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mercoledì 18 agosto 2010

MONDI IN COLLISIONE

Un'isola di ghiaccio grande ''4 volte Manhattan'' si è staccata dal ghiacciaio Petermann. L'ESA, l'Agenzia Spaziale Europea, spiega che attualmente l'iceberg, nato dal ghiacciaio Petermann, che collega la Groenlandia con l'Oceano artico, è il più grande dell'emisfero nord.

L'intera massa ghiacciata della Groenlandia scomparirà dalla mappa se le temperature saliranno di soli due gradi centigradi, con gravi conseguenze per il resto del mondo. È quanto è emerso da un'audizione di esperti di scienze della terra ad unl congresso negli Stati Uniti, secondo quanto riferito dal quotidiano britannico The Guardian. Secondo Richard Alley, della Pennsylvania State University, «nel corso del prossimi decennio potremmo superare il punto di non ritorno, con temperature troppo alte per la sopravvivenza della Groenlandia», ha spiegato il professore in un briefing al Congresso, aggiungendo che l'aumento di due gradi centigradi significherebbe la scomparsa di tutto il ghiaccio che ricopre l'isola. Le ripercussioni sarebbero avvertite a migliaia di chilometri dall'Artico, con un aumento del livello dei mari di sette metri e la scomparsa di molte città costiere, come New Orleans. «Ciò che sta accadendo nell'Artico è la cosa più grande e veloce che la natura abbia mai fatto», ha detto Alley alla Commissione sull'Indipendenza Energetica e il Riscaldamento Globale della Camera, spiegando che la massa di ghiaccio della Groenlandia diminuisce a velocità crescente a causa del riscaldamento delle temperature. Negli ultimi sei mesi, le temperature della Groenlandia hanno toccato nuovi record. Come ha spiegato Robert Bindschadler, ricercatore dell'università del Maryland «non riteniamo possibile la perdita della copertura ghiacciata nel giro di un decennio, ma riteniamo possibile il raggiungimento di un punto di non ritorno nel giro di poche decine di anni, che porterà alla scomparsa dei ghiacci nel giro di cent'anni». Il distacco dell'isola di ghiaccio dal ghiacciaio Petermann è stato il maggior evento di questo genere in quasi 50 anni, ma negli anni scorsi ci sono stati altri distacchi minori. Andreas Muenchow, oceanografo sull'università del Delaware che ha studiato il ghiacciaio Petermann per vari anni, ha detto che l'evento era atteso, ma la sua entità è sorprendente. Lo scienziato ha sostenuto anche che resta ancora molto da capire sulle interazioni tra il ghiaccio del Mare Artico, i livelli del mare e l'aumento delle temperature. Muenchow ha rivelato di aver ricevuto negli ultimi sette anni fondi sufficienti per rilevare le temperature nei pressi del ghiacciaio Petermann pe run totale di tre giorni. Il professore, a causa della mancanza di finanziamenti, ha ricordato di aver dovuto comprare di tasca sua il proprio biglietto aereo e quelli dei suoi studenti per consentire loro di raggiungere un rompighiaccio canadese per un progetto di ricerca congiunto nell'Artico.

GROENLANDIA: ISOLA GHIACCIO AVANZA, VICINA A STRETTO DI NARES Asca 09 agosto 2010

Giant Greenland iceberg a climate 'warning sign' Terradaily 13 agosto 2010

Groenlandia verso punto non ritorno scioglimento ghiacci La Stampa 11 agosto 2010

Greenland ice sheet faces 'tipping point in 10 years' The Guardian 10 agosto 2010

Video: Giant ice block baffles scientists YouTube Al Jazeera

«Guai, guai immensa Babilonia, possente città: in un'ora sola è giunta la tua condanna!» (Apocalisse, 18,10)

La Mosca assediata dagli incendi passa notti insonni. Succede di doversi svegliare per la difficoltà di respirare e trovarsi davanti uno scenario post-atomico: un cielo rosso, una coltre di nebbia che rende impossibile la visibilità e asfissiante l’aria, un odore di carne arrostita e plastica bruciata invade la capitale. “Fumo senza incendio”, dicono. Neanche Mikhail Bulgakov, scrittore amato dai moscoviti per le sue satire surreali, avrebbe potuto immaginare tanto. Durante il giorno la situazione non migliora. Non solo respirare, ma anche tenere gli occhi aperti risulta difficile. Il fumo degli incendi nelle torbiere, che bruciano intorno alla città, non risparmia niente. I roghi hanno ucciso più di 50 persone finora. E l’ondata di caldo non accenna a placarsi. Nella capitale, la visibilità è di 50 metri. Dalla cattedrale di Cristo Salvatore, di fronte al Cremlino, si intravedono appena le cupole delle chiese ortodosse dentro le mura della cittadella del potere russo. Gruppi di turisti si aggirano per la Piazza Rossa riparandosi da caldo e polvere con ombrelli e fazzoletti alla bocca. «Da anni volevo visitare la cattedrale di San Basilio - racconta Somi, 30 anni, coreana - ora sono qui e non riesco neppure a fotografarla». Il fumo invade i mezzi pubblici. Si insinua dentro le marshrutke, i caratteristici bus privati. Sale sui tram che percorrono l’Anello dei Boulevard. Scende sotto terra, fin dentro i vagoni della metro. La proverbiale terpenie che caratterizza l’animo russo, quella paziente accettazione del proprio destino, è in questi giorni messa a dura prova. Con la colonnina di mercurio che non scende sotto i 35°, la vita è diventata impossibile. In una città che da 130 anni non registrava queste temperature, l’aria condizionata è un lusso su cui pochi hanno investito. I centri commerciali e le rive della Moscova sono diventate le uniche oasi dove rifugiarsi. «Se presto non arriverà un temporale - dice Anna, che ha un banco di souvenir al mercato Izmailovo - ci verrà un collasso a tutti». Quello che strangola Mosca, però, non è semplice fumo: è una vera e propria “nebbia tossica”, un cocktail di sostanze nocive. La concentrazione di polveri sottili nell’aria è stata, in alcune zone, venti volte più alta della norma. I giornali hanno ribattezzato la Mosca dell’estate 2010 “Smog City”. Radio e tv aggiornano in continuo sulla situazione meteo e ripetono i consigli base per la sopravvivenza: indossare mascherine o fazzoletti bagnati per proteggere le vie respiratorie, bere acqua preferibilmente minerale e limitare le uscite. Sebbene le autorità tendano a minimizzare i rischi da smog, gli esperti avvertono che passare anche solo mezza giornata all’aperto, in questa situazione, è come fumare due pacchetti di sigarette. Ma riuscire a seguire le avvertenze dei medici non è scontato. A Mosca è difficile trovare un vero respiratore antipolvere. Le semplici mascherine non sono sufficienti. «Per comprare un respiratore - racconta Masha, giovane che vive vicino all’università Lomonosov - ho girato una decina di farmacie e tutte mi hanno risposto che devo rivolgermi a un negozio specializzato in materiale edile». Su internet e in radio impazzano le proteste per lo stesso motivo. Se la gran parte dei cittadini è esasperata dal caldo e dalla gestione caotica dell’emergenza da parte del governo, c’è anche chi stringe i denti sorridendo. I chioschi di gelati e kvas (bevanda nazionale) sono presi d’assalto e gli esperti registrano un’impennata nelle vendite.

Di fronte al crescere dell'emergenza incendi in Russia, dovuta al caldo e alla siccità (la peggiore dal 1972), che ha provocato almeno 30 morti e decine di migliaia di sfollati, il premier Putin ha dichiarato lo stato d’emergenza in 14 regioni. Presso Voronezh, circa 500 km a sud di Mosca, metà delle 300 case del paese di Maslovka sono state ridotte in cenere. Molto colpite anche le aree presso Nizhny Novgorod e Rjazan. I giornali russi parlano di una catastrofe citando i miliardi di danni provocati dalle fiamme causate principalmente dalle alte temperature che hanno costantemente registrato massime oltre i 35 gradi. Circa 240.000 uomini, 25.000 veicoli e 226 fra aerei e elicotteri sono mobilitati per lottare contro gli incendi che stanno bruciando nella Russia occidentale.

Il caldo apocalittico si è fatto sentire a fine luglio anche in Siria, con Palmyra città più calda con 47,0°C. Damasco ha sfiorato i 45°C (massima 44,8°C), superata da molte altre stazioni tra le quali: Raqqa 46,0°C, Hama e Aleppo 45,4°C, Abukmal 45,2°C. In Giordania 44,8°C a Irwaished, 44,5°C a Safawi, 43,2°C al Queen Alia Airport, 42,2°C ad Amman. A Cipro, luglio si è chiuso con 42,6°C a Nicosia, 41,5°C a Lefkoniko, 40,0°C a Iskele, 38,2°C a Famagosta. In Turchia, Urfa 45,2°C, Kahramanmaras 43,3°C, Adiyaman 43,0°C, Gaziantep 42,7°C, Diyarbakir 42,4°C, Siirt 40,8°C. Spiccano anche i 38,9°C agli 891 metri di Ankara. In Iraq, Baghdad è arrivata a 49,0°C sabato 31 luglio. 48,2°C la massima a Najaf. In Kuwait, 48,9°C a Jahra, 47,5°C ad Abdaly, Al Salmi e Abraque Al Hubari, 47,4°C a Mitribah.

Firefighters struggle in vain near Russian nuclear centre Terradaily 12 agosto 2010

Così la gente di Mosca assediata dalle fiamme vive la nuova apocalisse Il Giornale 14 agosto 2010

Emergenza caldo e incendi in Russia, caldo feroce tra Turchia, Siria e Iraq meteogiornale

Mosca è una città che evoca il freddo, è adagiata nella pianura sarmatica, è circondata da una vastissima foresta. Il clima moscovita dell'estate è sovente umido, piove di frequente, ma non mancano le calde giornate con 30 gradi in ragione del suo clima continentale. La bibliografia meteorologica descrive come record l'ondata di calore che si ebbe nell'Estate 1976, quando, per mesi e mesi, mezza Europa fu interessata da un anticiclone. Una persistente siccità ed una inusuale calura furono osservate da Londra sino a Parigi, Londra, Berlino, Mosca e Vienna. Per anni ed anni abbiamo citato quell'Estate come la più calda a memoria d'uomo per mezzo Continente, mentre i climatologi, non di rado definiti come terroristi, annunciavano che il futuro ci avrebbe riservato altre estati così calde, e quella era solo la vigilia di un cambiamento climatico. Durante l'ondata di caldo, a Mosca si ebbero picchi di 36 gradi e attorno alla città si scatenarono immensi incendi. Per molti giorni si superarono i 30 gradi nell'Europa centrale e persino nella fresca Londra, dove le autorità, per la scarsa disponibilità di acqua, vietarono di annaffiare i sempreverdi giardini inglesi. Come definire allora gli attuali QUARANTA gradi di Mosca? Potremo paragonarla come più intensa di quella che interessò l'Italia per due settimane tra il 20 luglio ed il 5 agosto 1983. Oppure ancor più intensa e significativa delle onde di calore che sconvolsero l'Europa nel luglio e nell'agosto 2003. L'ondata di caldo moscovita ha visto battuti giorno dopo giorno i record precedenti. È un'ondata di caldo persistente, dove la normale vita quotidiana è metamorfosata da questo cataclisma.Le abitazioni moscovite sono costruite per mantenere il calore, non c'è l'abitudine a possedere climatizzatori. Migliaia di persone si trovano esposte a temperature a cui non erano abituate: è come vivere in un forno acceso. Ma le notizie battute dalle agenzie di stampa russe parlano di ben altri gravi problemi. In molte regioni sono in atto incendi dalle immani dimensioni, migliaia di case sono state distrutte. I danni vengono segnalati anche alle abitazioni delle regioni dell'Artico: qui, dove il suolo è interessato dal fenomeno del permafrost (terreno perennemente gelato nel sottosuolo), le fondamenta delle case scricchiolano per la fusione del gelo presente nel sottosuolo. Siamo nell'Era in cui il Clima è in una fase più calda, questa è la situazione attuale. Poi ci sono le previsioni degli studiosi che indicano ancor più caldo nel futuro. Nel frattempo, però, ci sono disagi anche per le ondate di freddo. Lo scorso inverno è stato caratterizzato da una maggiore inclemenza rispetto ad altre stagioni, l'Emisfero Sud, dove attualmente è inverno, vive un'altra stagione caratterizzata da repentine irruzioni d'aria gelida, alternate, però, da fasi primaverili. Anche se si parla di Riscaldamento Globale, nella stagione invernale ed anche in quelle intermedie il freddo ed il tempo inclemente hanno un'elevata possibilità di investire ampie regioni del Pianeta. Molti scienziati affermano che sono in aumento gli eventi meteo estremi. Se questo è vero (e lo è), ciò non significa che nel passato non si siano verificati tali fenomeni. Così come non va mai trascurato che il Clima terrestre sia soggetto a fluttuazioni. Ma se fa anche freddo, come mai si dice che fa più caldo del passato? Durante un'irruzione di aria fredda, l'aria calda interessa il settore est dei regimi di Bassa Pressione, quindi, allo stesso tempo, se la parte occidentale è interessata dal freddo, quella orientale invece è sotto correnti molto calde. Di conseguenza, al periodo rigido di questi luoghi farà seguito il caldo. Il clima è costituito da periodi di caldo e freddo; tuttavia, in alcune regioni del Pianeta, è in crescita l'ampiezza della differenza dei valori estremi. Su vasta scala, le stesse regioni europee caratterizzate da un inverno rigido, con neve e gelo, sono attualmente sottoposte ad un'estate caldissima. Qualche giorno fa si ebbero 40 gradi in Germania, dove per diversi mesi, durante lo scorso inverno, si abbatterono tempeste di neve.

Mosca, capitale del gelo russo tocca 40 gradi. Pianeta Terra, questo è il 2° anno più caldo da 160 anni. L'enclave del freddo meteogiornale 30 luglio 2010

Moscow City faces Apocalypse Now emergingmarkets 06 agosto 2010

La maledizione dell’estate di Mosca si abbatte sulle centrali nucleari, sulle zone contaminate da Chernobyl, sulla centrale nucleare di Sarov. A Chernobyl, il fuoco sta divampando da giorni, in quelle stesse foreste contaminate dalle radiazioni del disastro nucleare. È così che l’incubo Chernobyl torna, 24 anni dopo. A far paura, anche questa volta, è il vento. Boschi ancora contaminati da radiazioni che oggi bruciano con i fumi che potrebbero arrivare fino a noi. È questa l’angoscia peggiore, il timore degli esperti, l’ansia dei pompieri che lavorano giorno e notte per spegnere le fiamme. È la paura del governo che ha cercato fino all’ultimo di minimizzare, di tenere sotto silenzio questi incendi più scomodi degli altri. «La regione russa di Bryansk, al confine con Bielorussia e Ucraina, già colpita nel 1986 dalla contaminazione radioattiva proveniente da Chernobyl, è interessata dagli incendi dallo scorso 6 agosto», ha riferito, dopo giorni di silenzio, l’Osservatorio Nazionale Russo. Eppure, l’allarme era già stato lanciato da Greenpeace, che aveva già pubblicato una mappa degli incendi in Russia occidentale dalla quale si deduceva che nel territorio di Bryansk erano scoppiati almeno tre focolai nei boschi inquinati. Secondo Greenpeace, sono circa 600 i roghi che in tutto potrebbero interessare i boschi in cui nel 1986 si sono depositate le particelle radioattive fuoriuscite dalla centrale atomica, che ora si trova in territorio ucraino. Immediata la reazione del governo che ha affermato di non aver mai nascosto queste informazioni. «Perché negarle? Chiunque può comparare le mappe della contaminazione radioattiva e quelle degli incendi», ha detto un funzionario dell’Osservatorio. Poi l’ultima sciagura: un nuovo focolaio d’incendio nei pressi del centro nucleare russo di Sarov. Ad annunciare il nuovo pericolo è stata la stessa direzione del centro, a circa 500 km a est di Mosca. «Si è prodotto un nuovo focolaio - si legge nella nota - provocato da un fulmine abbatutosi su un pino». Per questo, spiega ancora il comunicato, «il direttore del centro ha chiesto al ministero per le emergenza di sospendere il ritiro delle truppe da Sarov e di rafforzare le unità con attrezzature pesanti».

«Ci sono sostanze radioattive nello strato superiore del suolo nelle foreste Bryansk e nelle foreste nelle regioni di Lipetsk, Kaluga e Tula: sono rimanenze della nube radioattiva proveniente dalla zona dell'incidente all'impianto nucleare di Chernobyl», ha spiegato Nikolai Shmatkov, coordinatore progetti al World Wide Fund, «il governo dovrebbe fare grande attenzione alla protezione non solo delle basi militari e delle strutture scientifiche ma anche a posti come quello». In Francia, si è allertato l'Istituto di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare (Institut de Radioprotection ed de Surete Nucleaire - IRSN), che ha dato finora risposte rassicuranti: le quantità di elementi radioattivi intrappolati nella vegetazione delle zone contaminate dalla catastrofe sono troppo deboli per costituire un pericolo potenziale per la salute. L'IRSN ha confermato che il legno degli alberi che crescono sui territori contaminati (Bielorussia, Ucraina e Russia occidentale) tende a conservare i radionuclidi presenti nel suolo e assorbirli attraverso le radici; tali radionuclidi possono essere in parte liberati nel fumo e portare dunque a una contaminazione dell'aria. Il fenomeno riguarda soprattutto il cesio 137, il principale radionuclide dispersi nell'incidente di Chernobyl, nel 1986, e ancora oggi misurabile. L'IRSN ha già fatto rilevazioni tra il 2000 e il 2006, quando gli incendi forestali colpirono alcune zone al confine russo-ucraino. Con l'eccezione di due picchi rilevati nel 2002, le variazioni di concentrazioni sono sono state così lievi che gli strumenti non sono riusciti a rilevarle. Per i dati sulla situazione attuale bisognerà però attendere le nuove misurazioni della rete di monitoraggio.

Gli incendi risvegliano Chernobyl Rainews24 06 agosto 2010

Brucia la foresta inquinata da Chernobyl È allarme radiazioni Il Giornale 12 agosto 2010

Si ritira il fronte degli incendi, ma è a rischio la centrale di Sarov Rainews24 13 agosto 2010

A Second Coming of Chernobyl? Pacificfreepress 07 agosto 2010

In Cina, India e Pakistan, tra il fango e le macerie, l’apocalisse “sporca e umida” si contrappone a quella del fuoco russo. Circa 3 milioni e mezzo di bambini potrebbero morire in Pakistan per l’inquinamento dell’acqua dovuto alle inondazioni che hanno flagellato il Paese. L’allarme è stato lanciato dall’Onu. «Non c’è acqua potabile per cinque milioni di persone, e non abbiamo i soldi per assisterne otto milioni. Dai sei agli 8 milioni di persone non hanno cibo», ha spiegato all’AGI il portavoce dell’Ocha in Pakistan, Maurizio Giuliano, «in un’area che equivale alla Svizzera e all’Austria messe insieme. Se non si interviene immediatamente, avremo una seconda ondata mortale». «La velocità con cui il quadro peggiora», ha spiegato Neva Khan, direttore di Oxfam in Pakistan, «è paurosa. I villaggi hanno un disperato bisogno di acqua pulita, latrine e forniture igieniche, ma le risorse attuali coprono solo una frazione di quanto richiesto». Allo stato attuale, sono circa 20 milioni le persone colpite, 1600 i morti e 160mila i chilometri di terra colpiti dalle inondazioni, ovvero un quinto dell’intero Paese. La popolazione nelle aree colpite è allo stremo. Un gruppo di sfollati ha assalito un convoglio di mezzi di due Ong, il Fondo Pachistano per la Povertà e l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, con aiuti per le vittime delle alluvioni. Gli operatori sono stati costretti a sospendere tutte le operazioni per la distribuzione degli aiuti, come ha reso noto il portavoce Mohammad Kamran. L'assalto è avvenuto vicino al villaggio di Jadeywala, nel distretto di Muzaffargah, nella provincia del Punjab, una zona evacuata in vista di nuove inondazioni in arrivo. Attacchi dello stesso tipo sono stati denunciati ai danni di un'altra ong, l'Organizzazione per il Rafforzamento della Partecipazione. La polizia ha disperso la folla affamata con i manganelli, recuperato i beni sottratti e arrestato cinque persone. La comunità internazionale ha stanziato 460 milioni di dollari per la prima emergenza, «e non bastano», ha aggiunto Giuliano. Di questa somma sono arrivati a destinazione solo 125 milioni di dollari. La Banca Mondiale ha concesso al Pakistan un prestito di 900 milioni di dollari.

Pakistan, a rischio milioni di bambini La Stampa 17 agosto 2010

Pakistan, sono venti milioni gli sfollati Adnkronos 14 agosto 2010

Modelle adagiate su spiagge macchiate di petrolio che sfoggiano espressioni sofferenti e abiti griffati. Ventiquattro pagine e una cover firmata dal fotografo di moda Steven Meisel per un numero, quello di “Vogue Italia”, che uscirà a settembre, destinato a far discutere. Protagonista è la modella bionda Kristen McMenamy, ritratta come un pesce agonizzante tra reti e rocce, che evoca il disatro ecologico del golfo del Messico. Gli scatti di Steven Meisel hanno la valenza del reportage e l'impatto dell'opera d'arte. Immagini forti, fatte per colpire, che raccontano una realtà tragica attraverso le sole sfumature del nero - carbone, antracite, grafite, petrolio - interpretando uno stato d'animo comune. Kristen McMenamy diventa così la protagonista di un racconto di news. Il servizio ha suscitato reazioni contrastanti tra chi apprezza che la moda parli anche di attualità e chi trova di cattivo gusto speculare su uno dei disastri ecologici più devastanti della storia.

Il ''delicatissimo'' sistema ecologico ne soffrirà per almeno 30 anni, fino a che la natura non riuscirà a “digerire” quanto rimane del petrolio sversato nel Golfo del Messico a causa dell'incidente alla piattaforma della Bp. A oltre 100 giorni di distanza dall'inizio della perdita,quando finalmente il tappo “static kill” ha funzionato correttamente bloccando la fuoriuscita di greggio, il terribile disastro ecologico è fin troppo evidente: 5 milioni di barili (come comunica ufficialmente la Bp) - pari a 780 milioni di litri - di petrolio che galleggiano in mare, 7 milioni di litri di solventi versati sulla marea nera che potrebbero aver portato (secondo gli ambientalisti) più danni che benefici, un'alterazione biologica dello spazio ecosistemico che la natura dovrà ricomporre e l’alterazione della catena alimentare. Secondo Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF, «non è mai successo nulla di simile: non c'è mai stata una fuoriuscita di petrolio in modo cosi continuativo», con ripercussioni così devastanti. Le perdite economiche dovrebbero sfiorare i 4 miliardi di dollari ma, avverte l'esperto, quello che dovrà pagare 'la natura per recuperare i danni al territorio, alla biodiversità e alla catena alimentare potrebbe durare ''numerose decadi'': ci vorranno da 30 a 50 anni di ''deficit ecologico'' affinché la natura possa “purgarsi”. A rischio è anche la popolazione di coralli del Golfo - secondo uno studio del Mote Marine Laboratory in Florida - sconvolta dal liquido usato dalla Bp per otturare la falla. In questo caso, per Bologna, «il pericolo di perdita dei coralli è lo stesso che coinvolge la catena alimentare, che rischia di venire rallentata: in particolare per molluschi, crostacei e pesci, che trascorrendo gli stadi della loro evoluzione in ambienti diversi, entrano in contatto con le larve dei coralli». Secondo un rapporto pubblicato dal New York Times online, un'insolita mano a ripulire l'oceano, in cui continuerebbe a esserci meno petrolio del previsto (il 26% di quello fuoriuscito), giunge dai batteri presenti in mare. La situazione attuale, però, secondo Bologna, impone una riflessione sul ''declino dei combustibili fossili'' e sulla “vulnerabilità dell'intero processo”: il petrolio ha, infatti, un impatto ambientale in tutta la sua filiera, dai danni dovuti alla sua estrazione fino a quello che combina con le emissioni di CO2.

Per capire l'impatto sull'ambiente dell'enorme perdita di petrolio nel Golfo del Messico, cominciata quattro mesi fa, i ricercatori stanno analizzando anche i granchi blu, una specie che vive nelle acque del golfo. Secondo gli scienziati, questi crostacei, particolarmente sensibili a sostanze inquinanti disperse nell'oceano, sarebbero gli indicatori principali della salute del mondo sottomarino. La scoperta di macchie di petrolio nelle larve di granchio è segno che il greggio si è già infiltrato nella vasta rete alimentare del Golfo e potrebbe danneggiare l'ecosistema negli anni a venire. «Questa situazione fa pensare che l'olio abbia già raggiunto una posizione tale da poter iniziare a muoversi lungo la catena alimentare, e non solo quella marina», ha dichiarato Bob Thomas, biologo alla Loyola University di New Orleans, «qualche animale probabilmente mangerà quelle larve piene d'olio che si trovano sulle coste ... poi quell'animale sarà mangiato da qualcosa di più grande e così via». I granchi potrebbero riuscire a sopravvivere, ma, secondo i biologi, animali come delfini e tonni potrebbero ingerire delle dosi di petrolio per loro fatali. Gli scienziati si concentrano particolarmente sui granchi perchè sono una specie che svolge un ruolo cruciale nella catena alimentare, sia come predatore che come preda. Nelle regioni del Golfo e della costa atlantica sono molte le grandi imprese di pesca di granchi, solo in Louisiana ne vengono raccolti oltre 33 milioni generando un mercato da circa 300 milioni di dollari. Ovvie le preoccupazioni dei pescatori, che non sanno quanto questo problema possa incidere sul lavoro dei prossimi anni.

Spiagge ricoperte di petrolio, gravi rischi per l'ambiente, una soluzione che stenta ad arrivare. La marea nera di Dalian (Cina), nel Mar Giallo, continua a estendersi. Sono ormai 430 i chilometri quadrati di mare inquinato, più del doppio rispetto 24 ore prima. E sono ormai passati cinque giorni dall'esplosione di due oleodotti della compagnia petrolifera statale nella città portuale del nord-est della Cina. Secondo i media nazionali, la fuoriuscita di greggio è stata interrotta, ma non si conosce la quantità di petrolio finita in acqua. Per Greenpeace Cina è ancora difficile stimare la vera entità della perdita e i danni che ha provocato. Huang Yong, vicedirettore dell'Ufficio per la sicurezza marittima a Dalian, ha già lanciato l'allarme: «La perdita di greggio è una grave minaccia per gli animali marini e la qualità dell'acqua». Nessuno è morto nell'incidente, ma una persona è deceduta durante le operazioni di pulizia: un vigile del fuoco di 25 anni, Zhang Liang, annegato martedì. Le spiagge della zona di Dalian, una volta considerata la città cinese più vivibile, sono state chiuse per essere pulite, ma gli operatori sono sprovvisti dell'attrezzatura adeguata, secondo le testimonianze raccolte dal Beijing Youth Daily, il quotidiano dei giovani comunisti. Secondo la CCTV, l'emittente nazionale cinese, in acqua sarebbero finite 1.500 tonnellate di greggio.

Non solo il Golfo del Messico. La Bp, ma anche le sue “sorelle” Exxon Mobil e Chevron, sono accusate di avere inquinato New York. Lo scrive il New York Times, secondo cui il petrolio fuoriuscito nel corso degli anni dalle raffinerie e dai depositi che si trovano nei 2 quartieri della Grande Mela (Brooklyn e Queens) oscillano tra i 17 e i 20 milioni di galloni (circa il 10% della marea nera del Golfo). L'area più inquinata è situata lungo il fiume Newton Creeek, che costeggia Manhattan. Pare inoltre che la Guardia Costiera abbia consentito a Bp di utilizzare troppi solventi contro la marea nera nel Golfo del Messico. È quanto ha stabilito la subcomissione per l'Energia e l'Ambiente della Camera. Malgrado le direttive federali imponessero limiti restrittivi all'uso di quelle sostanze, la Guardia Costiera ha costantemente esentato il gigante petrolifero britannico da rispettare questi vincoli.

Marea nera: conto dei danni all'ambiente Ansa 04 agosto 2010

Marea nera: Exxon e Chevron sotto accusa

Ansa 04 agosto 2010

MAREA NERA:BP USA TROPPI SOLVENTI, COMPLICE GUARDIA COSTIERA La Repubblica 01 agosto 2010

Marea Nera. Granchi blu colpiti, a rischio catena alimentare La Stampa 09 agosto 2010

La marea nera cinese avanza ancora Tgcom 22 luglio 2010

LIGURIA: BRIANO, SANTUARIO CETACEI E TASK FORCE CONTRO RISCHI MAREA NERA Asca 10 agosto 2010

INDIA: EMERGENZA AMBIENTALE A MUMBAI, SI ALLARGA MAREA NERA

Agi 09 agosto 2010

La marea nera? È una sirena dai capelli grigi. Ed è polemica affaritaliani 13 agosto 2010

MAREA NERA: I TURISTI RISCOPRONO LE SPIAGGE IN TEXAS Agi 14 agosto 2010

Marea nera: il più grave disastro ambientale della storia USA nationalgeographic 28 maggio 2010

Quasi 40 gradi in Finlandia: si allunga l’elenco dei Paesi che quest’anno hanno battuto il proprio record di caldo. La temperatura media globale sulla terra e sugli oceani del 2010 è stata la più elevata mai registrata nella storia delle rilevazioni iniziata nel 1880. Lo attestano i dati preliminari raccolti dal NOAA'S - National Oceanic and Atmospheric Administration - relativi ai primi sette mesi dell'anno: il caldo record è stato raggiunto nei mesi di marzo, aprile, maggio, giugno e luglio. In particolare, la temperatura del periodo è stata di 58,1 gradi fahrenheit (14,5 gradi celsius), un valore di 1,22 gradi fahrenheit (0.68 gradi Celsius) superiore alla media del Ventesimo secolo. In Cina, insieme alle alluvioni che ancora stanno devastando anche India e Pakistan, si è registrata per la prima volta nella storia di Shanghai una temperatura di 40 gradi celsius che ha fatto scattare l'astensione volontaria dal lavoro. Secondo le elaborazioni Coldiretti su dati del NOAA, anche la temperatura media globale sulla terra e sugli oceani dei primi dieci anni del terzo millennio (2000 - 2009) è stata la più elevata mai registrata, con un valore di 57,9 gradi fahrenheit (14,389 gradi celsius), superiore dello 0,3% a quella della decade precedente. A contribuire al risultato finale c'è stato, tra l'altro, il record della temperatura più alta mai fatta registrare, nella Russia nord occidentale, dove il 30 luglio le temperature hanno raggiunto, nel mese di luglio, 102 gradi fahrenheit (39 gradi Celsius), superando il massimo precedente di 98,2 gradi fahrenheit (38,8 gradi Celsius), fatto segnare a Mosca nove anni fa. In Italia - conclude la Coldiretti - il mese di luglio si classifica al sesto posto tra quelli più caldi degli ultimi 200 anni, con una temperatura media di 2,18 gradi più alta rispetto al periodo 1961-1990, che viene preso come riferimento, con valori comunque inferiori solo a quelli del 2003, del 2006, del 1950, del 1928 e del 1983, secondo i dati dell'Istituto di Scienze dell' Atmosfera e del Clima del Cnr di Bologna.

CLIMA: COLDIRETTI, 2010 ANNO PIU' CALDO DA INIZIO RILEVAZIONI NEL 1880 Asca 14 agosto 2010

Caos climatico. Finlandia vicina ai 40 gradi. Il 2010 finora è l’anno più caldo di sempre Blogeko 17 agosto 2010

Tanto ardito da essere definito folle dall’amico Albert Einstein e così inquietante da aver indotto l’astronomo Carl Sagan a farne oggetto di feroci critiche, il saggio "Mondi in Collisione" di Immanuil Velikovsky propone una serie di scottanti questioni, tra cui la veridicità storica dei testi biblici (sul filone del famoso bestseller "La Bibbia aveva ragione" di W. Keller) e di innumerevoli altre tradizioni mitologiche e sacrali, utilizzate dal ricercatore come fonti attendibili per desumerne informazioni sul passato del nostro pianeta attraverso un’analisi comparata. La tesi di fondo è che, in epoche remote, e non solo, la Terra sia stata scenario di eventi catastrofici così travolgenti da essere stati praticamente rimossi dalla memoria collettiva dell’umanità e confinati nel mito. Tali cataclismi di vastità planetaria sarebbero stati provocati in buona parte da violentissime collisioni e incontri più o meno ravvicinati con corpi celesti, in seguito ai quali l’assetto del nostro pianeta sarebbe sensibilmente mutato. L’argomentazione di Velikovsky si concentra in particolare su una gigantesca cometa di dimensioni planetarie che, generata per espulsione dalla massa gassosa di Giove (in particolare, dalla gigantesca "macchia rossa" del grande pianeta), avrebbe quindi vagato irrequieta, in ere lontane, nel Sistema Solare, avvicinandosi due volte, verso il 1500 a.C., alla Terra, con conseguenze disastrose. Non solo: la medesima cometa, circa 700-800 anni più tardi, si sarebbe scontrata con Marte provocando ulteriori sconquassi alla Terra, per poi assestarsi definitivamente nei cieli con un’orbita regolare e diventare infine quel pianeta conosciuto in seguito con il nome di Venere.

Nato il 10 giugno 1895 a Vitebsk, in Russia, e morto il 17 novembre 1979, Velikovsky studiò presso diverse università europee: da Edimburgo (scienze naturali), a Mosca (storia, legge e medicina, in cui si laureò), da Berlino (biologia), a Zurigo (fisiologia del cervello) e Vienna (psicologia). Fu seguace di Freud, di cui accettò la teoria dell’inconscio. Dopo aver insegnato in Palestina, si trasferì nel 1939 negli Stati Uniti, dove un decennio dopo scrisse "Worlds in collision" (trad. it. "Mondi in collisione", Garzanti, 1955). Il mancato consenso da parte dell’establishment scientifico mise addirittura in crisi l’attività della Macmillan, suo editore. In seguito, Velikovsky pubblicò altri libri sul tema, di cui i più celebri sono "Ages in Chaos" ("Ere nel Caos", 1952) e "Earth in Upheaval" ("La Terra in Scompiglio", 1955). Ma non sono da meno i successivi e brillanti "Oedipus and Akhnaton", "Peoples of the Sea", "Ramses II and his Time", "Mankind in Amnesia" e "Stargazers and Gravediggers". Fino alla morte propugnò con convinzione le sue teorie, la cui ereticità consisteva soprattutto nell’opporsi alla concezione allora più in voga, divenuta ormai quasi dogma: l’"attualismo", formulato a cavallo tra Settecento e Ottocento da scienziati quali Hutton, Lamarck, Lyell e accettato da Darwin (allievo e amico di Lyell), che ne fece il fondamento teoretico per l’"evoluzionismo". In sintesi, l'attualismo sostiene che i mutamenti sulla Terra sono il risultato di graduali quanto ininterrotte trasformazioni, le stesse che hanno operato nel passato, mentre il catastrofismo, sostenuto da Cuvier e altri, ipotizzava invece la ricorrenza di cataclismi, sia precedenti sia successivi alla comparsa della specie umana: un paradigma, questo, di cui Velikovsky è stato uno degli interpreti più originali.

Terremoti di immani proporzioni, maremoti spaventosi, piogge di bitume, caduta di pietre incandescenti, pulviscolo abbuiante l’atmosfera e modificazione repentina sia del clima sia della durata dell’anno a causa dell’inversione altrettanto repentina dei punti cardinali. Questi gli effetti descritti in certi avvenimenti cosmici narrati da mitologie di tutto il globo, e alcuni di essi collegabili a quanto dice l’Esodo biblico a proposito delle piaghe d’Egitto e della fuga degli Ebrei attraverso le pareti d’acqua sollevatesi nel Mar Rosso. Si pensi, per esempio, alla prima piaga, che descrive come «tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue» (Esodo 7, 20-21): fenomeno plausibile nell’ipotesi del passaggio di una cometa, da cui in tal caso cadrebbero sulla Terra particelle di pigmento rugginoso e quindi rossastro. O ad altre piaghe successive: «un pulviscolo diffuso su tutto l’Egitto [...] produsse ulcere pustolose, con eruzioni su uomini e bestie» (9, 9-10); «ci furono grandine e folgori [...] una grandinata così violenta non v’era mai stata » (9, 24); «vennero dense tenebre per tre giorni» (10, 22). Circostanze che, secondo Velikovsky, rafforzano l’ipotesi della cometa rilevandone alcune gravissime conseguenze, quali l’oscuramento e la caduta di meteoriti, che effettivamente si verificherebbero se un simile corpo celeste transitasse nelle vicinanze e che sono descritte in maniera analoga nell’antico papiro egizio di Ipuver. Del sollevamento delle acque del Mar Rosso, imputato alla formazione di venti di velocità e potenza inaudite, si può peraltro trovare memoria nel folklore dei nativi nordamericani, dei giapponesi, dei peruviani e di numerose altre popolazioni, laddove si ricorda un maremoto così spaventoso da dividere il mare in due colonne: per esempio nel Popol-Vuh, sacro libro dei Maya, si legge che «il mare venne sollevato" proprio nel corso d’un cataclisma che rese oscura la terra, mentre infiammò di fulmini e rombi il cielo. E del cielo infiammato da lampi violentissimi troviamo traccia in quasi tutte le tradizioni mitologiche, quasi si trattasse di un ricordo generalizzato che ha coinvolto ogni popolazione del pianeta.

La cometa, dunque, sarebbe passata vicino alla Terra ai tempi dell’esodo israelita dalla terra d’Egitto, mentre di un ulteriore transito, che sarebbe avvenuto 52 anni dopo, si avrebbe eco in un episodio occorso al condottiero ebreo Giosuè presso la città di Gàbaon, che era in mano ai re degli Amorrei. Ecco, infatti, cosa si legge in Giosuè 10, 11-13: «il Signore lanciò dal cielo su di essi come grosse pietre. - interpretati ancora come meteoriti - Coloro che morirono per le pietre della grandine furono più di quanti ne uccidessero gli Israeliti con la spada. Allora Giosuè disse al Signore [...]:sole, fermati a Gabaon e tu, luna, sulla valle di Aialon». Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici». Velikovsky interpreta l’eclatante come una ripercussione della vicinanza della cometa, che avrebbe appunto rallentato la rotazione della Terra. E per confermare che si trattò di un fatto realmente accaduto, e poi mitologizzato, rintracciò nelle storie mitiche dell’altro emisfero un accadimento analogo ma opposto: invece di un lunghissimo giorno una notte lunghissima. Della quale ci parla, in effetti, la storia dell’impero di Colhuacan e del Messico (scritta in lingua nahua-indiana e nota come "Annali di Cuauhtitlan") e a cui si riferiscono anche taluni racconti leggendari della Finlandia, dell’Iran, del Perù e dei nativi nordamericani, mentre i testi cinesi di epoca Yao narrano di una sequela di sconvolgimenti (vasti incendi, onde altissime) nel corso dei quali il sole non tramontò per vari giorni. La Terra, insomma, interruppe per un breve periodo le sue rotazioni. E se, dopo l’impatto, riprese un moto regolare, questo cortocircuito aveva comunque prodotto un effetto ancor più straordinario: l’inversione dei poli magnetici del pianeta, ribaltando i punti di collocazione dei Poli Nord e Sud. Un capovolgimento avvenuto in modo istantaneo, quindi traumatico per l’habitat terrestre, e collocato dal Velikovsky nel 687 a.C., quando Marte, spostato da una successiva collisione con la cometa, sarebbe transitato presso la Terra ai tempi della distruzione dell’esercito assiro di Sennacherib, nemico di Israele (ben 185.000 soldati morti misteriosamente, forse per asfissia), di cui narrano i libri biblici dei Re e delle Cronache. A sostegno di questa tesi, Velikovsky presenta analisi di carattere geologico: pare infatti che l’epoca glaciale abbia avuto una conclusione subitanea, trasformando d’improvviso regioni polari (come l’America nord-orientale) in zone temperate e al contrario regioni temperate (come sarebbe stata la Siberia nord-orientale) in coltri gelate. Se ne ha evidenza paleozoologica nei corpi congelati dei mammuth, estintisi in massa durante l’ultimo periodo glaciale e nelle cui viscere sono state trovate erbe non ancora digerite e che oggi crescono a 1500 km a sud: indizio che il Polo Nord si trovava un tempo spostato verso l’America di una ventina di gradi rispetto al punto che occupa oggi. Il congelamento deve essere stato del resto davvero repentino per aver conservato i corpi dei grandi quadrupedi intatti e non in stato di putrefazione. L’inversione, inoltre, avrebbe inciso sull’orbita terrestre (causando cambiamenti radicali che sarebbero testimoniati dalle variazioni riscontrabili da un certo momento in poi nei calendari di vari popoli antichi) e rivoltato la direzione del moto terrestre, che avrebbe così iniziato a ruotare da occidente verso oriente, mentre prima il Sole sorgeva a occidente e tramontava a oriente. La precedente configurazione sarebbe stata dipinta nella tomba dell’architetto della regina Hatshepsut, Senmut, il cui soffitto mostra le costellazioni disposte con orientamento astronomico opposto all’attuale e, evidentemente, visibile così a quell’epoca. Numerose poi le fonti storiche, a partire da Erodoto, che nelle “Storie” riferisce come secondo i sacerdoti egiziani il Sole in remote epoche avesse cambiato più volte la direzione del moto. A questa medesima inversione - che in epoca latina è riferita da Seneca e da Pomponio Mela e che ritroviamo anche nelle scritture di altre civiltà, fra cui nel trattato talmudico “Sanhedrin” - aveva già fatto riferimento Platone nel “Politeia”, sostenendo che il cambio d’orientamento sarebbe una manifestazione ciclica, da lui definita l’inversione "più grande e più completa" dei "mutamenti che avvengono nei cieli".

Dopo alcuni secoli di peregrinazioni la cometa si stabilizzò con una propria orbita nel Sistema Solare e divenne Venere. Dell’eccezionale avvenimento l’autore vede una comprova mitica nelle molte leggende sorte sulla sua nascita, che egli identifica con quella di Atena di cui parla l’Inno omerico a lei dedicato: quando Atena nacque, riferisce Velikovsky, «la volta del cielo ‘cominciò a vacillare orribilmente’, ‘la terra tutt’intorno gridò spaventata’, ‘il mare fu scosso da nere onde, mentre la schiuma irrompeva bruscamente’ e il Sole si fermò ‘per un lungo tempo’. Il testo greco parla di ‘onde purpuree’ e del mare ‘che si solleva come una muraglia’ e del Sole arrestatosi nella sua corsa. [...] Nell’Iliade è detto che Pallade Atena ‘si lanciò sulla terra come una stella incandescente’ sprizzando scintille; si lanciò quale ‘stella inviata da Giove’ [...] Plutarco identifica la Minerva dei Romani o l’Atena dei Greci con l’Iside degli Egiziani e Plinio il pianeta Venere con Iside» (Mondi in Collisione). Velikovsky segnala, a conferma della sua ipotesi, l’assenza di Venere in una tavola astronomica indù del 3100 a.C. - mentre apparirà in quelle successive bramaniche - e nel sistema dei quattro pianeti dell’astronomia babilonese, che non a caso chiamò poi Venere «il grande astro che si aggiunge agli altri grandi astri».

Per sorreggere le proprie posizioni catastrofiste, Velikovsky si appellò all’idea di ciclicità, ricordando che presso moltissime culture antiche - in Grecia, India, Tibet, Messico, Cina, Iran, Islanda - si suppose che il mondo procedesse per Grandi Età (o Grandi Anni), divise da cesure caratterizzate da convulsioni naturali di entità planetaria, a esplicitare il concetto di un rigenerarsi che passa attraverso la putrefazione delle condizioni precedenti. Disastri e perturbazioni in seguito rimossi, rielaborati e infine ricordati dall’umanità come metafore e allegorie, in base a quel fenomeno psicanalitico noto come "amnesia collettiva". Interessante, infine, evidenziare che l’assunto base dello studioso russo, e cioè che quanto accade nei cieli è simile a quanto accade in un atomo e che perciò le leggi che regolano il corso degli astri intorno al Sole sono le medesime del movimento degli elettroni intorno al nucleo, ricorda dappresso la visione del mondo enunciata nell’antico testo ermetico "Tabula Smaragdina": «Ciò che sta in Alto è come quel che sta in Basso e ciò che sta in Basso è come quel che sta in Alto, per fare il miracolo di Una Cosa Sola».

MONDI IN COLLISIONE edicolaweb

Principio dell'attualismo – Wikipedia

Immanuil Velikovskij - Wikipedia

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COSMOGENESIS

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