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venerdì 13 febbraio 2015

THE JESUS MYTH 5 THE JESUS PUZZLE



Nell’ambito della Sinistra hegeliana, David Friedrich Strauss (1808-1874), applicò i metodi dell’analisi storica e filologica alle Sacre Scritture. Nella sua opera più famosa, la Vita di Gesù esaminata criticamente - The life of Jesus critically examined  (1835), destinata a fare epoca, sostiene l’ardita tesi secondo cui i Vangeli non sono un resoconto storico attendibile, ma piuttosto un mito, ossia un racconto liberamente creato sulla base delle impressioni prodotte da Gesù sui primi cristiani e sulle loro credenze e attese. In tale contesto, Gesù fu considerato il figlio di Dio, ovvero Dio stesso fattosi uomo; ma questa – nota Strauss – non è che una costruzione mitologica, che ciò non di meno esprime l’idea dell’unità del divino e dell’umano, dell’infinito e del finito (Cristo è infatti uomo e, insieme, Dio). Solo nell’umanità – argomenta Strauss – queste due dimensioni si congiungono. 
Se il contenuto del cristianesimo – che è la religione suprema – è mitico e ha la sua origine nell’immaginazione, allora la religione in quanto tale, in ogni sua forma, non può essere innalzata alla sfera del concetto mediante la filosofia, come aveva preteso Hegel. 

Affiora in questa maniera la scissione insanabile tra religione e filosofia, scissione che, secondo i sostenitori della Destra hegeliana, Hegel aveva voluto conciliare e sanare. Per questa via, Strauss avrebbe dunque finito con l’abbandonare sia il cristianesimo sia l’hegelismo, addivenendo a sostenere, in uno dei suoi ultimi scritti – L’antica e la nuova fede (1872) – una sorta di religione panteistica, in cui l’universo intero diventa oggetto di venerazione.

Nella Vita di Gesù Strauss non mette in dubbio l'esistenza storica di Gesù, ma è convinto che, paradossalmente, sia Gesù come elaborazione mitologica a derivare dal cristianesimo e non viceversa, come invece aveva sempre sostenuto concordemente la tradizione. Sulla scia di Hegel, Strauss sostiene la sostanziale identità dei messaggi veicolati dal cristianesimo e dalla filosofia; ciò che li distingue è però la forma, in quanto ciò che la religione sostiene nella forma immaginifica del mito, è dalla filosofia sostenuto tramite la superiore forma del concetto. 

Hegel stesso aveva dato di Cristo un’interpretazione alquanto filosofica, concependo l’incarnazione come momento della negazione (Dio, nel farsi uomo, si nega come Dio) volto a riscattare la finitudine umana; di conseguenza, Cristo non era se non il simbolo, in forma mitica, della conciliazione di finito e infinito. Similmente, Strauss sostiene che la filosofia è verità compiuta e dispiegata, designando invece la religione come rappresentazione mitica e immaginifica. 

Proprio sulla base di tale distinzione, Strauss ritiene opportuno distinguere tra il Cristo della fede e quello della storia: quello della storia è un uomo eccezionale; quello della fede è miticamente inteso come Dio fattosi uomo. Il problema che si para dinanzi a Strauss, quand’era vicario pastorale, è il seguente: predicando ai fedeli, quale linguaggio – quello storico o quello mitico? – occorre impiegare? Egli risponde che, di fronte ai fedeli, impiegherà quello mitico della religione (ossia quello che ricorre a miti quali la moltiplicazione dei pani), giacché il popolo non è sufficientemente preparato per recepire messaggi filosofici. 

La filosofia hegeliana si riverbera nella struttura stessa della Vita di Gesù di Strauss: questa, infatti, è suddivisa in tre parti, secondo una scansione che ricorda quella hegeliana della tesi, dell’antitesi e della sintesi. In particolare, nella prima parte dell’opera Strauss parla di Cristo in maniera mitica; nella seconda, invece, dimostra – sulla scia di Spinoza - l’inattendibilità storica delle vicende del Cristo narrate nelle Scritture, smascherando tanto gli errori più grossolani (come la trasformazione dell’acqua in vino) quanto gli scarti cronologici (ad esempio, il censimento di Augusto non corrisponde affatto con quanto si dice nelle Scritture). 

La rappresentazione mitica – asserisce Strauss – dev’essere ricondotta alla mentalità del tempo in cui fu prodotta, tenendo conto dell’impatto che la figura del Cristo ebbe sulla società di allora. Tenendo conto di ciò, quest’uomo eccezionale potrà essere definito come “il più divino degli uomini”, ancorché si tratti pur sempre di un uomo. 

La storia del Vangelo è, in sostanza, la storia della natura umana ridotta ad un concetto ideale”.

Nell’ultima parte dell’opera, Strauss presenta una conciliazione tra il Cristo della religione e quello della storia; ma, nonostante questo estremo tentativo compromissorio, fu espulso dalla facoltà. Dopo tale accadimento, non si preoccupò più della censura e acuì le proprie posizioni, negando ogni possibile conciliazione tra religione e filosofia, opponendosi tanto al potere politico vigente quanto a quello religioso. 

In questa nuova fase della sua produzione, Strauss sostiene che la filosofia è verità dispiegata e compiuta solamente qualora mantenga un atteggiamento critico nei confronti della realtà, senza cercare conciliazioni col reale. In questo modo, Hegel diventa bersaglio di critiche durissime, in forza del fatto che egli aveva presentato la filosofia come un qualcosa che nasce e che spicca il suo volo solo quando la realtà s’è già formata, cosicché il suo compito è soltanto quello di render conto del reale, senza mutarlo. Si tratta invece – dice Strauss (e con lui concorda tutta la Sinistra hegeliana) – di cambiare un reale che, così com’è, è tutto fuorché razionale; si tratta, per l’appunto, di far diventare razionale ciò che, di per sé, non è ancora tale.      

Il giornalista John M. Robertson è l'autore di "Pagan Christs Studies in Comparative Hierology" (1911). In quest'opera, l'autore ammette l'autenticità storica, tra i vari personaggi messianici, al solo Apollonio di Tiana.

Apollonio avrebbe condotto una vita ascetica secondo la dottrina pitagorica, osservando un periodo di silenzio di cinque anni, praticando il celibato, e vestendo abiti di lino. Si asteneva dalla carne e talvolta si nutriva di piante spontanee. Il biografo Flavio Filostrato gli attribuisce molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo. Perseguitato dall'imperatore Domiziano, come altri filosofi, disse in tribunale: «Non mi ucciderai, perché io non sono mortale». Sempre Filostrato gli attribuisce l'ascensione al cielo (FilostratoVita di Apollonio di Tiana, a cura di Dario Del Corno, Milano: Adelphi, 1978)


Alla controversa figura di Apollonio il giornalista Miska Ruggeri ha dedicato il libro "Apollonio di Tiana. Il Gesù pagano".

[...] Il vescovo Jacques-Bénigne Bossuet (1627-1704) definisce Apollonio un mago alleato con il diavolo e vede in lui la terza bestia dell’Apocalisse, mentre il suo collega Pierre Daniel Huet (1630-1721), erudito precettore (insieme proprio a Bossuet) del Delfino di Francia, nella sua Demonstratio Evangelica (vol. I, pp. 672-78), condanna tutti gli autori che erano stati troppo teneri con il Tianeo, soprattutto Sidonio Apollinare, caduto «nella trappola delle menzogne» del «farabutto» di Tiana. Per Huet, scopo (alla fine vano) di Filostrato era quello di copiare il Vangelo, facendo così combaciare le vite di Apollonio e Cristo. Ma il grande attacco contro Apollonio taumaturgo fraudolento viene sferrato dal tedesco Johann Balthasar Luderwald nella sua opera Antiierocle o Gesù Cristo rappresentato nella sua grande diversità (1793), in cui paragona costantemente il mago Apollonio e Cristo, la fantasiosa Vita di Filostrato e il Vangelo, i discepoli del Tianeo e gli apostoli, per concludere ovviamente che il Vangelo è la sola fonte di fede. [...] Apollonio torna a rappresentare una sorta di Messia alternativo, l’alfiere dell’ideale greco opposto a quello ebraico. Sulle sue orme,  si muove nel 1756 persino Voltaire, prodigo di lodi per Apollonio nel "Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni". [...] Per lo storico Pierre Jean-Baptiste Legrand d’Aussy, lodatore del razionalismo e ben contento di poter esprimere libere opinioni su Apollonio senza dover temere «la censura della Chiesa e la prigione della Bastiglia», il Tianeo è un saggio dai rigorosi principi etici, conoscitore dei segreti della natura e versato anche nelle questioni politiche. [...] Nella seconda metà dell’Ottocento l’interpretazione sensazionalistica riprende corpo: Apollonio viene definito il Cristo e il Salvatore pagano. Basta sfogliare, per accorgersene, le pagine di L. Noack, A. Réville e C. H. Pettersch. Dal lato opposto, E. Müller in un suo saggio si chiede se Apollonio era un sapiente o un mentitore o un visionario e un fanatico. Charles-Émile Freppel (1827-1891), ne Les apologistes chrétiens aux II siècle, ritiene che «nella lotta suprema della verità contro l’errore, Satana raccoglieva tutta la sua potenza per tentare un ultimo sforzo [...] opponeva alle opere di Dio il prestigio dei suoi [...] parodiava il piano divino e faceva di Apollonio la scimmia di Gesù Cristo». Ernest Renan (1823-1892) lo liquida come un «misérable imposteur» [...] .

Secondo il filosofo e poeta Paul Louis-Couchoud, autore de "Le Mystère de Jésus", l'unica testimonianza autentica è quella di Paolo di Tarso. Prescindendo dagli scritti cristiani, provata la falsità del Testimonium Flavianum - 

passo contenuto nelle Antichità giudaiche scritte dallo storico ebreo Flavio Giuseppe, opera che racconta la storia del popolo ebraico dalle origini fino all'epoca immediatamente precedente la guerra giudaica del 66-70 con riferimenti a Giovanni Battista, a Gesù e ai primi cristianiTestimonium Flavianum definisce Gesù un "uomo saggio" e un "maestro", affermando che compiva "opere sorprendenti" e che ebbe molti discepoli. Alcuni studiosi lo ritengono interamente apocrifo [2][3], altri integralmente autentico [4]Gesù è citato anche in un secondo passo, che non presenta particolari criticità [5], come fratello di Giacomo, condannato a morte dalle autorità religiose del tempo. L'uccisione di Giacomo non compare nel Nuovo Testamento, essendo successiva agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli: l'episodio conferma le persecuzioni subite dalla Chiesa primitiva.

- sapendo che tutto ciò che nel Talmud riguarda Gesù dipende dal Cristianesimo, le tre testimonianze pagane che rimangono non aiutano molto. Svetonio riferisce di un agitatore giudeo di nome "Chrestos", Plinio e Tacito attestano semplicemente l'esistenza di un movimento cristiano, mentre per quanto riguarda l'origine di detto movimento, non fanno altro che ripetere quanto gli stessi cristiani affermano.

Per Couchoud, il Cristo di cui parla Paolo non è un soggetto storico ma un personaggio puramente ideale (in senso platonico). Le tesi di Couchoud saranno criticate da esegeti di ogni estrazione, come il gesuita Léonce de Grandmaison (fondatore della rivista Recherches de science religieuse), il protestante Maurice Goguel (EPHE e Sorbona), il cattolico scomunicato Alfred Loisy (professore al Collège de France) e il razionalista Charles Guignebert (professore alla Sorbona). A queste critiche Couchoud risponde pubblicando Jésus: le dieu fait home, (1937), or The Creation of Christ (1939).
Couchoud considera che "il Cristo", così come lo rappresenta la letteratura paolina, non è un'incarnazione di Yahweh, il dio di "sempre" del popolo ebraico, ma un nuovo dio che si integra nel pantheon dei "culti orientali". 
La tesi mitista di Couchoud diventa la seguente: Gesù non è un uomo divinizzato ma il dio di un culto misterico umanizzato dalla narrazione che ne viene fatta. È una concezione docetista del Cristianesimo, ossia una forma di gnosticismo (una posizione che ha preso il nome di "docetismo estremo").
Secondo i docetisti - dal verbo greco dokéin, che significa apparire - non era concepibile che in Gesù Cristo potessero convivere contemporaneamente la natura umana e quella divina, che consideravano rappresentazioni, rispettivamente, del Male e del Bene. Per gli gnostici Cristo non poteva avere un corpo umano reale, ma soltanto un corpo etereo (o apparente), e quindi non sarebbe potuto nascere da Maria, né morire, e neppure resuscitare. Infine nell'eucarestia non vi potrebbe essere il corpo di Cristo; tutto ciò che riguarda la natura umana di Gesù sarebbe una pura illusione dei sensi, inclusa la crocifissione (secondo Basilide fu sostituito da un tal Simone Cireneo).
Il teologo Maurice Goguel in "Jésus de Nazareth: Mythe ou Histoire?" (1926) [18] critica  Couchoud per essersi fondato su una filosofia delle religioni piuttosto che su testi e dati disponibili. 
Tuttavia, una parte della riflessione di Couchoud ha trovato un seguito. In particolare: 
- l'idea del dio simile a quelli dei misteri;
- la recita dell'istituzione della Cena / Eucarestia, da non confondersi con la riproduzione del seder Pessah - il rituale della Pasqua ebraica secondo cui si usa consumare la cena seguendo un ordine particolare di cibi e preghiere - che molto assomiglia alla divisione del cibo tipica di alcuni misteri;
Margaret Barker — specialista del simbolismo del primo Tempio, itempio di Salomone (ebraicoבית המקדשBeit HaMikdash), secondo il Tanach, la Bibbia ebraica, il primo tempio di Gerusalemme ebraico, il punto focale della religione e luogo dei sacrifici — ricorda nei suoi lavori il mito di Asherahla Grande Madre semitica, la Regina del Cielo (simboleggiata da un albero del quale la menorah - la lampada ad olio a sette bracci che nell'antichità veniva accesa all'interno del Tempio di Gerusalemme attraverso combustione di olio consacrato - sarebbe la sopravvivenza - ). Antica dea, madre di numerosi "figli del Sole", venerata apertamente in Israele fino alla riforma del VII a.C. (riforma di Giosuè). 
La tesi generale di Barker è che con il "Cristianesimo" apparve una riconfigurazione di temi appartenenti alla teologia del Primo Tempio e sopravvissuti ai margini della teologia ufficiale di Stato. Secondo la teologia del Primo Tempio, Yahweh è il più importante dei figli che Asherah diede a El. Certi "cristiani" si misero ben presto a identificare Gesù con Yahweh, il figlio di El, e a interpretare il rapporto di Gesù con Maria come quello di Yahweh con Asherah (dunque il binitarismo giudeo secondo cui ci sono due Dii, uno dei quali – all’inizio primordiale – avrebbe assunto il ruolo di “figlio” sottomettendosi volontariamente all’altro che avrebbe assunto l’autorità paterna suprema, Queste due entità vengono definite dai binitari “famiglia di Dio”.forse precedeva il cristianesimo trinitario, secondo cui Padre, Figlio e Spirito Santo sono da ricondurre ad un unico Dio Inoltre, migliaia di statuette di creta riportate alla luce suggeriscono che in realtà i primi Israeliti non adoravano un solo dio, ma bensì una moltitudine di dèi, e quindi erano politeisti [4].);
il trinitarismo, se non è giudaico nella versione elaborata che ci è pervenuta, ha per lo meno delle radici giudaiche. Dipende da cosa si intende per "giudaico". Se si riduce l'espressione all'esperienza dell'ebraismo ufficiale, cioè al giudaismo dominante dal periodo del Secondo Tempio, o al giudaismo della Torah orale (posteriore al cristianesimo), è chiaro che il monoteismo monolitico costituisce la regola. Se si guarda nelle pieghe, come fece Daniel Boyarin,[20] diventa ugualmente chiaro che il monoteismo monolitico non era la sola interpretazione possibile del monoteismo ebraico. Oggi gli storici cominciano a parlare del binitarismo di alcune sette giudaiche. Questo li obbliga anche a parlare dei monoteismi al plurale.
Fino a poco tempo fa tutti sapevano che il Cristianesimo era apparso dopo il Giudaismo. Ma più recentemente, le ricerche hanno iniziato ad ammettere la complessità della tavola storica. Nel mondo ebreo del I secolo, una considerevole quantità di sette si disputava il titolo di Vero Israele e d'interprete autentico della Torah — il Talmud parla di settanta gruppi — e la forma di Giudaismo che generò la Chiesa cristiana non fu che una di queste sette. I ricercatori realizzano ora che si può e si deve parlare della nascita del Cristianesimo e del Giudaismo [rabbinico] come della nascita di gemelli, e abbandonare l'idea della dipendenza genetica del primo dal secondo" (Daniel Boyarin, "Dying for God: Martyrdom and The Making of Christianity and Judaism"). Boyarin insegna cultura talmudica all'Università della California.
In "The Great AngelA Study of Israel's Second God" (Westminster John Knox Press, 1992), Margaret Barker claims that pre-Christian Judaism was not monotheistic and that the roots of Christian Trinitarian theology lie in a pre-Christian Palestinian belief about angels--a belief derived from the ancient religion of Israel, in which there was a "High God" and several "Sons of God" Yahweh was a son of God, manifested on earth in human form as an angel or in the Davidic King. Jesus was a manifestation of Yahweh, and was acknowledged as Son of God, Messiah, and Lord. Barker relies on canonical and deutero-canonical works and literature from Qumran and rabbinic sources to present her thoughtful investigation.

In  "Did God Have a Wife?[15] («Dio aveva una moglie?») William Dever fa una panoramica dei ritrovamenti archeologici sottolineando la scoperta nel territorio dell'antico Regno di Israele di numerose figurine femminili come una prova a favore della sua teoria, secondo la quale Asherah ricopriva il ruolo di dea e consorte di Yahweh nella religione popolare israelita del periodo monarchico. Di opinione differente sono altri autori, tra cui Mark S. Smith,[17] John Day [18] e Andre Lemarie,[19] i quali considerano l'«asherah» (palo sacro) come un oggetto di culto, un albero stilizzato o un luogo di venerazione attraverso il quale la benedizione di Yahweh era impartita, piuttosto che una dea che potesse fungere da consorte.[20] «Né l'iconografia né il testo ci obbligano ad interpretare la relazione tra "Yahweh ... e la sua asherah" nel senso di una relazione (sessualmente sancita) di due forze che sono accoppiate, e così imporci di conferire ad asherah la condizione di compagna. L' "asherah di Yahweh" non ha lo stesso rango di Yahweh, ma è piuttosto un'entità di mediazione, che porta la sua benedizione ed è concepita mentalmente nella forma di un albero stilizzato che era così subordinato a Yahweh».[21]

Attualmente, la tesi mitista più pertinente è quella di Earl Doherty[21]. Essa si basa su:

- la metodologia: prende in considerazione le ricerche anteriori contrariamente alle tesi originali e talvolta strampalate. La messa in discussione parte dalle problematiche relative alle incongruenze sinottiche del corpus di Giovanni e di Paolo.

- il dibattito: dopo il 1999, il gruppo di discussione seguito alla pubblicazione di "Jesus Mysteries" è stato creato sotto l'impulso di Doherty e di qualche universitario. All'inizio, il gruppo era aperto a un certo numero di professori nelle Divinity Schools (atei o credenti), ai loro studenti e a un gruppo di atei americani riuniti sotto la bandiera di Infidel.org

Doherty has used the title "The Jesus Puzzle" for four different works. In Fall 1997, the Journal of Higher Criticism published his article, "The Jesus Puzzle: Pieces in a Puzzle of Christian Origins." [8] His non-fiction book The Jesus Puzzle: Did Christianity Begin with a Mythical Christ? was published two years later. He uses the title for a website where he publishes additional commentary and responses to reviews and criticisms of his work.[9] He also used the title for a novel which he provides for download on his website.[10]
In all four of these works, Doherty presents views on the origins of Christianity, specifically promoting the view that Jesus is a mythical figure rather than a historical person. Doherty argues that Paul and other writers of the earliest existing proto-Christian Gnostic documents did not believe in Jesus as a person who incarnated on Earth in an historical setting. Rather, they believed in Jesus as a heavenly being who suffered his sacrificial death in the lower spheres of heaven in the hands of the demon spirits, and was subsequently resurrected by God. This Christ myth was not based on a tradition reaching back to a historical Jesus, but on the Old Testament exegesis in the context of Jewish-Hellenistic religious syncretism heavily influenced by Middle Platonism, and what the authors believed to be mystical visions of a risen Jesus.
Doherty says that the Jesus myth was given a historical setting only by the second generation of Christians, somewhere between the 1st and 2nd century. He further says that even the author of the Gospel of Mark probably did not consider his gospel to be a literal work of history, but an allegorical midrashic composition based on the Old Testament prophecies. In the widely supported two-source hypothesis, the story of Mark was later fused with a separate tradition of anonymous sayings embodied in the Q document into the other gospels; Doherty says that these became interpreted as the literal history of the life of Jesus. Doherty denies any historical value of the Acts of the Apostles, and refers to works by John Knox, Joseph B. Tyson, J.C. O'Neill, Burton L. Mack and Richard Pervo in dating Acts into the 2nd century and regarding it as largely based on legend.[11]
In 2009 Doherty self-published a revised edition of his book, with a new title of Jesus: Neither God nor Man, expanded by incorporating the rebuttals to criticisms received since 1999 and accumulated on his website.[12]

Verso una sorta di tesi mitica sembra propendere anche il filosofo Michel Onfray nel suo Trattato di ateologia: egli parte innanzitutto dalla premessa che l'esistenza di Gesù non è accertata sul piano storico (nessuna prova archeologica, nessun documento contemporaneo) e che alcuni tentativi di costruire delle prove si sono rivelati evidenti falsi (vengono citata in proposito le "scoperte" di sant'Elena, madre di Costantino), mentre ciò che rimane non è affidabile (una "manciata di parole" imprecise di Giuseppe FlavioSvetonio e Tacito ricavate da documenti che sono "copie effettuate alcuni secoli dopo la pretesa crocefissione di Gesù"). Pertanto, l'evangelista Marco - di cui non c'è prova che abbia conosciuto personalmente Gesù - verso l'anno 70 diventa "l'autore di Gesù" scrivendo un testo che "appartiene al genere propagandistico", dovendo fare proseliti, e che pertanto punta sul racconto meraviglioso e metastorico. Sotto questo profilo, a Onfray poco importa che sia esistito o meno davvero un Gesù, resta il fatto che si tratta in realtà di un "personaggio concettuale" e di tale personaggio si è fatto un mito, quello sì reale, nato come "cristallizzazione delle aspirazioni profetiche del suo tempo" e poi, non diversamente da altri miti, piegato di volta in volta nei secoli alle mire e alle esigenze del Potere costituito.

Altri autori minori, considerati marginali, hanno trattato l'inesistenza storica di Gesù:

L'opera di Luigi Cascioli, secondo cui Gesù sarebbe un artificio cristiano fondato sulla figura, a suo dire storica, di Giovanni di Gamala.

- L'opera del filologo tedesco Friedrich Pfister, che ha condotto un'analisi molto dettagliata sulle somiglianze fra il racconto biblico di Gesù e il mito di Eracle.

Allo stato attuale tutte le teorie del mito di Gesù sono comunemente rifiutate dagli studiosi di settore, sia cristiani che non cristiani[22].[1]

Secondo lo storico P. Geoltrain la tesi mitista non regge all'analisi[26]. Lo storico rileva come nessuno dei primi avversari del cristianesimo metta infatti in discussione l'esistenza di Gesù; sostiene che la crocifissione si presterebbe difficilmente a un'invenzione; come nell'ambito della critica testuale, le incoerenze e le contraddizioni tra i testi del Nuovo Testamento sarebbero a sfavore dell'ipotesi di una creazione letteraria; come nessuna delle teorie alternative avanzate per spiegare l'origine del cristianesimo indipendentemente dall'esistenza di Gesù gli sembri pienamente soddisfacente.
Tra i primi critici del mitismo è possibile ricordare lo storico razionalista C. Guignebert[27] che, pur considerando i vangeli come scritti propagandisti, rifiuta la tesi mitista. Non si comprende, a suo avviso, perché i primi cristiani avrebbero dovuto rivestire la divinità di una parvenza di umanità, pretendendo oltre tutto di inserirlo in un contesto storico preciso e attuale, anziché allontanarne la leggenda in un passato indeterminato. In particolare, Guignebert non ritiene possibile dubitare della storicità della crocifissione. Il lavoro di Guignebert, che sarà seguito pochi anni dopo da quello del biblista e storico H. Wood[28], è precedeuto dagli studi critici di confutazione del mitismo da parte dei teologi e biblisti M. Goguel [18], S. J. Case [29] e F. C. Conybeare[30].
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