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martedì 10 febbraio 2015

Neuro-Transessualismo, Socio-Infertilità

Secondo uno studio condotto a Vienna, il genere è identificabile nelle reti neurali che collegano varie aree del cervello. Secondo Veronesi, l'aumento dell'infertilità è di natura psico-sociale


"Cogito ergo sum"
Il nostro senso di appartenenza a un genere è parte integrante, e fondamentale, della percezione di noi stessi. Non sempre, però, l’identità percepita coincide con il sesso biologico, con i nostri organi sessuali (si definisce "disturbo dell'identità di genere", o anche transessualismo, e non va confuso con l'orientamento sessuale, etero, gay, lesbo, ecc.). 
Eppure, anche se il fisico apparentemente non rispecchia quello che sentiamo dentro di noi, il cervello non mente: la struttura delle sue connessioni tra aree ci dice cosa siamo. 
In un recente studio, condotto da Georg Kranz e colleghi alla Medical University di Vienna e pubblicato sul Journal of Neuroscience, il team ha mostrato che l’identità di genere delle persone ha sede nelle connessioni neurali.
L’imaging a risonanza magnetica (MRI) effettuata su un gruppo di persone – femmine, maschi e transgender (transessuali sia maschio-femmina che femmina-maschio) – ha indicato che la microstruttura dei link cerebrali è diversa tra maschi e femmine. Mentre i transgender si collocano tutti in una situazione di mezzo. Ciò nonostante, le basi biologiche di questa differenza non sono ancora del tutto comprese. 
Ci sono transessuali che hanno sempre conosciuto la loro identità. Altri che, nella loro vita, negli anni di giovane età, non capendo ciò che sentivano, non sempre hanno saputo come definirsi. C’è anche chi, dopo un lungo periodo di psicoterapia preparatoria all’intervento di conversione, ha capito di aver sbagliato valutazione su se stesso. C’è confusione, alcune volte anche nella comprensione di noi stessi. Dovuta alle costruzioni e alla costrizioni della società, dovuta ad una lunga storia di incasellamento in ruoli. E all’umana natura. 
“Le differenze che abbiamo visto – precisa il ricercatore – sono significative, ma non definitive. Con questo intendo dire che i gruppi, almeno in parte, si sovrappongono tra loro. Non è possibile, quindi, affermare che uno è femmina, maschio o transessuale solo guardando nella sua struttura cerebrale. Per ora possiamo solo dire qualcosa sulla probabilità di appartenere a uno di questi quattro gruppi”.
Il disturbo dell’identità di genere, sindrome clinica conosciuta con il termine più popolare di transessualismo, è classificato tra i disturbi mentali. In genere si parte da due grandi distinzioni: si parla di DIG primario, il disturbo di chi dà chiari segnali fin da giovane età, e DIG secondario, quando il disturbo diventa palese in adolescenza. La disforia di genere è un disturbo realmente invalidante per chi ne è affetto perché la frattura che si crea tra l’identità sessuale e il genere fisico provoca notevoli sofferenze a livello psicologico. 

“Non se ne conosce esattamente l’origine – chiarisce la dottoressa Laura Scati, psicologa del CEDIG, Centro per i Disturbi dell’Identità di Genere, che fa capo all’ospedale di Cattinara di Trieste – ma quello che si sa è che è presente in tutte le culture e proprio questa presenza fa pensare che ci sia qualcosa di biologico. Ci sono varie ipotesi; una delle possibili è che ci siano alla base sia componenti biologiche che ambientali, che possono scatenare il disturbo”. In particolare nell’ipotesi più accreditata sarebbe rilevante l’ambiente ormonale durante le ultime fasi della vita prenatale e il primo sviluppo cerebrale postnatale. Ipotesi con la quale, concorderebbero appunto i risultati della ricerca di Vienna.

Per curare il disturbo non c’è terapia farmacologica in grado di portare ad una soluzione definitiva. L’unica terapia attualmente considerata come risolutiva è quella chirurgica, che di fatto trasforma i genitali maschili in femminili e viceversa. Dal punto di vista della tecnica chirurgica si tratta di demolire e ricostruire i genitali attraverso la modellazione di tessuti già esistenti in altre parti del corpo: porzioni di cute vengono autotrapiantate per dare vita, dal punto di vista fisico, ad una nuova identità.


L'infertilità è un fenomeno in crescita: riguarda per l'appunto circa il 15-20% delle coppie (in media una su sette si rivolgerà al medico). L'aumento è stato attribuito a diversi fattori come l'età avanzata in cui si cerca il primo figlio (in particolare per le donne, ma anche per l'uomo), l'uso di sostanze come gli steroidi anabolizzanti nello sport (o per pratiche come il body building), l'abuso di alcol, il fumo, le infezioni sessuali, l'obesità o la magrezza eccessiva.

Il calo della fertilità degli uomini francesi, che procede al ritmo del 2% ogni anno, è oggetto di uno studio pubblicato sulla rivista medica Human Reproduction. L’impoverimento degli spermatozoi è stato provato dopo che è stato raccolto un campione di liquido seminale di 26.600 uomini di età compresa tra i 18 e i 70 anni. Il numero di milioni di spermatozoi al millimetro è diminuito del 32.3% ogni anno, pari appunto a circa il 2% per cento. I dati francesi possono essere paragonati a quelli italiani: nel nostro paese la situazione non è molto diversa. Alla fine del 2011 sono infatti stati raccolti campioni di spermatozoi da circa 2000 uomini. È emerso che la quantità di spermatozoi dei giovani ragazzi è più bassa rispetto a quella degli uomini di quarant’anni. Secondo gli esperti della Società Italiana di Andrologia e Medicina della SessualitàSIAMS, l’inquinamento atmosferico e alimentare e le sostanze chimiche contenute nei cibi sono sul banco degli imputati per il calo della fertilità maschile. I giovani che vivono in campagna, quindi in un ambiente mediamente meno inquinato, sono mediamente più fertili rispetto ai coetanei cittadini.
Androlife, questo il titolo della campagna portata avanti dalla SIAMS per la prevenzione dell’infertilità maschile, parte da una serie di studi effettuati dall’Università di Padova, che hanno analizzato la qualità del liquido seminale di maschi di età diverse e provenienti da zone urbane e rurali. Il primo studio, eseguito su uomini residenti a Padova di età compresa tra i 18 e i 40 anni, ha messo a confronto i parametri seminali di mille diciottenni e di mille quarantenni. I risultati hanno evidenziato una diminuzione di circa il 25 per cento del numero di spermatozoi nei giovani. Il 30 per cento dei ragazzi è quasi “ipofertile”. Questo significa che nel liquido seminale sono presenti solo 39 milioni di spermatozoi contro i 150 milioni circa considerati la norma. Il 10 per cento, invece, ne ha addirittura appena 15 milioni. La seconda ricerca ha invece evidenziato come anche l’inquinamento atmosferico, dovuto agli scarichi delle industrie e degli autoveicoli, provochi una netta diminuzione di spermatozoi nel liquido seminale, diminuendo anche la potenziale fertilità. Chi vive in zone rurali, lontano da traffico industrie è più fertile. Questa ipotesti è stata dimostrata da un terzo studio, che ha preso come campione le città della provincia padovana. Ad Abano Terme, che ha una popolazione di 19.000 abitanti, la concentrazione di spermatozoi è di 127 milioni. In un piccolo paesino del sud padovano, Este, è di 186 milioni.

«Credo che una delle possibili cause di questo fenomeno sia antropologica e risieda nel cambiamento dei ruoli familiari e sociali, che nel tempo ha prodotto una modificazione nella stessa biologia degli organismi».
Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia  da tempo parla di un futuro tendente alla «parità» anche ormonale dei generiIn realtà il calo della fertilità maschile non è una novità: da 40 anni si osserva in Occidente una riduzione progressiva degli spermatozoi e della loro vitalità.
Una delle cause, per Veronesi, è socio-evoluzionistica. Che cosa accade?

«Se un uomo deve alzarsi al mattino per cacciare la preda che fornirà cibo a sé e ai suoi, se deve uccidere, appostarsi, inseguire, il cervello comunica i suoi bisogni aggressivi all’ipofisi, che stimola altre ghiandole tra cui le gonadi: da qui la produzione di molti ormoni maschili, che a loro volta creano spermatozoi. Se invece lo stesso uomo trascorre la giornata in ufficio, arriva a casa, culla il figlio e aiuta nei lavori domestici, la sua ipofisi riceve meno stimoli e giorno dopo giorno i testicoli si “addormentano”».

Lo stesso esempio, rovesciato, si può fare per la donna e la produzione di ormoni femminili?

«Certo. La donna oggi deve sviluppare aggressività, fare carriera, comandare persone, assumersi responsabilità, competere con gli uomini, sopportare doppi e tripli ruoli, che soffocano la sua femminilità. Il risultato è che le donne affrontano la prima gravidanza in età più avanzata e appaiono sempre meno femminili, socialmente e biologicamente ».

Quindi, mascolinità e femminilità verso la parità. Con quali conseguenze?

«Si sta attenuando la polarità che è all’origine del fenomeno dell’attrazione in natura: i poli opposti si attraggono, quelli uguali si respingono. Inoltre fino a 2000 anni fa l’umanità era dominata dall’angoscia dell’estinzione. L’ossessione per la discendenza si percepisce bene leggendo la Bibbia: la sterilità era il peggiore dei mali e qualsiasi cosa era giustificata pur di procreare, dal tradimento fino all’incesto. Oggi invece la nostra ansia è la sovrappopolazione e la spinta sociale è alla limitazione delle nascite. E i fenomeni demografici influenzano la biologia. C’è un legame profondo fra mente, assetto ormonale e sessualità».

Il tutto si traduce anche in un cambiamento culturale…

«Il risultato dell’influenza culturale sulla sessualità è sotto i nostri occhi: omosessualità e bisessualità sono in aumento costante, pur considerando una maggiore libertà a dichiarare una sessualità diversa o più ampia rispetto a pochi decenni fa. Sono in aumento anche i cambiamenti di sesso, quasi sempre a favore di quello femminile».

Un consiglio alle istituzioni, ai politici?

«Direi un dovere. Quello di lasciare ai nostri giovani, che sempre di più avranno il problema della sterilità, leggi che li aiutino a procreare. Altrimenti si corre il drammatico rischio di un futuro senza bambini».


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