guangdong dello scorso 26 giugno.

Massacro di uighuri nello Xingjang, Pechino taglia internet Carta 7 Luglio 2009

Cina, nuova protesta degli uiguri Imposto il coprifuoco a Urumqi Repubblica 07 luglio 2009

The Uighurs’ cry has echoed round the world 09 luglio 2009

Il presidente kazako Nursultan Nazarbaiev ha firmato una legge sul sistema informativo che prevede una forma di controllo su internet.

L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), di cui Astana assumerà la presidenza il prossimo anno, ritiene che il provvedimento abbia un carattere repressivo.

L'OSCE aveva chiesto di non promulgare la legge, che consentirà ai tribunali locali di bloccare siti web, compresi quelli stranieri, e di classificare chat e blog come organi di informazione. Ma il Kazakistan ha insistito con il progetto di legge, e alcuni funzionari hanno confermato che il presidente ha appoggiato il testo.

"Nazarbayev ha firmato la legge lo scorso venerdì", ha detto a Reuters Sofya Lapina, attivista per i diritti dei media, "avevamo coltivato la speranza che ponesse il veto sulle legge e gli abbiamo anche spedito delle lettere, ma non ne ha tenuto conto".

Il Kazakistan ha sempre sostenuto che l'obiettivo del provvedimento è quello di prevenire disordini e di proteggere i diritti delle persone. Molti siti web, compreso il famoso blog LiveJournal.com, sono già inaccessibili per molti utenti kazaki. Nel 2007, poi, un tribunale aveva condannato un blogger vicino all'opposizione al carcere con sospensione della pena per aver insultato il presidente Nazarbayev.

Lapina sostiene che i segni della censura sono già presenti su alcuni siti web locali, dove i moderatori rimuovono rapidamente i commenti che ritengono offensivi. "In alcuni siti, è impossibile fare commenti sui temi caldi", ha concluso l'attivista.

Kazakistan, presidente firma legge su controllo web 13 luglio 2009

Kazakh leader signs law curbing Internet 13 luglio 2009

Analogamente alla Cina, anche in Iran il regime dittatoriale di Ahmadinejad è intervenuto per censurare le informazioni relative alle proteste post-elezioni: alla fine è stato creato un centro di monitoraggio che consente al governo di controllare le telecomunicazioni che entrano e escono dal paese.

Non è certo una novità. I networks delle telecomunicazioni sono stati monitorati sia legalmente che illegalmente per decenni.

Negli anni ’80, gli hackers si unirono al movimento “Phone Phreaking” (termine coniato per descrivere l'attività di persone che studiano, sperimentano, o sfruttano i telefoni, le compagnie telefoniche e sistemi che compongono o sono connessi alla Public Switched Telephone Network (PSTN) per hobby o utilità) iniziando a usare le tecniche di phreaking per scoprire i numeri dei modem appartenenti alle aziende che avrebbero poi attaccato. Intorno alla comunità BBS hacker/phreaking(H/P) si formarono gruppi come i famosi Masters of Deception (Philber Optik) e Legion of Doom (Erik Bloodaxe) che vennero sgominati negli anni Novanta dall'operazione “Sundevil” dei servizi segreti americani.

Il sistema telefonico è come una grande rete di computer, vulnerabile alle azioni di hacking come ogni altro network. Così come l’accesso a Internet, specialmente se integrato con il sistema telefonico.

Non è difficile per i governi monitorare i networks. Negli anni ’90 negli Stati Uniti sono state varate leggi per obbligare le compagnie telefoniche ad integrare la possibilità di far monitorare le chiamate telefoniche da agenzie specializzate.

L’Iran, prima ha tagliato tutte le comunicazioni ma poi, quando si è reso conto che ciò avrebbe reso difficile qualsiasi operazione ha ricominciato a far passare il traffico puntando a monitorare le comunicazioni in tempo reale nel tentativo di limitare l’uscita dal paese delle informazioni relative alla protesta.

Termini come “Deep Packet Inspection” - una forma di computer network che filtra i pacchetti esaminando la parte di dati – la dicono lunga.

D’altronde, tutte le compagnie telefoniche possono rivelare qual è la sorgente di una chiamata e quindi intercettarla. Anche I messaggi di testo sono facilmente monitorabili. È facile cercare messaggi non criptati per vedere l’informazione che contengono. Passare per i proxy – i programmi che si interpongono tra un client ed un server, inoltrando le richieste e le risposte dall'uno all'altro - può aiutare a confondere il monitoraggio dei dati, tuttavia è possibile seguire i dati che viaggiano lungo il network.

Nel caso della rete cellulare, la possibilità di determinare la specifica locazione di un telefono cellulare risiede nel network stesso: calcolando il tempo differenziale quando il segnale di una chiamata colpisce differenti torri di una cera area, è possibile determinare la locazione del telefono con estrema precisione, specie in una grande città.

Big Brother's Listening – & Not Only in Iran 6/29/2009

Iran's Web Spying Aided By Western Technology 22 giugno 2009

Deep packet inspection - Wikipedia

Book Review: Spies Among Us by Ira Winkler

Phone Phreaking

Secondo il Wall Street Journal, multinazionali delle telecomunicazioni come la Siemens e la Nokia avrebbero fornito al regime iraniano, nella seconda metà del 2008, le tecnologie per censurare il Web.

Scrivono Christopher Rhoads e Loretta Chao sul Wall Strett Journal:
"Il regime iraniano ha sviluppato, con l'assistenza di compagnie di comunicazione europee, uno dei più sofisticati meccanismi al mondo per controllare e censurare Internet, consentendo di esaminare il contenuto delle comunicazioni individuali su scala di massa".

Mentre dilaga la protesta in Iran, il web viene censurato da tecnologie occidentali peacelink 22 giugno 2009

Report: Siemens, Nokia aided Iran's Web censorship giugno 2009

Iran's Web Spying Aided By Western Technology 22 giugno 2009

Nokia Siemens Networks ha invece negato di aver fornito agli operatori TLC iraniani le tecnologie necessarie per far sprofondare il paese nel buio della censura. In una nota ufficiale, il consorzio finnico-tedesco ha spiegato di aver fornito a TCI (Telecommunication Company of Iran), provider telefonico di stato, gli apparati necessari per monitorare esclusivamente le chiamate vocali, nel pieno rispetto delle regole stabilite da ETSI (European Telecommunications Standards Institute) e 3GPP (3rd Generation Partnership Project).

Nessuna capacità di filtraggio o di censura della Rete iraniana avrebbe dunque il marchio Nokia-Siemens secondo Ben Roome, portavoce della joint venture, che si sta prodigando in una personale battaglia tramite Twitter cercando di diffondere la smentita all’articolo del Wall Street Journal.

I filtri iraniani non sono Nokia-Siemens PI 23 giugno 2009

Tech giants deny helping Iran eavesdrop 22 giugno 2009

Provision of Lawful Intercept capability in Iran 22 giugno 2009

Il popolare sito di file-sharing The Pirate Bay ha aiutato il lancio di un a rete telematica in supporto della protesta contro le elezioni in Iran consentendo agli utenti di dodge la censura del regime surfando anonimamente.

The Pirate Bay, ha anche cambiato temporaneamente il proprio logo, diventato "The Persian Bay" con un link al forum di protesta.

Il sito web iran.whyweprotest.net consente “un modo sicuro e affidabile di comunicazione per iraniani e amici” dirigendo gli utenti verso sistemi di anonimità che possono essereusati per nascondere le effettive locazioni internet.

"Anche se viene silenziata una scheda elettorale la voce che c’è dietro non potrà essere messa a tacere”, dice il sito, anche se non è del tutto chiaro quanto sicuro sia e se davvero possa essere assicurata una totale anonimità.

Il portavoce di The Pirate Bay Peter Sunde ha detto che il suo team ha aiutato la realizzazione del sistema dopo che il governo iraniano ha cominciato a reprimere la libertà di Internet nello sforzo di controllare le immagini delle proteste post-elezioni.

The Pirate Bay Helps Iran Critics Dodge Censorship 20 giugno 2009

http://thepiratebay.org

http://iran.whyweprotest.net/

Internet in Iran potrà anche essere stata colpita, ma non è stata azzerata. E non è una questione di etica o di lungimiranza politica, ma una semplice considerazione economica: nel paese mediorientale ci sono aziende che fanno affari con l'occidente, che contano sulla Rete per condurre il proprio business. Tagliare a loro l'accesso al Web significherebbe colpire interessi economici vitali.

"Quello che è accaduto probabilmente - spiega Marco Gioanola, consultant engineer di Arbor Networks - è che a cavallo delle elezioni sia stata messa precipitosamente in campo qualche tipo di infrastruttura: inizialmente di blocco, e successivamente di filtraggio a livello di contenuti e applicazioni".

Secondo le analisi di Arbor Networks, effettuate mediante il network di ISP che collabora alla raccolta anonima di informazioni sul traffico in transito sui propri nodi, c'è senz'altro in atto un deciso tentativo di oscurare i contenuti sgraditi all'attuale regime: "D'altro canto - aggiunge Gioanola - c'è il sospetto che queste infrastrutture costituiscano anche un collo di bottiglia, che limitino per le loro capacità prestazionali la quantità di traffico che entra ed esce dall'Iran".

Sul piano quantitativo, secondo le ricostruzioni effettuate, la capacità complessiva di traffico in entrata e uscita dall'Iran si aggira sui 12Gbps di picco: tipicamente, nelle settimane che avevano preceduto le elezioni la media si era assestata sui 6Gbps, con le consuete flessioni notturne e nei weekend tipiche di qualunque paese. Improvvisamente, nella giornata delle elezioni, il traffico è sceso praticamente a livello zero, per poi risalire gradualmente nei giorni seguenti ma senza mai ritornare ai livelli precedenti.

"Possiamo basare le nostre osservazioni solo sull'analisi di questi dati - precisa Gioanola - e non è un mistero che al Mondo ci siano paesi che filtrano più o meno pesantemente Internet: quello che osserviamo è che farlo massivamente, a livello nazionale e per quantitativi di traffico medio-alti non è banale". Anche se a scendere in campo è una struttura governativa, non è detto che sia possibile analizzare realmente ogni messaggio di Twitter a meno di non disporre di strumenti di una certa portata: "C'è il sospetto che questa infrastruttura di filtro possa causare danni anche non voluti rispetto all'attività stessa, che crei un collo di bottiglia che va ad impattare anche aziende iraniane che abbiano bisogno di usare Internet per il loro business".

In valori assoluti, il traffico complessivo dell'Iran equivale a quello di un ISP medio occidentale: con la differenza che, essendoci in pratica un solo gestore dell'intera infrastruttura nazionale di comunicazione (per di più sotto il controllo del governo), il metodo più veloce ed economico per arginare fenomeni indesiderati presenti in Rete sia la censura di interi protocolli, servizi, domini: "È comune che i regimi di un certo tipo - continua Gioanola - si rivolgano a metodi tecnologici più grossolani, come ad esempio il blocco di YouTube o di Twitter solo per arginare alcuni video o un singolo utente scomodo. Il rovescio della medaglia è che questo metodo conduce a blocchi troppo drastici, e quindi che come suggerisce qualcuno questo blocco abbia effetti su altre attività".

Il problema, per così dire, è tecnico: per coprire certe moli di traffico occorre un adeguato investimento tecnologico e infrastrutturale. A seconda delle scelte fatte dall'ISP o dal fornitore di servizio, l'approccio può essere più o meno trasparente, più o meno chirurgico. "Pensiamo a una ricerca su Google - chiarisce Gioanola - in un certo senso, per ogni pagina elencata tra i risultati Google custodisce una copia più o meno aggiornata nella sua cache: questo dà l'idea di quale sia la potenza computazionale globale in gioco. Se l'Iran genera un traffico di 6Gbps, si tratta di un valore che stante la tecnologia moderna è possibile ispezionare con grosso dettaglio".

Ma con uno sforzo non indifferente: le cifre in ballo per mettere in piedi un sistema di controllo capillare, dalle capacità cinematografiche di analisi del singolo messaggio, richiederebbe nel caso dell'Iran qualche milione di euro: ma soprattutto, richiederebbe tempo e competenze tecniche, impossibili da sintetizzare in poche ore a cavallo di una crisi politica e sociale come quella ancora in corso.

"Per realizzare certe cose - chiosa Gioanola - occorre che ci sia una forte motivazione politica, le competenze adeguate, un budget stanziato e il tempo di portare a termine il compito: ciascun paese mette in campo le risorse e le tecnologie di cui dispone, leggevo come in Cina alcune attività siano fatte addirittura manualmente. Nel caso dell'Iran, ma sono speculazioni, probabilmente l'infrastruttura di filtraggio per emergenza non è adeguata, sarà basata su tecnologie poco efficienti, adatte a realtà enterprise, che al momento del picco non reggono il traffico".

Secondo Gioanola, inoltre, sempre più spesso i governi finiscono per rendersi conto della contraddizione tra il proporre l'accesso a Internet ai cittadini e poi filtrarlo: "Mi sembra di vedere sempre più paesi di questo tipo che fanno attività di filtraggio o se si vuole di censura del traffico, che si accorgono che il gioco non vale la candela: non posso avere la botte piena e la moglie ubriaca, non posso vendere ADSL e poi filtrare continuando a sperare di trarne un profitto. L'approccio di filtraggio orientato alla censura sul medio-lungo termine non garantisce un ritorno".

Quella tra utenti e governi rischia di diventare una moderna riproposizione del mito di Prometeo: "È una rincorsa: se io regime blocco l'HTTP, io utente userò altro protocollo. Se blocco i PC allora si passerà agli SMS: ci sono talmente tanti modi di comunicare che l'approccio miope della censura ha un effetto immediato nel momento in cui viene applicato, ma scatena una rincorsa tecnologica". E in questa rincorsa rientrano anche strumenti come TOR, protocolli cifrati, open proxy.

Gioanola invita però a fare attenzione: "Ci sono paesi che hanno connessioni con il resto del Mondo che assomigliano alla fine di un vicolo cieco: nel momento in cui il governo o una entità che controlla le connessioni decide di bloccare le comunicazioni, è difficile scavalcare questo tipo di limitazioni fisiche". Inoltre, "L'utente che usa protocolli come TOR non deve illudersi di essere imprendibile, così come il governo non può illudersi di avere il totale controllo delle comunicazioni: nel primo caso, con sufficienti motivazioni e mezzi, una entità centrale con il controllo dell'infrastruttura può stoppare il traffico TOR. Nell'altro, Internet è pur sempre una infrastruttura globale, condivisa, con una pluralità di attori coinvolti: pensare di controllarla, o di sfuggire ai controlli, non è realistico".

Insomma, non è detto che per garantirsi la privacy basti usare TOR: "Se io fossi il governo iraniano e volessi bloccare le comunicazioni, potrei agire con la scure: bloccherei tutte le comunicazioni anonime, senza neppure dover decifrarne i pacchetti. È un approccio miope già visto in passato: il fatto che una delle applicazioni che ha visto il crollo maggiore sia SSH, mi fa pensare al fatto che siano stati applicati dei filtri grossolani. Ma non è computazionalmente fattibile capire cosa c'è dentro tutte le comunicazioni HTTPS: un censore miope può bloccare il protocollo, ma questo significa pure bloccare in tutto il paese i servizi di Internet Banking". Con tutto quello che questo tipo di scelte comporta.

Iran, la Rete ha vinto PI 01 luglio 2009

Iranian Traffic Engineering 17 giugno 2009

A Deeper Look at The Iranian Firewall 18 giugno 2009

Navigare anonimi: cambiare, nascondere l'IP, usare proxy e indirizzi IP falsi. Tutti i modi per essere invisibili 07 maggio 2009

Censorship in Iran - Wikipedia

Arbor Networks

A proposito della censura iraniana della rete, Google ha fatto sentire la propria voce auspicando che il governo del paese asiatico abbandoni la sua politica di censura.

Secondo il CEO Schmidt in persona, azioni di repressione del libero pensiero sarebbero solo e semplicemente un vero e proprio pericolo per chi le compie.

Intervistato durante un incontro in occasione del Cannes Lions International Advertising Festival, Schmidt si è detto speranzoso di vedere la fine del bavaglio mediatico che ha colpito il paese asiatico all'indomani delle discusse elezioni, portando le autorità ad oscurare i maggiori organi di informazione.

Il blocco della libertà di parola e delle comunicazioni può portare a conseguenze da non sottovalutare", ha detto Schmidt, alludendo al fatto che gli utenti in seguito ad atteggiamenti simili potrebbero tentare il tutto per tutto.

Del resto, dall'inizio della protesta, in molti si sono offerti di propagare la libera circolazione delle informazioni utilizzando canali a larga risonanza come blog e social network, cammuffandosi tra i netizen iraniani per evitare che questi vengano identificati dalle autorità locali.

A questo va ad aggiungersi la presa di posizione fatta dal team di LimeWire, noto client di file sharing che ha invitato i propri utenti a condividere in maniera attiva le informazioni provenienti dall'Iran,utilizzando la propria rete P2P. In particolare, agli utenti è stato chiesto di scaricare un archivio di 110MB circa, contenente diversi file video provenienti dal paese asiatico, con l'esplicita richiesta di decomprimere e condividere tutto con l'intera community.

Molto forte e sentita la motivazione del gesto, spiegato in maniera chiara ed esaustiva: "Il Governo iraniano ha limitato il libero flusso delle informazioni all'alba delle elezioni presidenziali", si legge in una nota di LimeWire, "mentre non prendiamo posizione in merito alle elezioni stesse, crediamo fortemente in Internet e nella libertà di informazione".

Schmidt: la censura iraniana è un rischio PI 30 giugno 2009

Google chief: Iran can't control the net The Guardian 26 giugno 2009

Twitterverse working to confuse Iranian censors Cnet 16 giugno 2009

Limewire helps to circumvent Irianian Internet censorship 28 giugno 2009

Sempre a proposito di censura della rete, il Governo Cinese ha dichiarato che ritarderà la norma che impone ai produttori di PC di installare il software di filtraggio chiamato “Green Dam”.

L’annuncio aveva provocato un fiume di proteste non solo in Cina, ma in tutto il mondo, preoccupando esperti internazionali e responsabili di computer. Il software Green Dam è stato progettato per filtrare la pornografia e la violenza e tutelare i minori, ma molti esperti dichiarano che il software potrebbe contenere delle backdoor per spiare gli utenti.

Il Governo Cinese ha fatto sapere che l’obbligo di installazione è sospeso a tempo indeterminato, per poter dare ai produttori di PC il tempo necessario per adattarsi alla norma. Tuttavia, scuole e Internet Cafè potrebbero già essere obbligati ad installare il software. Attualmente, solo Acer ha dichiarato che avrebbe installato il Green Dam, mentre Lenovo non ha ancora risposto alle richieste del Governo.

Ugualmente, HP e Dell sono rimasti in silenzio senza lasciare dichiarazioni, mentre Sony avrebbe già avviato la produzione di computer con il software preinstallato.

La Cina rimanda l'installazione del Green Dam 01 luglio 2009

After Outcry, China Delays Requirement for Web-Filtering Software New York Times 30 giugno 2009

L'artista cinese Ai Weiwei chiede ai cinesi di boicottare la rete per protestare contro il governo 24 giugno 2009

Censura cinese, l'arma finale è pronta a colpire 23 giugno 2009

Great Firewall of China Winds Down; Censorship Battle Continues June 9th, 2009

Tech companies challenge China's censorship 12 giugno 2009

Nei mesi passati il più grande provider norvegese, Telenor, era stato trascinato in tribunale per essersi rifiutato di bloccare l’accesso a ThePirateBay. Dopo un po’ di tempo, il provider è tornato su quella decisione spiegandone i motivi.

Tutto è iniziato con l’ultimatum della IFPI che aveva chiesto a Telenor di bloccare l’accesso a ThePirateBay entro 14 giorni. La spiegazione di Telenor è la seguente:

Se Telenor è ritenuta complice di qualsiasi attività illegale online, il provider avrebbe dovuto bloccare numerosi altri siti in merito a qualsiasi sospetto di attività illegale. Telenor avrebbe dovuto, quindi, agire come una sorta di polizia privata o autorità di censura, il che sarebbe molto preoccupante per la libertà di parola”.

Secondo Telenor, quindi, la richiesta di blocco sarebbe inaccettabile. La pirateria è, si, un problema, ma non si può censurare Internet per risolverlo.

Telenor ritiene che il modo migliore per ridurre il file sharing illegale è quello di trovare delle soluzioni per rendere disponibili i contenuti scaricabili legalmente. L’industria della musica e dello spettacolo devono trovare sistemi per monetizzare i contenuti. Bloccare l’accesso ai siti web, invece, è una violazione ai diritti che costituiscono i presupposti per la democrazia.

Pirate Bay Block Violates Democratic Principles, ISP Says 10 luglio 2009

The Pirate Bay si venderà ad un'azienda svedese che medita di trasformare la Baia in uno strumento di sharing inattaccabile.

Era un unto di riferimento per lo sharing, un approdo in rete per oltre 25 milioni di netizen. Il vessillo dei pirati della Baia simboleggiava la condivisione in rete e l'irruenza della necessità espressa dai netizen di poter fruire dei contenuti e di poterli condividere sfruttando al massimo le potenzialità della rete.

Il sequestro del 2006 ad opera della forze dell'ordine svedesi è leggenda, epici i caustici scambi di battute che hanno opposto i rappresentanti di The Pirate Bay ad un'industria dei contenuti che non sembrava stare al passo con quello che i cittadini della rete da tempo chiedono loro.

The Pirate Bay ha squassato le corti di mezza Europa e mobilitato legislatori, ha innescato setacci e ha arringato le folle. Ha cavalcato i marosi delle polemiche per guadagnare l'attenzione della rete. I timonieri della Baia sono stati giudicati colpevoli, condannati a pagare milioni di euro e a scontare la propria pena con il carcere.

Peter Sunde, altresì noto come “BrokeP”, aveva promesso che non avrebbe corrisposto nulla, le speranze della rivalsa erano riposte nel torbido passato di un giudice vicino all'industria dei contenuti. Speranza flebile, spenta dalla decisione del tribunale svedese che ha giudicato lecito il procedimento con cui la Baia è stata affondata.

Cinque anni di storia in cambio di 60 milioni di corone svedesi, cinque milioni e mezzo di euro. Cifra che la svedese Global Gaming Factory, azienda che gestisce una rete globale di Internet café e centri di intrattenimento videoludico, verserà per metà in denaro sonante, per metà in quote scaturite da un nuovo assetto azionario.

Da The Pirate Bay spiegano che quanto ricavato dalla vendita non servirà a pagare conti con la giustizia né a spianare la strada alla ciurma dei bucanieri: convergerà in un fondo aperto oltre i confini svedesi, fondo che alimenterà altri progetti che fermentano da tempo, dedicati alla tutela dei diritti digitali.

Le energie erano esaurite, la Baia non rinuncia a lottare contro l'"odiata" industria dei contenuti, c'è bisogno di decentrare le risorse per riverberare l'impatto dello sharing, nemmeno un grazie per sei anni di lavoro, The Pirate Bay non è tutto: le reazioni cinguettate di Sunde sono scomposte, non sono impregnate della solita, rassicurante sicumera capace di fomentare le platee dei condivisori.

Global Gaming Factory ha in cantiere grandi progetti: sta completando l'acquisizione di Peerialism AB, le cui tecnologie contribuirebbero a consolidare l'infrastruttura e a gestire al meglio il traffico, provvederà a rendere più efficiente il tracker di The Pirate Bay. E intende "introdurre modelli che permetteranno che i fornitori di contenuti e i detentori dei diritti vengano pagati per i contenuti che verranno scaricati attraverso il sito".

I nuovi nocchieri di The Pirate Bay aspirano a diventare inattaccabili di fronte alla legge: se la responsabilità dello sharing e delle violazioni è stata finora imputata agli utenti che approfittavano di un'infrastruttura neutra, Global Gaming Factory sembrerebbe volersi assumere la responsabilità di impugnare il timone e di virare verso il business.

Un nuovo Napster, da cui non si potrà spremere nulla di buono? Un voltafaccia che si tradurrà in una disfatta per le istanze piratesche dei cittadini della rete? Progetti che fermentano in gran segreto per sovvertire gli equilibri del mercato dei contenuti online?

Se gli utenti non lesinano critiche acuminate, l'industria dei contenuti rappresentata da IFPI si esprime con cautela: "non conosciamo i dettagli e ci sono molte questioni aperte riguardo a come ciò si tradurrà in pratica - ha commentato il CEO di IFPI John Kennedy - ma saremmo entusiasti se questo processo risultasse nel fatto che The Pirate Bay diventasse un servizio legale". Concorda il presidente di FIMI Enzo Mazza: "Gli sviluppi sul fronte di Pirate Bay invitano all'ottimismo e noi ci auguriamo che il modello legale proposto dai nuovi proprietari possa finalmente contribuire allo sviluppo del business dei contenuti digitali. Le azioni giudiziarie promosse anche in Italia hanno infine portato ad una possibile soluzione positiva".

Comunque la situazione si evolva, in qualsiasi direzione muovano le correnti, la Baia sembra prepararsi a qualcosa di dirompente. Un dirompente modello di business, un dirompente capitombolo. Dal blog ufficiale è stato annunciato l'allestimento di una interfaccia per semplificare la rimozione degli account.

The Pirate Bay si è venduta PI 01 luglio 2009

The Pirate Bay - Wikipedia

Intanto, in Europa crescono i Partiti Pirata.

A due settimane dalla vittoria storica del Partito Pirata in Svezia, che ha ottenuto un seggio nel parlamento europeo, anche l’omonimo movimento politico in Germania ha ottenuto un seggio nel parlamento tedesco.

Il politico Jörg Tauss del partito di sinistra DOCUP ha aderito al Partito Pirata tedesco dopo che questo aveva lanciato una petizione contro il governo per bloccare il disegno di legge sulla censura (anche se dovrebbe essere applicato innanzi tutto contro la pornografia infantile).

Per contestare questo disegno di censura, la cui validità non è stata ancora provata, Tauss ha lasciato il suo partito per aderire al Piraten Partei.che lo ha accolto come uno dei più esperti politici nel settore dell’istruzione, della ricerca e dei nuovi media, e ha invitato il DOCUP (del settore socialdemocratico) ad interessarsi alle materie digitali.

La vicenda di Tauss si tinge però di giallo perché il parlamentare è attualmente sotto indagine in merito al possesso di immagini pedopornografiche. Tauss sostiene di avere quelle immagini per via di certe sue indagini nella "sottocultura" che le ha messe in circolo, e il Piraten Partei dice che finché non ci saranno condanne formali non sussistono motivazioni concrete per dubitare della "innocenza e integrità morale" del loro neo-iscritto.

Dopo il clamoroso exploit in patria con la conquista di un seggio al Parlamento Europeo, il Partito Pirata svedese continua a rafforzare la sua vecchia idea di "paneuropeismo" dando vita a omologhi in tutta Europa e conquistando sempre maggiore visibilità anche nell'ambito della politica "tradizionale", quella che in genere non gradisce vedersi accostare a termini come "pirateria" e "file sharing".

L'avanzata inesorabile dei disegni di legge anti-Internet, pensati con l'obiettivo di aumentare il controllo governativo nel nome della sicurezza o sancire la sudditanza delle libertà dei cittadini della rete agli interessi dell'industria dei contenuti, riguarda oramai tutta l'Europa ed è dunque comprensibile che un movimento nato in risposta a simili iniziative acquisti a sua volta una valenza continentale.

Uno dei paesi più esposti al vento di restaurazione delle lobby pro-copyright è ad esempio la Francia, che si è vista censurare la famigerata legge HADOPI nelle sue misure "ammazza-connessione" ma nonostante questo continua dritto sulla strada della difesa dello status quo e degli attuali modelli di business del mercato multimediale.

Ma in Francia la politica o quantomeno l'opinione pubblica potrebbero presto dover fare i conti con una voce fuori dal coro, una voce portata avanti da Rémy Cérésiani e dal neonato Partito Pirata francese. Cérésiani, studente di scienze politiche, ha depositato lo statuto della nuova formazione presso le autorità competenti dando così il via all'avventura dell'ennesimo spin-off del PiratPariet originario, del tutto simile a quest'ultimo dall'inconfondibile logo-bandiera nera sino allo statuto fondativo con gli obiettivi primari di difesa delle libertà digitali, protezione della privacy e condivisione della conoscenza.

Il Parti Pirate francese comincia la sua scalata alla rappresentanza democratica da un gruppo su Facebook, e se per motivi di mera tempistica non ha avuto modo di esprimersi sulla succitata legge HADOPI certo è che si farà presto sentire sulla nuova versione dell'altrettanto spigolosa proposta nota come LOPPSI, che tra le altre cose vuole introdurre in Francia gli stessi strumenti di controllo a mezzo spyware statale già introdotti in Germania.

Il Partito del Pirata tedesco avrà un rappresentante in parlamento downloadblog 23 giugno 2009

Swedish pirates capture EU seat BBC News 08 giugno 2009

I pirati all'arrembaggio dell'Europa 08 giugno 2009

Partiti pirata europei crescono PI 23 giugno 2009

Un nouveau Parti pirate en France 19 giugno 2009

Nasce in Svizzera un altro Partito Pirata PI 14 luglio 2009

Parigi, cilecca sul terzo colpo PI 11 giugno 2009

Francia, lo spyware vien dallo stato PI 28 maggio 2009

Piraten Partei

Pirate Party - Wikipedia

Per la prima volta nella storia della Rete, i blog hanno fatto sciopero.

Un minuto di silenzio e tutti imbavagliati "per dire no al ddl Alfano che mette il bavaglio ai siti internet e alla blogosfera": questa la protesta in Piazza Navona, di circa 200 blogger, rappresentanti di un movimento nato nell'ultima settimana con il tam tam della Rete contro il disegno di legge del ministro della Giustizia che contiene anche l'obbligo di rettifica per i blog, cui ha partecipato anche il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro.

Pensato 60 anni fa per la stampa, "se imposto a tutti i blog, anche amatoriali, e con le pesanti sanzioni pecuniarie previste - 25 milioni di vecchie lire - l'obbligo di rettifica metterebbe di fatto un silenziatore alla libera espressione in Internet", ha detto Guido Scorza, avvocato ed esperto della Rete, che con Alessandro Gilioli ed Enzo Di Frenna ha promosso l'iniziativa.

In piazza Navona, dove alcuni manifestanti indossavano una t-shirt con la foto del ministro Alfano e la scritta 'Angelino is watching you', anche il professor Derrick de Kerckhove guru di Internet e docente all'Università di Toronto. "L'Italia ha due modelli da seguire - ha detto - o quello degli Stati Uniti e di Obama, dove la Rete ha fatto le elezioni; o quello della Cina dove la gente è uccisa perché reagisce a forme di controllo. Vogliamo seguire questa forma di fascismo elettronico? Il fascismo italiano è venuto dalla radio, il secondo da Internet. Sono preoccupato perché si parla del futuro della nostra libertà civile".

Circa 800 blog italiani hanno mandato online solo il logo dello sciopero (un megafono con lo slogan "questo blog alza la voce") e un link al manifesto per il Diritto alla Rete, a cui si sono iscritte circa 1.500 persone. All'iniziativa hanno aderito anche Marco Travaglio, Luca Sofri, Ivan Scalfarotto e Vittorio Zambardino, ed esponenti di diversi partiti e associazioni tra cui Ignazio Marino e Vincenzo Vita del Pd; gli Amici di Beppe Grillo di Roma, Calabria e Taranto; Articolo 21; Sinistra e Libertà; Per il Bene Comune; Partito Liberale Italiano.

A manifestare anche Di Pietro che ha presentato un emendamento per limitare l'obbligo di rettifica ai siti di informazione professionale. "Il provvedimento con cui si vuole chiudere la Rete non è soltanto un errore ma un progetto criminale portato avanti scientemente per impedire ai cittadini di sapere come stanno le cose. Oggi sia sul mio blog personale che su quello dell'Idv abbiamo messo una pagina nera perché siamo in lutto".

E la protesta dei blogger non si ferma qui: è stata annunciata anche la costituzione della Consulta permanente per il Diritto alla Rete con "l'obiettivo di aprire un tavolo di confronto tra il mondo della Rete e la politica che tenga conto della libertà di espressione e di informazione e soprattutto delle necessità di chi la Rete la vive ogni giorno come utente e cittadino".

La Rete imbavagliata dal ddl Alfano, protesta Repubblica 15 luglio 2009

http://dirittoallarete.ning.com

Il Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, lancia l'allarme: "Bisogna proteggere chi utilizza Internet - spiega nel resoconto relativo al 2008, presentato al Parlamento - va protetta la libertà della Rete da chi la vorrebbe soffocare".

Secondo Pizzetti va difeso a spada tratta il diritto dei cittadini a disporre dei propri dati come desiderano, garantendone la privacy. Chiede a tal proposito che venga istituito un organo analogo al WTO, che si occupi di disciplinare la Rete assicurandone lo stato di "cuore pulsante del mondo contemporaneo".

Inoltre è intervenuto anche su fatti di recente attualità spiegando che "la pubblicazione di foto di persone, vittime di incidenti o altro, prese da Facebook senza controllo, ci ha messo di fronte alla pericolosità di un uso sprovveduto e disattento delle nuove opportunità della Rete, tanto più grave perché condotto da operatori dell'informazione".

Parlando poi dell'annoso problema costituito dallo spam, il Garante ha inoltre ricordato che "un indirizzo e-mail, per il solo fatto di essere reperibile in rete, non può essere oggetto di un uso indiscriminato e che occorre ottenere il consenso preventivo del destinatario prima di utilizzare l'indirizzo di posta elettronica per fini di pubblicità e di marketing, in quanto la pubblicità di un dato non ne comporta la libera utilizzabilità".

Garante: l'utente è nudo PI 02 luglio 2009

http://www.garanteprivacy.it/garante/document?ID=1628136

Governi e aziende non dovrebbero tracciare i netizens nella loro vita online. Secondo Sir Tim Berners-Lee, uno dei padri fondatori del web, controllo, censura e violazione della privacy costituiscono un brutto vizio da dimenticare.

Intervenuto ad una conferenza indetta per presentare una serie della BBC che vede come protagonista il web e il modo in cui ha cambiato la vita degli utenti, Berners-Lee non ha risparmiato toni critici nei confronti di chiunque si appresti a limitare l'accesso al web o ad imporre blocchi e censure, strategie che secondo la sua opinione sono destinate ad un puntuale fallimento.

Il web dovrebbe essere uno spazio libero a misura di cittadino, che dovrebbe potervi accedere liberamente.In particolare, l'idea di Berners-Lee ruota intorno a una rete concepita come "un foglio bianco, sul quale governi e aziende non possono sindacare quello che i cittadini vi scriveranno sopra, senza alcuna restrizione nella pubblicazione del loro pensiero". Inoltre, non manca di criticare i regimi repressivi che con la loro censura non farebbero altro che danneggiarsi, dal momento che a suo parere alla fine l'apertura del web alla fine vince sempre "seppure si tratti spesso di una lunga strada".

Berners-Lee: il web deve restare libero PI 14 luglio 2009

Call for limits on web snooping BBC News 10 luglio 2009

Berners-Lee ha anche pubblicato i suoi suggerimenti su come rendere disponibili online i milioni di dati raccolti dalle agenzie governative.

Mentre negli Stati Uniti l'idea di rendere facilmente accessibile online i dati e le statistiche raccolte dal governo si sta mettendo già in pratica con il sito data.gov, grazie al Chief Information Officer Vivek Tundra, già fautore dell'Open Access nel suo ruolo di CTO del Distretto di Columbia, sull'altra sponda dell'Atlantico si sta cercando di dar seguito all'impegno di Gordon Brown. Anche il leader dei conservatori inglese David Cameron ha manifestato il proprio appoggio ad un cosiddetto "diritto ai dati".

Proseguendo nella scia di una questione già portata all'attenzione da varie organizzazioni della società civile, il dibattito pubblico verterà ora sulle problematiche relative alla privacy, al possibile utilizzo commerciale dei dati divulgati, nonché da quali far partire il processo (nel Regno Unito si parla di iniziare dal divulgare le note spese mensili dei deputati e le statistiche sui disservizi della pubblica amministrazione).

Berners-Lee ha pubblicato le sue riflessioni (tecniche) dopo alcuni incontri avuti con vari rappresentanti di Governo statunitensi e britannici. Il padre del Web afferma innanzitutto che "i dati grezzi debbano essere messi a disposizione il prima possibile. Preferibilmente - aggiunge - caricati come Linked Data". Dovranno, inoltre, essere disponibili in RDF e in una forma tale da poterne garantire l'accesso con strumenti open source come D2RServer e Triplify.

Con un open format, infatti, saranno modulabili e gestiti più facilmente dagli utenti. Un'ulteriore priorità sarà la possibilità di linkarli a fonti esterne per maggiore completezza. Ultimo step previsto da Berners-Lee è la strutturazione in interfacce semplici, da utilizzare per tutti gli utenti.

Sarà proprio l'utilizzo che ne faranno i cittadini a rivalutarli, dal momento che i possibili impieghi, ha notato Kundra, saranno sicuramente sorprendenti. Nella sua prima esperienza nel Distretto di Columbia, per esempio, è stato sviluppato, partendo dai dati messi a disposizione sulle statistiche criminali e sulle licenze per vendere liquori, StumbleSafely, che calcola il percorso più sicuro per tornare a casa dopo una nottata di bagordi. "La chiave - ha concluso - è riconoscere che non abbiamo il monopolio sulle buone idee e che il governo non ha risorse infinite". Un chiaro proclama open source.

Il diritto ai dati PI 30 giugno 2009

INTERNET GOVERNANCE

Libera circolazione dei beni digitali, diritti, concorrenza, accesso, equilibrio tra gli interessi delle parti: sono questi i punti salienti toccati da Viviane Reding, Commissario europeo per la Società dell'Informazione e i Media, nel corso di una recente intervista rilasciata ad Altroconsumo.

Si discute della delicata posizione della Commissione in merito ai problemi del mondo digitale e alla posizione dei consumatori nei confronti di organizzazioni del copyright e fornitori di accesso e contenuti in rete.

Una delle questioni cruciali dell'infrastruttura di rete europea è la possibilità, per utenti e operatori, di trovarsi in un contesto comunitario in cui, al pari della libera circolazione di merci e servizi "reali", valgano le stesse regole su tutto il territorio del Vecchio Continente. Incalzata da Altroconsumo, Reding conferma la volontà di scardinare l'attuale oligopolio delle società di raccolta dei diritti d'autore, un monopolio che ha già cominciato a scricchiolare da quando la SIAE francese SACEM, la major EMI e altri hanno convenuto sulla necessità di adottare un sistema unificato che rispetti la pervasività di Internet e la sua mancanza di "frontiere" a difendere i vari mercati nazionali.

"La questione è molto complessa - dice il Commissario europeo - non solo per il numero di stakeholder coinvolti ma anche per la necessità di preservare la diversità culturale e di mantenere l'equilibrio tra due necessità: da un lato fornire il giusto riconoscimento al lavoro degli artisti e dall'altra offrire ai consumatori la possibilità di ottenere contenuti in tutta Europa, indipendentemente dal Paese in cui ci si trova, e a prezzi abbordabili".

Nonostante questa intrinseca complessità, Reding è fiduciosa nel futuro e spera di presentare "proposte concrete" entro la fine dell'anno, magari a partire dalla modernizzazione della direttiva UE sulle comunicazioni via cavo e satellitari.

Il Commissario Reding parla inoltre di copyright e pirateria digitale, e del fatto di coinvolgere nella discussione inerente i contenuti digitali (su cui a Bruxelles è attiva una commissione apposita) anche i consumatori e la loro prospettiva.

Dopo il copyright, per cui si stanno studiando anche eccezioni a difesa della creatività e il riutilizzo da parte dei contenuti generati dagli utenti (una sorta di "fair use" europeo insomma) tocca ai diritti digitali tout court e al diritto all'accesso, un principio sancito come diritto fondamentale di ogni cittadino europeo attraverso la levata di scudi del Parlamento Europeo in occasione della votazione del Pacchetto Telecom, in barba a qualsiasi tentativo di disconnessione forzata voluto in terra francese con la legge HADOPI.

"Mi fa piacere vedere che ora la Corte Costituzionale francese abbia stabilito che la legge Hapodi rappresenta una violazione di diritti fondamentali", dice Reding, ribadendo la necessità di "trovare il giusto equilibrio tra la protezione dei diritti di proprietà intellettuale e della creatività artistica da una parte e il ruolo di Internet nel promuovere importanti diritti fondamentali come la libertà di espressione e di informazione".

Il Commissario parla anche di neutralità della rete, e distingue il "filtraggio buono" da quello cattivo nella misura in cui il primo serve a "ottimizzare il traffico e garantire una buona qualità del servizio in un momento di domanda in aumento e nella crescente congestione della rete in orari di punta", mentre il secondo può "portare a pratiche anti-competitive come la prioritarizzazione ingiusta di un certo tipo di traffico, oppure il suo rallentamento e, in casi estremi, il suo blocco". Nell'attuale scenario di convergenza tra telecomunicazioni, servizi e media è fondamentale mantenere Internet aperta alla concorrenza, dice il Commissario, e assicurarsi che i fornitori di connettività non abusino del controllo del traffico di rete.

E per ribadire ulteriormente il concetto di diritto all'accesso per utenti e aziende Reding rimarca l'importanza dell'approvazione, da parte degli Stati Membri della UE, dello stanziamento di 1,02 miliardi di euro per lo sviluppo della banda larga nelle zone rurali o di difficile accesso (o per dirla in altri termini dove i provider non vogliono arrivare per mancata convenienza e ritorno monetario immediato) già fissato a novembre 2008. "Sono contenta di vedere che ora tutti gli Stati Membri si sono impegnati a raggiungere il 100 per cento di copertura della banda larga tra il 2010 e il 2013" dice Reding, che in prospettiva annuncia per la fine dell'anno la disponibilità di regole giuridiche certe, fondamentali per dare il via agli "ingenti investimenti necessari alla costruzione dell'infrastruttura in fibra ottica per i servizi Internet a banda larga ad alta velocità, assicurando al contempo che i concorrenti abbiamo effettivo accesso alle reti di prossima generazione (NGA)".

Reding: la rete è un diritto PI 30 giugno 2009

Commissario europeo Viviane Reding: "L'accesso a internet è un diritto fondamentale" 26 giugno 2009

iTunes europeo più vicino PI 28 maggio 2009

Le innovazioni collegate all'Internet sociale stanno procurando un vero e proprio terremoto, nei comportamenti individuali come nei modelli di business e persino nelle attività criminali. Da qui la necessità di una riforma profonda dell'attuale quadro normativo, per molti versi inadeguato rispetto alle esigenze correnti. Sul come fare, però, non esistono ancora ricette consolidate.

È intorno a questi temi che si è dipanato l'incontro di studio intitolato "Le responsabilità giuridiche nel web 2.0", tenutosi presso l'Alma Graduate School dell'Università di Bologna.

Per sviscerare il problema, gli organizzatori hanno chiamato a parlare professionisti ed esperienze molto diverse: un dirigente della Polizia Postale come Antonio Apruzzese, due accademici con specializzazioni differenti - Marco Roccetti del dipartimento di Scienze dell'Informazione e Giusella Finocchiaro della facoltà di Diritto, entrambi presso l'Università di Bologna - e un manager di una grande azienda di telecomunicazioni come Vodafone, Corradino Corradi.

Quello che è emerso dal loro dialogo è un quadro ricco e sfaccettato, con molte questioni aperte e poche certezze. "La verità - spiega Giusella Finocchiaro - è che l'innovazione tecnologica ha contribuito a trasformare in profondità idee consolidate come quella di identità, di azione individuale, di autorialità. E risulta quindi evidente che il quadro normativo - penso in particolare alle parti che riguardano il copyright e la circolazione della conoscenza - non è più adeguato a affrontare la situazione corrente".

La relazione tra attività di creazione da parte degli individui, circolazione della conoscenza e vincoli normativi è stata al centro della trattazione dello stesso Roccetti. Secondo quest'ultimo, la libera diffusione della conoscenza non riguarda soltanto il benessere e l'interesse dei singoli, ma costituisce un bene collettivo che anche il Legislatore si deve preoccupare di preservare. "Quando si legifera su queste materie - sostiene Roccetti - non abbiamo a che fare con mere regole di comportamento, ma con la messa a disposizione e la circolazione di beni che forse sono beni in sé e che quindi la collettività deve in qualche modo tutelare".

Il riferimento dell'accademico va molto evidentemente a casi giudiziari recenti, come quelli che hanno visto protagonisti i responsabili di The Pirate Bay.

Più orientato alle opportunità e problematiche operative l'intervento di Corradino Corradi, manager dell'area ICT Security di Vodafone. Corradi ha evidenziato come l'avvento del web sociale prefiguri scenari promettenti per le società di telefonia, davanti alle quali si dischiudono ampie possibilità in materia di accesso mobile e personalizzazione dei servizi. "Il nostro obiettivo - ha detto Corradi - è superare il web 2.0 attraverso la personalizzazione. E questa prospettiva ci interessa in modo particolare perché siamo convinti che la personalizzazione si possa operare soltanto in ambiente mobile, quando sei legato ad una SIM più che quando sei legato ad una username generica".

Ma Corradi ha anche documentato la presenza di almeno tre grandi aree di criticità, sulle quali le telco starebbero attivamente lavorando. La prima è quella della libertà di circolazione dei contenuti, sulla quale non esistono ricette condivise ed anzi si registrano pressioni crescenti da parte dei detentori dei diritti e degli stessi ISP, nel senso della delimitazione e del filtraggio. La seconda è quella della protezione degli utenti, il cui bilanciamento con la libertà di espressione e accesso non è sempre semplice da conseguire. E da ultimo la privacy individuale, minacciata dalle policy di raccolta dati e dalle iniziative di personalizzazione della pubblicità.

Ancora differente il punto di vista portato da Antonio Apruzzese, dirigente della Polizia Postale responsabile per l'Emilia Romagna. Più che sulle problematiche squisitamente normative, il rappresentante di PolPost si è soffermato sulla crescita delle organizzazioni criminali che agiscono online e sulla necessità di individuare mezzi di contrasto migliorati per affrontarle. Nel tempo, spiega Apruzzese, i delinquenti del web hanno fatto un vero e proprio "salto di qualità" qualitativo e quantitativo.

Anzitutto, nella maggior parte dei casi documentati, a muoversi non sono più singoli hacker isolati, ma strutture organizzative composite con "manovali, quadri e dirigenti" dove l'azione del singolo risponde a strategie complessive più ampie. E poi si sono raffinati i metodi di lavoro, dai sistemi di arruolamento, alle tecniche di trafugamento fino a quelle di riciclaggio. "Spesso - spiega Apruzzese - i sistemi criminali provano ad arruolare, magari con innocenti mail, anche i comuni cittadini. Cui viene proposto magari di aprire dei conti online e operare delle transazioni - al buio - contro il pagamento di corrispettivi in denaro".

A fronte di tali sfide, le forze dell'ordine si devono attrezzare rivedendo in senso "dinamico" il concetto di sicurezza, in modo da comprendere e abbracciare le trasformazioni tecnologiche e comportamentali, e promuovendo coordinamento e partecipazione tra tutti gli attori che si occupano di sicurezza. Apruzzese si è soffermato anche sulle funzioni del neonato CNAIPIC, il cui obiettivo è appunto il coordinamento degli sforzi per la security informatica tra strutture diverse: "Ogni rete ha già le proprie strutture di difesa. In questo senso noi puntiamo ad offrire un coordinamento, fungendo da filo di collegamento tra i diversi soggetti sensibili".

In conclusione di giornata, Giusella Finocchiaro ha provato a raccogliere le varie suggestioni emerse ed a "tirarne le fila" sotto il profilo propriamente normativo. Posta l'inadeguatezza del quadro legislativo corrente, ha spiegato la studiosa di diritto di Internet, la soluzione ottimale sarebbe senz'altro quella di una revisione "di sistema" delle leggi su copyright e privacy, da attuarsi a livello sovranazionale. "Ma nell'attuale congiuntura globale - ha chiosato - una riforma di questa portata appare altamente improbabile".

Ed è per questo, continua Finocchiaro, che le soluzioni di breve periodo vanno ricercate in innovazioni più circoscritte, da attuarsi magari sul piano delle licenze e dei contratti, in grado di tutelare gli interessi dei vari attori in gioco nel rispetto delle norme vigenti. L'esempio esplicito portato dalla ricercatrice è quello della licenza Creative Commons, creata nel 2001 da Lawrence Lessig, che consente di contemperare l'esigenza di circolazione della conoscenza con i diritti individuali dell'autore. "Questo tipo di soluzione – ha concluso Finocchiaro - consente una forma di deregulation rispettosa del quadro normativo vigente, ed appare in questo senso il modo più equilibrato per uscire l'attuale stallo tutelando gli interessi di tutti".

La Legge e il web 2.0 PI 30 giugno 2009

CNAI, l'Italia affronta il cybercrimine PI 25 giugno 2009

British Telecom, il più grande provider di connettività del Regno Unito, ha cominciato a chiedere agli "altri" provider, quelli dei contenuti veicolati attraverso l'infrastruttura, di pagare dazio per sostenere i costi di mantenimento della suddetta infrastruttura.

Con questa sortita, peraltro non inedita nel'Isola, BT pone anche fine alle polemiche di questi giorni, scaturite dall'evidenza del fatto che l'ISP avrebbe messo un limite alla velocità di download di iPlayer, la piattaforma di distribuzione gratuita (per l'utente finale) di quella BBC che di contenuti ne ha prodotti e ne produce a vagonate.

Sì ammette ora BT, la banda disponibile per iPlayer ha un cap in downstream pari a 896 Kbps per i clienti della "Opzione 1", quelli che viaggiano con la broadband "base" tarata sui 2 Megabit a cui l'iTraffico viene limitato tra le cinque di pomeriggio e mezzanotte, nella parte del giorno in cui l'intasamento della rete e maggiore.

"Tutti vogliono cose come alta velocità, prezzi bassi, connessioni a 2 Mb. Noi non crediamo sia realistico per i proprietari dei contenuti come BBC e altri continuare a fruire di un vantaggio a costo zero", ha commentato il portavoce di BT riguardo la vicenda del throttling di iPlayer.

"Il traffico sta crescendo - dice BT - l'idea che gli ISP continueranno a pagare le bollette non è sostenibile. Vogliamo sistemare la questione con BBC e gli altri per arrivare a un qualche compromesso realistico".

L'ISP esclude qualsiasi possibilità di caricare il costo della banda sui clienti, perché già adesso i prezzi sono dettati da una concorrenza spietata e il progetto governativo tracciato dal report Digital Britain spinge sull'idea di un costo ridotto di accesso per non lasciare disconnesso nessuno.

Dunque a pagare dovranno essere i content provider, e se il primo a essere chiamato in causa è BBC per via delle recenti polemiche su iPlayer il discorso di BT si applica sostanzialmente a tutti, anche ai gigante dei contenuti multimediali come YouTube di Google.

Il traffico di rete di iPlayer nel Regno Unito è stimato per il 7% della banda totale, cosa che sottolinea anche BBC in risposta alle dichiarazioni battagliere di BT, mentre YouTube di rete ne satura il 30% nei momenti di picco. Non sono al momento noti contatti tra il provider inglese e il colosso statunitense riguardo la questione, ma se le intenzioni di BT non sono solo vuote parole: in un futuro non molto lontano i due soggetti dovranno cominciare a discutere del problema e delle possibili soluzioni.

Dall'altra parte dell'oceano il problema è praticamente speculare a quello sollevato da British Telecom, visto che negli USA sono i provider (e in particolare gli ISP di rete e cavo medio/piccoli rappresentati dall'associazione American Cable Association) a lamentarsi dei fornitori di contenuti, che a loro dire stanno cominciando una rivoluzione al contrario che inevitabilmente porterà alla nascita di una Internet ad accesso limitato fortemente deleteria per l'economia del settore.

"I giganti dei media sono nella fase iniziale di una trasformazione che li porterà a essere i guardiani dell'accesso a Internet - denuncia la ACA - richiedendo ai provider di connessioni in broadband di pagare per i loro contenuti e servizi basati sul web e includerli come parte di un accesso Internet base per tutti i sottoscrittori". Secondo la visione ipotizzata da ACA, a comandare davvero saranno le corporation dell'intrattenimento, la net neutrality finirà per essere solo un lontano ricordo e a fare le spese della situazione saranno soprattutto i soci dell'associazione, operatori che portano Internet nelle zone rurali del paese che spesso devono pagare di più per garantire ai consumatori la disponibilità degli stessi contenuti dei player maggiori.

ACA cita in particolare il caso di ESPN360.com, il canale web di eventi sportivi controllato da Disney che ha già siglato accordi con 60 diversi provider ma che evidentemente propone dei prezzi inaccessibili agli ISP di minori dimensioni. Nella sua risposta alle pretese di ACA ESPN definisce "insostenibile" la tesi proposta e ribadisce di "non voler forzare nessun distributore", grande o piccolo che sia, "a trasportare alcuno dei nostri prodotti". Il modello di business di ESPN è quello e gli ISP devono farsene una ragione, sostiene il canale web.

Internet, chi paga chi? PI 15 giugno 2009

BT calls for end of 'free ride' for BBC's iPlayer …and admits "throttling" video traffic 12 giugno 2009

BT Talks Up Plans to Charge Video Providers 11 giugno 2009

Cable group turns net neutrality around over ISP access fees ars technica 11 giugno 2009

Pubblicato il Digital Britain report 29 gennaio 2009

Digital Britain report: why should we care? Telegraph 15 giugno 2009

Oggi gli utenti di internet sono un miliardo e mezzo in tutto il mondo, di cui 300 milioni nell'Unione Europea. Per questo è ormai una necessità che la governance della rete sia aperta, indipendente e trasparente, poiché le decisioni che riguardano internet coinvolgono tutti i cittadini del mondo e devono essere adottate in modo responsabile.

È questa la raccomandazione della Commissione Europea, che ha pubblicato a riguardo un documento strategico.

Per ora il coordinamento delle decisioni chiave sulla governance di internet è un compito assegnato alla Internet Corporation for Assigned Names and Numbers ( ICANN), un organismo privato con sede negli Stati Uniti che opera nell'ambito di un accordo su un progetto comune con il Ministero del Commercio statunitense che scade il 30 settembre 2009.

La Commissione è d'accordo che la gestione quotidiana del funzionamento di internet continui ad essere affidata a imprese private, purché queste siano tenute a un dovere di rendicontazione e di indipendenza. Le intese sulla governance futura di internet devono riflettere il ruolo imprescindibile che è venuta assumendo la rete globale in tutti i paesi del mondo.

"La Internet Corporation for Assigned Names and Numbers - ha dichiarato Viviane Reding, Commissario UE alle TLC - sta per affrontare una svolta storica: diventare un organismo pienamente indipendente che dovrà render conto all'intera comunità mondiale di internet. I cittadini europei auspicano questa trasformazione ed è questo il senso della nostra proposta. Ho invitato perciò gli Stati Uniti a collaborare con l'Unione europea per raggiungere questo obiettivo".

Internet: la gestione della rete riguarda tutti e deve essere indipendente. Richiamo dell'UE 22 giugno 2009

Anche Cina e Russia sono entrati a far parte del Governmental Advisory Committee (GAC), l'organo interno all'ICANN, l'ente internazionale preposto alla regolamentazione della rete e alla distribuzione dei domini.

Come “dote” la Cina ha portato i suoi 298 milioni di navigatori, che ne fanno attualmente la nazione maggiormente rappresentata sulla Rete. Stesso discorso per i domini .cn che superano i 17 milioni.

La Russia invece entra nel GAC come “invited guest”, contribuendo ad aumentare fino al 90% il numero dei cittadini della rete rappresentati da ICANN: "Questo dato - spiega Stefano Trumpy, ricercatore del CERN e rappresentante dell'Italia presso ICANN - smorza le critiche di quanti sostengono che all'interno di ICANN non siano sufficientemente rappresentati i governi nazionali".

Icann introdurrà a breve innovazioni che permetteranno agli utenti di registrare nomi scritti in caratteri diversi dall'alfabeto latino (cinese, giapponese, arabo, ebraico, greco, cirillico, coreano, etc): a guidare tale svolta il neo-presidente e amministratore delegato Rod Beckstrom, esperto in sicurezza, high-tech e attività internazionali a favore dei Paesi in via di sviluppo, già direttore del centro nazionale sulla cyber-sicurezza USA.

ICANN, dentro anche Cina e Russia PI 06 luglio 2009

GAC :: Governmental Advisory Committee

L’alleanza di esperti accademici riunita all’interno dell’Internet Governance Project (IGP) non è altro che l’ultimo tentativo di sfidare l’attuale predominio dell’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN ).

L’IGP si propone come leader indipendente nel ruolo di analisi della global Internet oversight, Internet policy, e tecnologie di informazione e comunicazione basando il suo grido di battaglia sulla dichiarazione del Presidente Obama secondo cui “le sfide globali da affrontare chiedono delle istituzioni globali”.

Dopo 11 anni di successo alquanto discutibile, il ruolo dell’ICANN è soggetto a nuove e forti critiche. Ad esempio, il Joint Project Agreement (JPA) che governa il collegamento tra l’ICANN e lo U.S. Department of Commerce è stato definito “inerentemente guasto” dall’ IGP.

In una dichiarazione ufficiale della Commissione Scientifica dell’IGP, il Dr. Milton Mueller della Syracuse University eaorta l’ICANN a divenire indipendente, asserendo a nome dell’IGP che il Joint Project Agreement contribuirà al fallimento dell’ICANN.

L’IGP vorrebbe sostituire il JPA con un accordo formale internazionale che fornisca una responsabilità globale e condivisa per una Internet governance stabile e coordinata.

Tale accordo dovrebbe garantire la formazione di un board internazionale multi-stakeholder la cui missione sarebbe di vigilare sugli abusi, delegare le autorità sui domini top-level (Top-Level Domains - TLDs) ai governi nazionali, proibire all’ICANN di prendere decisioni riguardanti la libertà di espressioneo di agire come politici di governi, assicurarsi che l’ICANN segua rispetti le leggi sull’antitrust e sul commercio e deter gli abusi dei governi tramite l’ICANN. L’IGP inoltre vorrebbe dissolvere il Governmental Advisory Committee dell’ICANN.

Infine, l’IGP invita a smantellare l’attuale Internet Assigned Numbers Authority (IANA).

Group Proposes International Alternative to ICANN 11 giugno 2009

Internet Governance Project calls for U.S.-led international agreement on ICANN

ICANN Replacement Could Come This Fall 05 giugno 2009

Joint Project Agreement (JPA)

Internet Governance Project (IGP)

Top-level domain - Wikipedia

Internet Assigned Numbers Authority (IANA)

L’Internet Governance Forum svoltosi a Roma il 27 settembre del 2007 è stato incentrato sul tema della necessità di una “costituzione per Internet”, cioè di un vero e proprio sistema di norme a tutela del “cittadino elettronico”.

Secondo ALCEI, intervenuta al Forum, la “costituzione per Internet” è soltanto l’ennesima variazione - peraltro non nuova - sul tema “normomania”, cioè la vera e propria ossessione che spinge a chiedere l’emanazione di nuove leggi prima di verificare se quelle che ci sono vanno bene o no.

Da “ossessione”, la normomania diventa facilmente strumento per creare nuove entità (agenzie, garanti, comitati, commissioni) che, con la scusa di metterci il bavaglino, finiscono con il metterci il bavaglio (come scrisse nel 1996 Giancarlo Livraghi in Cassandra -vedi anche l’intervento di Paolo De Andreis al convegno “Internet, Libertà e Diritti” organizzato dalla CGIL a Roma il 22 luglio 1997).

Così, c’è chi si è preoccupato di “questioni di bottega”, come quelle relative all’albo dei giornalisti e i siti internet, chi si è concentrato sul ruolo degli RFC, chi, ancora, ha posto il problema inesistente della tutela dei blog (come se una tecnica per pubblicare contenuti fosse qualcosa di rivoluzionario rispetto al “fatto in sé” di diffondere informazioni).

I diritti civili sono oggi più che mai sono minacciati dalla censura, dall’invasività dello Stato e delle imprese e da un generale scadimento del senso di civiltà di ciascuno di noi. Il continuo riferirsi alla necessità di “autoregolamentazioni” (per il copyright, per la tutela dei minori, per la tutela dei dati personali, per esempio) è un mezzo per sottrarre al Parlamento la potestà legislativa, e per affidarla a burocrati e lobbisti.

Di fronte agli abusi vecchi e nuovi, basta leggere la Costituzione della Repubblica (quella vera, non quella di plastica che si vorrebbe creare) per capire che non abbiamo bisogno di altro, se non di farla rispettare.

Altro che “costituzione per Internet”.

La posizione di ALCEI all’Internet Governance Forum di Roma 27 settembre 2007

Unknown internet 1: Who controls the internet? New Scientist 30 aprile 2009

PERSONAL DEMOCRACY

Si è concluso a New York il Personal Democracy Forum, una delle principali conferenze mondiali sul rapporto tra internet e politica.

Per il sesto anno consecutivo, più di 1000 opinion-makers, esperti di politica e di nuove tecnologie, funzionari, giornalisti, blogger e studenti si sono riuniti a New York per capire come rendere le pubbliche amministrazioni più trasparenti e la partecipazione democratica più efficace attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Tra i 150 speakers intervenuti il sindaco di New York Michael Bloomberg, il Chief Information Officer della Casa Bianca Vivek Tundra, i responsabili delle campagne di comunicazione online dei partiti democratico e repubblicano, e numerosi grandi nomi della rete come Jeff Jarvis, Danah Boyd, Craig Newmark, Tara Hunt, Jack Dorsey (fondatore di Twitter).

Kundra ha reso noto è stato messo online il primo Dashboard nazionale nation's first online IT Dashboard: un sito Web dove il governo pubblicherà dettagli sugli investimenti nel settore e dove i cittadini potranno interagire.

Jeff Jarvis, autore di “What Would Google Do?, ha parlato delle sue idee per un governo elettronico della “Google era” tra cui delle nuove regole per rendere il governo più trasparente e dare ala gente la possibilità del controllo.

Secondo Craig Newmark, il più grande ostacolo per il futuro della personal democracy è il fatto che la gente non vuole partecipare. “Come faremo a trasformare una visione idealistica in una democrazia grassroots massiva su larga scala?, la Repubblica romana fallì perché la maggiorparte del popolo non voleva essere coinvolto. Anche oggi è lo stesso, molti cittadini non vogliono saperne di politica”.

Newmark attribuisce questa apatia al fatto che sono pochi quelli che credono veramente nella possibilità di una reale democrazia.

Slide Show: Personal Democracy Forum 2009 7/3/2009

Fed Government Launches IT Dashboard 30 giugno 2009

Personal Democracy Forum

DEMOCRAZIA ELETTRONICA

Con il termine “Democrazia Digitale” o più comunemente “E-Democracy”, neologismo della lingua inglese che deriva dalla contrazione di “Electronic Democracy” (Democrazia Elettronica), si intende l'utilizzo delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione (Information and Communication Technologies - ICT) all'interno dei processi democratici. Considerata l'origine recente del termine (seconda metà degli anni '90), la sua definizione è ancora abbastanza controversa sia dal punto di vista teorico, sia per quanto riguarda le esperienze pratiche cui si fa riferimento.

In linea generale, la categoria Democrazia Elettronica comprende le pratiche e le sperimentazioni di utilizzo delle tecnologie telematiche (Internet in particolare ma anche telefonia mobile) da parte dei cittadini per partecipare alle scelte politiche delle istituzioni democratiche di qualsiasi livello (locale, nazionale, sovranazionale, internazionale).

Per quanto ancora connotate da una certa debolezza, sono parecchie le iniziative sviluppatesi nell'ultimo quindicennio, da E-Democracy.org (associazione di cittadini nata nei tardi anni Novanta in Minnesota capace di indirizzare attraverso il dibattito e la pressione le elezioni locali e le successive scelte amministrative, tanto da diventare un modello esportabile) alle elezioni politiche lituane del marzo 2007, le prime a svolgersi con il voto on line.

In materia ambientale, l'Europa ha mosso i primi passi verso l'implementazione dei principi partecipativi attraverso la convenzione stipulata ad Århus, Danimarca, il 25 giugno 1998. Ratificata dall'Italia con la legge 16 marzo 2001, n. 108, la Convenzione richiede ai governi di intervenire in tre settori: garantire ad un pubblico il più vasto possibile (persone fisiche o giuridiche, associazioni, gruppi o organizzazioni) il diritto di accesso alle informazioni ambientali detenute dalle istituzioni e dagli organi comunitari; prevedere che le informazioni in materia ambientale siano messe a disposizione del pubblico attraverso banche dati elettroniche facilmente accessibili; prevedere la partecipazione del pubblico all'elaborazione di piani e programmi in materia ambientale da parte della Comunità.

L'Italia, attraverso il Ministero dell'Ambiente, ha presentato nel maggio 2005 il primo rapporto sull'applicazione della Convenzione e nel dicembre 2007 ne ha pubblicato un primo aggiornamento, nel frattempo dando attuazione alla direttiva comunitaria 2001/42/CE sulla valutazione ambientale strategica, nota come “VAS”, comprendente una fase di consultazione del pubblico. La direttiva, recepita dallo Stato italiano con il Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 162, è stata fatta propria anche dalle regioni, spesso ricalcando l'iter della VAS comunitaria.

convenzione di Århus, Danimarca, 25 giugno 1998

Quando si parla di democrazia elettronica e del nuovo spazio di comunicazione aperto dalle reti telematiche, si fa riferimento soprattutto a quegli aspetti che tendono a identificare democrazia computerizzata e democrazia diretta: l’accesso alle informazioni politicamente rilevanti (archivi ipertestuali in linea), l’offerta di luoghi di discussione pluralista (conferenze elettroniche, newsgroup), la possibilità per tutti di intervenire in modo più o meno vincolante nei processi decisionali (voto elettronico, sondaggi permanenti).

In realtà, questo accento sulla democrazia diretta - seppure giustificato dalle caratteristiche dei nuovi mezzi di telecomunicazione, interattivi anziché diffusivi - porta a sottovalutare l’importanza di alcune funzioni legate alla dimensione politica dei processi decisionali: la negoziazione, la costruzione di equilibri, il raccordo, la mediazione tra interessi contrapposti, la comunicazione verticale con gli organismi di rappresentanza.

Questo vale in modo più evidente per i progetti di democrazia elettronica riconducibili ad un modello referendario, centrato sul voto e sulla volontà della maggioranza (per es. l’Electronic Town Hall di Ross Perot), ma vale anche in una certa misura per i progetti che si ispirano a un modello comunitario, attribuendo maggiore importanza alla partecipazione a discussioni in linea e all’accessibilità delle informazioni. Anche in questo caso, nella prospettiva che si va affermando, democrazia diventa quasi sinonimo di connettività mentre si pone scarsa attenzione alle caratteristiche e all’efficacia della comunicazione in rete: al modo in cui viene strutturata, alla qualità dei dispositivi di feedback, alla stessa composizione dei partecipanti.

Una volta garantito che tutti abbiano uguali possibilità di partecipazione, l’efficacia del processo di comunicazione viene affidata agli effetti di un determinismo tecnologico i cui contorni rimangono molto incerti. Lévy, ad esempio, prospetta lo sviluppo di comunità virtuali come "soggetti collettivi di enunciazione" composti da cittadini o imprese le cui possibilità di intervento consisterebbero nell’"imprimere trasformazioni su memorie dinamiche".

Le nuove tecnologie di comunicazione non saranno in grado, da sole, di semplificare i problemi; le decisioni politiche resteranno una cosa complicata e i servizi di democrazia elettronica, per essere efficaci, non potranno limitarsi a offrire informazioni, sondaggi, luoghi di discussione, ma dovranno poter coinvolgere attori diversi - cittadini, imprese, associazioni, istituzioni - mettendoli a confronto, generando flussi di comunicazione sia orizzontali che verticali (con le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza).

In altri termini, non basterà aumentare la connettività, ma ci vorrà una connettività evoluta, capace di tenere conto delle caratteristiche dei processi decisionali su cui si vuole incidere. Uno strumento per sperimentare questa possibilità è la tecnica Delphi - progetto di Consultazione sulle politiche infrastrutturali per Milano produttiva, promosso dalla Camera di Commercio di Milano dal 1993 e recentemente approdato alla rete - che, pur traendo origine da una diversa tradizione di studi, legata al scientific management e alla policy analysis, può oggi rappresentare un interessante riferimento metodologico per la comunicazione sulle reti telematiche.

Due storici servizi di democrazia elettronica, entrambi basati su forum di discussione in linea e realizzati a due anni di distanza uno dall’altro, sono il Minnesota Electronic Democracy Project, del 1994, e lo UK Citizens Online Democracy, del 1996.

Il primo, promosso dal Hubert Humphrey Institute of Public Affairs di Minneapolis, è un esempio di come, in assenza di approcci che consentano di strutturare i flussi di comunicazione, i servizi di democrazia elettronica tendono a esaurirsi in un uso generalizzato e "quantitativo" delle conferenze elettroniche. Nato con l’obiettivo di creare un luogo in Internet per l’accesso del pubblico alle informazioni fornite dai candidati alle elezioni del Minnesota del 1994, il progetto è stato integrato nel 1995 da un forum di discussione pubblica con moderatore, il Minnesota Politics and Public Policy E-Mail Forum (MN-POLITICS). Grazie alla risonanza che in quel periodo i mezzi di comunicazione statunitensi riservavano alla discussione sulle “information superhighways”, MN-POLITICS ha conquistato presto una crescente popolarità, la reputazione di un sistema alternativo di formazione dell’opinione pubblica e infine lo stesso riconoscimento dello stato del Minnesota, che ha recentemente rifinanziato l’iniziativa con un milione di dollari.

Il secondo esempio, il progetto UKCOD (UK Citizens Online Democracy), è il primo servizio di democrazia elettronica a scala nazionale nel Regno Unito. In questo caso la struttura è più articolata e offre tre livelli di discussione: - il Public Forum, aperto a tutti; - il Civic Forum, riservato alle associazioni; - il Politicians Forum, riservato ai politici. Ogni conferenza è a sua volta suddivisa in gruppi di discussione e i temi dibattuti nel Politicians Forum rispondono alle questioni poste dai partecipanti sia al Civic che al Public Forum.

Entrambi i progetti prendono le mosse da uno stesso obiettivo: consentire una più ampia diffusione delle informazioni, mettere in comune risorse, saperi, proposte; ma mentre il primo è più legato alla convinzione che basti aprire delle agorà elettroniche e offrire a tutti uguali possibilità di accesso, il secondo tiene conto del sistema di rappresentanza e articola le aree di conferenza su livelli distinti, pur rinunciando a strutturare la comunicazione verticale stabilita tra questi.

Evidentemente già all’interno di questa prima generazione di servizi può cominciare a farsi strada, soprattutto in Europa, l’esigenza di approcci più articolati, più attenti ai processi di mediazione e a tutti quegli aspetti che la prospettiva di una consultazione diretta e costante offerta dalle tecnologie digitali ha tenuto fino ad oggi in secondo piano. A questo scopo è necessario tuttavia mettere a punto e sperimentare dispositivi (di interazione e di feedback) che consentano una comunicazione più efficace.

http://www.e-democracy.org

http://www.democracy.org.uk/

Minnesota Politics and Public Policy E-Mail Forum (MN-POLITICS)

UKCOD (UK Citizens Online Democracy)

Delphi è una tecnica di rilevazione e di analisi di valutazioni soggettive espresse da gruppi di esperti o attori decisionali. Si tratta di un metodo iterativo che consente, attraverso questionari sottoposti in più round e tecniche di feedback, di strutturare il processo di comunicazione tra i partecipanti in modo da favorire il confronto e la potenziale convergenza delle posizioni.

Sviluppato inizialmente come tecnica di previsione, il metodo Delphi ha subito una lunga evoluzione che lo ha sempre più caratterizzato come tecnica di comunicazione strutturata e, nei due trascorsi decenni, questo ha consentito di sperimentarne l’applicazione in molti settori di politiche pubbliche. All’interno della Consultazione Delphi sulle politiche infrastrutturali per Milano produttiva (cfr. Bolognini 1993, 1995), questo metodo è stato usato per rilevare le valutazioni di un pannello di rappresentanti del mondo produttivo milanese, composto dai membri del Consiglio della Camera di Commercio e dai responsabili di associazioni imprenditoriali e organizzazioni sindacali a cui vengono sottoposte periodicamente serie di problemi e proposte da esaminare usando diverse scale di valutazione: importanza, desiderabilità, fattibilità ecc.

La rilevazione ha una struttura a stadi e consente a ciascun partecipante di rivedere le proprie precedenti valutazioni dopo averle confrontate con quelle espresse dagli altri. Ciascuno ha anche la possibilità di indicare nuovi problemi e ipotesi di intervento da sottoporre alla valutazione del panel al round successivo. I vantaggi offerti da questo schema a stadi si riassumono nella possibilità di strutturare la comunicazione tra i partecipanti e utilizzare tecniche di feedback (graduatorie, indicatori statistici, sintesi redatte da ricercatori indipendenti) per favorire l’autocorrezione e l’avvicinamento delle posizioni individuali. Inoltre, tra un round e l’altro possono essere comunicate al pannello le controvalutazioni espresse da gruppi di esperti o da particolari categorie di imprese.

È facile immaginare come questi vantaggi potranno essere potenziati da un’applicazione in rete: 1) continuando a rilevare periodicamente con il metodo Delphi le valutazioni espresse dalle organizzazioni di rappresentanza; 2) invitando le imprese a intervenire, confrontandosi con queste valutazioni all’interno di forum di discussione elettronici. Mano a mano che i partecipanti avranno acquisito una sufficiente familiarità con i nuovi media, questo schema potrebbe costituire il primo nucleo di un progetto di democrazia elettronica basato sulla creazione e sul monitoraggio di flussi di comunicazione strutturata, coinvolgendo un numero crescente di imprese, che verrebbero messe in condizione di intervenire non solo con valutazioni espresse in contraddittorio con il pannello ma con proposte da inserire nelle successive fasi di valutazione.

http://www.mi.camcom.it/delphi

Se si vuole che la comunicazione in rete non rimanga fine a se stessa ma abbia conseguenze per l’attività decisionale, è necessario sperimentare schemi di interazione sufficientemente articolati e fare in modo che la composizione dei partecipanti sia ampia e comprenda diverse categorie di attori.

Oltre venti anni fa (Heclo e Wildavsky 1974), ben prima della diffusione delle tecnologie di comunicazione digitale, fu introdotta la nozione di “issue network”, una rete di interessi legata a ciascuna area di policy, e quella analoga di “policy community”, l’insieme dei soggetti coinvolti.

Si tratta di decidere se la riflessione sulla democrazia elettronica, ancora agli inizi, debba partire dalle tecnologie oppure dalle politiche, dalle “virtual communities” - l’insieme dei partecipanti a iniziative di interazione in linea - o dalle “policy communities”. Da questa scelta possono derivare modelli di democrazia elettronica diversi.

I servizi attivati fino ad oggi, partiti dalle prime, sono spesso caratterizzati da un determinismo tecnologico che pone l’accento sulla issue of voice - la possibilità tecnica di dare voce a tutti - e sottovaluta la dimensione politica dei processi decisionali: la negoziazione, la ricomposizione dei conflitti, la rappresentanza. È auspicabile che in futuro, oltre a moltiplicare le risorse per la partecipazione a conferenze elettroniche e l’accesso alle informazioni, si realizzino servizi in grado di gestire flussi di comunicazione strutturata, ricostruendo anche in rete la dinamica aperta attraverso cui si determinano i processi di mediazione, di sintesi e di conciliazione degli interessi all’interno di una policy community (v. anche Bolognini 1997).

Le nuove tecnologie di comunicazione possono offrire grandi opportunità per un approfondimento della democrazia, ma a patto di riconoscere che con esse il gioco diventa più complicato, non più semplice, e che per questo è necessario mettere a punto e sperimentare strumenti d’interazione e di analisi più raffinati.

MODELLI DI DEMOCRAZIA ELETTRONICA

Qual è il destino dei parlamenti nell’età dell’informazione e della comunicazione?

Alcuni anni fa, quando cominciò il dibattito sulla democrazia elettronica, sembrava che le nuove tecnologie avrebbero portato ad una progressiva scomparsa della democrazia rappresentativa, sostituita da forme sempre più diffuse di democrazia diretta. Nel nuovo agorà elettronico i cittadini avrebbero potuto prendere sempre la parola e decidere su tutto.

La memoria dell’antica Atene e il modello dei “town meetings” del New England apparivano come la forma nuova della democrazia, con un intreccio tra antico e nuovo che avrebbe via via cancellato il ruolo dei parlamenti.

Nel 1994, un influente uomo politico americano, Newt Gingrich, che sarebbe diventato Speaker della Camera dei Rappresentanti, parlava di un “Congresso virtuale”, che avrebbe sostituito il Congresso tradizionale, affidando al voto elettronico di tutti i cittadini anche le scelte legislative.

Oggi queste ipotesi sono lontane, e la democrazia elettronica segue strade diverse da quelle di una brutale e ingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol dire che i parlamenti possano trascurare le grandi novità determinate dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che incidono profondamente sul loro ruolo e sul modo in cui si struttura il loro rapporto con la società.

Non siamo di fronte a semplici strumenti tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologia nel suo complesso, che sta trasformando in modo radicale le nostre società. Stiamo passando, su scala mondiale, da un equilibrio tecnologico all’altro. Un grande antropologo, Marvin Harris, ha sottolineato che “il momento decisivo per una scelta consapevole si ha soltanto durante la fase di transizione da un modo di produzione all’altro. Dopo che una società ha scelto una particolare strategia tecnologica ed ecologica per risolvere il problema dell’efficienza declinante, può essere impossibile modificare le conseguenze di una scelta poco intelligente per un lungo periodo futuro”.

Il primo, grande compito dei parlamenti, oggi, è dunque quello di cogliere questo momento, di compiere tempestivamente le scelte intelligenti necessarie perché l’insieme delle tecnologie si risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.

Sono divenute chiare alcune linee di analisi e di intervento, che possono essere così riassunte: - evitare che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione portino ad una concentrazione invece che ad una diffusione del potere sociale e politico;
- evitare che le nuove tecnologie, invece di favorire una vera partecipazione dei cittadini, si consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la democrazia plebiscitaria; - evitare che ci si trovi sempre più visibilmente di fronte a tecnologie del controllo invece che a tecnologie delle libertà; - evitare che nell’età dell’informazione e della comunicazione nuove disuguaglianze si aggiungano a quelle esistenti; - evitare che il grande potenziale creativo delle nuove tecnologie porti non ad una diffusione della conoscenza come grande bene comune, ma a forme insidiose di privatizzazione.

Pure l’età digitale, dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la tradizione, e che sono stati così enumerati: 1) diseguaglianza; 2) sfruttamento commerciale e abusi informativi; 3) rischi per la privacy; 4) disintegrazione delle comunità; 5) plebisciti istantanei e dissoluzione della democrazia; 6) tirannia di chi controlla gli accessi; 7) perdita del valore del servizio pubblico e della responsabilità sociale.

Non mancano, tuttavia, le virtù, prima tra tutte l’opportunità grandissima di dare voce a un numero sempre più largo di soggetti individuali e collettivi, di produrre e condividere la conoscenza, sì che ormai molti ritengono che la definizione che meglio descrive il nostro presente, e un futuro sempre più vicino, sia proprio quella di “società della conoscenza”.

Al di là delle immagini e delle metafore, i parlamenti non sono chiamati a scegliere tra il bene e il male. Di fronte ad una realtà complessa, nella quale convivono società della conoscenza e società del rischio, i parlamenti devono ribadire la loro storica e insostituibile funzione di custodi della libertà e dell’eguaglianza.

Non sono riferimenti retorici. La tecnologia è prodiga di promesse. Alla democrazia offre strumenti per combattere l’efficienza declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende capillare e continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra le speranze di libertà e l’insidia della sorveglianza. È necessario soprattutto considerare realisticamente le dinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre nuove diseguaglianze.

Questo problema viene solitamente indicato con l’espressione “digital divide”, ed effettivamente l’uso delle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni sociali, l’emergere di nuove categorie di “haves” e di “have nots”, di abbienti e non abbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell’informazione. Ma le più attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il divario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto riguarda l’accesso ad Internet, non può essere esaminato riferendosi prevalentemente alle differenze di reddito.

Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a ridursi più rapidamente di quelle relative alla ricchezza. Questo vuol dire che i fattori influenti non sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali, sì che l’attenzione deve essere in particolare rivolta alle politiche dell’accesso ad Internet, tuttavia in una prospettiva che non si limiti a favorire l’accesso in sé, ma si preoccupi delle modalità d’uso e dei contenuti ai quali è possibile accedere. Altrimenti, non solo la propensione all’accesso ad Internet rimane più bassa per i paesi e i ceti più svantaggiati, ma le fonti della disuguaglianza persistono e tendono ad ampliarsi.

Questa è una indicazione assai importante per le politiche di sviluppo che i parlamenti devono promuovere, e per la cooperazione internazionale. Quando, infatti, l’accesso non è considerato soltanto nella prospettiva, pur importantissima, di assicurare a tutti la connettività alla rete, esso deve essere pensato in termini di accesso alla conoscenza, con evidente incidenza sulle politiche della formazione, della libertà, della proprietà.

Conoscenza è parola che sintetizza le possibilità di accedere alle fonti, di elaborare il materiale, raccolto, di diffondere liberamente le informazioni. Già nell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite si è affermato il diritto di ogni individuo alla libertà di opinione e di espressione “e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Oggi questo diritto è in pericolo per la pretesa di molti Stati di controllare Internet, per l’esercizio di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelle particolari comunicazioni in rete che sono i blog.

Questa situazione non può essere ignorata, soprattutto perché alcune grandi società – Microsoft, Google, Yahoo!, Vodafone – hanno annunciato per la fine dell’anno la pubblicazione di una “Carta” per tutelare la libertà di espressione su Internet. I parlamenti non possono accettare che la garanzia del “free speech”, che gli Stati Uniti vollero affidare al Primo Emendamento della loro Costituzione, divenga materia di cui si occupano solo i privati, che evidentemente offriranno solo le garanzie compatibili con i loro interessi. Sono urgenti in questa materia iniziative dei parlamenti nazionali, tuttavia coordinate tra loro dato il carattere transnazionale dei fenomeni da regolare, e tenendo conto che nell’Internet Governance Forum, organizzato dall’ONU alla fine dell’anno scorso, è stata esplicitamente indicata la priorità rappresentata dalla elaborazione di un “Internet Bill of Rights”.

Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione di potere. Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini. Ma tutto questo può diventare più difficile, per non dire impossibile, se la conoscenza viene chiusa in recenti proprietari senza considerare proprio la novità della situazione che abbiamo di fronte e che impone di guardare alla conoscenza come il più importante tra i beni comuni.

La questione dei beni comuni è essenziale. Oggi, il conflitto tra interessi proprietari e interessi collettivi non si svolge soltanto intorno a risorse scarse, in prospettiva sempre più drammaticamente scarse, come l’acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l’effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di “chiusura” simile a quello che, in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili. Questa scarsità artificiale, creata, rischia di privare milioni di persone di straordinarie possibilità di crescita individuale e collettiva, di partecipazione politica.

La sfida lanciata ai parlamenti non riguarda soltanto la necessità di trovare nuovi equilibri tra logica della proprietà e logica dei beni comuni. Investe lo stesso modo d’intendere la cittadinanza. La vera novità democratica delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini l’ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società. Con questo vasto mondo – in cui la democrazia si manifesta in maniera “diretta”, ma senza sovrapporsi a quella “rappresentativa” – i Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio dei cittadini, procedure che consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate da gruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo legislativo.

La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe così essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore continuo della società.

In questa prospettiva, i parlamenti debbono rafforzare il loro ruolo in diverse direzioni. Promuovere la trasparenza nell’intero sistema istituzionale, rendendo così più efficace il controllo diffuso da parte dei cittadini, la loro “cittadinanza attiva”, che diventa anche un strumento essenziale per la lotta alla corruzione. Debbono agire come centro che promuove la conoscenza dei cittadini sulle questioni socialmente rilevanti. Debbono divenire il luogo istituzionale dove si svolge con continuità la valutazione degli effetti delle nuove tecnologie, riprendendo e aggiornando l’esperienza del “technology assessment”. Ma debbono soprattutto impedire che le esigenze di lotta a terrorismo e criminalità e le richieste del sistema economico portino alla nascita di una società della sorveglianza, della selezione e del controllo, alterando quel carattere democratico dei sistemi politici di cui proprio i parlamenti sono i primi ed essenziali garanti.

Proprio le tecnologie, con la loro apparente neutralità, hanno rafforzato le spinte verso la creazione di gigantesche raccolte di dati personali. La politica sta delegando alla tecnica la gestione dei più diversi aspetti della società, dimenticando, ad esempio, un principio chiaramente indicato nell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In questa norma si ammettono limitazioni dei diritti per diverse finalità, compresa la sicurezza nazionale, a condizione però che si tratti di misure compatibili con le caratteristiche di una società democratica. I parlamenti devono esercitare con il massimo rigore questa funzione di controllo, senza delegarla ad altri organi dello Stato, fossero pure le corti costituzionali. Solo così possono evitare la trasformazione dei cittadini in sospetti, ed impedire che, con l’argomento della difesa della democrazia, sia proprio la democrazia ad essere perduta.

Queste considerazioni possono apparire poco realistiche, soprattutto se si considera la notevole riduzione di poteri che, per diverse ragioni, i parlamenti hanno conosciuto in questi anni. Il potere si è notevolmente spostato nella direzione dei governi, molte possibilità di azione sono ormai escluse dal fatto che la sede delle decisioni si colloca fuori dagli Stati nazionali. Ma proprio la riflessione sulle tecnologie ci indica la possibilità di un cammino diverso.

Sulla scena nazionale ed internazionale compaiono attori sempre più numerosi. Si stenta a trovare un centro del sistema istituzionale, tanto che si è parlato di uno “Stato a rete”, sottolineando proprio il fatto che le tecnologie promuovono la crescita di una molteplicità di centri di decisione che riescono ad agire grazie alle forme di collegamento via via apprestate dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ma l’osservazione della realtà ci dice che queste tecnologie non producono soltanto forme di policentrismo, di distribuzione dei tradizionali poteri sovrani tra soggetti non gerarchizzati. Rendono possibile anche centralizzazione e concentrazione dei poteri, esercizio di controlli di intensità senza precedenti.

Questa deriva pericolosa può essere interrotta se i parlamenti riusciranno a sottrarre la politica alla seduzione di una tecnologia che deresponsabilizza, che si presenta come un rifugio dove la politica sfugge alla difficoltà delle scelte, ed utilizzeranno, invece, proprio le tecnologie dell’informazione e della comunicazione per far sì che le scelte possano tornare ad essere patrimonio di soggetti visibili, responsabili, controllabili.

La politica come “rete”, peraltro, offre all’antica istituzione parlamentare non una occasione di ringiovanimento, ma la possibilità di collegamenti che consentano ai diversi parlamenti, al di là delle frontiere, la comune consapevolezza dei problemi da affrontare. La cooperazione tra i parlamenti non è più una formula, ma una opportunità concreta che nasce dalla crescente possibilità di conoscenze comuni, di circolazione continua di informazioni. Da qui può nascere una nuova sfera pubblica mondiale, non più consegnata alle sole dinamiche dei mercati, ma riguadagnata alla logica dei poteri democratici.

Rodotà e la democrazia elettronica 10 Marzo, 2007

Levy sottolinea come ogni nuova forma di tecnologia disegni un nuovo scenario di pubblica opinione, indicando nelle evoluzioni delle forme di comunicazione anche le maturazioni dei sistemi politici. E ad ogni sistema politico si aggancia una nuova pubblica opinione, sempre più matura e sempre più pervasa dalle nuove tecnologie, pronte a sostenerne la formazione e la presenza nella sfera politica.

La situazione attuale dovrebbe dunque favorire in teoria la formazione di un’opinione pubblica globalizzata, capace di sfruttare le risorse della rete e dei sistemi cyberdemocratici rilanciando un’ottica spiccatamente partecipativa, moltiplicando i canali d’accesso e gli spazi di confronto.

La rete in effetti ha facilitato l’emergere dei movimenti politici e antipolitici, che hanno trovato nel web il loro punto d’incontro, e il loro tavolo di confronto. In tal modo ha trovato legittimazione il concetto di nuovo spazio pubblico, attraverso il quale fondere le esperienze delle nuove tecnologie con le “tradizionali convenzioni politiche”.

Rodotà ha paragonato i forum di discussione dei movimenti (i no-global in testa, nati soprattutto attraverso la partecipazione via web) alle antiche riunioni di caseggiato del PCI, in un efficace mix di vecchie abitudini e nuove risorse tecnologiche che riuniscono old media e new media: la rete e la piazza fisica. E un altro esempio è venuto dalla campagna elettorale, seppur fugace, di Howard Dean, candidato alla Casa Bianca, per le presidenziali 2004.

Tuttavia, inevitabilmente, la diffusione del digitale ha portato ad un accrescimento (quando non ad un inasprimento) del controllo, dovuto anche ad un’altra contrapposizione scatenata dall’ascesa della cyberdemocrazia: quella tra libertà e mercato. Da un lato la cyberdemocrazia stimola e alimenta forme di comunicazione libera e spontanea, rivitalizzando lo spazio pubblico, fino a ridisegnarne i contorni di partecipazione; dall’altro non può non entrare in contatto con la logica economica e speculativa del mercato. Basti pensare alla richiesta di legislazione in materia di spamming fatta dal congresso statunitense, trovatosi di fronte all’emergenza di un fenomeno di difficile controllo.

La prevaricazione attuale del governo del controllo sulle forme di e-government ci consegna quindi una situazione in cui prevale tuttora una logica del potere rispetto ad una effettiva cyberdemocrazia: più che un “neomedievalismo istituzionale” (teorizzato da Castells attraverso il concetto di “multilevel government”) è, secondo Rodotà, una ricaduta nella premodernità.

La trasparenza invocata da Levy, a sostegno del suo pensiero di opinione pubblica globale, definito da molti un’utopia cyberdemocratica, è garantita dunque più per le istituzioni che per il cittadino. Così facendo si arriva a rendere nuda l’identità collettiva, e soprattutto a istituire uno spazio pubblico in cui anche l’obbligo sociale a discutere e a prendere parola può diventare una limitazione della dimensione partecipativa.

La questione della democrazia digitale concerne non soltanto le forme democratiche, ma anche i modi e le procedure di cui queste forme democratiche si servono.

Cyberdemocrazia e sfera pubblica: verso un’opinione pubblica mondiale? 04 maggio 2004

Ognuno di noi è una voce diversa, ma possiamo comporre la nostra canzone in modo tale che si mescoli alle altre in maniera armoniosa. Il gioco dell’intelligenza collettiva consiste nel riuscire a creare senza sosta nuovi tipi di armonia, sempre più capaci di comprendere il caos” (Pierre Lévy)

Su Internet, non solamente tutti o quasi possono esprimere la loro opinione, non solamente si creano in continuazione forum e gruppi di discussione, ma nascono delle vere e proprie città e regioni virtuali. Esse tessono dei legami che sfuggono alle tradizionali barriere politiche e geografiche. Questa nuova libertà è un pericolo oppure un’opportunità?

Secondo Pierre Lévy, essa preannuncia il prossimo avvento di una democrazia generalizzata e getta le basi di una vera e propria società planetaria e forse di una nuova forma di Stato.

Pierre Lévy, allievo di Michel Serres e di Cornelius Castoriadis, filosofo e teorico della rivoluzione digitale, ha diretto il dipartimento di Hypermédias dell’Università di Paris VIII e insegna attualmente all’Università del Québec, a Trois Rivières. È l’autore, tra gli altri, di “Le tecnologie dell’intelligenza” (1992), “L’intelligenza collettiva” (1996), “Il virtuale” (1997), “Il fuoco liberatore” (2000), “Cybercultura2 (2000) e, in collaborazione con M. Authier, “Gli alberi di conoscenze” (1999).

“Dopo la Democrazia? Il potere e la sfera pubblica nell’epoca delle reti” (Apogeo, Milano, 2006), curato da Antonio Tursi e Derrick De Kerckhove, raccoglie i contributi di Alberto Abruzzese, Sara Bentivegna, Franco Berardi Bifo, Pierre Lévy, Michele Prospero, Stefano Rodotà e Luca Toschi.

Antonio Tursi, originario di Spezzano Albanese ma ormai da alcuni anni “impiantato” nell’ambiente universitario romano, porta alla luce un testo significativo e fondamentale in dottrina di cyber-democrazia insieme al suo maestro e amico Derrick De Kerckhove, considerato l’ereden del McLuhan-pensiero, non a caso direttore del “McLuhan Program in Culture and Technology” all’Università di Toronto in Canada (indirizzato verso lo studio di come le tecnologie influenzano e influenzeranno la società).

Il libro” - afferma Tursi – “nasce per far riflettere sull’importante rapporto tra forme politiche e scenari mediali nella società contemporanea”.

Dopo il Novecento, la prassi democratica, benché diffusa, non ha ancora realizzato appieno le sue promesse di inclusione. Le nuove tecnologie di comunicazione offrono l’opportunità di realizzarle garantendo la presenza nelle sedi decisionali dei corpi vivi dei cittadini. Senza rivoluzioni, ma all’interno di progetti politici forti e definiti all’altezza dello sviluppo della tecnica”.

«La spaccatura elettorale dell’Italia (e prima quelle degli Stati uniti e della Germania) ha riproposto il tema della capacità del sistema democratico di rispondere alla complessità del tempo presente. Finley, osservando la democrazia ateniese, indicava la presenza di gruppi di interesse anche diversi ma capaci di ritrovarsi intorno a un interesse comune. Comprendere l’apporto specifico delle tecnologie di comunicazione rispetto ai sistemi politici attuali, può aiutare a riscoprire (anche ripensare) le motivazioni profonde che fondano lo stare insieme. Perciò il volume si rivolge al cittadino. Anche a quello arrabbiato».

Cyber-democrazia, media e forme politiche in “Dopo la Democrazia?” 22 maggio 2006

In «Cyberdemocrazia» (Mimesis), il filosofo francese Pierre Lévy descrive la rivoluzione digitale e la crescita esponenziale del numero di utenti/cittadini interconnessi attraverso Internet come fenomeni destinati a generare un futuro radioso: estensione universale della democrazia partecipativa, nascita dell' embrione di un governo mondiale capace di garantire pace e prosperità a livello planetario, fine della separazione fra sfera pubblica e privata, estensione a tutti dell' opportunità di divenire giornalisti, ottenere la celebrità, controllare i poteri forti grazie a un regime di trasparenza assoluta (“onnivisione”).

Dopo un po’ di anni, i proclami di Levy appaiono ancora utopici: il villaggio globale, ancora in via di definizione, è attraversato da forti turbolenze. I poteri forti, invece di cancellare le frontiere, ne creano continuamente di nuove, sommando i conflitti etnico-religiosi alle divisioni geopolitiche; la trasparenza e la privatizzazione dello spazio pubblico agevolano lo sguardo del potere sui cittadini, più che quello dei cittadini sul potere; la ricerca di celebrità produce milioni di reality show amatoriali piuttosto che milioni di giornalisti.

Il sogno di Lévy si è rovesciato in incubo.

Ma quale Cyberdemocrazia il Sogno di Lévy è un Incubo corriere della sera 24 maggio 2008

A lungo, in tanti (ricercatori, hacker, comunitari virtuali, in genere il «popolo della Rete») hanno creduto che «aldilà» del monitor del loro computer si spalancasse uno spazio-tempo davvero alternativo rispetto a quello dell' «aldiquà»: un iper-luogo esteso in cui fosse possibile l'articolarsi di una sorta di «quinto stato», capace di democratizzare l'informazione e i consumi, eludendo i vincoli politico-economici e intellettuali tradizionali.

Che ormai si possa parlare in larga misura del «passato di un' illusione» è ratificato dall'ultimo libro di Carlo Formenti, “Cybersoviet utopie Postdemocratiche e Nuovi Media”.

Nei due libri precedenti (“Incantati dalla Rete”, Cortina, 2000) e “Mercanti di Futuro” ,Einaudi, 2002). tesi a formare con quest' ultimo un' ideale trilogia, Formenti analizzava il cybermondo, evitando con cura gli estremi apocalittici o integrati - continuando a credere possibile una democrazia più diretta e partecipativa per l'emergente blocco sociale dei creatori e dei fruitori della Rete. Ora - con argomenti molto convincenti e con un disincanto definitivo - dimostra come la morsa dei governi e delle imprese abbia (quasi) irreversibilmente colonizzato quella nuova frontiera, assorbendola e piegandola ai propri «valori» e soprattutto ai propri interessi.

Non si tratta solo dell' egemonia dei Moloc Google e Yahoo su Internet, ma di un processo socioeconomico nuovo nei termini ma non nella dinamica. Aprendo il grandangolo su una profondità prospettica in «lunga durata», Formenti inquadra questo assorbimento riconducendolo alla sorte di tanti e diversi «movimenti» novecenteschi: in primo luogo ai soviet della Rivoluzione d' Ottobre (la cui spontanea capacità aggregativa venne espropriata dalle baionette delle minoranze bolsceviche, mosse dall' ipocrisia ideologica dell' agire contro il caos civile e l' arretratezza delle masse) o ai coevi consigli rivoluzionari tedeschi (schiacciati in egual modo dagli apparati socialdemocratici); ma anche al flusso anarchico extraparlamentare italiano tra ' 68 e ' 77, osteggiato dalla nomenklatura di sinistra in quanto a rischio di deriva apolitica.

Sia chiaro: parlando di cybersoviet per indicare l'auroralità di una speranza schiacciata dalle élite di potere occidentali, Formenti non vuole equiparare le degenerazioni dei totalitarismi novecenteschi alla voracità proteiforme del capitalismo-Predator dei nostri giorni: cerca di individuare, invece, una costante strutturale - ideologicamente trasversale - che determina l' inibizione di ogni vero tentativo di configurazione sociale «dal basso».

Nei passaggi dimostrativi dell' erosione dei cybersoviet (cioè appunto di una democrazia di Rete come unica possibilità in un assetto globale definito da certe teorie come tout court «postdemocratico»), vengono così disinnescati uno a uno i miti persistenti nella visione utopistica dei «tecnoeuforici» ingenui.

Quello sull' impermeabilità della Rete a ogni controllo dall'alto viene non solo smentito dalla pervasività di certe imprese e governi hi-tech nella detenzione dei servizi, ma è anche poco auspicabile, perché l'idea ultralibertaria delle dinamiche spontanee spalanca un'autostrada a quella ultraliberista delle aziende egemoni.

Quello della trasparenza come valore assoluto - del desiderio di un Panopticon rovesciato, ovvero della vigilanza da parte degli utenti su politici e imprese - è stato per un verso contrastato dal ricostituirsi di un Panopticon ortodosso (con i nostri «dati» utilizzati dalle imprese), per l'altro contraddetto da una «blogosfera» che privilegia il narcisismo esibizionistico alla controinformazione.

E quello sulla presunta giustizia distributiva della Rete (sulla convenienza dei servizi) deve fare i conti sia con la discriminazione operata dal dislivello dell' utenza (con la fascia colta che accede a opportunità molto superiori a quelle della fascia medio-bassa, appiattita sull' intrattenimento e il consumo) sia con vere e proprie riconversioni, come nel caso di eBay, con le aste auto-organizzate passate sotto il controllo dei governi locali.

Ma molti altri sono gli esempi in questa demistificazione: da quello sui file musicali scaricati in reti p2p («infrazioni calcolate» dalle strategie di mercato della relativa industria culturale) a quello sull' ambiguità di molte imprese, che mentre in Occidente rifiutano di rimuovere dai siti filmati violenti (tipo YouTube) in nome della libertà d' espressione, in Cina assecondano - per calcolo economico - la più brutale censura di regime.

Il perdurare di tali miti, secondo Formenti, è decisivo nell' approdo del popolo della Rete a un «cyberpopulismo» (vedi caso Grillo) equivalente del populismo politico così diffuso nelle «post-democrazie» di tanti Paesi.

Certo, poi si tratterebbe di fare un passo ulteriore: di capire perché il rapporto tra massa e potere tenda sempre a riprodursi identico a diversi livelli delle società umane. Forse l'apporto delle scienze naturali (dalla biologia all' etologia umana) potrebbe aiutare le scienze sociali nella messa a fuoco.

Intanto, il disincanto del libro ci ricorda come non vi sia nessuna discontinuità - ma anzi una specularità fluida - tra mondo on line e off line, tra l' «aldilà» e l' «aldiquà» del monitor.

L'illusione perduta della cyber-democrazia: addio al «quinto Stato» Corriere della Sera 19 aprile 2008

In democrazia c'è una linea sottile che divide chi governa da chi è governato. Da un lato, le fonti ufficiali diventano testimonianza di quello che accade in Parlamento; dall'altro, tutte le domande che affollano la vita quotidiana dei cittadini. Ognuno di questi deve essere protagonista del meccanismo partecipativo, autore di opinioni e spunti che fanno bene alla vita democratica di un paese.

Una vera e propria filosofia che torna ancora grazie al web, attraverso openparlamento.it, il nuovo progetto dell'associazione indipendente openpolis. L'obiettivo è il monitoraggio parlamentare.

Lo si farà offrendo a tutti i cittadini la possibilità di informarsi e di controllare con costanza l'attività parlamentare. "Il cuore del nostro progetto - spiega Vittorio Alvino, presidente dell'associazione - è quello di importare in Openparlamento le fonti ufficiali di Camera e Senato per fornire all'utente informazioni più accattivanti ed accessibili. Il cittadino potrà definire i suoi interessi parlamentari e, quindi, avere uno strumento in più per conoscere l'iter di ogni atto presentato".

Uno strumento, quindi, utile a tutti i non addetti ai lavori. E non solo. Openparlamento è rivolto anche a professionisti, imprese, organi d'informazione ed associazioni di categoria affinché possano essere sempre aggiornati su quello che viene pubblicamente deciso.
È un progetto che continua ad inseguire una filosofia di condivisione aperta, nutrendosi della logica open source, allargata a tutti e senza scopi di lucro. "Lo scopo - continua Alvino - è di aggregare tutti in un'unica comunità, portando dentro gli utenti che già hanno usufruito delle esperienze di Voisietequi e Openpolis. La maturazione rispetto a quei progetti consiste, oggi, in un approccio ancora saldamente ancorato al non profit, ma allo stesso tempo orientato verso maggiori servizi personalizzati a pagamento".

Fino al 15 ottobre, infatti, gli utenti del sito potranno usufruire di una prova gratuita del servizio premium, proprio in occasione del lancio di Openparlamento. Un'opportunità rivolta a singoli professionisti ed aziende per ricevere, direttamente nella pagina personale e via email, aggiornamenti fino a 3 argomenti e 10 parlamentari o atti da monitorare. Perché il sito permette di seguire ogni singolo membro del Parlamento, osservandone le presenze in aula, le attività e i voti ribelli, ovvero quelli che differiscono dal gruppo di appartenenza.

Quella di Openpolis è un'iniziativa che rispecchia una responsabilità comune, costruita da informazioni aperte e condivise, commentate da ogni singolo cittadino-utente internet. Una voce che viene dal basso, modello propositivo di una vera e propria democrazia open source.

Sulla scia del recente operato di Barack Obama (pre e post elezioni) e del suo "consiglio presidenziale", aperto online per fare in modo che tutti i cittadini statunitensi si occupino dell'agenda economica del loro paese.

"Abbiamo una società che eroga servizi commerciali ed una rete di collaboratori - conclude Alvino - ma la nostra logica open source è aperta a tutti gli utenti che vogliono darci una mano. Registrarsi al sito significa non solo tenere sotto controllo atti e votazioni, ma anche partecipare, intervenire direttamente sul testo per commentarlo, descriverlo e votarlo".

La democrazia, oggi, passa anche di qui.

Openparlamento.it, democrazia a codice aperto PI 17 giugno 2009

Open source, modello di democrazia ideale PI 09 aprile 2009

openparlamento.it

In attesa di una qualche forma di cyberdemocrazia, ilsito webarchia offre la possibilità di diventare, pur se virtualmente, politici responsabili della formazione corretta di leggi.

Come scritto sul sito: “…è un gioco, un esperimento, una simulazione di democrazia diretta in cui gli utenti partecipano alla formazione delle leggi. È possibile proporre nuove leggi, modifiche agli articoli e votare le proposte degli altri cittadini”.

Con un sistema a punti che premia gli utenti in base ai risultati delle votazioni, il cittadino della webarchia vede crescere la propria popolarità, fino a diventare un leader, nelle singole aree tematiche o sull’intero sistema.

Insomma, un community game in cui però lo scopo è reale: quello di migliorare o almeno segnalare i “buchi neri” dell’ordinamento giuridico italiano.

Webarchia - Gioca a fare il politico sperimentando la democrazia diretta 09 febbraio 2008

E-democracy - wikipedia

http://www.webarchia.org/

CYBERWAR

Internet Governance

INFOWAR 2.0

DARKNET

BUON COMPLEANNO INTERNET

CYBERSPACE IS THE PLACE

INTELLIGENZA COLLETTIVA

WEB ESTETICA

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