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Some of the world’s leading robotics and artificial intelligence pioneers are calling on the United Nations to ban the development and us...

sabato 29 agosto 2009

STORIA DELLA PROSTITUZIONE 5

C'è una dilagante cultura della micro-prostituzione e il mezzo è diventato ovviamente la rete”.

Il Comune di Milano ha lanciato una campagna contro gli eccessi della prostituzione online diretta ai giovanissimi. L’assessore alla Salute, Giampaolo Landi di Chiavenna, ha scritto una lettera alle famiglie in cui afferma, sulla base dei dati forniti dallo staff di psicologi sessuologi che collaborano con Palazzo Marino, denunciando che sempre più studentesse si prostituiscono davanti alle web-cam casalinghe per arrotondare la paghetta.

«I dati sull'aumento di diffusione della micro-prostituzione e delle frequentazioni abituali di siti pornografici sono preoccupanti - dice l'assessore - per questo abbiamo deciso di intervenire con iniziative di informazione e sensibilizzazione alle famiglie. A ottobre distribuiremo opuscoli e materiale informativo sul fenomeno, pubblicazioni in cui i genitori potranno trovare sia consigli su come leggere le problematiche dai comportamenti dei ragazzi, sia consigli di carattere tecnico sulle procedure di attivazione dei filtri nei vari browser per la navigazione nella rete».

«È preoccupante - dice l'assessore Landi - apprendere che i ragazzi fanno sesso a pagamento nei bagni delle scuole e che numerose ragazze si spogliano online su webcam erotiche». Ciò che più preoccupa è il continuo abbassarsi dell'età in cui i ragazzi utilizzano la rete per visitare siti pornografici e scaricare filmati.

«Particolarmente allarmante - spiega - è stato qualche mese fa il caso di alcuni ragazzini delle elementari e medie sorpresi a scambiarsi filmati zoofili (sesso con animali). Questo rischia di contribuire a dare una prospettiva distorta del sesso ai ragazzi».

Microprostituzione e porno. Allarme del Comune di Milano per i teen ager 23 agosto 2009

Aveva creato e messo in rete una guida del sesso a pagamento, con tanto di documentazione fotografica, numeri telefonici e indicazione delle specializzazioni di circa 500 prostitute, gigolò e transessuali disseminati in tutta Italia.

Una sorta di grande casa d'appuntamento virtuale, ma con prestazioni reali, della quale pubblicizzava l'attività su un apposito e cliccatissimo sito internet. Ad ideare e gestire il web a luci rosse P. D., 39 anni, di Montefiascone, esperto informatico, arrestato dalla Polizia.

Due modenesi, padre e figlio di 60 e 33 anni, sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza. I due avevano ideato un sito Internet tramite il quale gestivano una rete di “lucciole”. Trenta milioni gli accessi dal 2002 ad oggi, per un giro di affari annuo pari a 1.600.000 euro. Quasi 900 le ragazze pubblicizzate in 40 città italiane.

Il sito, www.stuzzico.com, è stato posto sotto sequestro dal Nucleo Speciale Frodi Telematiche delle Fiamme Gialle insieme a migliaia di euro in contanti, computer, telefoni cellulari e supporti informatici con immagini e video, anche amatoriali, ad alto contenuto erotico. Padre e figlio, hanno appurato i finanzieri, si avvalevano di agenti di zona, dislocati in dieci comuni del Centro-Nord, e di un ingegnere informatico milanese, tutti indagati, che provvedevano a fornire ad avvenenti ragazze il servizio di pubblicazione annunci a fronte di somme di denaro che venivano versate sui conti correnti degli arrestati al netto delle provvigioni.

L'attività di pedinamento dei militari della GdF di Modena ha permesso di accertare come l'attività delle lucciole, che incontravano i clienti in appartamenti messi a loro disposizione dagli indagati, alcuni anche di proprietà degli arrestati, fosse particolarmente apprezzata, considerato l'ingente numero di visite da parte di persone, appartenenti ad ogni categoria sociale, soprattutto negli orari del pranzo e del dopo cena.

Sul sito erano presenti anche numerosi scatti di prostitute rumene.

Sequestrato Stuzzico.com, prostitute online: 30 milioni di accessi 31 luglio 2006

Secondo uno studio condotto dall'Associazione Sessuologi, su un campione di 386 giovani prostitute a domicilio, contattate telefonicamente in forma anonima, le nuove “squillo” italiane sono spesso laureate (una su quattro, poco meno delle diplomate, che rappresentano il 34% del totale), talvolta poliglotte (l'11% dichiara di parlare correntemente una lingua straniera), sempre più delle entraineuse a trecentosessanta gradi.

L'identikit delle prostitute di nuova generazione annovera anche una rivoluzione negli orari di lavoro. Solo il 16% preferisce, infatti, esercitare la sera, mentre il 26% sceglie di dedicarsi ai clienti nella più proficua pausa pranzo, ovvero tra le 13 e le 15. Un restante 43% distribuisce le proprie “fatiche” durante varie fasce del giorno. Risultato? Più soldi per sè e più tempo libero da dedicare al proprio spirito.

Sempre più colte (si pensi che il 17% dichiara di «fare la vita» per pagarsi gli studi), le prostitute per scelta sfatano il mito della bella senza cervello. Anzi, la maggior parte dei casi studiati ammette di leggere tra i 5 e i 6 libri all'anno (sono, per la precisione, il 29% del totale) e almeno un quotidiano al giorno (38%).

Il fatto di aver abbandonato la strada, sembra aver facilitato la fruizione dei mezzi di comunicazione da parte delle prostitute. Ecco, quindi, che le nuove leve non sono affatto digiune di Internet (ben il 32% del campione si collegano alla Rete almeno tre volte al giorno per le più svariate esigenze) e, soprattutto, guardano molta tv (almeno 2 ore al giorno per il 37%).

Ma che cosa fanno nella vita quando non esercitano? Il nucleo più consistente delle prostitute a tempo parziale è rappresentato per lo più da studentesse, meglio se fuorisede. Il 27% delle intervistate trascorrono gran parte della giornata all'università e, avendo più dimestichezza con Internet, si avvalgono principalmente di questo mezzo per procacciarsi clienti da invitare a casa una volta chiusi i libri. Seguono, a ruota, le casalinghe (18%), che possono scegliere l'orario a loro più congeniale per consumare i rapporti clandestini.

Non manca chi fa lavori part-time e pensa di arrotondare lo stipendio offrendo prestazioni sessuali a pagamento tra le mura di casa propria, tra un turno e l'altro. Le più attive in tal senso? Sicuramente le operatrici dei call center (14%). Si difendono bene anche le operaie (12%) e le impiegate (11%).

Se la strada (vi lavora il 65% delle circa 70.000 persone che in Italia si prostituiscono) resta il luogo privilegiato per il sesso a pagamento, è anche vero che la tranquillità delle mura domestiche fa sempre più proseliti. L'inasprimento delle sanzioni e il giro di vite delle forze dell'ordine c'entrano sì, ma fino a un certo punto. Infatti, le prostitute «casalinghe», che rappresentano ormai il 50% del mercato, non sono le immigrate, ridotte in schiavitù e costrette a vendere il proprio corpo perché prive di alternative, bensì donne per lo più italiane, magari impegnate e culturalmente preparate, che vendono le loro grazie in Internet e accolgono i clienti nei ritagli di tempo per avere una ulteriore fonte di reddito.

Le squillo italiane? Laureate o diplomate Amano il web e il giornalismo in tv 11 febbraio 2008

David Elms, un signore di mezza età con la pancetta, i baffi neri, i capelli impomatati, il re della prostituzione americana via web, nel ’99 creò un sito internet, TheEroticReview.com, una guida al sesso a pagamento, con quasi un milione di visitatori al mese, una sorta di rivista per il consumatore, che nel corso degli anni ha indotto migliaia di “passeggiatrici” a passare dalle strade alla rete.

Il sito non illustra solo gli attributi delle “net walkers”, non fornisce solo le loro tariffe, e mail, indirizzi e così via. I visitatori vi raccontano anche le loro esperienze con questa e con quella e le danno dei voti da 1 a 10. Elms sostiene che TheEroticReview svolge un importante ruolo sociale e le prostitute e i loro clienti sono totalmente d’accordo: le prime dicono di non correre più i rischi a cui le espone la strada e di potere decidere chi accogliere in casa e chi respingere, mentre i secondi spiegano di avere una scelta maggiore.

Sinora, la polizia e la magistratura non hanno preso misure contro il sito di Elms, che si è potutto arricchire indisturbato. I problemi sono sorti quando Elms è stato arrestato per abuso di droga. Già nel 2006 era stato sorpreso con della cocaina nel 2006 e rilasciato in libertà provvisoria, Elms, che vive presso Los Angeles, avrebbe fallito cinque test antidroga negli ultimi nove mesi. Ora rischia una condanna a quattro anni di carcere. Stando al New York Times, se fosse imprigionato il suo sito verrebbe chiuso.

Elms si professa innocente e assicura che il sito rimarrà aperto. Ma molte «call girls» temono di dovere ritornare in strada. C’è tuttavia chi gioisce del guai del boss, perché avrebbe abusato del proprio potere estorcendo favori sessuali o soldi alle sue protette, accusa da lui contestata.

Il New York Times ha chiesto a Jodi Michelle Link, il sostituto procuratore di Los Angeles, perché Elms non sia stato incriminato per prostituzione. Il suo giro d’affari, ha osservato il giornale, è così vasto che un concorrente, la MystiqueUsa dell’Arizona, ha minacciato di querelarlo per violazione delle leggi contro il monopolio. La Link ha risposto che un intervento potrebbe essere ritenuto lesivo della libertà di parola, il principio su cui si regge Internet.

Per Robert Weisberg, docente di diritto alla Università di Stanford, la realtà è un’altra: che a differenza della prostituzione in strada, la polizia e la magistratura, oberate di lavoro, chiudono un occhio su quella elettronica. Weisberg pensa che finché Internet non verrà regolamentato nel modo più severo, porno e prostituzione continueranno a dominarlo. Tra i media, protesta, Internet è un’eccezione inaccettabile sul piano morale, una giungla dove trova spazio persino la pedofilia. Chiudere TheEroticReview.com, conclude, potrebbe rappresentare una svolta.

“Re del web-porno nei guai per droga A rischio il suo sito e tutte le call girls”, Corriere, 19 giugno 2008

Sesso online: escort o girls? 05 dicembre 2008

Sognava di fare la escort nella vita reale: ci è riuscita in quella virtuale. Palela Alderson, una ragazza italiana di 26 anni che lavora nel campo della comunicazione, ha fatto circolare su Second Life la sua storia di accompagnatrice virtuale, complice un avatar che lascia poco all’immaginazione, e il successo non è mancato.

Per una prestazione virtuale Palela incassa tra i 2000 e i 3000 Lindendollari (tra i 7 e i 10 euro). Niente di che. Però soddisfa uno i suoi desideri segreti. “Per me hanno pesato le mie fantasie – racconta - ho cercato di realizzarle nella vita reale. Ci sono andata molto vicina ma ho ceduto alla fine per timidezza. Ne ero torturata. Non so cosa avrei fatto se non avessi trovato Second Life. Second Life è la mia vita vera, dove sono finalmente me stessa. Con il mio modo di fare, i miei entusiasmi, le mia passioni, i miei difetti e le mie timidezze”.

Il lavoro di Palela si svolge nei night club di Second Life, dove si esibisce alcune ore al giorno in spettacoli di lap dance virtuali. E non è la sola a farlo.

Qualche anno fa fece sensazione il caso di Taboo Heart, una accompagnatrice che bazzica Aster-Dame, il quartiere a luci rosse di Second Life, guadagnando circa un euro a spettacolino (il sesso su Second Life consiste in una serie di posizioni assunte da un avatar). Keanna e Nadiraah, altre due escort virtuali, dichiarano di guadagnare sui 140 dollari al mese. Chi si arricchisce per davvero sono i proprietari di bar e locali virtuali della Second Life vietata ai minori: come nella vita reale, sono loro i veri affaristi del sesso, visto che prendono una percentuale del 20% sui compensi delle escort.

Ma come si inizia una carriera di professionista virtuale del sesso? C’è chi fa tutto da sola e chi invece preferisce o rivolgersi a un locale specializzatto come l’Heaven or Hell o il 200M. I requisiti richiesti? la conoscenza di almeno due lingue e la disponibilità a lavorare minimo 6 ore alla settimana. Poi, come nella vita reale, a fare la differenza è il look. Più è mozzafiato meglio è, e non vale solo per le accompagnatrici ma anche per i clienti, che se vogliono divertirsi devono avere un avatar con parti e animazioni maschili. Tutte cose che si comprano.

“Sesso: faccio la escort su Second Life... E guadagno”, jack.fiscali.it

Second Life: Sesso e prostituzione, ma solo per gioco 13 aprile 2006

Sex Sells in Second Life 03 aprile 2006

Palela Alderson - Second Life sexy escort... and a bit more

«Sono Marco, accompagnatore di ottima cultura e simpatia. Se preferisci anche solo per una dolce piacevole compagnia fatta esclusivamente di chiacchiere e confidenze, contando sulla mia totale complicità e la mia assoluta riservatezza dopo l’incontro. Sono disposto a spostarmi su tutto il territorio nazionale e non».

Marco, 30 anni, spezzino, laureato con 103/110 in Giurisprudenza all’Università di Pisa, accompagna signore per mantenersi senza dover più chiedere aiuto a mamma e papà. Il suo annuncio si trova nella sezione “La Spezia” del sito di annunci gratuiti kijiji.com, con tanto di slogan: «La tua soddisfazione è la mia passione».

Alto, moro, occhi scuri, fisico atletico, parla al telefono con tono pacato e professionale e dice di accettare solo donne fino ai 50 anni di età. Si definisce «accompagnatore per sole donne. Non è certo l’occupazione che compare sulla mia carta di identità, ma in pratica oggi è la mia unica fonte di reddito».

Marco è un bel ragazzo e si può permettere il lusso di scegliere. E in effetti le tariffe sono tutt’altro che economiche: variano tra i 150 e i 250 euro per una serata e possono raggiungere i 1.500 per chi vuole farsi “accompagnare” per un intero weekend. «Extra esclusi», precisa. «Il conto della cena, il costo dell’albergo, dell’eventuale shopping e di tutti gli spostamenti e i viaggi sono ovviamente a carico della cliente - spiega - ma io non sono un professionista dell’hard: il sesso non è previsto obbligatoriamente nel pacchetto. Ci sono donne che mi cercano soltanto per uscire insieme, qualcuna si sfoga o piange; altre invece vogliono trascorrere un week-end diverso».

È il caso di un’imprenditrice spezzina che la scorsa estate, per festeggiare i suoi 40 anni, si è regalata una tre-giorni in Toscana con l’emulo nostrano di Richard Gere. «Ha voluto staccare completamente la spina dai suoi pressanti impegni di lavoro e familiari. Abbiamo trascorso un rilassante fine settimana in una beauty-farm dalle parti di Cortona», ricorda Marco.

Italian gigolò Casanova anni Duemila Repubblica 09 novembre 2008

Roma, italia: italian gigolo' - annunci gratuiti on-line

Secondo documenti ufficiali, come quello delle Nazioni Unite pubblicato dalla Komsomolskaja Prava, l'ex Armata Rossa è in testa alle classifiche mondiale per la prostituzione dei soldati. Due i motivi: la povertà o addirittura la costrizione da parte dei generali dell'esercito.

Secondo la Pravda, che ha dedicato un’inchiesta al fenomeno, a vendersi sono di solito le reclute, spesso provenienti da famiglie povere e desiderose di guadagnare in qualsiasi modo qualche spicciolo in più. Molte denunce documentano come i cadetti, anche quelli che si vendono di propria volontà, giungano a pagare una percentuale ai superiori.

Sconvolgenti verità sul rapporto esercito-prostituzione sono state portate alla luce anche dalla Camera dei Saggi (Obschestvennaya Palata) - come ha riportato Nezavisimaia Gazeta - commissione attivata dal governo russo. Dal rapporto è emerso come la prostituzione all'interno dell'esercito russo sia una macchina lucrativa riconosciuta e istituzionalizzata in via ufficiosa anche dalla procura militare; un meccanismo da cui gli ufficiali traggono enormi guadagni.

Per sfuggire a questa orrenda realtà sempre di più le famiglie russe cercano di comperare il congedo militare per i loro ragazzi, mentre per i figli della borghesia non se ne parla nemmeno di pensare ad un arruolamento. La loro presenza infatti potrebbe creare disturbo - facendo ad esempio emergere gli episodi scabrosi - e mettere a rischio tutto il sistema che frutta enormi profitti all'élite militare.

Fa discutere anche l'alto numero di suicidi registrati all’interno dell’esercito russo: 341 in un anno, ma in realtà potrebbero essere molti di più, dato che le numerose morti per «uso negligente delle armi» occultano spesso motivi di ben altra natura. Per le madri dei soldati che si sono costituite in un’associazione («Soldatskie Materi») dietro queste morti c'è dell’altro: nel 2007 queste mamme hanno realizzato un filmato trasmesso della CNN che mostrava lo sfruttamento sessuale dei soldati, dramma - secondo le denuncianti - alla base di molti suicidi.

Gli ufficiali negano di essere a capo di questa organizzazione, incuranti del fatto che il giornale Sobesednik abbia documentato che proprio molti notabili dell’esercito costringano i ragazzi a prostituirsi anche con le maniere forti. Risultano violenze su reclute praticate con oggetti metallici, torture con elettroshock, l'obbligo a raccogliere elemosine fuori dalle caserme e altre amenità. La Pravda ha anche rivelato l'esistenza di un elenco di clienti cui rivolgersi (in cui figurerebbero anche i nomi di ricchi magnati noti in Occidente) in caso di scarsi guadagni per strada.

E se gli ufficiali continuano a negare, a rompere con l'omertà delle istituzioni ci ha pensato Internet: sui forum dei commilitoni pullulano blog in cui soldati e clienti gay si scambiano messaggi; «Vuoi un soldatino? Vai dritto al Cremlino!» è diventato uno degli imbarazzanti slogan.

La storia di Andrei Sychev ha fatto un particolare scalpore. Nel 2006, Andrei era una recluta diciannovenne. A causa delle violenze subite gli sono state amputate le gambe e i genitali, come documenta la rivista americana Advocate. È in corso di pubblicazione un libro sull’intera vicenda. Andrei racconta come a Mosca si possa comprare un soldato a China Town, nel parco vicino al Teatro Bolshoi, in viale Gogolev e addirittura sotto le finestre del ministero della Difesa. Secondo la sua testimonianza, vicino al monumento agli eroi di Plevna, i soldati li vende addirittura la Procura militare.

A San Pietroburgo esistono tredici agenzie specializzate nella prostituzione dei cadetti dei collegi militari. Se qualcuno viene beccato dalla polizia, gli agenti chiedono una percentuale sfruttando la paura dei giovani che non vogliono fare sapere quello che sono obbligati a fare. Prima i clienti erano donne mature viziate, racconta Andrei, ma ora a comperare sesso in divisa sono uomini molto ricchi, evidentemente sazi del corpo femminile.

Fra i compratori vip gira il nome anche di un insospettabile magnate russo vicino alla «lobby ebraica», gay in segreto. Secondo una denuncia della rivista Kvir, a San Pietroburgo gli ufficiali adescano le giovani leve proponendo loro di guadagnare un po’ di soldi, li invitano a casa, quindi poi fanno sesso con loro filmando tutto. In seguito, con la minaccia di spedire i filmati alle loro famiglie, costringono i cadetti alla schiavitù sessuale.

GLI SCHIAVI SESSUALI DELL'ESERCITO RUSSO, rosaarcobaleno

Russian soldiers 'used for sex' BBC News 13 febbraio 2007

Russian Soldier Brutally Hazed, CBS News, 26 gennaio 2006

Sesso spinto tra i sedili del cinema Italia di Largo Alinari a Firenze.

Un giro di prostituzione maschile è stato smantellato dalla polizia che ha scoperto un'organizzazione gestita da italiani e rumeni.

Gli agenti sono intervenuti nella fase più calda: al momento dell'irruzione, tra i sedili e nei bagni della sala cinematografica, avventori e prostituti rumeni sono stati sorpresi in piena attività; uno degli avventori è stato trovato in possesso di un borsellino con lubrificanti e profilattici ma anche del cosiddetto Popper (un vasodilatatore). I clienti venivano avvicinati nel locale stesso; altri consumavano altrove il rapporto sessuale.

Il locale non è nuovo a episodi simili: nel 2004 era stato chiuso per gli stessi motivi. Il Questore di Firenze, Francesco Tagliente, ha deciso la revoca della licenza per gravi motivi.

Prostituzione maschile al cinema Italia di Firenze. Sospesa la licenza. 28 novembre 2007

Il front-office è piazzale delle Cascine, l’accoglienza clienti. Gli affari si fanno al buio.

Gruppi di ragazzi che arrivano dalla Romania stazionano sulle panchine in attesa. Alcuni sono molto giovani, appena maggiorenni si direbbe, oppure no.

Fino a mezzanotte, l’una, tutto avviene come in altre zone cittadine con le donne. Ma dalle due in poi tutto è possibile.

Anche lo ‘show’ di un giovane che si avvicina a un cliente in macchina. L’uomo gli chiede di toccarsi lì, in mezzo alla strada, mentre lui lo guarda dalla vettura accesa. E così accade, senza ritegno o pudore.

I nuovi re delle Cascine sono i baby prostituti 26 agosto 2009

Minori di entrambi i sessi che giungono in maggioranza dall’Est Europa, soprattutto Romania, nonché da paesi africani fra cui Nigeria, Egitto, Marocco, Tunisia, Algeria, Senegal, sfruttati non solo nella prostituzione, ma anche nel lavoro agricolo, nell’accattonaggio o in attività illegali come lo spaccio di droga. Molti sono minori migranti non accompagnati che approdano, per esempio, in Sicilia e poi fuggono dalle comunità d’accoglienza dell’isola. In crescita il flusso di minori egiziani vittime di “smuggling” – trasporto clandestino di merci o persone – e a rischio di subire gravi forme di sfruttamento.

A rivelarlo è il dossier “La Tratta dei Bambini in Italia” di Save the Children che ricostruisce i contorni del fenomeno in base ai dati relativi al 2009, grazie alla collaborazione di oltre 40 fra enti e organizzazioni che si occupano di minori stranieri sul territorio italiano.

Il dossier, reso pubblico lo scorso 21 agosto - alla vigilia della Giornata Internazionale in Ricordo della Schiavitù e della sua abolizione (svoltasi il 23 agosto) - contiene anche un capitolo dedicato agli effetti delle nuove norme in materia di sicurezza sul fenomeno della tratta dei minori.

Il rischio molto elevato che mettiamo in luce nel dossier è che la recente normativa nella pratica produca gravi conseguenze sui minori in termini di esclusione dal sistema di protezione”, spiega al riguardo Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia.

A causa della mancanza di un sistema di rilevazione coerente ed uniforme, la determinazione statistica del fenomeno rimane una grande sfida. Nonostante ciò, secondo i dati più recenti, si stima che siano 2,5 milioni le vittime della tratta di esseri umani nel mondo, l'80% delle quali donne e bambine; 1,2 milioni i minori, pari al 50% del totale(nota3). Un business con un volume di affari - gestito da reti criminali transnazionali - pari a circa 32 miliardi di dollari l’anno, paragonabile a quello del traffico di armi o di stupefacenti.

Per quanto riguarda l’Italia, sono 54.559 le vittime di tratta che hanno ricevuto assistenza e protezione fra il 2.000 e il 2007(nota5). Di esse, un numero rilevante ma sicuramente sottostimato è rappresentato da minori: 938 gli under 18 assistiti e protetti nello stesso periodo.

Sono per lo più ragazze, in gran parte di nazionalità nigeriana e rumena e di età compresa tra i 15 e i 18 anni, le vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale in Italia. Per quanto riguarda le giovani provenienti dalla Nigeria, molte giungono via mare e sbarcano in Sicilia per poi essere smistate sull'intero territorio nazionale, ad esempio a Torino, Milano, Napoli, sulla costa adriatica. Sono sempre più giovani e con background socio culturali poverissimi. Spesso hanno già subito gravi forme di sfruttamento, soprattutto sessuale, nel corso del loro viaggio dalla Nigeria attraverso la Libia dove molte di esse sono state trattenute. Una volta in Sicilia generalmente soggiornano per un breve periodo presso le comunità di accoglienza per minori dell’isola, da cui può accadere che prendano contatto con l’esterno per poi fuggire nella speranza di trovare migliori opportunità nelle città del nord Italia.

Le giovani ragazze rumene o di altri paesi dell'est Europa quali la Moldova e la Bulgaria risultano meno presenti in strada rispetto al passato ma ciò è dovuto, come rilevano gli operatori, ad uno spostamento verso la prostituzione indoor, cioè al chiuso, soprattutto per quanto riguarda le minorenni, più vulnerabili e meno controllabili in strada. Attirate da pseudo-fidanzati o conoscenti loro coetanei o coetanee, agganciati a micro-reti di sfruttamento sessuale, una volta arrivate in Italia vengono spinte verso la prostituzione. Si tratta di modalità di sfruttamento subdole, giocate sul legame sentimentale o affettivo, che le ragazze non percepiscono completamente.

Insomma”, conclude Valerio Neri, “l’attuale normativa rischia di vittimizzare una seconda volta un minore già oggetto di un terribile trattamento. Come Save the Children chiediamo quindi la promozione e l’attuazione di un sistema nazionale per la presa in carico e l’assistenza delle vittime della tratta, con procedure operative omogenee relative all’identificazione, alla presa in carico ed all’assistenza dei minori vittime della tratta, e l’adozione da parte del Governo di una strategia ed un piano nazionale di lotta alla tratta”.

Save the Children è impegnata in progetti rivolti a minori stranieri tesi a garantire loro protezione da situazioni di sfruttamento, violenza e abuso. In particolare l’organizzazione, attraverso progetti europei, opera da anni in Italia e in Europa, realizzando attività di consulenza legale, mediazione culturale, outreach, ricerca e costruzione di reti di organizzazioni e lavorando sui sistemi di protezione e accoglienza dei minori stessi.

Da un anno e mezzo, Save the Children ha anche avviato e gestisce un centro diurno a bassa soglia - Centro Civico Zero - per minori stranieri e neo-comunitari in situazioni di marginalità sociale, devianza e a rischio di sfruttamento e abuso. Il Centro Civico Zero offre ai minori e neo-maggiorenni servizi di base ed attività di consulenza e assistenza legale e medica e attività laboratoriali.

Da quest’anno, inoltre, l’organizzazione è capofila del progetto REACT (Raising awareness and Empowerment Against Child Trafficking) finanziato nell'ambito del programma Daphne III della Commissione Europea ha per obiettivo di studiare e approfondire l’utilizzo delle nuove tecnologie – cellulari e Internet – nel business della tratta. Nell’ambito del progetto verrà realizzata, con il coinvolgimento diretto dei minori, una campagna di comunicazione per prevenire il reclutamento e lo sfruttamento lavorativo, sessuale o di altra natura attraverso l’utilizzo di internet.

La Tratta dei Bambini in Italia (pdf)

UNODC launches Global Initiative to Fight Human Trafficking 28 marzo 2007

Smuggling - Wikipedia

Un'ex prostituta ha lanciato una campagna globale contro l'induzione alla prostituzione, dicendo che l'età delle ragazzine costrette a vendere il proprio corpo si abbassa sempre di più.

La cambogiana Somaly Mam, la cui omonima Fondazione si batte contro l'industria della prostituzione, ha raccontato cheo, dopo la segnalazione di un cliente, in un bordello della Cambogia è stata trovata una bambina di quattro anni venduta dalla madre, anch'essa prostituta.

Attualmente la bambina è stata presa in cura da uno dei sette centri di recupero gestiti dalla Somaly Mam Foundation presenti in Cambogia, Laos e Vietnam e che sono stati creati per proteggere e reintegrare le bambine salvate dalla prostituzione. "Dobbiamo soltanto stare con lei e dimostrarle che le vogliamo bene. I bambini possono tornare bambini di nuovo", ha spiegato Mam a Reuters mentre lanciava una collaborazione con la casa di cosmetici The Body Shop per diffondere la consapevolezza del traffico di esseri umani a scopi sessuali.

Le Nazioni Unite stimano che ogni anno due milioni di donne e bambini vengano indotti alla prostituzione, tra i quali il 30% in Asia. Spesso le famiglie povere vendono le figlie per ripagare i debiti.

Prostituzione in Cambogia, trovata bimba di 4 anni in un bordello 03 agosto 2009

Ex-sex slave crusades against forced prostitution 28 settembre 2008

Somaly Mam Foundation

Ogni anno in Cina, decine di migliaia di donne vengono comprate e vendute. Le aree più colpite sono le regioni povere dello Yunnan, del Sichuan e del Guizhou. La Cina è anche destinazione di un traffico di donne provenienti da Ucraina e Russia.

I trafficanti stanno aumentando l'afflusso di ragazze birmane e cinesi per la prostituzione a causa della diminuzione di disponibilità di donne provenienti dal nord della Tailandia. Le ragazze cinesi, tra i 12 e i 18 anni, sono maggiormente richieste per il mercato del sesso in Tailandia. Le ragazze provenienti dalle province dello Yunnan vengono avviate alla prostituzione via Chiang Tung in Birmania e poi condotte in Tailandia via Mae Sai a Chiang Rai, alcune finiscono in Malayasia o a Singapore.

I trafficanti di esseri umani forzano gli immigrati cinesi ad uno stato di schiavitù: le donne finiscono nel mercato della prostituzione, gli uomini in quello dei ristoranti. Le autorità locali invece di assistere le vittime prendono più in simpatia gli uomini che non trovano moglie: è ormai diventato più economico comprare una donna che avere un matrimonio tipico.

A Wangdong, un intero villaggio ha comprato donne da avviare alla prostituzione. Un trafficante è stato arrestato e ha confessato di avere sequestrato 1800 donne da Pechino. A causa dell'opposizione degli abitanti dei villaggi e degli ufficiali locali, la polizia è stata in grado di salvare solo sei delle 1800 donne (Stephanie Ho, "Trafficking of Women in China," Voice of America, 27 settembre 1997).

Una ragazzina di 12 anni proveniente dalla provincia del Zhejiang è stata venduta per 40.000 dollari ad un contrabbandiere. È stata portata a Bangkok, in Tailandia, per essere "istruita". Le autorità l'hanno ritrovata in Italia. La sua destinazione finale era l'industria del sesso di Miami in Florida ("Pedophilia ring uncovered in Italy", USA Today, novembre 1997).

Il costume pre-rivoluzionario della vendita delle mogli è ritornato nei villaggi rurali della Cina. I sensali di matrimoni - essenzialmente commercianti di schiavi - setacciano le campagne, offrendo ragazze in vendita ai futuri mariti. I reclutatori rapiscono e comprano donne e ragazzine. Le donne collaborano con i sensali di matrimoni nella speranza di salvare i propri familiari dalla fame.

Il rapimento di donne per i matrimoni da parte di organizzazioni criminali ed intermediari è diventato un'industria in Yanbian, dove uomini dell'etnia coreana cercano clandestine nord coreane da sposare. Il prezzo per una donna è di circa 5000 yuan (450 €).

In tutta la Cina si assiste ad una recrudescenza della prostituzione. L'isola Shangchuandao a largo del Guangdong è una meta turistica che offre droga, casinò e prostitute. Ultimamente molte donne migrano da Changzhou, un tempo un area con un alto standard di vita, a causa di una forte disoccupazione, verso le città; non trovando lavoro, finiscono nel mercato della prostituzione.

A Shanghai Street, le Triadi di Hong Kong controllano l'industria del sesso trafficando ragazzine anche tredicenni dai confini con la Cina. I bordelli di Hong Kong assumono sorveglianti al fine di impedire alle ragazze di fuggire. Alcune donne che hanno tentato di fuggire sono state uccise. Una donna del Sichuan, al fine di evitare di essere instradata nella prostituzione, ha cercato di suicidarsi lanciandosi da una finestra.

La prostituzione è molto diffusa a Shenzhen, dove i bordelli, le saune e i luoghi di ritrovo attraggono molti uomini da Hong Kong. Le autorità di Pubblica Sicurezza conducono spesso indagini su balere, saloni di massaggio, parrucchieri e villaggi vacanze per i forti segnali di prostituzione e droga. Numerose persone coinvolte in attività legate alla prostituzione vengono multate o interdette. Le vittime vengono invece esposte al pubblico ludibrio.

Proprio a Shenzhen, città cinese non lontana da Hong Kong, un centinaio di prostitute dopo essere state arrestate sono state mostrate in piazza come esempio di immoralità, davanti a una folla di cittadini più perplessi che indignati. Con le manette ai polsi e vestite di giallo, le ragazze cercavano di coprirsi il viso per non farsi riconoscere da amici e familiari. Ma gli agenti le riscoprivano subito.

In tutte le metropoli cinesi, il fenomeno della prostituzione è in piena espansione. Un'espansione che va di pari passo con il boom economico cinese. Il mercato della prostituzione è infatti costituito, a basso livello, dalla moltitudine di giovani single immigrati dalle campagne che sono venuti a lavorare in città. E, a un livello più alto, dalla nuova classe media e ricca che ha tanti soldi da spendere. Oltre che dagli alti gerarchi del Partito, che in realtà non si sono mai fatti mancare questo lusso.

Un economista cinese, Yang Fan, ha calcolato che nel paese ci sono almeno 20 milioni di prostitute, le quali generano un reddito pari al 6% del Pil cinese. Il fenomeno, a parte le messe in scena come quelle di Shenzhen, pare essere largamente tollerato dalle autorità cinesi.

Le ragazze, quasi tutte provenienti dalle zone rurali afflitte dalla disoccupazione e dalla miseria, lavorano sui marciapiedi, nei bar, nei centri massaggio, nelle saune e negli alberghi di ogni categoria, sia privati che statali.

Soprattutto nel sud della Cina esiste un fiorente commercio di ragazze vietnamite. Ragazze che vengono fatte fuggire dal loro paese da organizzazioni di trafficanti con la speranza di una vita migliore, e che poi invece vengono vendute come schiave sessuali a ricche famiglie del sud per prezzi che vanno dai 300 ai 2000 euro, a seconda dell'età e della bellezza della ragazza.

Il loro destino è quello di lavorare di giorno e di soddisfare di notte le necessità di tutti i maschi della famiglia. Non hanno possibilità di denunciare la loro condizione alle autorità: non solo perché spesso vivono rinchiuse in casa, ma perché sono immigrate illegali e finirebbero in prigione. Le più fortunate diventano moderne concubine, alcune vengono addirittura sposate da uomini che si innamorano di loro. Molte altre, soprattutto nelle regioni minerarie della provincia di Hebei, invece di finire in casa di privati, vengono vendute ai bordelli frequentati dai minatori.

Chi viaggia a Shanghai od ad Hong Kong sa che se vuole passare qualche notte in compagnia di una giovane ragazza locale può farlo senza problemi, non essendoci restrizioni legali. Non così la prostituzione, cioè la fattispecie che prevede danaro in cambio di prestazioni sessuali, che è illegale e porta a dei guai seri. Nei centri massaggio invece è tutto lecito.

La prostituzione in Cina. Decine di migliaia di donne vengono comprate e vendute ogni anno 19 agosto 2009

Prostitutes better than officials in China: survey 04 agosto 2009

Prostitution in the People's Republic of China - Wikipedia

In tutti i Paesi del mondo esistono bambini abusati, ma le nuove frontiere della pedofilia e del traffico di minori nelle Filippine assumono le caratteristiche di un vero e proprio mercato globale che svaria da quello della pedofilia fino al traffico di minori per le adozioni illegali e persino nel traffico di organi.

Dalla vendita di neonati a coppie in cerca di figli al vero e proprio traffico di minori fino al fiorente mercato della prostituzione minorile, le Filippine sono oggi diventate la piazza più importante al mondo per tutti coloro che con i bambini ci vogliono guadagnare o li vogliono semplicemente usare per i loro turpi desideri.

Non c'è niente di più facile per una coppia in cerca di facili adozioni che “acquistare” un neonato per poi farlo figurare come proprio. È sufficiente recarsi presso uno qualsiasi degli ospedali filippini con il portafoglio ben gonfio (ma nemmeno tanto, bastano 2.000 dollari) e prendere uno delle centinaia di bambini abbandonati dalle madri naturali che non potrebbero mantenerlo. Per i documenti non c'è problema. Tempo due ore e quel bambino sarà a tutti gli effetti figlio naturale della coppia che lo “comprato”. Si dirà, sempre meglio adottato, seppur illegalmente, che abbandonato a se stesso. Certo, ma nessuno è in grado di sapere che fine farà veramente quel bambino. Chi ci dice che non verrà a sua volta rivenduto per altri scopi? In questo caso l'ombra del traffico illegale di organi aleggia come un perfido demone.

Che dire poi della prostituzione minorile? Nelle Filippine ci sono migliaia di bambine e bambini che, spinti persino dai genitori, adescano gli occidentali per strada. Parliamo di bambini da 6/8 anni in su che nell'indifferenza più totale si offrono a vecchi porci in cerca di emozioni particolari. Un vero paradiso per i pedofili.

In questo difficilissimo contesto ,dove avendo poche migliaia di dollari si può comprare di tutto, persino il complice silenzio della polizia, si muove Stefania Fedele che, anche con l'aiuto di persone del posto, sta cercando di mettere fine a questo turpe mercato. Quello che si vorrebbe fare non è un semplice progetto di supporto e recupero dei bambini, ma un vero e proprio progetto di prevenzione e di interdizione, un progetto certamente ambizioso ma non impossibile specie con la collaborazione fattiva delle autorità del posto.

I bambini di Manila: storie di (stra)ordinario orrore secondoprotocollo 30 maggio 2009

Aussie WHO medic arrested for child prostitution 12 maggio 2009

In a Philippine Town, Child Prostitution, Despite Protests, Is a Way of Life New York Times 05 febbraio 1989

Prostitution in the Philippines - Wikipedia

Quando Rana Jalil ha perso il marito in un attentato, non immaginava certo che, a 38 anni, sarebbe stata costretta a prostituirsi per nutrire i suoi quattro figli. Ma dopo settimane a caccia di lavoro in un paese dove le donne sono sempre più discriminate, e dopo che il medico aveva diagnosticato una grave forma di malnutrizione per tutti e quattro i suoi bambini, Rana ha dovuto capitolare.

Ha raggiunto il più vicino mercato e si è messa in vendita al migliore offerente. «Sono abbastanza piacente e non ho avuto difficoltà a trovare un cliente», ha dichiarato a una giornalista di Al Jazeera, «quando però mi sono trovata a letto con lui ho cercato di scappare. Fino a quel momento ero stata solo con mio marito e non riuscivo nemmeno ad accettare l'idea. Ma lui mi ha colpita, poi mi ha stuprata e alla fine mi ha pagata. Ho pensato che per me fosse davvero finita. Ma quando sono tornata a casa con il cibo e ho sentito i miei figli gridare per la felicità ho scoperto che l'onore ha ben poca importanza rispetto alla fame dei miei bambini».

Rana non è affatto un caso isolato: fa parte di quell'esercito di vedove disperate che, secondo le autorità irachene, sono 350mila nella sola Baghdad, e almeno otto milioni nel resto del paese. Non si tratta soltanto delle vittime della guerra infinita che sconquassa il paese dal 2003. Prima dell'invasione statunitense, le vedove irachene, in particolare le numerosissime vedove della guerra Iran-Iraq, potevano contare su di una piccola pensione governativa, sull'educazione e l'assistenza sanitaria gratuite e, in alcuni casi, perfino sulla disponibilità di una casa fornita dal governo. Dalla "liberazione", però, tutte le misure di sostegno sociale sono state tagliate costringendo una buona parte delle vedove - almeno il 15%o secondo l'organizzazione Women's Freedom in Iraq - a mettersi disperatamente in cerca di matrimoni temporanei o a entrare nel giro della prostituzione, sia per soldi che per ottenere protezione nel mezzo della guerra civile.

Secondo Huha Salim, portavoce dell'organizzazione, «centinaia di donne stanno cercando un modo per sbarcare il lunario visto che nessuno vuole dar loro lavoro per paura delle rappresaglie dei gruppi fondamentalisti, che prima quasi non esistevano in Iraq». Purtroppo molto spesso le donne finiscono nella rete del grande traffico - secondo l'organizzazione almeno 4mila donne (il 20% minorenni) sono scomparse dal marzo del 2003.

Mentre la situazione continua a peggiorare molte famiglie sono costrette a prendere decisioni terribili. Un certo Abu Ahmed per esempio, incapace di nutrire da solo i suoi cinque figli perché affetto da un grave handicap, e anche lui vedovo, ha ammesso di avere venduto la figlia più grande a un trafficante internazionale perché non sapeva come nutrire gli altri quattro bambini. «Sono sicuro che ovunque sia almeno ha da mangiare. Con quello che mi hanno dato per mia figlia posso almeno salvare gli altri quattro».

I giornalisti di Al Jazeera sono riusciti a rintracciare la donna che ha contattato Abu e che gira per i quartieri più poveri a caccia di giovani donne da vendere alle gang che gestiscono il traffico di ragazze con i vicini paesi arabi. L'intermediaria, che dorme ogni giorno in una casa diversa per paura della vendetta dei fondamentalisti, ha spiegato all'emittente che il suo ruolo consiste nel convincere le ragazze a partire, promettendo loro una vita migliore appena passato il confine visto che tanto «le famiglie non le vogliono e da sole qui non hanno molta speranza di sopravvivere. Noi offriamo loro del cibo, un tetto e 10 dollari se vanno con almeno due clienti al giorno. La nostra priorità sono le ragazze vergini: possono essere vendute a prezzi molto alti nei ricchi paesi del Golfo». In realtà, alle miserabili famiglie che hanno messo in vendita le figlie difficilmente arrivano più di 500 dollari: il grosso del malloppo finisce nelle casse del racket e nelle tasche degli intermediari.

Una volta arrivate nelle capitali vicine, però, le ragazze irachene non hanno certo vita facile. La diciassettenne Suha Muhammad, per esempio, venduta dalla madre dopo la morte del padre, è stata immediatamente stuprata al suo arrivo in Giordania dai membri della gang che l'aveva comprata. In seguito è stata ceduta a una banda che riforniva persone importanti in Siria e veniva spesso portata ad Amman, la capitale giordana, per incontrare clienti d'alto profilo. Dopo sei mesi è riuscita a scappare: «Una famiglia irachena mi ha accompagnata al dipartimento immigrazione e mi ha aiutata a ottenere un passaporto per tornare nel mio paese. Ora mia zia si prende cura di me a Baghdad: non avrebbe mai immaginato che mia madre sarebbe arrivata a vendermi, ma sfortunatamente le donne in Iraq contano davvero poco».

Il traffico di schiave sessuali nella regione è un problema drammatico quanto sommerso. Mayada Zuhair, portavoce della Women's Rights Association di Baghdad, racconta del tentativo di monitorare il fenomeno da parte delle associazioni non governative irachene e arabe. «Stiamo cercando di capire che fine hanno fatto le vedove e le adolescenti sparite finite nelle mani del racket. Sfortunatamente non è un compito facile da assolvere senza sostegno internazionale, soldi o risorse. Il traffico è molto esteso ed estremamente redditizio, e conta sull'abbandono nel quale sono state lasciate le donne irachene».

Prostituirsi a quarant'anni per poter sopravvivere: il destino delle donne irachene nel Paese "liberato" 02 settembre 2007

Iraqi women: Prostituting ourselves to feed our children 16 agosto 2007

Proibizionismo, repressione e recupero. Attorno a questi “valori”, il sindaco di Roma Alemanno ha presentato i numeri della “guerra alla prostituzione” iniziata il 15 settembre 2008, data dell’ordinanza firmata dal primo cittadino.

In otto mesi, sono state 3794 le multe nei confronti delle prostitute, 1213 quelle ai clienti, 3523 i fermi per controllo, 5007 i verbali emessi e 60 minori tolti dalla strada.

"A Roma eravamo giunti a incredibili livelli di virulenza del fenomeno – ha detto il sindaco – le strade delle città erano diventate un giardino zoologico a cielo aperto di esseri umani”.

Alemanno ha auspicato l’avvio di “una proposta di legge quadro nazionale che agisca in questa direzione in maniera organica”.

Il fenomeno non è affatto scomparso – ha commentato il presidente del Municipio VII Mastrantonio – si è semplicemente spostato nelle zone più periferiche e si è clandestinizzato, con un aumento sensibile dei rischi sanitari e di sicurezza per tutti”.

Prostituzione. Il giardino zoologico di Alemanno Carta 21 Maggio 2009

Si è svolto a Roma l’incontro «Prostituzione. Quali politiche e quali risposte», organizzato dalle associazioni On the Road, dall’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione [ASGI], dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, dalla cooperativa Dedalus, dal Consorzio Nova, dal Coordinamento Nazionale delle Comunità d’Accoglienza [CNCA] e dal Movimento di Identità Transessuale [MIT]. È stato presentato il rapporto sulle ordinanze «contro la prostituzione» emesse in 46 comuni, che di fatto hanno anticipato l’applicazione del disegno di legge Carfagna.

Dal rapporto emerge che l’unico effetto prodotto dalle ordinanze è quello di spostare il «problema» e di aggravare le condizioni di sfruttamento di chi si prostituisce. Le unità di strada delle 26 associazioni che hanno contribuito alla realizzazione del rapporto hanno registrato come la prima reazione delle reti criminali che controllano la prostituzione sia stata quella di intensificare il turn over in strada e di spostare l’attività prostituiva verso luoghi chiusi.

La principale conseguenza è la diminuzione delle possibilità di contatto con operatori sociali e forze dell’ordine, quindi la riduzione delle tutele e dell’informazione per le donne gli uomini e i minori che si prostituiscono o sono costretti a farlo.

Rapporto sulla prostituzione: il ddl Carfagna aggrava lo sfruttamento Carta 7 Luglio 2009

Il sindaco Liviana Scattolon ha un sogno: percorrere la Pontebbana di notte senza vedere donne in vendita sul ciglio della strada. Per realizzarlo, dopo aver tentato forse invano la strategia di pattuglie e controlli, sta pianificando la realizzazione di un alberghetto (o ostello) per le prostitute.

Un progetto ardito che lambisce pericolosamente il favoreggiamento. Scattolon lo sa. Ma non rinuncia a raccontare quel che le piacerebbe: «Un luogo riservato per le lucciole».

L'obiettivo”, dice il sindaco, “è ripulire il nostro territorio perché il disagio provocato dalle signorine della notte è notevolissimo. Sia da noi che nel resto del territorio. Da tempo si parla di normare tutta la materia, ma finora nulla è stato fatto. Stiamo vedendo se l'iniziativa, partendo dal basso, possa portare dei benefici. Dal basso intendo dire dalle comunità locali. Vogliamo tentare di far esercitare in maniera diversa questo tipo di attività”.

Se non ci fosse favoreggiamento, si potrebbe dunque realizzare un piccolo albergo dove le prostitute possano esercitare in maniera riservata “in un luogo appartato dalla residenzialità”.

"Sul ddl prostituzione, il governo Berlusconi propone una soluzione ipocrita: occhio non vede cuore non duole. Anche per noi l'obiettivo è quello di togliere la prostituzione dalle strade, ma, così com'è congegnato, il provvedimento non risolve alla radice il problema". È quanto ha affermato in una nota Giovanna Melandri, ministro ombra della Comunicazione del PD. "La prostituzione non può essere derubricata a problema di decoro urbano alla stregua della cura delle aiuole, è una grande questione sociale. Dietro la prostituzione, infatti, si nascondono sfruttamento, tratta e criminalità organizzata con un volume d'affari miliardario. La scelta di ricorrere alla via penale non fa che acuire la svolta securitaria impressa da questo governo. Secondo alcuni dati - conclude Melandri - sono oltre 9 milioni i clienti della circa 50 mila prostitute in Italia. Si tratterebbe del 15%o degli italiani. Quanti provvedimenti giudiziari dovrebbero essere istruiti? Quanti braccialetti sarà costretto ad acquistare ancora il ministro Maroni?".

Vietare la prostituzione in strada, ''significa spingere chi si prostituisce nel sommerso degli appartamenti (o sulle strade virtuali di Internet, ndr), dove chi è sfruttato lo sarà ancora di più, invisibile per forze dell'ordine e operatori sociali''.

Un ''no'' deciso al provvedimento è venuto da un ampio cartello di associazioni laiche e cattoliche che lamentano anche di non essere state assolutamente ascoltate nella stesura del provvedimento. Dinanzi al dramma della tratta umana, si afferma, ''non ci sono scorciatoie: occorre tenere insieme la tutela dei diritti delle vittime di sfruttamento sessuale, il sostegno all'inclusione sociale per chi si prostituisce e vorrebbe una alternativa, il contrasto delle organizzazioni criminali, le esigenze di sicurezza che, per essere tale, non può che venire declinata come sicurezza sociale e riguardare tutti, comprese le persone che si prostituiscono''.

Tra le proposte avanzate dalle organizzazioni che operano nel settore della prostituzione e della tratta (ASGI, Associazione Gruppo Abele, Associazione On the Road, Caritas Italiana, CNCA, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Comune di Venezia, Consorzio Nova, Dedalus, Save the Children): l'applicazione reale (''e non a macchia di leopardo'') della Legge Merlin, la formazione di chi opera sul campo, la ratificazione della Convenzione del Consiglio d'Europa contro la tratta.

Se per il Governo è prioritaria la lotta alla prostituzione in sè e per sé, non si parla di legalizzazione. Mentre il reato di prostituzione non esiste ormai da tempo in Gran Bretagna, Germania, Francia, Olanda e Spagna.

Il pugno duro è pronto ad abbattersi sulle professioniste del piacere. Pugno duro per modo di dire: perché la pena prevista è dai 5 ai 15 giorni di galera. Il che significa che verrà semplicemente estinta con un’ammenda; se non si superano i 3 anni, infatti, la pena non si sconta in carcere. E i magnaccia di certo non si spaventano di fronte a una multa.

La bozza del ddl del PD cambia nettamente il punto di partenza: non più lotta contro la prostituzione, ma contro lo sfruttamento delle donne. Tuttavia, anche questo progetto di legge ha suscitato qualche perplessità. La proposta del PD, è di equiparare le pene per chi sfrutta la prostituzione a quelle di chi compie reati di mafia, introducendo la confisca dei beni, da reindirizzare ai programmi di integrazione sociale in favore delle vittime dello sfruttamento. Ma nel terzo comma dell’articolo 2 si introdurrebbe anche un principio che ha suscitato scalpore (e l’ira del sindaco di Genova): la possibilità per i Comuni di individuare luoghi dove far praticare la prostituzione. Si ritornerebbe, dunque, alle "case chiuse", a 49 anni dalla legge Merlin che le abolì.

"In Italia ci sono 70 mila prostitute, che inquinano le nostre strade, e soprattutto vengono ridotte in schiavitù. Non sono certo uno spettacolo edificante per i nostri ragazzi".

Silvio Berlusconi si augura che presto il Parlamento possa varare il disegno di legge per contrastare il fenomeno.

DDL "prostituzione", a che punto è? 03 luglio 2009

Un italiano di 57 anni, Agostino A., è stato arrestato perché aveva “comprato” una 28enne originaria del Mozambico e dopo averla violentata più volte l’aveva indotta alla prostituzione.

L'uomo ha conosciuto la sua vittima su una spiaggia, in Mozambico. Si è presentato agli zii della donna, gli unici parenti ancora in vita, e ha fatto amicizia con loro a base di regali. Prima di tornare a Milano, il pensionato ha preso accordi per portarla in Italia, dicendo che l’avrebbe sposata e impegnandosi a fornire 100 euro mensili alla famiglia della giovane. Una volta arrivata in Italia, però, lei viene violentata ripetutamente dall’uomo e anche costretta a subire ripetuti rapporti sessuali da parte di altri suoi amici.

Le violenze sono andate avanti per 8 mesi fino a quando la donna è scappata di casa e ha raccontato tutto agli agenti della Squadra Mobile di Milano. L’uomo è stato fermato, su disposizione del pm Ester Nocera, con l’accusa di violenza sessuale aggrava­ta, sequestro di persona e induzione alla prostituzione.

Aveva una base operativa anche a Modena l’organizzazione di immigrati ghanesi e nigerian, che gestiva la tratta di giovani connazionali per poi avviarle alla prostituzione. Per la prima volta nell’ambito dello sfruttamento della prostituzione e dei reati connessi, la magistratura ha applicato il 416 bis, il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso.

Come copertura l’organizzazione creava associazioni sulla carta di tipo culturale, come “Sweet Mother”, “Supreme Ladies Association” e “Great Binis Association”, che servivano proprio per gestire il traffico delle ragazze. Dalle indagini della magistratura antimafia partenopea è emerso lo spaccato di uno spietato mercato di schiave che aveva la sua base operativa tra Castelvolturno e Casal di Principe, fino a Baia Domizia.

Vittime anche ragazze minorenni, che venivano acquistate direttamente in Africa, contattando le famiglie attraverso insospettabili mediatori. Le giovani venivano poi portate in Italia e sottomesse tramite riti voodoo, costrette a prostituirsi per restituire i soldi del viaggio (circa 50mila euro) e pagarsi l’affitto del marciapiede, liberarsi dal maleficio e far cessare le minacce ai familiari.

Molte di queste ragazze sono passate anche per Modena, dove nel corso delle indagini in quella che è stata ribattezzata “Operazione Restore Freedom” (restituzione alla libertà), sono stati perquisiti numerosi alloggi dove le giovani erano tenute segregate di giorno e portate sul posto di lavoro la sera. A gestirle erano le madame nere che avevano l’assoluto monopolio nella gestione territoriale delle prostitute. Agli uomini, spesso fiancheggiatori locali, anche modenesi, era invece demandata la protezione delle ragazze e il loro accompagnamento con i pulmini sul luogo di lavoro, per lo più alla Bruciata.

Nel corso delle indagini è emerso come i clan neri di sfruttatori utilizzassero il medesimo, violento, efficace, modus operandi della criminalità casalese, e campana più in generale, con la quale pare vi fossero contatti e interscambi di interessi, soprattutto nel traffico della droga. Un settore nel quale tuttavia gli sfruttatori non interferivano direttamente, ma nel quale investivano parte dei proventi, fornendo anche manovalanza per lo spaccio minuto.

Giovani schiave del marciapiede

Luigi De Ficchy è un magistrato della Direzione Nazionale Antimafia, esperto di criminalità internazionale. In un suo dossier si legge che i rapporti degli ultimi anni del Dipartimento di Stato USA sul “trafficking” contano al mondo oltre un milione di persone schiavizzate e soggette a tratta, per un giro d’affari di dieci miliardi di dollari all’anno.

C’è una sinergia profonda fra le organizzazioni criminali europee (italiane) e straniere, con l’unico scopo di violentare l’esistenza a centinaia di migliaia di donne e bambini per i propri affari sporchi.

Quattro sono le criminalità etniche più caratterizzate per il proprio modello culturale di base” – spiega De Ficchy – “la rumena, l’albanese, la nigeriana, e la cinese”. Tutte presenti in Italia. “La condizione di assoluta sottomissione delle vittime – continua il magistrato – fa ritenere perfezionati i delitti di riduzione in schiavitù e di tratta delle persone”, senza considerare le violenze fisiche cui sono sottoposte.

La criminalità rumena è in rapida espansione a causa del recente ingresso della Romania nell’UE, potendo ora circolare liberamente quanti prima erano in condizioni di clandestinità. “I gruppi criminali rumeni sono dediti in prevalenza alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione di connazionali, spesso minorenni”. Prelevate in zone povere con la promessa d’un lavoro semplice, le ragazze vengono comprate dai padri e inizia così il loro calvario. Un perfetto sistema di trasporto segreto in pullman attraverso l’Europa le consegna nelle varie destinazioni, prive di denaro e di documenti, in balia di varie sotto-organizzazioni.

Sistematicamente picchiate, violentate, minacciate di morte, vengono costrette a prostituirsi, segregate nelle case, fatte abortire. Se sono individuate dalla Polizia, sono subito trasferite in altre località e sostituite.

Quella albanese è la criminalità più feroce e pericolosa, composta da gruppi autonomi presenti su tutto il territorio italiano ma privi d’una struttura verticistica. “Le donne albanesi sono spesso gestite da parenti e fidanzati, costrette con la forza a prostituirsi, private dei loro passaporti e ridotte a vite massacranti con la minaccia anche di ritorsioni sui parenti in patria. Se si ribellano vengono picchiate selvaggiamente e a volte uccise. Sono obbligate a prostituirsi anche in gravidanza e ad abortire ripetutamente. Ovviamente ogni guadagno viene loro strappato via”.

La pratica di trasformare le proprie donne in prostitute e sfruttarle senza alcuna compassione ha la sua radice culturale in un codice orale albanese del 1400, il “Kanun”, tramandato di padre in figlio. Si tratta di una raccolta di norme consuetudinarie primitive, basate sulla legge del taglione. Il problema è che tale codice è stato recepito perfino dallo Stato albanese con un decreto legge del 1928, legalizzando la vendetta e la totale sottomissione della donna al marito.

Nella cultura albanese appare normale che “la donna possa facilmente divenire oggetto di traffico e motivo di guadagno”.

I gruppi appartenenti alla criminalità nigeriana sono divisi sul territorio italiano ed europeo in base alla frammentazione tribale esistente nel paese d’origine, ma collegati fra loro. L’attività principale è la gestione del flusso migratorio dalla Nigeria e dai paesi limitrofi. Sono forse i meno cruenti fra i delinquenti.

Le donne spinte dal bisogno contraggono un patto con un protettore che fornisce il passaporto. La donna si prostituirà fino a corrispondere la somma con cui potrà procedere a riscattare la propria libertà, ma a volte chi la sfrutta la cede a un’altra organizzazione, così la vittima deve procurarsi una somma ulteriore per il proprio riscatto. Per la ragazza nigeriana esiste una forza costrittiva costituita dai riti voodoo ancora molto usati in Nigeria: se non terrà fede alle sue promesse la sua famiglia e lei stessa sarà oggetto di riti magici”.

Naturalmente rimane sempre l’opzione della coercizione violenta. Particolarmente importante la presenza delle reti nigeriane a Caserta, territorio controllato dal clan dei Casalesi, cosca camorristica coinvolta nel racket.

La dimensione della criminalità cinese è imponente; numerose organizzazioni gestiscono capillarmente l’immigrazione clandestina dei propri connazionali, utilizzando solo documenti falsi e corruzione burocratica. Originari in massa dalla provincia povera e agricola dello Zheyang, questi cinesi hanno sempre vissuto secondo codici consuetudinari da cui lo Stato è escluso, quindi anche nei paesi in cui emigrano non riescono a integrarsi con le strutture e le norme sociali. Le vittime vengono taglieggiate in situazioni di lavoro nero e condizioni di vita miserabili. “Pur di sottrarvisi, molti clandestini accettano d’entrare a far parte delle organizzazioni criminali”.

Per quanto riguarda l’Italia, l’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Perugia ha individuato una struttura molto articolata fra Umbria, Lazio e Toscana, legata alle cosche ucraine e russe. I transiti principali per le schiave del sesso sono il confine sloveno-italiano, i valichi del Tarvisio e del Brennero, le rotte dalla Libia e dalla Grecia, il canale d’Otranto.

Insomma, di fianco a noi Occidentali c’è un intero popolo sommerso, appartenente a molteplici etnie, un popolo di ragazze e di bambini privati d’ogni diritto, seviziati, brutalizzati, sfruttati e uccisi.

Il problema presenta varie prospettive. Dal lato giuridico, è fondamentale recepire questo fenomeno come unitario e non come reati separati (documenti falsi, induzione alla prostituzione, riduzione in schiavitù, immigrazione clandestina, stupro, eccetera). Solo in questo modo si può considerare la natura associativa e transnazionale del reato, contemplandolo come “fenomeno tratta”.

Dal punto di vista politico, occorre poi evitare gli atteggiamenti propagandistici, e concentrarsi invece su una visione globale del problema immigrazione, studiandolo, come dice Carlo Panella, in tutti i suoi aspetti, che in Italia sono ancora confusi.

Sotto il profilo burocratico, è necessaria una assai maggiore vigilanza nelle ambasciate e consolati europei, dove a volte si verificano connivenze, superficialità e corruzioni negli stessi uffici di concessione visti (in Romania davanti alle ambasciate europee ci sono roulotte dove vengono rilasciati i falsi visti).

Infine c’è un aspetto ideologico: entrare in Europa non dev’essere una qualifica derivante in primis dal livello economico di uno Stato cui seguirà la sua democratizzazione, bensì il contrario. Ed essere uno Stato democratico significa garantire ai propri connazionali legalità, sicurezza, e diritti umani.

Come la sinistra e i benpensanti hanno favorito il nuovo schiavismo di Andrea B. Nardi 28 Novembre 2008

Kanun - Wikipedia

"La prostituzione è una violenza dell'uomo contro la donna".

Sembra uno slogan femminista degli anni Settanta la legge svedese varata nel 1999, l'unica in Europa che, ad oggi, si sia dimostrata capace di contrastare il crimine organizzato legato al mercato del sesso. Colpendo duro il cliente.

Le donne trafficate nel paese scandinavo ogni anno sono 400-500, a fronte delle 5-7.000 di altri paesi nord-europei come Norvegia o Danimarca. Una norma che funziona, dicono le autorità, perché ha il consenso dell'80% della popolazione.

La prostituzione nelle strade di Stoccolma è calata fino alle 10-15 ragazze per notte, mentre erano stimate in circa 50-60 prima dell'entrata in vigore della legge. I siti internet a Stoccolma sono ormai soltanto 3-4 e controllano un centinaio di ragazze, contro le circa 2.000 di capitali di dimensioni analoghe come Copenaghen o Oslo.

Non mancano le intercettazioni in cui i trafficanti si lamentano dicendo che il mercato svedese è "troppo sfavorevole". E la gente? Gli svedesi interpellati non hanno dubbi: stiamo con le ragazze, contro chi compra.

"È la cultura dell'eguaglianza di genere che può combattere la prostituzione", dice Jonas Trolle, l'ispettore criminale a capo della squadra anti-racket più grande di Stoccolma, “se la società non prova a capire i meccanismi di discriminazione tra i sessi e non riflette sul perché è importante aiutare queste donne e non le vede come vittime allora è ovvio che la legge non funzionerebbe".

In Svezia questa legge è stata sostenuta con forza: dal 1999, anno del varo, è stato verificato in 5 consultazioni popolari un consenso che oscilla tra il 75% e l'85%. "Sono loro, le persone - prosegue l'ispettore - la nostra prima fonte, perché se c'è qualche movimento sospetto in 5 minuti la società lo sa, quindi anche la polizia lo sa. La gente sa che le ragazze sono vittime".

"Io stesso, nel 1999, ero contrario a questa legge", rivela l'ispettore, "perché non ne capivo il meccanismo e pensavo che se qualcuno vuol comprare e qualcun altro vendersi, in fin dei conti sono affari suoi. Ma oggi, dopo 10 anni di esperienza e di conoscenza diretta del fenomeno capisco che non è mai questione di libera scelta: dove c'è prostituzione, dietro c'è sempre il crimine organizzato, sempre".

Kajsa Wahlberg, membro dell'Intelligence della polizia nazionale e incaricata dal Parlamento di un report annuale sulla prostituzione in Svezia, spiega che "moltissimi studi e ricerche condotte in Svezia tra i primi anni Settanta e fine degli anni Novanta hanno portato allo stesso risultato: tutte le donne svedesi che finivano per prostituirsi avevano subito abusi sessuali infantili da parte di padri, parenti o amici". E conclude: "Quando i ricercatori non hanno più avuto dubbi sulle correlazioni tra gli abusi sessuali e la prostituzione si è deciso di fare una scelta radicale, ed è nata la legge".

"Il cliente è solo il primo anello di una lunga catena criminale e poiché, come prevede la legge, chiedere sesso è già un reato in sé - spiega l'ispettore Trolle - prendere i clienti è semplice e consente di costruire una prova solida contro il trafficante". Basta che i clienti siano in aula, insomma, e sei a metà dell'opera. "Per il tribunale - prosegue l'ispettore - la sola presenza dei clienti in aula è sufficiente a provare che è stato commesso un reato e questo è determinante per stabilire la connessione con il trafficante o lo sfruttatore".

Il senso della legge è quello di includere il compratore nella filiera criminale. Spiega Trolle: "Noi informiamo i clienti che stanno aiutando il crimine organizzato e distruggendo una giovane vita. Poi gli inviamo a casa una lettera della polizia in cui si informa del reato commesso, la moglie chiederà spiegazioni: in Svezia essere qualificati come compratori di sesso è una vergogna profonda, e questo è molto efficace". E per il "compratore" è solo l'inizio. "Li pediniamo, li intercettiamo, facciamo fotografie e prendiamo le loro targhe, dopo circa 6 mesi li chiamiamo in Tribunale a testimoniare e li facciamo sedere accanto agli sfruttatori e ai trafficanti: solo così possono rendersi conto di far parte di una rete criminale".

Parlano le prostitute. "Non si può più lavorare! Se qualcuno si ferma a chiedere l'ora, si fa due ore in centrale, maledetta polizia!". È livida di rabbia Hulda, una prostituta svedese che ha passato i 50, che si lamenta: "Ormai tutti, clienti e ragazze, sono emigrati nei paesi vicini, soprattutto in Norvegia, qui è diventato troppo complicato, io non lavoro quasi più!".

Forse non le vedi, ma si sono spostate nelle case, e ci arrivi tramite internet. Favorire lo spostamento al chiuso, dove è meno controllabile: è la critica che è sempre stata mossa agli svedesi. Internet è la nuova frontiere della compra-vendita di sesso. "Certo”, ammette l'investigatore, “non possiamo controllare tutti i siti né bloccare i server che si trovano all'estero, ma adesso ci risulta che a Stoccolma sono rimasti solo 3-4 siti che gestiscono un centinaio di ragazze". Poca roba in confronto alle altre capitali europee, come Oslo o Copenaghen, dove si torna a parlare di migliaia di ragazze e un numero di siti di cui le polizie hanno perso il controllo.

"I colleghi tedeschi ci dicevano che eravamo dei pazzi", racconta Wahlberg, "oggi vengono da noi per cercare di capire come lavoriamo ".

Gunilla Ekberg ha curato il disegno di legge svedese nel 1999 per il Parlamento e ora dirige il CATW (The Coalition Against Trafficking in Women International), la più grande Ong al mondo contro la tratta: "Me lo lasci dire, sono letteralmente sconvolta e spaventata dalla direzione presa dall'Italia: punire le ragazze le farà scappare dalla polizia, non collaboreranno più, per voi prendere i criminali diventerà impossibile".

Prostituzione, la ricetta svedese "Si vince colpendo il compratore" 14 novembre 2008

How Sweden tackles prostitution 08 febbraio 2007

Coalition Against Trafficking in Women

LA PROSTITUZIONE NEL MEDIOEVO

Secondo quanto scrive S. Tommaso nella "Summa Teologica", l’uomo da solo non è in grado di evitare tutti gli impulsi che provengono dalla depravazione e dalla sensualità. I legislatori quindi devono considerare la natura carnale dell’uomo e disporre in modo da permettere i mali minori per evitare quelli peggiori (“Sapientis legislatoris est minores transgressiones permittere, ut maiores caveantur”). E in De Regiminem Principum: “Se eliminassimo le prostitute dalla società, la dissolutezza la inquinerebbe con disordine di ogni genere. Le prostitute sono in una città ciò che la cloaca è in un palazzo: sopprimete la cloaca e il palazzo diventerà sporco e infetto”.

La prostituzione fu così concepita dal cattolicesimo come un “male necessario” e annoverata dall'autorità religiosa fra i peccati dovuti alla sensualità, ma non fra i peccati veniali.

Come osserva S. De Beauvoir, le prostitute, nonostante siano tenute ai margini della società, rivestono in realtà un ruolo riconosciuto, sacrilegamente, anche dalla stessa religione, che, invece di proclamare la sacralità del corpo della donna, le considera un male necessario a proteggere il resto della società (un pensiero di stampo patriarcale, fallocentrico, fallocratico, del tutto anti-cristiano ndr).

La logica del "male minore" garantisce dunque una certa indulgenza delle istituzioni verso le prostitute: con la “meretrix” non si commette il peccato di fornicazione poiché era a questo adibita; la meretrix libera dalla colpa della fornicazione, sia perché è una donna che non appartiene ad alcun uomo, sia perché il pagamento in denaro esime dal peccato. Essa è, secondo il pensiero di S. Tommaso, “una persona privata, pubblicamente disponibile, poiché ha rotto le sue relazioni sentimentali”; inoltre, è lei stessa a portarne la responsabilità: “un peccatore è tanto meno colpevole quanto più è spinto a commettere peccato… la sola vista di una bellezza femminile accessibile stimola la natura, aumenta la concupiscenza, diminuisce il giudizio ed in ciò stesso la colpa”.

Invece di esaltare la virtù, la forza di volontà, il sacrificio, San Tommaso proclama dunque lecito cadere in tentazione.

Quest’approccio ha influenzato la percezione della prostituzione nel corso del Medioevo. Come racconta lo storico francese J. Rossiaud, ("La Prostituzione nel Medioevo", Biblioteca Universale Laterza, Bari 1986), nel XV secolo, lo sfogo controllato del disordine ("sessualità dirompente") serve ad agevolare il mantenimento dell’ordine municipale in Provenza. Nel 1400, la prostituzione è accettata, considerata addirittura necessaria per evitare i fenomeni dello stupro collettivo, commessi da gruppi di giovani chiamati le "allegre confraternite" ("abbayes de jeunesse"), gruppi di persone tra le 2 e le 15, appartenenti a tutte le professioni.

Roussiaud descrive con dovizia di particolari la violenza di questa sorta di rituale iniziatico alla gioventù che apparteneva, secondo lui, alla normalità della vita quotidiana urbana: "I giovani, dopo aver organizzato il colpo, di sera forzano la porta di una donna e a volto scoperto, mescolando brutalità ed inviti, minacce ed ingiurie, fanno violenza in loco della vittima, talvolta al cospetto di uno o due testimoni terrorizzati, oppure la trascinano per la strada e la gettano in una casa connivente, dove ne approfittano a loro piacimento per tutta la notte. Quattro volte su cinque i vicini non intervengono per paura".

La spiegazione che Rossiaud fornisce dello stupro collettivo mette in evidenza come la motivazione stava nell’acquisizione della mascolinità, intesa come un ruolo sociale acquisito, prodotto dalla cultura: il ruolo del gallo e della gallina, che deve essere umiliata e sottomessa. Inoltre, lo stupro collettivo esprimeva lo sfogo di risentimenti classisti: le donne sulle quali la violenza si riversava, infatti, erano o giovani da marito, o vedove, o mantenute e/o concubine del prete.

Tra il 1350 e il 1450, per evitare questo disordine, fu definito uno spazio pubblico per lo sfogo della libidine maschile: i "postribola publica". Le donne che ivi si incontravano furono definite "mulieres publicae", termine che fu adottato in tutta l’Europa per indicare la donna che non era legata ad alcun uomo e ad alcuna famiglia. Questa nuova definizione fu accompagnata dall’imposizione di diverse norme di costume che le città stabilirono per le meretrici: qualche volta erano lacci rossi da portare al braccio, o fazzoletti gialli, o ancora sonagli legati ai cappucci, altre divieti di usare pellicce o abiti troppo lussuosi (Colonnello Canosa, "Storia della Prostituzione in Italia dal Quattrocento al Settecento", Sapere 2000, Roma, 1989).

A Bologna, nell’anno 1382, fu imposto alle meretrici di portare una tunica aperta sul davanti ed in testa un cappuccio con legato un sonaglio, affinché la loro presenza entrasse per l’udire e per lo viso. Un provvedimento analogo fu adottato a Firenze due anni dopo (…) a Siena nel 1404 (…) a Torino nel 1430” (A. Berzaghi, "Donne o Cortigiane?", Bertani Ed. Verona, 1980).

21/2/1543: proibizione alle meretrici di portare oro, argento o seta, catenelle, perle, anelli con pietra o senza”.

La meretrix doveva essere immediatamente visibile sia attraverso l’uso dell’abbigliamento sia tramite la particolare locazione geografica all’interno delle città. Fu, quindi, nel Medioevo, che la definizione di mulieres publicae iniziò ad acquisire un carattere identitario vero e proprio. Nonostante fossero rinchiuse nei postribola o segnalate, le meretrici non venivano per questo emarginate ma piuttosto “veniva loro garantito un buon trattamento ed un’adeguata protezione, poiché svolgevano una funzione indispensabile contenendo i fenomeni di stupro collettivo e di diffusione del vizio nefasto della sodomia e dell’onanismo” (Rossiaud).

LA PROSTITUZIONE NEL RINASCIMENTO

«A partire dagli anni 1480-1500, alcuni dei fattori di equilibrio vengono a scomparire. Allora le sensibilità collettive lentamente si modificano, portando alla rottura degli anni 1560. Le schiere dell'immigrazione erano continuamente aumentate, dopo la metà del XV secolo, ma tra il 1450 e il 1480 la città aveva potuto accogliere e assimilare tutti quelli che si presentavano alle sue porte senza gran difficoltà. Alla fine del secolo, le capacità d'assorbimento dell'economia urbana si indebolirono. Tra i salari urbani mantenuti artificialmente a un livello relativamente elevato, ed i salari rurali intaccati dalla crescita demografica, lo scarto era decisamente aumentato, e questo squilibrio spingeva verso le città molti contadini ridotti in povertà. L'immigrazione si reclutava dunque tra i poveri. (…) Un po’ dovunque, gli effettivi della prostituzione aumentarono. (…) In un mondo in cui si fronteggiavano la ricchezza e la miseria, la prostituzione rischiava di diventare un'attività parallela per un buon numero di famiglie di manovali o di operai» (Rossiaud).

Nel 1500, la sifilide si diffuse e flagellò le popolazioni di tutta l’Europa al pari della peste e della lebbra. Lo spargersi della sifilide coincise con un momento di crisi della Chiesa di Roma: la Riforma Luterana. Nello stesso periodo si produce una rottura, causa l'impoverimento delle popolazioni e le ricorrenti epidemie, che spingono alla prostituzione anche le giovani di famiglie bene.

Le città disposero la chiusura dei postriboli e il bando delle prostitute mentre diventava sempre più difficile distinguere le donne oneste dalle "peccatrici", non solo per la pratica sempre più diffusa della prostituzione tra le donne delle famiglie più povere, ma anche per la comparsa delle "cortigiane", donne libere, culturalmente elevate, riccamente vestite, sempre accompagnate da uomini galanti e da personaggi altolocati, che praticano e diffondono giochi carnali parecchio lontani dalla "natura", diventando dei modelli, prima per le altre prostitute, poi per le donne delle classi privilegiate, che cominciano a godere di una maggiore libertà.

Furono chiusi molti postriboli pubblici: 1531 ad Ulma, 1534 a Basilea, 1560 a Parigi, 1562 a Norimberga. Secondo Le Goff, “si ebbe così un progressivo rifiuto da parte delle autorità municipali della prostituzione. La prostituta da utile divenne anch’essa pericolosa e nel 1563 l’Editto di Amboise fece chiudere in Francia gli ultimi bordelli comunali” ("Il Vizio Necessario", Storia Dossier, V, n. 43, 1990, citato in R. Sapio, "Prostituzione dal Diritto ai Diritti", Leoncavallo Libri, Milano 1995).

Dopo la Riforma, la Chiesa si pose il problema dell’accettabilità dell’elemosina della prostituta. All’immagine della peccatrice si aggiunse una nuova percezione della donna nella mentalità comune. Papa Innocenzo III permise che anche il denaro della donna caduta potesse essere accettato, poiché se la condizione della donna era turpe, non lo era ciò che guadagnava: al lavoro vi era costretta dalle necessità. Grazie allo sviluppo di una concezione del lavoro etica, la donna caduta non venne più soltanto biasimata e colpevolizzata, essa poté essere salvata, divenendo oggetto di pietà cristiana: fu considerata una delle più grandi opere di carità strappare le donne pubbliche dalle “maisons de joie”.

Così, alla fine del Cinquecento si organizzarono le case per le Maddalene Pentite, luoghi dediti al recupero delle donne alle quali si insegnava ad occuparsi della casa e della famiglia, consentendo il loro reinserimento nell’ordine familiare tramite l’educazione.

Sul fronte laico, di fronte alla libertà dei costumi morali e sessuali, i bordelli appaiono come luoghi di preparazione alla coniugalità, capaci di tenere lontani i giovani uomini da pratiche sessuali ritenute trasgressive e innaturali, nell'attesa che giungano al matrimonio: la prostituzione pubblica diventa dunque strumento di salute pubblica, un valore centrale dell'etica urbana, capace di assicurare l'ordine sociale e familiare.

Durante tutto il Seicento, le disposizioni delle autorità pubbliche ordinano di concentrare le prostitute in determinate zone delle città, separate dai luoghi sacri e dalle residenze delle famiglie “oneste” della città.

10/3/1571: Proibizione alle cortigiane di recarsi in chiesa nei giorni di festa e nelle solennità; 27/2/1611: è’ vietato alle meretrici abitare sul Canal Grande, tanto se la casa è propria tanto se presa in affitto in suo nome o di altri; 26/1/1612. Nessuna meretrice o sola o in compagnia di altre può abitare un casa di prezzo maggiore di cento ducati l’anno, né può subafftittare di queste case in modo alcuno" (A. Barzaghi).

Da una parte, dunque, i predicatori si presentano come i portavoce delle persone per bene, sostengono e realizzano il rafforzamento dell'ordine maschile: la riforma dei costumi da loro predicata prevede la collocazione delle cortigiane al posto che loro compete, il richiamo all'ordine delle ragazze che non si vogliano sottomettere e la ristrutturazione della famiglia, dall'altra, i bordelli legalizzati e le prostitute "oneste" assolvono al ruolo di salutiste pubbliche.

Questo duplice e ipocrita atteggiamento nei confronti della prostituzione, produce, come nella Sicilia degli ultimi Borbone, una duplice e ipocrita politica: da una parte la registrazione delle meretrici, dall'altra l'istituzione delle case di emenda per le donne pentite, veri luoghi di purificazione (e di avvio verso il matrimonio o la monacazione) dalla potente funzione simbolica. Il senso, in breve, è che il posto della donna è o la casa o il bordello, in nome di una necessità superiore, quella della lotta contro il disordine sociale.

La scandalosa modernità delle cortigiane 01 luglio 2008

LA PROSTITUZIONE IN ETA' MODERNA

Dopo la Controriforma, chiusi i postriboli, le prostitute, attraverso la pratica della schedatura, sono relegate in appositi quartieri-ghetto fuori dal territorio urbano, riammesse nella città solo in quanto ricoverate, spesso anche con la forza, in strutture finalizzate all'internamento degli ammalati di sifilide, noti come "Ospedali degli Incurabili" e gestiti dalla solidarietà cristiana.

Da queste pratiche consegue un'operazione di stigmatizzazione sociale delle prostitute, ma non della prostituzione. "Se durante il Medioevo (la prostituzione) era stata esercitata sotto il segno di concessioni alla debolezza della natura, con l'avvento dell'età moderna ha come contesto di riferimento la malattia, la miseria, la delinquenza e la sessualità vergognosa" (R.Sapio, op. cit.)

E come tale è regolata, relegata in luoghi lontani dal consorzio civile, e, se possibile, "curata". Successivamente, tra il '700 e l'800, si assiste alla produzione di una serie di discorsi che non riguardano più solo un problema di morale, ma di razionalità e di amministrazione di caratteri insieme biologici e politici (“biopolitica”, ndr).

È quello che Foucault individua come il passaggio dalla "ars erotica" alla "scientia sexualis": «A differenza dell'ars erotica diffusa nell'antichità, il cui obiettivo era quello di agire sull'effetto dei piaceri senza rifarsi a distinzioni di liceità, il sapere moderno fa del sesso un oggetto biologico e insieme il punto di applicazione per una serie di prescrizioni morali» (M. Focault, "Storia della Sessualità 2", Feltrinelli, Milano 1984).

Durante il Settecento, la preoccupazione sanitaria e il diffondersi della sifilide divenne il problema principale legato al meretricio. In tale contesto, alcuni teologi misero in dubbio le teorie agostiniano-tomistiche e sostennero che i postriboli non riuscivano a contenere i peccati di lussuria più gravi e coloro che li frequentavano non riuscivano a rimanere immuni dal vizio sodomitico.

Tuttavia, la prostituzione divenne oggetto di vera e propria codificazione solo nel 1800, secolo in cui si assiste al trionfo dell'ordine borghese e dello Stato-nazione, nuovo centro di propulsione di identità e di valori. È in questo secolo che «si realizza la definitiva messa a punto delle strategie del potere nei confronti dei fenomeni di devianza, i cui portatori sociali scontano la "colpa" di sottrarsi al binomio fondamentale di ordine sociale e profitto economico, in un'ottica di ottimizzazione delle capacità umane, che viene esaltata come principio basilare all'interno dell'analisi di stampo positivista» (R. Sapio, op. cit).

Gli individui che si sottraggono alla suprema legge del lavoro e della produzione economica, le cosiddette "classi povere", diventano oggetto delle preoccupazioni della nuova società borghese, ne minano l'ordine sociale ed economico e, dunque, sono considerati dei "soggetti pericolosi" che il potere deve controllare e contenere.

La prostituta è in questo senso figura ambivalente, perché esercita comunque un lavoro, ma lo fa al di fuori dell'organizzazione economica dominante, oltre ad essere anche un soggetto deviante dal punto di vista morale e sessuale. In qualità di "deviante", quindi, essa non sfugge al nuovo controllo e alla "ortopedia" sociale e morale che ne deriva, essendo insieme anche vagabonda, indigente, criminale, deviata sessuale e donna, fonte di pericolo per il resto della società. In qualità di "lavoratrice", visto che comunque esercita un tipo di lavoro, viene sottoposta a un'altra forma di controllo, quello che si dispiega attraverso l'istituzione delle "case chiuse", istituzioni totali attraverso le quali lo Stato si assicura la gestione economica dei proventi della prostituzione e, allo stesso tempo, la separazione materiale e simbolica tra la società "sana" e quella "malata".

Il "corpo" entra dunque a far parte del dominio politico, nuovo campo di esercizio del potere: «Questo investimento politico del corpo è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. È in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un sistema di assoggettamento. (…) Questo assoggettamento non è ottenuto coi soli strumenti sia della violenza che dell'ideologia; esso può assai bene essere diretto, fisico, giocare della forza contro la forza, fissarsi su elementi materiali, e tuttavia non essere violento; può essere calcolato, organizzato, indirizzato tecnicamente, può essere sottile, non fare uso né di armi né del terrore, e tuttavia rimanere di ordine fisico" (M. Foucault, "Sorvegliare e Punire", Einaudi, Torino, 1976).

Foucault parla di una "tecnologia politica del corpo" o "microfisica del potere" che agisce sui corpi, sui desideri, sui comportamenti, sulla quotidianità e in ogni ambito della nostra vita al fine di controllare e normare. Nel caso specifico del corpo della donna e della "creazione" della donna come fatto scientifico: «si può dire che, a partire dal tardo secolo XVIII, il corpo della donna sia stato utilizzato per creare un nuovo tipo sociale. (…) A partire dal 1800, l'interno della donna viene reso pubblico, sia dal punto di vista medico sia da quello poliziesco e giuridico, mentre parallelamente - ideologicamente e culturalmente - viene intrapresa la privatizzazione del suo esterno. (…) Il corpo della donna diventa il luogo nel quale si compie un processo che riguarda direttamente lo Stato, la salute pubblica, il corpo pubblico, nonché la Chiesa e il marito" (B. Duden, "+", Bollati Boringhieri, Torino, 1994).

La sessualità, ambito di espressione del corpo ma anche di specifici rapporti di potere, non può sfuggire a questo investimento politico, diventa anzi il campo di applicazione di un controllo politico che è insieme potere disciplinare sull'individuo e processo di regolazione della popolazione, del corpo sociale, regolamento che fa emergere le forze produttive ed economicamente utili alla collettività. A partire da questa cesura, lo Stato prende a farsi carico della sessualità dei cittadini e della sua normazione, si impegna a prevenire e a reprimere i fenomeni prostituzionali.

In Europa, in seguito alla rivoluzione industriale, l'aumento demografico, lo sviluppo industriale nelle città e i conseguenti processi di urbanizzazione delle popolazioni contadine, determinano nuovi flussi migratori, sia dalle campagne verso le città di uno stesso paese (migrazione interna, in gran parte femminile), sia da paese a paese (migrazione esterna, prettamente maschile). La prostituzione vive un nuovo sviluppo, in quanto allo stesso tempo sollievo per uomini soli e migranti in paesi sconosciuti, e attività di sostentamento per donne che, partite dalle campagne per trovare lavoro nelle fabbriche delle città, spesso si ritrovano sole e disoccupate.

In una situazione di questo tipo, l'urbanizzazione di ampi strati di popolazione non si coniugò con sostanziali aumenti della produzione nell'economia di base, creando invece larghe fasce di disoccupazione.

I profondi mutamenti che attraversarono la società italiana nel corso dell'800 provocarono ansietà e paure sociali che si concentrarono sulle cosiddette "classi pericolose". È a causa di processi di trasformazione così profondi e della necessità, nonostante essi, di mantenere e garantire l'ordine sociale che, durante il secolo scorso, si assiste alla nascita di nuove strategie del potere nei confronti dei fenomeni "devianti", nonché di nuove scienze e di nuovi saperi (prima di tutto la medicina, ma anche la criminologia, la sociologia, la psichiatria, l'educazione, ecc.), e di "dispositivi discorsivi" atti a definire la devianza, spiegarla, contenerla e, se possibile, "curarla".

In un tale contesto, la prostituzione viene interpretata e letta come fenomeno deviante, come pericolo sociale e la figura della prostituta viene fatta rientrare all'interno delle "classi pericolose" per l'ordine sociale, quale corrispettivo femminile della figura maschile del criminale. Il dato biologico diventa il criterio ordinatore delle distinte funzioni sociali dei sessi, l'appello a una supposta "natura femminile" differente diventa la giustificazione e la legittimazione per un differente ruolo sociale assegnato storicamente alle donne.

Il sapere medico ottocentesco, soprattutto la criminologia positivista rappresentata in Italia da Cesare Lombroso, costruisce una vera e propria "nosografia della devianza", costruendo così anche la giustificazione scientifica al disciplinamento e al controllo sociali. «Al concetto della responsabilità penale, il Lombroso sostituisce così quello della medicalizzazione della delinquenza, spiegata con le anomalie craniche e con l'eredità» (G. Panseri, "Il Medico: Note su un Intellettuale Scientifico Italiano nell'Ottocento", in "Storia d'Italia", Annali 4, "Intellettuali e Potere", Einaudi, Torino 1981).

Viene approntato in tutta Europa un complesso sistema di case chiuse, di strutture medico-ospedaliere, di speciali organi di polizia, di leggi e di codici, come il “Regolamento Cavour” (esteso a tutta l'Italia nel 1860), al fine di legalizzare il fenomeno, sottoponendolo a controlli polizieschi e sanitari rigorosi, attraverso la cosiddetta "triplice strategia": registrazione, ispezione, trattamento.

Anche in Italia, in linea con i processi in atto nell'intera Europa, il nuovo Stato appena unificato optaeper una politica regolamentazionista, scelta che rimarrà più o meno integra fino al 1958, cioè all'emanazione della legge Merlin, con la quale l'Italia, almeno formalmente, sancirà l'abolizione di ogni tipo di regolamentazione dell'attività prostitutiva.

Tra 1800 e 1900, la devianza, all'interno della quale viene fatta rientrare anche la prostituzione, diventa oggetto e campo della scienza. O meglio, attraverso i suoi discorsi, la scienza costruisce e inventa sempre nuove devianze, diventa il campo di "produzione della devianza" (di questo argomento si è occupato A. Dal Lago ne "La Produzione della Devianza. Teoria Sociale e Meccanismi di Controllo", ombre corte, Verona 2000).

Si assiste a un'ulteriore "trasposizione in discorso" del sesso: la medicina, e la scienza in generale, diventa il dispositivo discorsivo, il sapere che supporta il potere di un sistema poliziesco fatto di controlli obbligatori e ghettizzanti. La criminologia positivista del Lombroso introduce una spiegazione biologica al fenomeno della prostituzione, rinvenendo l'origine di questa attività nella stessa "natura" delle donne che la praticano. «La scienza, in questo caso, assolve il proprio compito, fornendo codificazioni ed etichette che consentano la netta separazione dell'abnorme dalla norma“ (F. Basaglia Ongaro, "La Maggioranza Deviante", Einaudi Editore, Torino 1971).

La prostituzione diventa una questione di devianza e criminalità, diventa oggetto di politiche volte a mantenere l'ordine sociale e a separare, anche fisicamente, la parte sana della società da quella marcia, i normali dai devianti, gli inclusi dagli esclusi, nel costante esercizio di un controllo che ormai investe non solo i singoli corpi, ma l'intera popolazione governata e amministrata dalla nascita alla morte.

Se questo è il cambio di paradigma avvenuto nel XIX secolo, si spiega come mai le prime risposte dei nuovi stati nazionali in Europa siano state quasi tutte orientate a tentativi di regolamentazione dell'attività prostitutiva, anche attraverso l'istituzione delle "case chiuse".

La metà dell' 800 si caratterizza per il diffondersi del dibattito tra regolamentaristi e abolizionisti, entrambi poi in opposizione ai proibizionisti della Chiesa. I sostenitori della regolamentazione (soprattutto medici, cattedratici e scienziati) mettono l'accento sulla naturalità dell'istinto sessuale maschile e sulla necessità di soddisfarlo senza turbare l'ordine sociale e la struttura familiare: lo Stato deve garantire strutture regolamentate e controllate in cui possa esercitarsi la prostituzione senza troppi rischi sanitari.

L'abolizionismo, nato in Inghilterra, ha le proprie radici ideali nelle battaglie per i diritti civili (prima fra tutte quella per l'abolizione della schiavitù nel '700) e pone al primo posto la difesa dei diritti di tutti i cittadini e la libertà delle donne di scegliere o meno la prostituzione. La proposta è, allora, la decriminalizzazione della prostituzione. A fine secolo nascono anche le prime organizzazioni femministe contro la regolamentazione e per la promozione dei diritti delle donne.

Il proibizionismo non ammette l'esistenza della prostituzione né di rapporti sessuali extra-coniugali, bensì è orientato a vietarla del tutto affermando una vera e propria criminalizzazione delle prostitute, ritenute le uniche responsabili di un tale vizio, in quanto peccatrici per loro natura.

Regolamentarismo, abolizionismo e proibizionismo restano tuttora le principali alternative all'interno delle quali si dispiega il dibattito sulla prostituzione in Europa e in Italia.

LA PROSTITUZIONE IN ITALIA

Il 1800 è il secolo in cui gli Stati portano a termine il processo del loro consolidamento in tutta Europa. Lo sviluppo industriale comportò una grossa modificazione della realtà sociale. I flussi migratori mutarono l’aspetto dei centri urbani; i progressi in ambito scientifico portarono a una diminuzione della mortalità e ad un aumento della popolazione.

Anche in Italia, dove l’Unificazione arriva solo nel 1860 e lo sviluppo industriale tarda un po’ a trasformare i processi produttivi, si attua un vero e proprio sommovimento sociale.

Nel corso dell’800, in Italia, si emanarono tre provvedimenti sul fenomeno della prostituzione: il Regolamento Cavour del 1860, la Legge Crispi abolizionista del 1888 ed infine un ritorno alla regolamentazione con Nicotera nel 1891 (M. Gibson, "Stato e Prostituzione in Italia", Il Saggiatore, Milano, 1995; A. Morale, "Studio sulla Prostituzione nella Storia del Diritto e nella Legislazione Vigente", Tipografia Anelli, Vasto, 1909).

Tra i dibattiti che precedono l’emanazione dei provvedimenti, quelli più interessanti, giacché presentano elementi di novità rispetto alle analisi fin qui illustrate sulla prostituzione, sono presenti nella fase di emanazione del Regolamento Cavour del 1860 e in quella dell’abolizione dello stesso, la Legge Crispi del 1888. L’Italia era in un momento di evoluzione sociale caratterizzata dai movimenti migratori e dall’aumento demografico. Il movimento migratorio interno, che coinvolse soprattutto le città di Milano e Torino, vide una grossa partecipazione femminile, poiché le donne difficilmente riuscivano ad emigrare all’estero. Donne nubili, disoccupate, senza casa, lasciarono il contesto familiare in cerca di lavoro. Le possibilità lavorative nelle industrie e nelle fabbriche erano generalmente riservate agli uomini, lasciando alle donne il servizio domestico, la manifattura di capi d’abbigliamento ed altre occupazioni a cottimo mal pagate. Furono proprio le donne migranti, che non rientravano nell’ordine tradizionale a costituire l’elemento destabilizzante per gli osservatori borghesi. Esse non rientravano in alcuna delle precedenti categorie: figlia, moglie, madre, suora.

Lombroso scrive nel 1895: "Le caratteristiche fisiche e morali del delinquente appartengono allo stesso modo alla prostituta e c’è una grande concordanza tra le due categorie, entrambi i fenomeni originano dall’ozio, dalla miseria e soprattutto dall’alcolismo. Entrambi sono collegati a tendenze organiche ed ereditarie" (C. Lombroso e W. Ferrero, "La Donna Delinquente. La Prostituta e la Donna Normale", F.lli Bocca, Milano 1915).

Lombroso e Ferrero esposero ne "La Donna Criminale" le loro tesi sulle origini della delinquenza per quanto riguarda la donna. Misurarono i crani e le protuberanze e usarono il concetto di atavismo biologico per spiegare perché raramente tra la popolazione femminile si trovino delle vere criminali. Secondo Lombroso le donne sono meno evolute degli uomini. Essendosi allontanate meno dalla loro origine, sono meno attive degli uomini e più adatte a condurre vite sedentarie.

"La tendenza conservatrice delle donne in questioni di ordine sociale è imputabile all’immobilità dell’ovulo rispetto allo spermatozoo" (C. Smart, “Donne Crimine e Criminologia", Armando Editore, Roma, 1981).

Ne derivava che la donna era congenitamente meno incline dell’uomo a compiere reati. La criminale, quindi, era da considerarsi anormale perché mancante dell’istinto materno e geneticamente più maschio che femmina. "Il suo senso materno è debole perché psicologicamente ed antropologicamente, essa appartiene più al sesso maschile che a quello femminile" (C. Smart, op. cit.).

I concetti di ruolo naturale e di vera natura sono fondamentali negli studi di Lombroso: le vere criminali non erano in queste analisi del tutto femmine. Ne discendeva che la prostituta era una degenerata, una donna primitiva, rimasta ad un precedente stadio evolutivo, arretrata biologicamente. Essa sarebbe stata, secondo il noto criminologo, eccessivamente virile e immorale. Lombroso riteneva infatti che essa avesse stretti legami con i criminali, poiché pensava che entrambi i fenomeni originassero dagli stessi impulsi, si riteneva in particolare che queste donne fossero dominate dai loro organi sessuali.

Nel periodo di consolidamento dell’ordine borghese, la prostituta fu quindi il simbolo delle classi pericolose. Rappresentò la devianza, la marginalità, venne associata ai vagabondi, ai criminali, ai deviati sessuali. Durante tutto l’Ottocento fu considerata come la via più ampia di diffusione delle malattie a trasmissione sessuale, e soprattutto della sifilide, quindi percepita come veicolo di contagio dal quale difendere la società e l’esercito (J. Onnis, "Il Regolamento Cavour: Nascita della Prostituzione di Stato", estratto da Studi in memoria di Giuliana d’Amelio, Giuffrè Ed., Milano, 1978).

Fu proprio Cavour ad emanare il Decreto Ministeriale di regolamentazione della prostituzione durante le guerre di unificazione, poiché lo considerava un grave problema da affrontare, ma tuttavia necessario per soddisfare la domanda sessuale maschile.

Infieriva nel 1859 e nel 1860, come suole in tempo di guerra, quasi un’epidemia celtica. I soldati contraevano i mali venerei in sì larga scala, da impensierire il Ministero di allora (…) in momenti nei quali l’avvenire nostro dipendeva dall’esercito, non vi fu luogo né a studiare pesare i pro e contro, bisognava procedere alla lesta” (J. Onnis, op. cit.).

Il Regolamento Cavour dispose l’iscrizione volontaria o forzata della meretrice in alcuni registri appositamente tenuti dalla polizia. A tale registrazione seguiva la consegna di un libretto, o patente, su cui venivano annotate le caratteristiche fisiche della donna, le sue generalità e il numero e la frequenza delle visite mediche cui erano sottoposte. Fu applicato infatti uno stretto regime di sorveglianza non solo nelle strade, ma anche sul corpo stesso della donna tramite l’obbligatorietà dei controlli medici.

Art. 26 e art 27 Regolamento 15 Febbraio 1860: “Ogni meretrice all’atto della sua iscrizione riceve un libretto contenente gli articoli del regolamento che la riguardano, le sue generalità ed i suoi connotati. Nel libretto sono indicate le visite sanitarie subite, il postribolo cui la donna è addetta, e se isolata il luogo della sua abitazione”.

La qualifica di prostituta era collegata alla consegna del libretto professionale e l’importanza di questa identificazione pubblica si comprende se si considera che alla fine del XIX secolo la prostituzione temporanea era una pratica molto diffusa.

“La Prostituzione e i suoi significati. Saperi Esclusi dalla Categorizzazione Giuridica”, Teresa Degenhardt, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Bologna, 1999, terrelibere.org 04/09/03

"Donne Migranti nella Prostituzione", Ginevra Demanio, Tesi di laurea 2001/2002, terrelibere.org 10/09/03

Storia della sessualità - Wikipedia

LA LEGGE MERLIN

Se la principale risposta dei nuovi stati nazionali europei nella seconda metà dell' 800 è stata l'istituzione delle case chiuse e di severi controlli sanitari e polizieschi, nel corso del '900 gran parte delle democrazie europee abolisce la regolamentazione, e con essa, le "case chiuse", a causa del legame riconosciuto tra case chiuse e tratta delle bianche, del fallimento delle precedenti politiche sanitarie e di ordine pubblico, della diffusione di forme prostitutive non regolamentabili perché occasionali o perché clandestine.

L'Italia è uno degli ultimi paesi europei ad abolire il sistema regolamentazionista, dopo aver anzi accentuato le pratiche di controllo poliziesco e sanitario sulle prostitute a partire dagli anni '20 e per tutto il periodo fascista. Solo nel 1958, con l'approvazione della legge Merlin riguardante "L'abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui", anche l'Italia opta per l'abolizione delle case chiuse e di ogni tipo di registrazione o schedatura o controllo sanitario obbligatorio, al fine di combattere lo sfruttamento sessuale e di garantire ad ogni persona il diritto di disporre liberamente del proprio corpo.

Lina Merlin portò avanti, fin dal momento della sua elezione, la propria lotta al lenocinio (favoreggiamento), fino a decretare, con la legge che porta il suo nome, l’abolizione della prostituzione legalizzata.

Il suo primo atto parlamentare fu depositare un progetto di legge contro il sesso in compra-vendita e l'uso statale di riscuotere la tassa di esercizio, oltre ad una percentuale sugli incassi della vendita del corpo delle donne. Un incentivo alla sua azione legislativa venne dall'adesione dell'Italia all'ONU, poiché il governo dovette sottoscrivere diverse convenzioni internazionali tra cui la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (del 1948) che obbligava gli Stati firmatari a porre in atto "la repressione della tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione".

Occorreva quindi, mediante la ratifica di questi trattati, superare il regime delle case di tolleranza gestite dallo Stato. La proposta di legge presentata dalla Merlin fu l'unica al riguardo.La Merlin, nel dibattito parlamentare, citò il secondo comma dell'articolo 41 che stabilisce come un'attività economica non possa essere svolta in modo da arrecare danno alla dignità umana. Per questo motivo, le leggi che fino ad allora avevano regolamentato la prostituzione dovevano essere abolite, senza che ad esse venisse sostituito alcun controllo o permesso di esercitarla in luogo pubblico, cosa da ritenere oltraggiosa per chiunque, anche per chi avesse voluto prostituirsi propria sponte.

La legge prescriveva anche la costituzione del primo corpo di Polizia femminile, che da allora in poi si sarebbe occupata della prevenzione e della repressione dei reati contro il buon costume e della lotta alla delinquenza minorile.

Occorsero nove anni perché la proposta di legge percorresse l'intero iter legislativo. L'avvenimento, che segnò una svolta nel costume e nella civiltà dell'Italia moderna, venne visto da alcuni come l'inizio di una nuova era, da altri con timori verso conseguenze quali gravi epidemie di malattie veneree ed il dilagare delle prostitute nelle strade delle città, (cosa che, in affetti, è avvenuta).

La legge, tuttora in vigore, di fatto, restituì la libertà ad oltre duemila “schiave del sesso, fino ad allora doppiamente oppresse, tanto dai loro “lenoni” (protettori) che dallo Stato, che sulla loro pelle lucrava introiti.Il problema è che non punisce l'atto del prostituirsi, non considerandolo un reato, ma persegue come reati lo sfruttamento, il favoreggiamento e l'adescamento. Questo a causa delle trasformazioni subite dalla legge durante l'iter parlamentare rispetto alle intenzioni della senatrice socialista: «l'accento posto sulle libertà civili delle prostitute (e di tutte le donne) venne messo in ombra e la difesa sociale dalla prostituzione divenne la questione egemone. Risultato: la legge Merlin è una somma di divieti che ha creato un regime di regolamentazione molto contraddittorio. (…) Praticamente la prostituzione è contemporaneamente ovunque permessa e ovunque vietata, e ovunque controllabile e all'occorrenza controllata» (R. Tatafiore, "Sesso al Lavoro", EST, Milano 1997).

La legge Merlin:addio ai postriboli Il testo votato dal Parlamento nel '58

Legge Merlin - Wikipedia

La nuova schiavitù del terzo millennio agisce secondo trame diverse, ognuna adattata alla civiltà più o meno civile regnante in quel luogo, sia questa la Svezia o l'Olanda o l'Italia o qualunque landa dove le sex workers alleviano sofferenze altrui, compensano carenze, soddisfano, e - loro malgrado - si ritrovano a equilibrare l'ago della bilancia di associazioni criminali.

A cinquant'anni dalla legge Merlin e in tempi in cui si discute della proposta di legge Carfagna, tutto sembra non cambiare. L'Europa cerca di far convivere al meglio il problema con la società, ma le lavoratrici del sesso continuano a non godere di diritti a causa di legislazioni confuse.

“Cara Senatrice Merlin… Lettere dalle case chiuse” è una raccolta di testimonianze antiche di signorine recluse, raccolte da Mirta Da Pra, usate come spunto per spaziare in un universo oscuro, ancora relegato nella zona scandalo del mondo.

«Bisogna prima lavorare su noi stessi – ha detto l'autrice – e sui pregiudizi per riuscire ad affrontare con chiarezza le troppe contraddizioni esistenti, partendo dalla domanda base: cosa spinge queste donne a vendersi? Fondamentalmente i debiti, i ricatti, la povertà e la mancanza di tutela del lavoro femminile e la violenza».

La migrazione selvaggia ha reso più intricata una condizione già di per sè drammatica. «Se per le donne italiane la situazione è migliorata con gli anni, è drasticamente peggiorata quella delle ragazze africane, cinesi, e dell'Est europeo sulle quali è piombata la mannaia della totale mancanza di diritti civili».

La Da Pra si chiede anche - altro fulcro indispensabile per sviscerare la problematica-lucciole - il perché di un eccesso di domanda, come in un qualsiasi studio di legge di mercato. «La questione – dice – non si può sintetizzare soltanto con la formula maschio in crisi. È la gioventù bisognosa di essere rassicurata lo zoccolo duro della domanda. Ragazzi in difficoltà di approccio con l'altro sesso, sensibili al maggior grado di accondiscendenza delle prostitute rispetto alle loro donne».

Pur dando abbondante credito alla legge Merlin, negli anni ritoccata a dovere con gli articoli 18 e 228, la soluzione è, per la Da Pra, quella «di creare più percorsi di lavoro per le donne, nonchè di formare le forze dell'ordine affinchè sparisca il concetto per cui a un mafioso si dà del lei e a una prostituta in un post-retata sia riservato un trattamento da bestiame. Non sono delinquenti comuni».

Se nel mondo il modello repressivo non ha portato risultati eclatanti, in Italia ci si scontra con un cancro incurabile, la camorra, che gareggia con i capi clan nigeriani per la supremazia del settore. E i governi, come le stelle di Cronin, stanno a guardare il nuovo capitolo contemporaneo di commercio di carne umana.

Cara Senatrice Merlin... Lettere dalle case chiuse

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