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Some of the world’s leading robotics and artificial intelligence pioneers are calling on the United Nations to ban the development and us...

mercoledì 11 marzo 2015

ANARCO-PRIMITIVI Contro il Mito del Progresso


Abbandono della civiltà tecnologica e ritorno allo stato di natura. L'utopia anarco-primitivista. 


La guerra di tutti contro tutti inizia con la proprietà dei terreni a scopo agricolo, vale a dire con la civiltà, con la rottura neolitica dello stile di vita della caccia e della raccolta. Se la civiltà non è un passo inevitabile nella storia della specie umana, se il 99 per cento del cammino della vita umana sul pianeta è stato fuori dai sentieri della civiltà, allora non ci sono più scuse per accettare di vivere in un mondo che assomiglia ad un vascello lanciato in una corsa disperata contro le rapide. È arrivato il momento di cambiare direzione. È arrivato il momento di ammutinarsi...



Là, nell’Oregon, come sui monti Appalachi, la wilderness, la selvatichezza, resiste ancora ai colpi di martello dell’uomo civilizzato. Là, la preistoria è appena sotto i piedi: una delicata punta di selce, perfetta nel suo parallelismo, puoi incontrarla dopo un rovescio di pioggia sul greto di un torrente, a ricordare che si poteva vivere di poco, possedendo solo ciò che si poteva trasportare, muovendosi sempre, costruendo i propri semplici attrezzi con una tecnologia di legno e pietra che non necessitava di figure di specialisti.



A partire dagli anni ’80, mentre la crisi dei movimenti di protesta dei decenni precedenti porta ad un ripensamento sul ruolo dei marxismi e delle critiche politiche, si comincia a leggere meno Marx e Bakunin e si cammina di più per i boschi, portandosi dietro Walden di Thoreau, le memorie di Geronimo e una etnografia degli Inuit. Gruppi di ecologisti radicali si moltiplicano: ci si raduna per impedire il taglio dei boschi, per sabotare la costruzione di una diga, per liberare i visoni dalle gabbie degli allevamenti. Una guida forestale, Edward Abbey, scrive un romanzo che è un’apologia dell’azione diretta in difesa del pianeta: The Monkey Wrench GangIl libro è un successo. Abbey si ripete con un più tecnico manuale di sabotaggio e inizia a partecipare alle attività della rivista e del gruppo di ‘ecologia profonda’ EarthFirst! che proprio a Eugene (Oregon) più tardi sposterà la propria redazione. 



Nel 1983 viene dato alle stampe il saggio Against His-Story, Against Leviathan, del libertario americano Fredy Perlman, collaboratore della rivista anti-tecnologica Fifth Estate. L’autore vede la civiltà emergere dai sistemi di irrigazione dei sumeri, che per la gestione di questo sistema idraulico svilupparono una casta di specialisti, la cui autorità si estese sul corpo sociale. Da questo primo germe autoritario si sarebbe sviluppato il primo Leviatano, che stenderebbe la sua ombra, la storia, con un carico di guerra, schiavitù e infelicità.



John Zerzan è probabilmente il nome più noto del movimento. Il suo nome è spesso associato agli scontri di Seattle e al caso UnabomberNato nel 1943 in Oregon, Zerzan si è confrontato con una tendenza critica del pensiero antropologico e archeologico, molto forte negli USA. L’ipotesi su cui ha lavorato è quella per cui con la “rivoluzione neolitica” l’umanità ha preso una piega distruttiva. All’originaria unione e comprensione del mondo si è sostituito l’imperativo dello sfruttamento delle risorse e dell’accumulazione dei beni. Nella logica dell’addomesticamento si sono chiusi gli animali nei recinti, i vegetali nelle serre e gli umani nelle città. Questa logica sta spingendo il pianeta verso l’esaurimento delle risorse e un imminente collasso.

Lontani da un semplice profetismo catastrofista, gli scritti di John Zerzan prefigurano un futuro primitivo e antiautoritario tutto da inventare: vivere senza gerarchie e dipendenze, nel ritrovato abbraccio di umanità e natura.


Uno dei precursori di queste teorie è stato il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau, che indicò, nel Discorso sulle scienze e le arti e in altre sue opere, lo "stato di natura" come lo stato felice dell'umanità, e l'eccessiva modernizzazione della cultura e dell'uomo come l'origine delle diseguaglianze e dell'infelicità.[1]
Una delle più famose, e spesso considerata la prima delle correnti primitiviste è rappresentata da intellettuali statunitensi come Henry David Thoreau, autore tra l'altro di Walden, ovvero La vita nei boschi. Tale libro divenne in un certo senso la "bibbia" dei primitivisti, e rimane a tutt'oggi il punto di riferimento per una categoria del pensiero anarchico detta "anarchismo primitivista". Il pensiero di Thoreau era basato sul rifiuto generale della svolta mercantile dell'economia statunitense e la sua proposta consisteva in un ritorno generalizzato ad una vita semplice ed austera, che rifiutasse tutto il progresso considerato superfluo. Più tardi, Thoreau scrisse Disobbedienza civile, libro al quale lo stesso Gandhi ammetteva di essersi ispirato[2], completando il panorama ideologico del primitivismo: pacifismo, rifiuto della modernità, vita austera e vicina alla natura.
John Zerzan auspica un ritorno ad uno stato preagricolo e nomade o seminomade, individuando appunto nell'agricoltura e nell'allevamento (oltre che nel rituale e nella cultura simbolica) le cause storiche della divisione del lavoro, della gerarchia, delle guerre, della schiavitù e dell'alienazione. È del resto accettato da molti antropologi che le società dei raccoglitori-cacciatori siano state egualitarie, prive di ruoli sociali rigidi e che i loro membri godevano di molto tempo libero che usavano giocando ed oziando.[3] John Zerzan auspica che in un vicino futuro le città divengano dei musei di un'epoca passata che non deve tornare.


La Macchina converge su di noi e penetra sempre più al centro della nostra vita, senza lasciare intravedere alcuna possibilità di fuga.

Apparteniamo ora a una cultura, secondo Furedi (1997), caratterizzata «da un elevato livello di ansia, che sconfina in uno stato di vero e proprio panico»

La dialettica postmoderna omette le articolazioni della sofferenza, rivelando un aspetto del suo adattamento all’inevitabilità di un’ulteriore e sistematica desolazione.

La tecnocultura – con la sua millantata “connettività” – diventa sempre più alienante, solitaria e vuota.

In Giappone, «le persone semplicemente non fanno sesso» (Kitamura, 2006) e il tasso di suicidi è in rapida ascesa. L’hikikimori, o isolamento volontario, colpisce più di un milione di giovani, che rimangono chiusi nelle loro stanze per anni. Là dove la tecnocultura è al massimo dello sviluppo, stress, depressione e ansia raggiungono i livelli più elevati.

The Virtual Disconnection Amore Virtuale Pornodipendenza Asessualità 9 GENNAIO 2015

È giunto il momento di mettere in stato di accusa la civiltà e la società di massa in generale. Quantomeno è possibile che, in vari modi, un tale giudizio possa demolire la macchina letale prima che la distruzione e l’addomesticamento sommergano tutto.

Il tecnomondo inglobante e in rapidissima espansione mostra la tendenza a controllare in modo sempre più profondo ogni aspetto della nostra vita.

Una totalità che assorbe ogni “alternativa” e appare irreversibile.

Tutte le rivoluzioni hanno solo stretto la morsa del dominio, rimodernandolo. Nonostante l’ascesa e la caduta di varie convinzioni politiche, la produzione ha sempre vinto; i sistemi tecnologici non arretrano mai, avanzano sempre. Siamo liberi o autonomi nella misura necessaria al funzionamento della Macchina.

Colpisce il fatto che coloro che gestiscono l’organizzazione dominante della vita non tentino nemmeno più di fornire risposte o proiezioni positive. Le “questioni” più pressanti (per es. il riscaldamento globale) sono semplicemente ignorate e la propaganda sulla Comunità (il mercato più l’isolamento), sulla Libertà (società a sorveglianza totale) e sul Sogno americano (!) è talmente falsa che non ci si può aspettare che venga presa sul serio. Come osservò Sahlins (1977), quanto più le società diventano complesse, tanto meno sanno rispondere alle sfide.

Il nome della crisi è la modernità stessa, il suo peso contingente e cumulativo. Qualsiasi regime oggi si trova in una situazione in cui ogni “soluzione” non fa altro che aggravare i problemi in cui siamo sprofondati. Più tecnologia e più forza coercitiva sono le uniche risorse su cui ripiegare. Il “lato oscuro” del progresso si rivela come il volto definitivo dei tempi moderni. Teorici come Giddens e Beck riconoscono che si sono raggiunti i confini della modernità, sicché la catastrofe è ora la caratteristica latente della società. Eppure lasciano sperare, senza affermare la necessità di un cambiamento fondamentale, che tutto andrà bene. Beck, per esempio, sollecita una democratizzazione dell’industrialismo e del progresso tecnologico, evitando con cura di indagare sul perché ciò non sia mai accaduto.

La storia sembra aver liquidato la possibilità di redenzione; il suo stesso corso smonta ciò che passa per pensiero critico.

Le cose «semplicemente vanno avanti», provocando la catastrofe a tutti i livelli. Le persone se ne rendono conto: che le cose vadano semplicemente avanti è, di fatto, una catastrofe. Melissa Holbrook Pierson (The Place You Love is Gone, 2006) lo ha espresso in questi termini: «Siamo inesorabilmente proiettati verso il Grande Addio. È ufficiale! L’impensabile è pronto per essere pensato. È infine in vista, dopo tutta la storia umana alle nostre spalle. Nel profondo di quel che rimane della nostra misera anima la sentiamo arrivare, la perdita definitiva di familiarità, più grande della causa delle lacrime versate. Ai vostri e ai miei singhiozzi privati, si unirà un pianto di massa...».

Tutti gli «strumenti meravigliosi», compreso l’inflazionato e tossicissimo telefono cellulare, sono legati all’industrializzazione ecocatastrofica della Cina e dell’India, per esempio, più che alle pagine linde e patinate di Wired. Le affermazioni salvifiche di Wired sono incredibili nelle loro fantasie disconnesse e puerili. I suoi adepti possono nutrire illusioni tanto colossali soltanto chiudendo volutamente gli occhi non solo davanti alla distruzione sistematica della natura a opera della tecnologia, ma anche al costo umano globale che ciò  comporta: vite piene di tossicità, fatica e infortuni industriali.

Dipendenza da Smartphone e Social Media La nuova ondata di "tecno-zombie" 2 FEBBRAIO 2015

ADDICTED TO SELFIE Narcisismo Digitale e Auto-Oggettificazione 5 MARZO 2015


Airpocalypse: inquinamento apocalittico in Cina February 5, 2015


Airpocalypse in Europe March 3, 2015


Inquinamento record in India riduce l'aspettativa di vita March 1, 2015


lo smog uccide 3,7 mln di persone l’anno con tumori, infarti e ictus November 26, 2014


GARBAGE APOCALYPSE February 13, 2015


EXTINCTION March 10, 2015

Il sistema universale ingloba tutto, slow food, slow cities, slow roads.

Lo svilimento reale invece acquista velocità, nella sua rotta verso il non mondo, l’estraniazione. Soltanto una svolta radicale interromperà questa traiettoria. La proliferazione di missili e bombe nucleari in un maggior numero di paesi è ovviamente un altro aspetto del meccanismo generale dell’imperativo tecnologico. Lo spettro della morte di massa è il coronamento della modernità, la sua condizione stessa, mentre il postumano è la tecnocondizione imminente del soggetto.

Siamo il veicolo della Megamacchina, non i suoi beneficiari, tenuti in ostaggio da ogni suo nuovo balzo in avanti. La condizione tecnoumana è davvero incombente. Niente potrà cambiare finché non cambierà, non sarà eliminata, la base tecnologica. 

La nascita dei cyborg 19 DICEMBRE 2014

Epicenter impianta microchip ai dipendenti 1 MARZO 2015


IL NOSTRO FUTURO POSTUMANO 11 FEBBRAIO 2009


REGENESIS: THE REINVENTION OF NATURE 6 MARZO 2015


INTELLIGENZA ARTIFICIALE L'INVENZIONE FINALE 1 MARZO 2015



La nostra condizione è rafforzata da coloro che insistono – nel tipico modo postmoderno – sul fatto che il binomio natura-cultura sia falso. Il mondo naturale è svuotato e rivestito, allo stremo della logica della resa, che vuole la natura sempre e solo culturale, sempre incline a essere soggiogata. Exploring Next Nature di Koert van Mensvoort (2005) espone la logica del dominio della natura, molto popolare in certi ambienti: «La nostra prossima natura sarà costituita da ciò che un tempo era considerato culturale». Dopo tutto, proclama allegramente van Mensvoort, la natura cambia assieme a noi.


The disease of the future

The disease of the future are related to our modern lifestyle, they affect the psyche but, in the long run, can also debilitate the organism. Computers, video games, office work, virtual realities, and their lumbering presence, are just some of the elements that have changed the context in which we live and the way we spend our time. Technology has found our new weaknesses and will exploit them.

Even if it’s impossible to know which pathogens will afflict us in the future, we can explore the health issues that could emerge as a consequence of technological advancements and our inability to cope with them. Virtual Reality Addiction, Nature Deficit Disorder, Computerization of the Personality, Nanotech Poisoning, a selection of third millennium diseases.



Nature Deficit Disorder


A warning message on videogames packaging advises players to take a break for every hour of activity. Despite that, young people– and some adults – spend hours with their face glued to screen. We are consumed with screens of all types and sizes. Whether it’s high-definition TVs, laptops, or mobile devices, we interact with screens more than we do with other individuals. We are spending less time outdoors resulting in new behavioral problems.

Nature Deficit Disorder refers to a hypothesis by Richard Louv in his book Last Child in the Woods

Louv says the effects of the lack of nature in today’s wired generation lives will be an even bigger problem in the future: 

“An increasing pace in the last three decades, approximately, of a rapid disengagement between children and direct experiences in nature has profound implications, not only for the health of future generations but for the health of the Earth itself”.

Diseases Of The Future












La natura dell’esperienza è legata all’esperienza della natura. Quando quest’ultima si riduce a una presenza inconsistente, la prima è sfigurata.

L’inizio della civilizzazione fu il fallimento originale, qualitativo e totale della vita su questo pianeta. L’Illuminismo – come le religioni mondiali del “periodo assiale” (Achsenzeit) duemila anni prima – offrì trascendenza per il successivo livello di dominio, un sostegno indispensabile alla modernità industriale. 

Ma dove si potrebbe trovare oggi la fonte di un quadro trascendente e giustificativo per nuovi livelli di sviluppo inarrestabile? Quale nuovo regno di idee e di valori si può concepire per convalidare il disastro generalizzato della modernità attuale? Nessuno. Solo l’inerzia stessa del sistema; nessuna risposta, e nessun futuro.




Marx intese la società moderna come uno stato di rivoluzione permanente, in un perpetuo movimento rinnovatore. La postmodernità ci conduce oltre, nella misura in cui il cambiamento accelerato rende tutto ciò che è umano (come le nostre relazioni più vicine) fragile e disfatto. La realtà di questo movimento e fluidità è stata elevata a virtù da pensatori postmoderni, che celebrano l’indecisione come condizione universale. Tutto è un fluire, fuori dal contesto; immagini e punti di vista sono effimeri e validi come tanti altri.

Questo è il punto di vista della totalità postmoderna, la posizione dalla quale i postmoderni condannano qualsiasi altra prospettiva. Il fondamento storico della postmodernità è sconosciuto in sé, per avere una fondamentale avversione a descrizioni generali e alla totalità. Ignorando l’idea centrale di Kaczynski, l'Unabomber (Industrial Society and Its Future, 1996) che il significato e la libertà siano progressivamente proscritte dalla moderna società tecnologica, ai postmoderni non interesserà nemmeno il fatto che Max Weber scrisse la stessa cosa circa un secolo fa. O che il movimento della società, per dirla così, sia la verità storica che i postmoderni analizzano così in astratto, come fosse una novità che essi solo (parzialmente) capiscono.


La resa dei postmoderni è un chiaro riflesso dei sentimenti di abbandono che attraversano la cultura. L’indifferenza etica e l’auto-assorbimento estetico si uniscono nella paralisi morale, nell’atteggiamento postmoderno di rifiuto della resistenza. Non sorprende che un non occidentale come Ziauddin Sardan (Postmodernism and the Other, 1998) giudichi che la postmodernità preservi –anzi aumenti- tutte le strutture classiche e moderne di oppressione e di dominio.

La moda culturale predominante può darsi che non goda molto più della sua vita ritirata. Dopotutto è solo l’ultima offerta del mercato al dettaglio della rappresentazione. Per sua natura, la cultura simbolica genera distanza e mediazione, carichi evidentemente inesorabili della condizione umana. L’identità è stata solo una trappola del linguaggio, dice Althusser. Siamo condannati a non essere altro che i modi attraverso i quali il linguaggio progredisce autonomamente, ci informa Derrida.

L’esito dell’imperialismo del simbolico è il triste luogo comune per il quale l’essere umano concreto non gioca alcun ruolo essenziale nel funzionamento della ragione o della mente. Anzi, è vitale per eliminare la possibilità che le cose siano state diverse una volta. La postmodernità elimina risolutamente il soggetto all’origine, la nozione che non sempre siamo stati definiti e reificati dalla cultura simbolica. La simulazione su computer è l’ultimo avanzamento nella rappresentazione. Il suo potere di de-corporare fantasie è esattamente parallelo all’essenza centrale della modernità.

L’istanza postmoderna si rifiuta di ammettere la triste e cruda realtà. La tempesta del progresso di Benjamín spinge in avanti su tutti i fronti. Interminabili evasioni estetico-testuali si ammassano per la classificazione delle codardie. Thomas Lamarre offre una tipica apologia postmoderna sul tema. La Modernità come un processo o rottura e re-inscrizione: le modernità alternative implicano un’apertura all’alterità all’interno della modernità Occidentale, nello stesso processo di ripetizione o re-inscrizione. È come se la stessa modernità fosse la decostruzione. (Impacts of Modernities, 2004).

La decostruzione gioca il suo ruolo nel mantenimento di tutto il sistema, che è una vera e propria catastrofe, quella attuale, che sta avanzando.

L’era della comunicazione virtuale coincide con l’abdicazione postmoderna, un’era di indebolimento della cultura simbolica. La connessione debilitata e al ribasso trova il suo analogo nella feticizzazione del sempre cangiante, del significato senza significante. Inghiottito da un ambiente che è più e più un aggregato di simboli, la decostruzione abbraccia la sua prigione e dichiara di essere l’unico mondo possibile. Ma il deprezzamento del simbolico, includendo l’analfabetismo e il cinismo riguardo la narrativa in generale, possono condurre verso la direzione della messa in discussione di tutto il progetto civilizzatore. Il fallimento della civilizzazione al suo livello più fondamentale si rende così evidente come i suoi moltiplicatori effetti mortali a livello personale, sociale ed ambientale.


The Land Grabbers i Predoni della Terra MARCH 10, 2015







Così la tecnologia crea la diseguaglianza OCTOBER 25, 2014


Le preghiere devono essere confinate nei musei se persiste la vacuità della scrittura, così ha predetto Georges Bataille. Il linguaggio ed il simbolico sono le condizioni della possibilità della conoscenza, in accordo a Derrida ed altri. Tuttavia al contempo vediamo una diminuzione costante nella comprensione. L’apparente paradosso di un’assorbente dimensione di rappresentazione e una diminuzione del significato fa finalmente in modo che la prima si renda suscettibile –prima di dubbio, poi di sovversione.

Husserl ha cercato di stabilire un’approssimazione al significato basandosi sul rispetto dell’esperienza/fenomeno così come ci si presenta, prima di essere ri-presentata dalla logica del simbolismo. Non è una piccola sorpresa che questo sforzo sia stato un obiettivo centrale della postmodernità, che ha capito la necessità di estirpare questa visione.

Jean Luc Nancy succintamente esprime quest’opposizione decretando che Non abbiamo idea, né memoria, né presentimento di un mondo che sostenga (sic) l’uomo nel suo seno (The Birth to Presence, 1993). Quanto disperatamente coloro che collaborano con l’incubo dominante resistono al fatto che, durante i due milioni d’anni precedenti alla nostra civilizzazione, questa terra fosse precisamente un luogo che non ci abbandonò e che ci sostenne nel suo seno.

Minacciati dalla malattia dell’informazione e dalla febbre del tempo, la nostra sfida è quella di esplorare la continuità della storia, come si rese conto Benjamín nel suo ultimo e migliore pensiero. Il vuoto, l’omogeneità, l’uniformità devono dar luogo al presente non intercambiabile. Il progresso storico è fatto di tempo, che fermamente è divenuto una mostruosa materialità, regolando e misurando la nostra vita. Il tempo del non addomesticamento, del non tempo, permetterà in ogni momento di essere pieno di coscienza, sentimento, saggezza e ritorno all’incanto. 

Si può restaurare la vera durata delle cose quando elimineremo il tempo e le altre misurazioni del simbolico. Derrida, nemico giurato di questa possibilità, basa il suo rifiuto nella provata esistenza eterna della cultura simbolica: la storia non può terminare, perché il gioco costante del movimento simbolico non può terminare. Quest’auto da fé è un voto contro la presenza, l’autenticità e tutto ciò che è diretto, concreto, particolare, unico e libero. Stare aggrappati al simbolico è solo la nostra attuale situazione, non una sentenza eterna.

Un mondo di simulazioni

È il linguaggio quello che parla, nella frase di Heidegger. Ma è sempre stato così? Questo mondo è pieno di immagini, simulazioni –come risultato di scelte che possono apparire irreversibili. Una specie, in poche migliaia di anni, ha distrutto la comunità e creato un disastro. Un disastro chiamato cultura. I vincoli che ci legano alla terra ed agli altri –eccetto l’addomesticamento, le città, la guerra, ecc.- sono stati danneggiati, ma non possono essere curati?

Sotto il segno della civilizzazione unitaria è stato tenuto sveglio il possibile attacco fatale contro qualsiasi cosa viva e diversa, affinché tutti possiamo vederlo. La Globalizzazione, di fatto, ha solo intensificato quanto era in marcia molto prima della modernità. La colonizzazione e l’uniformità instancabilmente sistematizzata poste prima in movimento per controllare e domare, hanno adesso nemici che le vedono così come sono e ciò conduce alla fine, a meno che non sia sconfitto. La scelta all’inizio della storia è stata, come adesso, quella tra la presenza contro la rappresentazione.

Gadamer descrive la medicina, fondamentalmente, come la restaurazione di ciò che appartiene alla natura. La cura, come la rimozione di tutto ciò che lavora contro la meravigliosa capacità della vita di rinnovarsi da se stessa. Ritengo che lo spirito dell’anarchia sia simile. Togliamo ciò che ostacola il nostro cammino ed è tutto lì, sperando in noi stessi.

Il moderno antimondo 22 gennaio 2005 - John Zerzan

Articolo pubblicato sul nr. 40 (dic. ’04) del periodico anarchico venezuelano “El Libertario” www.nodo50.org/ellibertario Traduzione: lubrijant@anarcotico.net

 LA MOSTRA DELLE ATROCITA'

LA FINE DEL MONDO




Forme di vita geneticamente modificate, vegetali e animali, sono la nuova frontiera del nuovo millennio per approdare al Mondo Nuovo. Tutto nella vita non è altro che un ammasso di materia da progettare, programmare, clonare per mezzo di scienze che non sono mai state così totalmente asservite al paradigma dominante. 


Questo modello contamina la nostra stessa percezione della realtà. Una società di consulenza New Age pubblicizza la sua competenza professionale proclamando: “L’amore non è un mistero: è una tecnologia”. Tutto è acqua da tirare al mulino del pensiero strumentale, nulla è al sicuro dall’avanzata della macchina, dall’analogia con la macchina. 



La clonazione umana è ormai vicina e quali strumenti esistono per impedirla? La vita diventa sempre più sterile: riprogrammazione con antidepressivi, pianificazione del futuro attraverso l’analisi e la correzione genetica. La natura è ciò che la tecnologia e il capitale decidono che sia, ovvero la fine di qualsiasi sfera non addomesticata. Le foreste naturali diventano arboricolture; le nostre emozioni, agonizzanti sul suolo arido, hanno bisogno di una regolare manipolazione chimica. 


Il nemico non sono solo le grandi imprese multinazionali. È l’addomesticamento stesso. Il disastro chiamato agricoltura diventa sempre più visibile e comprensibile ogni giorno che passa, con ogni nuovo livello di penetrazione e controllo. La salute e la libertà ne esigono la fine. 


"Acthung Banditen! L'ecologismo radicale di Marco Camenisch" A cura di Piero Tognoli Ed. Nautilus 

Gli anarco-primitivisti o neo-primitivisti invitano ad un ripensamento complessivo del modello di sviluppo tecno-scientifico, che dietro le maschere dello spettacolo e del benessere, si rivela per quello che è: una "mega-macchina", alienante, distruttiva e totalitaria.

Nel tentativo di ricomporre la frattura fra natura e cultura, esortano a riscoprire il lato ecologico e naturale dell’umanità, andato perduto a causa della brutale sottomissione operata dalla cultura razionalista, prettamente umana.

All’interno di questa corrente di pensiero troviamo così posizioni radicali come il movimento “primitivista” di John Zerzan, teorico di una totale demolizione della civiltà attuale a favore di un sistema di vita simile a quello paleolitico, oppure posizioni meno oltranziste e più realistiche, come quelle portate avanti da antropologi del calibro di Serge Latouche, dai comunitaristi francesi del “Mauss” (movimento anti-utilitario) di Alain Caillè o dai bioregionalisti di Kirkpatrick Sale, oppure ancora posizioni che procedono ad una opportuna demistificazione del carattere religioso (una religione secolarizzata) del progresso, negandone il carattere e la pretesa universale per circoscriverlo a fenomeno tipicamente occidentale, come è nel caso per esempio di Pierre Andre Taguieff.

La crisi della civiltà occidentale è dunque crisi di identità, laddove il modello vincente scaturito dalla razionalità cartesiana prima, da quella illuministica poi e da quella tecnoscientifica oggi, si appresta a gettare le basi per il crollo della stessa civiltà occidentale e forse dell’intero pianeta. In questo senso l’emergenza ambientale è direttamente collegata alla convinzione che il progresso sia virtualmente infinito, senza limiti di tempo e spazio, universale - quindi esportabile ad altre culture, anche con la forza - e portatore di civilizzazione e acculturazione.

Quest’ultimo punto è stato smentito proprio dal filosofo francese Taguieff, il quale ha dimostrato come una determinata concezione del progresso, utopica e illuministica, abbia gettato il seme per gli orrori del ‘900 con il nazismo, il comunismo, il darwinismo sociale e l’eugenetica

L’intrinseca e connaturata tendenza prometeica attraverso la trasfigurazione e il superamento della natura è una caratteristica ineliminabile del carattere occidentale. Come conciliare dunque questa tendenza con un futuro modello di sviluppo basato non più sull’addomesticamento brutale e strumentale del mondo ecologico ma sulla sua valorizzazione in quanto compartecipe basilare del benessere e dell’equilibrio umano? 

Siamo ancora in grado di rimettere il genio nella lampada o, se non altro, di comandarlo anziché ubbidirgli passivamente come è accaduto da quattro secoli a questa parte?

L'Occidente tra l'utopia del progresso e quella dell'ecologismo 1 dicembre 2004 - Davide Gianetti Fonte: www.opinione.it 

Brave New World: Britain approved the creation of genetically-modified children 4 FEBBRAIO 2015


IL PROMETEO POSTMODERNO
(L’angelo di Paul Klee) ha il viso rivolto al passato. Dove  ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che accumula rovine su rovine. Una tempesta spira dal Paradiso che si impiglia nelle sue ali, così forte che non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge nel futuro a cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo  Il progresso è questa tempesta…(Walter Benjamin, Tesi di Filosofia della Storia, 1940).

Le macerie della storia restano mute dinanzi alla nostra interrogazione, non trovano giustificazione, non acquisiscono dignità per ciò che hanno prodotto o per quello che hanno rappresentato, visto che la storia dell’uomo è rimasta la storia di sangue e morte che è sempre stata, da quando c'è la civiltà. 
Per la verità, anche nel XIX secolo non mancarono le voci duramente critiche, che non esitarono a mettere radicalmente in discussione il dogma progressista: per quanto riguarda l’ambito della filosofia, basta ricordare Schopenhauer e Nietzsche, il primo sostenitore di un pessimismo cosmico che non lascia spazio alla glorificazione del progresso, il secondo assertore di una complessa teoria del tempo come eterno ritorno che esclude la dimensione di uno sviluppo lineare degli eventi, tanto cara alle vestali e ai custodi del progressismo. 
Ma, preso nel suo complesso, il XIX secolo appare davvero completamente imbevuto e quasi ubriacato dell’ideologia del progresso: lo storicismo hegeliano, il positivismo comtiano, il marxismo, ciascuno nel proprio ambito e secondo una diversa prospettiva, avevano rassicurato l’umanità circa la positività del futuro e circa il fatto che il felice matrimonio tra scienza e politica avrebbe garantito al mondo un domani radioso. 
Quanto era stato affascinante il sogno, tanto si è rivelato amaro il risveglio e faticoso il ritorno con i piedi per terra, come ben documenta Pierre-André Taguieff nel suo saggio "Il progresso. Biografia di una utopia moderna" (Città Aperta Edizioni, pagg. 234, euro 15,00). 
Scrive Taguieff: «Il breve e tremendo XX secolo... sembra costituire una lunga e sistematica confutazione empirica di tutte le certezze e le predizioni ottimiste propagate dalla religione del Progresso... Dagli stermini di massa alle catastrofi ecologiche, dalle dittature sanguinarie alla robotizzazione dell’esistenza umana... non mancano gli indizi che permettono, non solo di dubitare del Progresso, ma anche e in modo più significativo di diagnosticare la sua morte o la sua inversione diabolica». 
Che la fede nel progresso, il "culto dell'avvenire", fosse un surrogato della fede religiosa se ne erano accorti in molti: «La visione futurocentrica e mistica della storia - si legge  - trasmette un messaggio di riconciliazione finale, l’annuncio che tutte le contraddizioni saranno abolite in avvenire... riformula la speranza, di origine messianica, nell’avvento del regno di Dio, come regno della verità, della libertà e della giustizia: è la sua dimensione religiosa, o più esattamente pseudoreligiosa». 
Certamente pseudoreligiosa, perché il dogma laico del progresso attribuisce alle capacità umane ciò che, in realtà, è soltanto nelle possibilità di Dio: e la storia ci ha dolorosamente insegnato che alla promessa di realizzare il paradiso in terra corrisponde nei fatti la costruzione di sistemi infernali che annientano l’uomo, privandolo proprio di qualsiasi speranza di miglioramento. 
Una possibile via d’uscita potrebbe consistere in una sorta di realismo responsabile, nella consapevolezza che, come annota Taguieff, «l’età dell’oro non è più davanti a noi. Ma non è neppure dietro di noi. Il ritorno globale all’indietro ci è vietato, mentre la fuga in avanti ci appare suicida. Bisogna imparare di nuovo a vivere nel tempo. Senza spirito di vendetta verso il passato, senza fuga cieca verso un avvenire radioso».
La tecno-cultura, nozione non lontana da quella di tecno-scienza, è la cultura materiale della civilizzazione, è la pianificazione operata dalla ratio calcolante (Heidegger), dalla ragione strumentale (Horkheimer, Adorno), forme ‘militari’ del dominio della civilizzazione, che corrisponde, per certi versi, all’apparato tecnico-scientifico (E. Severino). Si tratta del paradigma del dominio della civiltà e della cultura sulla natura, che Hobbes e altri filosofi moderni vedono come un’eterna fonte di pericoli terrificanti da sottomettere, vincere e controllare, per cui si giustifica la gerarchia fra umani e non, la creazione non di rapporti di reciprocità, ma di pratiche di sottomissione e di assoggettamento. Così il vivente viene ridotto a fattore produttivo. Come osserva Walter Benjamin, bisogna scardinare il continuum della storia, del tempo visto come omogeneo, uniforme, oggettivo, vuoto, bisogna opporsi al progresso storico fatto di tempo divenuto una lovecraftiana  materialità  che regola, misura, imprigiona, uccide la vita. 

CRITICA DELLA TECNO-CULTURA E DELLA CIVILIZZAZIONE :  PROSPETTIVE  PER UN PARADIGMA  ANTISVILUPPISTA L’articolo compare nel numero 23, gennaio-febbraio 2014, del Quaderno dell’Associazione Eco-Filosofica




È almeno dalla metà degli anni Ottanta del Novecento che l’indagine sullo stato di progressivo immiserimento del mondo ha preso la strada, radicale, della messa in discussione delle cause di questo eco-socio-disastro. Fino ad allora si era sempre e soltanto limitata a nasconderne i sintomi più vistosi con qualche palliativo: una legge che fissasse i limiti della crescente contaminazione ecologica, uno statuto che regolasse i termini della competizione commerciale, nuove tecnologie per riparare i riflessi rovinosi di quelle precedenti, nuovi farmaci per sopprimere i danni provocati da quelli di vecchia generazione, vincoli allo sfruttamento naturale, animale, umano. La logica di considerare inevitabile lo sfruttamento, l’inquinamento, la concorrenza, la malattia, la guerra, così da occuparsi soltanto di regolare, circoscrivere o reprimere gli effetti dei relativi disastri, non ha ovviamente mai liberato nessuno dall’incombere di quei disastri. Non lo farà nemmeno oggi. Quell’universo civile che ha trasformato la gratuità in credito, il gioco in lavoro, l’armonia in ordine, spezzando ogni possibile complicità e ponendoci gli uni contro gli altri (e tutti contro tutti), deve essere fermato. Da dove cominciare?

Oggi sappiamo che gli uomini e le donne non hanno sempre vissuto nelle condizioni degradate del mondo attuale. Per milioni di anni l’umanità ha sperimentato un’armonica comunione con l’universo intero, godendo di un’esistenza soddisfacente intrisa di condivisione, mutuo appoggio. Sono solo poche migliaia di anni che ci siamo rinchiusi in gabbia, che ci siamo fatti addomesticare dalla civiltà e ci siamo ritrovati costretti a dipendere dall’autorità di un governo, dalle decisioni economiche dei potenti che muovono i governi e dal potere delle macchine. Fino a diecimila anni fa, tutte le persone che hanno abitato il pianeta Terra hanno condotto vite senza autorità, senza gerarchia, senza Stato, senza economia, senza tecnologia, senza sfruttamento ambientale. E questo modo di vivere non è stato soltanto possibile, ma è stato di gran lunga migliore di quello odierno, il più adatto alla vita sulla Terra o, se si preferisce, quello che ci ha garantito la più lunga forma di coesistenza armoniosa con la Natura.

ENRICO MANICARDI L’ULTIMA ERA Comparsa, decorso, effetti di quella patologia sociale ed ecologica chiamata civiltà

Con l’avvento dell’agricoltura venne materialmente infranto questo sentimento di unione. Perduta quella sensibilità abbiamo assistito ad un’accelerazione progressiva di ogni distruttività ecologica e sociale. Dominata la terra (agricoltura) tutto è diventato dominabile: gli animali (allevamento), le donne (società patriarcale), tutti gli altri (schiavitù, lavoro salariato, massificazione, burocratizzazione della vita). È così che siamo diventati gli anonimi ingranaggi della Megamacchina.


Da diecimila anni viviamo condizionati dai modelli, dai valori, dai corsi obbligatori di un Sistema che ci ha via via trasformati in suoi accessori intercambiabili. Più veniamo ridotti ad accessori, più smettiamo di porci domande sul perché siamo stati ridotti così. Oggi, lo abbiamo detto, non contano più le Persone, non conta più la Natura o i processi della natura: contano le macchine, la produttività, la concorrenza economica, lo sviluppo… Noi siamo solo rotelle funzionali all’espansione della Grande Macchina: rotelle che quando smettono di funzionare debbono essere gettate tra i rottami.


Conformismo, massificazione, omologazione sono il pane quotidiano di un Mondo-Macchina che ci sta trasformando in macchine: freddi come le macchine, insensibili come le macchine, produttivi ed efficienti come le macchine. In questo universo civile, sempre più disumano, la regola è fin troppo chiara: si consuma e ci si consuma, si vende e ci si vende, si uccide e ci si fa ammazzare.



La vita quotidiana è fatta sempre più di disperazione, depressione e alienazione, intervallate da notizie sull’ultima ondata di omicidi seriali o la più recente catastrofe ecologica globale, consumate come orribili forme di distrazione dal vuoto. 
John ZERZAN

Zerzan colloca nel Neolitico, l’epicentro della «società classista (che) inizia con la divisione del lavoro». Il «periodo assiale», individuato da Karl Jaspers, afferma l’autore, segnò «il capovolgimento completo dell’equilibrio natura-cultura». 

L’addomesticamento, l’allevamento e l’agricoltura, insieme alla guerra e alla nascita di nuove religioni e linguaggi simbolici, divennero le direttrici estensive del nuovo antropocentrismo distruttivo, che perdura. 

Questa visione antievolutiva, libertaria, vede nella tecnologia dispotica, principiata dall’età del ferro, l’antitesi della natura comunitaria dei primitivi, «cacciatori e raccoglitori» del Paleolitico. Si consumò quindi la fine della «spiritualità autentica (che) è una funzione importantissima del nostro legame con la terra», scrive Zerzan. 

Che, rivolto al presente della globalizzazione, porta al calor bianco la fusione negativa, fra tecnologia, modernità, macchine, intese come «ingiunzione a dimenticare, solvente di significato», e postmodernismo, «suo portavoce culturale». 

La visione del nuovo soggetto sociale, accoglie molte delle riflessioni di Unabomber, alias Kaczinski, ìl quale – scrive l’autore – ha permesso, contro il nichilismo postmoderno, di «diagnosticare la condizione dell’individuo nella società, e di sfidarla». 

Difficile immaginare come i teorici contemporanei post-gauchisti (della de-crescita – Latouche, della de-celerazione – Rosa, o del de-consumismo – Ariès, ecc.) potrebbero rapportarsi a varie affermazioni dell’autore: dalla critica del linguaggio e delle religioni, fino al «luddismo» disseminato nel testo. 

Incontestabile, non solo a livello libertario, è il fatto che: «la rivoluzione può essere ridefinita solo in contrasto col (sedicente) progresso».




Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che quasi tutti i prodotti dell'avanzamento tecnologico degli ultimi due millenni sono scomparsi dalla faccia della Terra. Il letto su cui siete distesi sarebbe probabilmente una scomodissima pila di fieno e pelli di animali; emanereste un odore non piacevole, dal momento che non avreste a disposizione né acqua corrente, né shampoo né tantomeno asciugamani puliti. E se siete avanti con gli anni è molto probabile che vi faccia male una o più parti del corpo, un dente cariato ad esempio—e dal momento che non esisterebbero né aspirina né antibiotici per affrontare l'infezione potreste anche lasciarci le penne.
Vi sembra una follia? I seguaci dell'anarco-primitivismo—“persone che sostengono il ritorno a una vita pre-moderna attraverso la deindustrializzazione,”—vorrebbero che aderiste a questa visione. Affermano che la tecnologia e il progresso sono negativi e che non fanno altro che alienarci dalla nostra vera essenza..beh...dall'Età della Pietra in poi.
Tuttavia per gli esseri transumani a cui piace guidare automobili, volare su jet, navigare in Internet, fare immersioni subacquee, scalare l'Everest con bombole d'ossigeno e usare i wc con lo sciacquone, il mondo è in costante miglioramento.
Transumano significa oltre l'umano. E detto francamente, i transumanisti sono persone che non hanno più interesse nell'essere umano. Non siamo amanti delle nostre deboli membra, dei nostri corpi mortali o dei nostri organi imperfetti, come i nostri occhi che possono vedere solo un mero 1 percento dello spettro luminoso dell'universo. Non ci interessa la morte causata da un'infezione, dormire in una grotta o cacciare gli animali con archi e frecce, o quelle scocciature sulla sopravvivenza che ci affliggono da migliaia di anni. Vogliamo lasciarci indietro la razza umana e accogliere un futuro tecnologico e dominato dalla scienza, fatto di protesi robotiche, ecosistemi digitali, un ampliamento indefinito della vita e nuove filosofie sociali.
Il punto di scontro fondamentale di anarco-primitivo versus transumanesimo è che le persone tendono a pensare che siamo ancora umani—che siamo ancora mammiferi e primati. Una descrizione così semplicistica di noi potrebbe essere utile da insegnare alle elementari, ma perde rapidamente la sua rilevanza quando si discute con una persona che indossa un esoscheletro, possiede un microchip RFID, assume occasionalmente del Viagra e indossa dei Google Glass. Siamo esseri umani? Non più, e abbiamo iniziato a dirigerci verso il transumano molto tempo fa, quando abbiamo ricevuto il nostro primo vaccino, abbiamo fatto la prima telefonata e abbiamo guardato un astronauta camminare sulla superficie della Luna.
Naturalmente, più la civiltà sviluppa sistemi tecnologici esponenzialmente complessi, più il conflitto tra l'anarco-primitivismo e il transumanesimo si inasprisce.
Recentemente è uscito Trascendence, un blockbuster hollywoodiano con Johnny Depp. Parte del film è dedicata alla azioni di un'organizzazione anti-tecnologica contro scienziati transumanisti. Ai transumanisti piacerebbe che fosse soltanto finzione, ma questo è un fenomeno che affligge anche il mondo reale. Recentemente gruppi anti-tecnologici italiani e messicani hanno attaccato scienziati e tecnici in Svizzera e in Messico. Fortunatamente John Zerzan pare non avere alcun coinvolgimento con questi gruppi, ma il suo passato come confidente pubblico di Unabomber e di qualcuno che potrebbe aver aiutato a organizzare gli scontri di Seattle mi ha reso circospetto. 
Fino a poco tempo fa credevo che fossero i fondamentalisti religiosi il principale ostacolo al diffondersi del transumanesimo nella società e alle radicali trasformazioni tecnologiche che stanno cambiando la nostra specie. Tuttavia, negli ultimi due anni ho iniziato a realizzare che l'anarco-primitivismo è un altrettanto grande antagonista per il futuro transumanista. Sono ancora preoccupato della presenza dei conservatori religiosi che vogliono fermare il progresso (come George W. Bush ad esempio, che durante il suo mandato ha posto il veto contro la ricerca sulle staminali embrionali), ma ho capito che gli attivisti per l'ambiente o i supporter dei movimenti Occupy hanno un grande potere e molti seguaci nel mondo. E devono essere considerati come potenziali ostacoli al transumanesimo e alla sua crescita.
Il problema fondamentale degli anarco-primitivisti è che hanno legato con altri gruppi, e assieme ad essi possono portare il numero dei propri supporter a milioni di individui. Gruppi come l'Earth Liberation Front (ELF), varie organizzazioni anarchiche e i movimenti di Occupy hanno una filosofia dietro che in qualche modo può essere connessa all'anarco-primitivismo. Il pericolo qui è che una grande coalizione di anarco-primitivisti può finire per convincere l'opinione pubblica che per salvare la Terra, contrastare il sovrappopolamento e affrontare certe questioni legate all'ambiente—argomenti ampiamente dibattuti in questo periodo—dobbiamo fare dei passi indietro rispetto al progresso e alla civilizzazione.
Nel 1995 mi sono addentrato tra le montagne di Espiritu Santo a Vanuatu e sono stato il primo straniero a visitare la tribù dei Mareki. Era un villaggio tradizionale di persone che vivevano come alcune tribù hanno fatto per secoli. Nel 2002 sono tornato a Vanuatu per fare delle riprese della stessa tribù per il National Geographic Channel. Entrambe le mie visite al villaggio sono state incredibili e magiche, ma la gran parte della mia esperienza con questa tribù è stata caratterizzata da una grande tristezza. Senza medicine e privi di tecnologia gli abitanti del villaggio spesso morivano molto giovani di malattie, malnutrizione e infezioni. Mi è stato detto che poco più della metà dei bambini sopravvivono fino all'età adulta. Le comunità come questa sono in costante lutto per la perdita dei propri cari, e preoccupate della propria sopravvivenza.
Temo che gli anarco-primitivisti propongano una versione romanzata della vita di persone come i componenti della tribù dei Mareki. In ogni stile di vita ci sono aspetti meravigliosi, ma quello dell'anti-civilizzazione si trasformerebbe presto in una disperata ed estenuante lotta per la sopravvivenza. La nostra specie è andata troppo avanti per abbandonare il progresso e tornare indietro nel tempo. Il futuro è davanti a noi, e sarà un futuro transumanista, di salute, benessere e ottimismo tecnologico.
Zoltan  Istvan  è un filosofo, futurologo, giornalista e autore del best-seller The Transhumanist Wager

Perché non possiamo tornare al primitivismo ZOLTAN ISTVAN November 20, 2014


Una casalinga inglese, Marina Chapman, ha raccontato in un libro la straordinaria storia della sua infanzia: da bambina, per cinque anni è cresciuta in una foresta colombiana allevata da un branco di scimmie.

Subito vengono in mente le celebri storie di Tarzan e del Libro della Giungla di Rudyard Kipling. 

Secondo il resoconto che ha fatto della sua esperienza, Marina Chapman è stata rapita all’età di cinque anni mentre si trovava in Colombia con i genitori. I malfattori avevano pianificato di chiedere un riscatto alla famiglia ma, per qualche poco chiara ragione, poco dopo il rapimento, hanno abbandonato la bambina nella profondità della giungla.

Dopo una giornata intera passata a piangere nella solitaria foresta, svegliandosi da un sogno angosciato, la bambina vede intorno a sé una trentina di scimmie Cebus, dette anche «scimmie cappuccine», che la guardano incuriosite. Dopo una lunga e manesca ispezione, i primati decidono di lasciare in pace la bambina impaurita e le permettono perfino di stare insieme a loro. Lontana anni luce dai genitori, la piccola Marina, dopo l’iniziale paura, trova un sollievo in quel gruppo di animali che si mostrano particolarmente socievoli l’uno con l’altro e che le sembrano, in fondo, una strana famiglia.

Comincia così la vita di Marina insieme alle scimmie cappuccine, un’esistenza ferina continuata per cinque anni. Durante questo lungo periodo, la bambina impara a vivere nella foresta imitando i suoi compagni, dalla ricerca del cibo fino alle arrampicate sugli alberi e agli urli scimmieschi. 

Marina Chapman racconta che, le prime volte, imitava i versi delle scimmie sue compagne solo per divertirsi o per ascoltare il suono della propria voce. Ma, dopo poco, si è accorta che le altre scimmie rispondevano ed ha allora cominciato con loro una strana comunicazione.

Quando guarda indietro alla vita passata col branco, Marina, che ha ancora oggi un talento per arrampicarsi sugli alberi, sente una nostalgia per i suoi compagni di una volta. Sebbene allora le scimmie non avessero nomi, oggi molte di queste vengono alla sua memoria con un nomignolo affettuoso: Nonno, Marroncino, Punta Bianca.

L’incredibile storia di Marina Chapman è l’oggetto di un libro in inglese pubblicato da poco, dal titolo «La ragazza senza nome. L’incredibile storia vera di una ragazza allevata dalle scimmie». Nonostante la loro estrema rarità, altri casi di bambini allevati da branchi di animali, i cosiddetti «bambini selvaggi», sono conosciuti nella storia passata e recente, senza considerare quelli scaturiti dall’immaginazione di grandi scrittori come Kipling.

Marina Chapman, la bambina allevata dalle scimmie Pubblicato il 11 aprile 2013


Tippi, la piccola Mowgli:  francese, oggi diciottenne, ha vissuto nella giungla insieme ai genitori. Ed è cresciuta tra scimmie, tigri e altri animali feroci.


Tippi ha voluto raccontare la sua infanzia nel libro Tippi: My Book of Africa“, dove attraverso fotografie eccezionali la ragazza racconta di come sia cresciuta in mezzo alla natura incontaminata. Tippi nasce nel 1990 in Namibia: i genitori sono due fotoreporter francesi che amano l’Africa. Fino all’età di 10 anni, la bambina viaggia con i genitori per tutto il continente africano. E cresce senza aver paura di nulla: ci sono foto dove gioca con un leopardo e altre dove si diverte con uno struzzo.

È stato davvero magico poter vivere liberi nella natura con questa bambina. È stata una bambina molto fortunata. Vivevamo solo noi tre assieme a tanti animali e a così pochi esseri umani“. Queste le parole della madre. 


Da otto anni Tippi non vive più in Africa: è tornata a Parigi dove studia alla Sorbonne Nouvelle. Studia cinema. Ma con l’Africa ancora nel cuore: “Tippi crede di essere africana e vuole ottenere il passaporto della Namibia. Vorrebbe divenire un ambasciatrice per la Namibia. È proprio come la storia di Mowgli, solo che Tippi esiste davvero“.

Tippi, la bambina francese della giungla






Nel 1800 la stampa francese diffuse la notizia clamorosa del ritrovamento di un adolescente che sembrava essere cresciuto come una bestia selvatica nella solitudine dei boschi. L’8 Gennaio del 1800 il ragazzo viene catturato e detenuto nel villaggio, e in tutta la Francia la notizia del ragazzo selvaggio dell’Aveyron si diffonde all’impazzata, e le alte sfere della comunità scientifica si interessano al caso.


Il ragazzo viene condotto a Rodez, e vengono condotte le prime osservazioni sul soggetto dal naturalista Bonnaterre: il soggetto non parla, al massimo mugola mentre mangia, non riconosce la propria immagine nello specchio, appare sordo e si lascia andare a terribili attacchi collerici. La curiosità Parigina lo preleva e lo conduce alla capitale, presso il prestigioso ospedale per sordomuti. 

Il ragazzo verrà esaminato dal più noto psichiatra dell’epoca, Philippe Pinel, assistito da un dottore dell’ospedale, Jean Itard. Oltre ai dati già raccolti in precedenza, sembra che il corpo del ragazzo sia pieno di cicatrici, e una in particolare sulla gola colpisce Pinel e Itard: potrebbe proprio essere quel taglio l’elemento capace di raccontare le origini del ragazzo e tutta la sua storia.

L’ipotesi è la seguente: all’età di quattro o cinque anni il ragazzo viene abbandonato nella foresta, dove un maldestro tentativo di tagliargli la gola fallisce lasciandolo in vita, e fino all’età apparente di 12 o 13 anni vive indisturbato senza nessun contatto con la civiltà salvo qualche avvistamento.

La diagnosi di Pinel indica che il ragazzo soffre di demenza, e che potrebbe addirittura essere il motivo che ha spinto i genitori a liberarsi di lui. Itard invece non è affatto d’accordo, e sostiene che l’apparente stato di demenza del ragazzo potrebbe derivare dal fatto di non aver mai avuto nessun contatto con la civiltà prima d’ora.

Itard si assume la responsabilità e l’obbiettivo di integrare ed istruire il ragazzo dimostrando che non vi era nessuna malattia mentale a determinare quel suo comportamento primitivo, ma solo l’assenza di contatti con il mondo civile.

Itard inizia subito il suo lavoro stilando un elenco di obbiettivi da raggiungere attraverso sperimentazioni e approcci vari. Itard è senz’altro un pioniere della pedagogia, e lo dimostra nel suo atteggiamento con il proprio paziente. Dobbiamo tenere conto infatti che all’epoca dei lumi le personalità più influenti erano tenute in grande considerazione e la loro parola era legge; lo sconosciuto Itard aveva contraddetto il famosissimo Pinel, scostandosi dai dogmi della comunità e avvicinandosi in maniera umana a quella povera anima, cosa non comune all’epoca. 

Lo studio inizia, ogni giorno Itard prenderà appunti sulle reazioni del ragazzo ai vari esercizi a cui viene sottoposto od alle “normalissime” scene di vita quotidiana domestica. Moltissimi sono gli esempi di questi esercizi; considerando che i tempi di educazione di questo ragazzo corrispondono a quelli di un infante, Itard sa che ci vorrà veramente molto tempo, e partirà dalle cose più banali, come apprezzare l’utilità di un vestito: vivendo per anni completamente nudo, il ragazzo non ha mai avuto nessun esigenza particolare per contrastare il freddo, in quanto i propri sensi sono rimasti inerti per favorire la vita nei boschi, soprattuto tra il gelo e la neve. Dopo una serie di bagni bollenti e freddi senza nessun risultato, Itard non sa veramente che pesci pigliare, ma in qualche modo i sensi si risvegliano e fanno provare freddo al ragazzo, cosa di cui si dimostrerà turbato. Lasciato solo in una stanza con dei vestiti, imparerà poi a vestirsi, ed a capire l’utilità del vestito.

Un altro episodio curioso riguarda l’udito: dato per sordo, in realtà si scopre che ogni tanto reagisce voltandosi quando sente parlare qualcuno, o quando sente un suono particolare utile (come la rottura di una noce). Oltre ad un aneddoto che donerà un nome al ragazzo (la governante di Itard, Madame Guerin, solita esclamare “Oh, Mon Dieu!” desterà l’attenzione del ragazzo, come succederà con frasi come “Oh! C’est different!” o simili, tutte accomunate dal forte suono della vocale O, a cui sembrava più sensibile, e da qui l’idea di dargli un nome che avesse il suono “Oh” nel nome, come Victor) un altro particolare è quello dell’uso di un’arma da fuoco alle sue spalle, per verificare una volta per tutte se fosse in grado di sentire o meno.

Il colpo di pistola esplode con un grosso frastuono, ma Victor sembra non accorgersi di nulla. Le conclusioni di Itard sono semplicemente che Victor è abituato a sentire ma non ad ascoltare: sente perfettamente quello che succede attorno a lui, ma non da nessun valore alle informazioni utili che potrebbe ottenere dal suono, salvo particolari casi, come la rottura di una piccola noce.

Victor imparerà ad apparecchiare la tavola, ad associare in alcuni casi il valore di un oggetto con forti limitazioni, come ad esempio una ciotola in cui riceve il latte di cui è molto goloso. Un aneddoto riportato dimostra come Victor mostrando la ciotola che gli viene sempre riempita pretenda di ricevere la propria merenda, sia in casa del dottor Itard sia in situazioni fuori dal contesto quotidiano, come in casa di amici del dottore. Anche qui mostrerà una ciotola qualsiasi, pretendendo del latte dalla donna addetta agli onori di casa. Quando un giorno romperà la ciotola presso gli amici, Victor alla visita seguente si porterà da casa una ciotola nascondendola sotto il cappotto, mostrandola poi per ricevere la quotidiana merenda.

In tutto il suo lavoro, l’ostacolo più grande riscontrato nel caso è stato quello di insegnare a parlare a Victor. Nonostante gli incredibili risultati raggiunti, Victor ancora non parla. L’approccio alla questione vuole essere semplicissimo, e un giorno Itard presentandosi davanti a lui con una brocca piena d’acqua, al posto di versargliela in un bicchiere incomincia a ripetere più volte “eau, eau”, speranzoso che Victor per imitazione arrivi a parlare in vista del forte desiderio di bere, ma non sarà così. Dopo svariati tentativi non si arriverà a nessun risultato, ma un giorno dopo l’ennesimo tentativo con un’altra passione del ragazzo, il latte, Victor per la prima volta emetterà un suono, “lè” (da Lait, ovviamente), con una smorfia dolorosa ma felice. La felicità di Itard per il risultato viene subito smorzata dal fatto che Victor abbia in realtà emesso un suono senza attribuirgli un valore specifico. Gliene darà uno generale: per ogni capriccio, farfuglierà Lè.

Ogni tentativo in seguito sarà fallimentare, ma sempre iniziato e perseguito con piccole speranze quotidiane. Itard su una lavagna stilizzerà degli oggetti, e su un tavolo vicino disporrà i medesimi. Alla domanda “Victor, portami le forbici” Victor avrebbe dovuto eseguire, appendendo i vari oggetti al gancio apposito, e se non lo avesse fatto sarebbe stato punito. Imparati in fretta i “suoni degli oggetti” Victor inizia ad imparare e nel tempo non commette più alcun errore, portando Itard a passare ad una fase successiva, ovvero abbinando ad ogni simbolo stilizzato la parola scritta corrispondente, ma qui Victor troverà un ostacolo ancora più grande.

Semplificando ancora l’esercizio, Itard vuole fare riconoscere una per una le lettere dell’alfabeto a Victor, creandone delle riproduzioni in legno da applicare ad una griglia dove sono disegnati i caratteri delle lettere. Sarà un esercizio molto lungo, ma che permetterà poi al ragazzo di abbinare delle combinazioni di lettere a determinati oggetti; anche questo che a prima vista potrebbe sembrare un episodio molto rassicurante, in realtà è l’ennesimo fallimento: Victor abbina in maniera meccanica delle lettere solo per imitazione, senza arrivare mai ad inventare delle nuove combinazioni che possano corrispondere a qualcosa, senza intuire il vero ruolo della parola riprodotta.

Un caso curioso è legato alle lettere L A I T : Con il suo solito metodo, Itard prima di dare il premio a Victor (una ciotola di latte) vuole che il ragazzo componga la giusta sequenza di lettere corrispondente all’oggetto del suo desiderio, prendendole dal mucchio che gli viene mostrato. Sono molti i fallimenti, ma quando finalmente ci riesce, qualcosa deve essere rimasto impresso in Victor perchè alla successiva visita presso gli amici si porterà dietrò ancora una volta nascosti sotto al cappoto le lettere di legno, per simboleggiare il suo bisogno alla donna in cucina.

Ne "Il ragazzo Selvaggio" di Truffaut viene raccontata questa storia, ma vengono omessi molti particolari ed ammorbiditi altri: Il rapporto tra Maestro e allievo sembra quello di un padre con il figlio, ma è rappresentato morbido e apprensivo in una maniera un po’ troppo forzata. Un maestro dell’epoca era una personalità autorevole e forzatamente severa con l’alunno poco diligente, e non si sarebbe posto molti problemi nell’accusare ingiustamente un allievo: per cercare di trovare una qualche traccia di ordine morale in Victor infatti Itard un giorno gli imporrà un esercizio molto facile che Victor eseguirà correttamente. Itard reagirà quindi punendolo e sgridandolo, tentando di verificare una reazione di origine morale in Victor, per vedere se il senso del giusto e del sbagliato fossero presenti in lui. Itard verrà consolato dalle lacrime di Victor, reazione prova delle sue supposizioni e si scusa continuamente come se avesse fatto un crimine incredibile.

Nel film non è riportato un episodio in cui Itard appende fuori dalla finestra Victor tentando di farlo gridare dalla paura per vedere se urlasse o meno. In più, nel film non è riportato un altro episodio importante: il finale di questa vicenda. Itard tenterà di educare Victor per sei anni interi, con perseveranza e costanza, ma infine getterà la spugna.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il sopraggiungere della pubertà. Qui Victor è stato ritenuto irrecuperabile da Itard, che ha rinunciato a dargli una educazione, distruggendo i sogni stilizzati di tanti parigini. Victor vivrà fino alla morte con Madame Guerin, senza ricevere più nessun tentativo di educazione.

La conclusione più significativa è quella meravigliosamente umana: il dottore mette da parte il camice e la ragione, arriva per un momento a pensare con il cuore, pensando a quanto sia stato ingiusto tutto questo per il povero Victor, privato della natura selvaggia, dei prati e della semplicità del rapporto con la vita, ed improvvisamente retrocesso ad idiota demente.


Natura e Cultura possono e devono camminare insieme, abbracciati come un unico Essere. La piccola selvaggia Tippi, cresciuta con i propri genitori a contatto diretto con la Natura, è completamente a suo agio con i suoi "fratelli" animali che la riconoscono, la rispettano, la amano, non certo come loro dominatrice, ma come amica, compagna di giochi, compagna di vita.

 Il povero Victor, invece, abbandonato a sé stesso nella giungla, senza alcun supporto della Cultura, è un individuo isolato, atomizzato, alienato, incapace di prendere coscienza, è un "prodotto" della Natura ma incapace di diventare un essere veramente naturale, perché la sua natura umana, tutto ciò che è innato, privata della "Nurtura", del rapporto, interazione, con l'ambiente culturale, con l'educazione, non può svilupparsi. Così come non riesce ad adattarsi alla civiltà. 

Il mito del Buon Selvaggio davanti a Victor si incrina: Natura e Cultura sono ancora alla ricerca dell'unità perduta.

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