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sabato 14 marzo 2015

LA GUERRA DEL GENERE


È in corso un combattimento “tra chi afferma che il corpo e la carne non esistono, che gli esseri umani sono solo archivi culturali, che il modello originale dell’essere è l’angelo, il neutro, l’asessuato, la cera malleabile, l’argilla priva di sesso da plasmare sessualmente, e chi sa che l’incarnazione concreta è la verità dell’essere che viene al mondo....".

Cambiare sesso nel registro dell'anagrafe senza sottoporsi all'intervento chirurgico, in modo da essere uomo sulla carta e donna nella vita o viceversa, oggi non è ancora previsto dalla legge. Anzi la legge di riferimento, la 164 del 1982 come modificata nel 2011, richiede per la rettifica dei dati anagrafici della persona, rispetto a quelli dichiarati al momento della nascita, una modifica dei caratteri sessuali. In altri termini è consentito cambiare sesso “amministrativamente” soltanto dopo un intervento chirurgico.
È per questo motivo che ha fatto scalpore la recente sentenza del Tribunale di Messina, n° 2649 del 2014, che a firma del Giudice Corrado Bonanzinga ha ordinato all’ufficiale dell’anagrafe di Messina di procedere alla modifica del registro dell’anagrafe senza che il richiedente si sia sottoposto al previsto intervento chirurgico di modifica del sesso. Essa, pur non essendo la prima nel suo "genere" ha dato un apporto rilevate alla discussione che in dottrina e giurisprudenza da tempo si è aperta in merito.
Circa 50 mila Italiani che soffrono di disforia di genere, cioè non si riconoscono nel loro sesso di nascita, aspettano risposte chiare dal legislatore. La sentenza sposa le tesi del Mit., il Movimento d’Identità Transessuale
In questo senso e come noto il sesso anagrafico di una persona viene attribuito al memento della nascita in base ad un esame morfologico, per cui nell’atto di nascita si riporta il sesso del bambino facendo coincidere il sesso anagrafico con il sesso biologico. Tuttavia, dice il Giudice, possono verificarsi ipotesi nelle quali questa coincidenza non esista o venga a cessare. Casi in cui la componente psicologica si discosta da quella biologica e l’attribuzione di sesso diventa una “finzione”.
L’identità di genere, si legge nella motivazione, si compone del corpo, dell’auto- percezione e del ruolo sociale, questo significa che non si può fare riferimento solo alla componente biologica, perché l’apparenza fisica non può essere disgiunta dalla percezione di se stesso e dalla relazione che l’individuo sviluppa con la società e con le norme comportamentali concernenti la sfera della sessualità. Sicché la linea interpretativa che considera l’intervento chirurgico come elemento essenziale della modifica di genere per certi aspetti è riduttiva.
Il fondamento giuridico di questa impostazione la Sentenza lo trova nell’art 2 della Costituzione che garantisce il diritto all’identità personale quale espressione della dignità del soggetto e del diritto di essere riconosciuti nell’ambito sociale di riferimento per quello che si è. Questo orientamento Costituzionale unitamente a tutta una serie di decisione prese sul tema dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea ha permesso di considerare sufficiente la terapia ormonale femminilizzante, e gli effetti modificativi dell’aspetto personale del richiedente che ne sono derivati, per affermare che si sono realizzate quelle “modificazioni” delle caratteristiche sessuali richieste dalla legge per acconsentire alla modifica del registro anagrafico.
Concludendo, la Sentenza riconosce il diritto del ricorrente a vedersi cambiato il proprio nome maschile in uno femminile nel registro anagrafico del comune di residenza senza dover ricorrere all’intervento chirurgico del cambio di sesso biologico. Ritenendo sufficiente ad attestare il cambio delle caratteristiche sessuali del richiedente una idonea “terapia ormonale femminilizzante” e il percorso psicologico alla base dell’aspetto femminile assunto dal richiedente e della volontà di mantenerlo nel tempo.
Sorge un grande problema di cui il giudice non sembra abbia tenuto conto: se la "disforia di genere" è riconosciuta come una patologia; se, come sostengono gli stessi "transgender", l'identità di genere non è definita dalla biologia; come stabilire le cause del disturbo dell'identità di genere? E se questo fosse volutamente, culturalmente "fabbricato"? Allora la persona "altrogenere" come dovrebbe essere curata? 

Come se ne esce da questo caos post-genere? 
"Ci sono tentativi ripetuti per impiantare una nuova cultura che nega l’eredità cristiana. In certi paesi africani sono stati creati ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di aiuti economici! Alcuni governi africani, per fortuna minoritari, hanno già ceduto alle pressioni in favore dell’accesso generale ai diritti sessuali e riproduttivi. Constatiamo con grande sofferenza che la salute riproduttiva è divenuta una “norma” politica mondiale, contenente ciò che l’occidente ha di più perverso da offrire al resto del mondo in cerca di sviluppo integrale".

Un libro uscito in Francia del Cardinale Robert Sarah, prefetto del Culto divino, si scaglia contro gender, aborto, eutanasia, relativismo, la crisi della postmodernità.

La perversa ideologia del gender

"In occidente, persone omosessuali chiedono che la loro vita comune sia giuridicamente riconosciuta per essere assimilata al matrimonio; dando eco alle loro rivendicazioni, alcune organizzazioni esercitano forti pressioni affinché questo modello sia così riconosciuto dai governi africani in nome del rispetto dei diritti umani. In questo caso preciso, a mio giudizio, usciamo dalla storia morale dell’umanità. In altri casi, ho potuto constatare l’esistenza di programmi internazionali che impongono l’aborto e la sterilizzazione delle donne. Queste politiche sono tanto più ripugnanti in quanto la gran parte delle popolazioni africane è senza difesa, alla mercé di ideologi occidentali fanatici. (…) 

La Santa Sede deve giocare il proprio ruolo. Noi non possiamo accettare la propaganda e i gruppi di pressione delle lobby lgbt – lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Il processo è tanto più inquietante perché rapido e recente. Perché questa volontà forsennata di imporre la teoria del gender? Una visione antropologica sconosciuta fino a pochi anni fa, frutto dello stavagante pensiero di qualche sociologo e di qualche scrittore, come Michel Foucault, sarebbe il nuovo eldorado mondiale? Non è possibile rimanere inteneriti davanti a una tale prepotenza, immorale e demoniaca. Papa Francesco ha ragione a criticare l’azione del demonio che opera per minare le fondamenta della civilizzazione cristiana. Dietro alla nuova visione prometeica dell’Africa o dell’Asia, c’è il segno del diavolo. I primi nemici delle persone omosessuali sono le lobby lgbt. È un grave errore ridurre un individuo ai suoi comportamenti, soprattutto sessuali. (…)

«DIEU OU RIEN» du Cardinal Robert Sarah avec Nicolas Diat © Librairie Arthème Fayard, 2015 (Traduzione di Nicoletta Tiliacos)


Il sacerdote di Arosio (Como), don Angelo Perego, annunciando un incontro sul tema delle identità di genere e ha detto: «L’ideologia gender è più pericolosa dell’Isis. La prima ci attacca dall’interno, la seconda dall’esterno»




Il 22 gennaio 2005, Lawrence Summers – rettore dell’Università di Harvard – si espresse, in maniera piuttosto netta, sul perché posizioni di vertice accademico in ambito scientifico siano occupate maggiormente da uomini; ebbene, Summers dichiarò che non v’è alcuna ragione da attribuire ad eventuali discriminazioni delle carriere e la causa principale, invece, dev’essere cercata nelle differenze genetiche presenti tra maschi e femmine nel ragionamento scientifico. In altre parole, i maschi sarebbero naturalmente più portati delle femmine nell’avere successo in ambito scientifico.

Com’è possibile immaginare, la dichiarazione suscitò numerose polemiche di carattere discriminatorio. Pertanto, pochi mesi dopo la stessa Università di Harvard organizzò un dibattito di approfondimento, con protagonisti due tra i più autorevoli pensatori della psicologia contemporanea: Steven Pinker, docente alla facoltà di psicologia di Harvard e grande studioso dell’acquisizione del linguaggio nell’uomo, ed Elizabeth Spelke, anch’essa docente ad Harvard ed eminente ricercatrice nell’ambito dello sviluppo cognitivo.  

Pinker

Ma quali sarebbero esattamente le differenze tra i due generi? 

Pinker considera l’esistenza di dieci evidenze scientifiche di difformità intergenere, che potrebbero costituire una base di differenziazione biologica.

Esiste, tra uomini e donne, una grande differenza a livello di ormoni sessuali, specie nel periodo prenatale, nei primi sei mesi di vita ed in adolescenza (per i quali il cervello umano dispone di una moltitudine di specifici recettori, anche nella corteccia); differenze più piccole sono riscontrate, a livello anatomico, nella dimensione globale dell’encefalo, nella densità neuronale della corteccia, nella dimensione dei nuclei ipotalamici e parecchi altri.

Gran parte delle differenze tra genere sono universali; Donald Brown, nel suo Human Universals (1991), sottolinea che in tutte le culture le femmine sono più direttamente coinvolte nella cura della prole, mentre i maschi mostrano maggior inclinazione alla competitività (in varie misure).

Alcune delle differenze sopracitate (tendenza alla cura della prole nelle femmine e tendenza all’aggressività nei maschi) sono riscontrabili in altre specie di mammiferi; all’interno dell’ordine dei primati, alcune specie prediligono interazioni con oggetti anziché con conspecifici.

Alcune delle diversità emergono entro la prima settimana di vita: le femmine reagiscono maggiormente agli stimoli acustici e sono capaci di mantenere contatto visivo più a lungo dei maschi (Baron-Cohen et al., 2004). Più avanti nello sviluppo, alcune differenze divengono vieppiù robuste; si parla degli stili di gioco e d’interazione con gli oggetti, ma anche della capacità di considerare la mente altrui (le femmine sembrano più abili nella soluzione del “false belief task”, ma anche più inclini a comprendere gli stati mentali di personaggi inventati; Baron-Cohen, 2003).


Bambini cresciuti come bambine: il caso “John/Joan” (Colapinto, 2000).

Negli anni ’70, un bambino (membro di una coppia di gemmelli omozigoti) perse il proprio pene in seguito ad un approssimativo intervento di circoncisione; i genitori, forti del parere di un luminare dell’epoca, decisero di castrarlo e che gli venissero somministrati specifici ormoni sessuali femminili, perché potesse essere cresciuto come una bambina. Questo caso è stato a lungo citato per rafforzare la teoria che vede i ruoli di genere come socialmente acquisiti. 

Il ragazzo (ormai cresciuto) venne intervistato anni dopo e si scoprì che nella sua infanzia esibiva stili di gioco propri del genere maschile, rigettando attività “femminili” e mostrando molto più interesse negli oggetti piuttosto che nelle cose.

Il ruolo degli ormoni sessuali: nonostante la letteratura sia piuttosto confusa, è stato possibile osservare che, nei maschi, livelli di testosterone medio-bassi sono predittivi di maggiori abilità spaziali, come la rotazione mentale di oggetti (Kimura, 2000; Hines, 2004).

L’imprinting genetico e il ruolo del cromosoma X. Nello specifico quadro clinico chiamato Sindrome di Turner, la bambina (la sindrome ha incidenza sulla sola popolazione femminile) possiede un solo cromosoma X che può essere trasmesso sia dalla madre che dal padre; in accordo con la teoria dell’imprinting genetico (Haig, 2011), quando ella eredita un cromosoma X dalla madre, avrà mediamente un lessico più ampio, migliori abilità sociali e migliore capacità di leggere emozioni.

In definitiva, Steven Pinker vuole, quindi, portarci a considerare l’effetto incrociato della componente biologica e dell’ambiente sullo sviluppo di un individuo, avendo però cura di sottolineare che, alla base, esistono delle diversità intergenere ben specifiche.

Spelke



“I maschi, a partire dalla nascita, sono maggiormente interessati agli oggetti, le femmine alle persone: ciò spinge i maschi verso la scienza e le femmine verso obiettivi sociali.”

Questo punto di vista, precedentemente menzionato da Pinker, sta guadagnando credito dopo il lavoro pubblicato da Simon Baron-Cohen (2004) e con titolo “The essential difference: the truth about the male and female brain”: all’interno, l’autore distingue due abilità specifiche per maschi e femmine. I maschi, parrebbero presentare innate predisposizioni per apprendere il funzionamento degli oggetti e coglierne l’aspetto meccanico; questo li porterà ad essere quelli che lui chiama “sistematizzatori”.

Dall’altra parte, le femmine sembrerebbero innatamente avvantaggiate ad apprendere emozioni umane e ciò le porterà ad essere “empatizzatrici”. Poiché la sistematizzazione è al centro del pensiero matematico e scientifico, i maschi saranno più propensi a sviluppare abilità scientifiche e matematiche.

Spelke, tuttavia, non concede grande rilievo a questo articolo (“è una vecchia idea, solo proposta in un nuovo linguaggio”), procedendo invece a chiarire quanto gli studi sulle differenze di genere hanno esplicitato nel corso degli ultimi decenni; a partire dal fondamentale lavoro di Maccoby e Jacklin (“The psychology of sex difference”, 1974). 



"In Delusions of Gender Cordelia Fine does a magnificent job debunking the so-called science, and especially the brain science, of gender. If you thought there were some inescapable facts about women's minds - some hard wiring that explains poor science and maths performance, or the ability to remember to buy the milk and arrange the holidays - you can put these on the rubbish heap. Instead, Fine shows that there are almost no areas of performance that are not touched by cultural stereotypes"

Le ricerche convergenti di varie aree quali neuroscienze, neuropsicologia e psicologia dello sviluppo cognitivo non hanno evidenziato significative differenze di genere a livello neuro-psicologico.

Le differenze emergono più avanti nello sviluppo; ma che tipo di differenze?

Sono state rilevate in ambito verbale (maschi più forti nelle analogie verbali, femmine nella fluenza), matematico (femmine più portate nel calcolo, maschi nel ragionamento) e spaziale (femmine più dotate nel riconoscimento degli oggetti nello spazio, maschi più abili nella rotazione mentale. 

La vena fortemente evolutiva di questo confronto, lascia un “finale” indefinito, che esprime la grande indecisione del mondo scientifico (non esclusivamente psicologico) rispetto ad uno dei temi più controversi e dibattuti: in che modo natura e cultura contribuiscono allo sviluppo umano.






QUANTE DEVIAZIONI HAI?



Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche. Gli studi di genere propongono invece una separazione tra sesso, ovvero il corredo genetico, l'insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici alla base della differenza (binarismo) maschio / femmina, e genere (gender), frutto, secondo la teoria queer, di una costruzione culturale capace di dare forma allo status di uomo / donna. Si parla di "ruoli di genere", definiti dal comportamento, dal linguaggio, dal ruolo sociale, dal'ambiente geografico, che vanno a influenzare i caratteri biologici innescando il processo di produzione delle identità di genere

Secondo questa teoria, "maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa" [1].

Maschilità e femminilità sarebbero quindi concetti relativi.

La prima formulazione del concetto di genere nell'accezione utilizzata da questo tipo di studi venne formulata dall'antropologa lesbica Gayle Rubin nel suo The Traffic in Women (Lo scambio delle donne) del 1975. La studiosa parla di un "sex-gender system" in cui il dato biologico viene trasformato in un sistema binario asimmetrico in cui il maschile occupa una posizione privilegiata rispetto al femminile, al quale è legato da strette connessioni da cui entrambi derivano una reciproca definizione.




Tutto nasce storicamente nell'ambito delle lotte del femminismo e poi degli omosessuali, sull'onda delle tesi di Michel FoucaultJacques Derrida e Julia Kristeva, secondo cui la sessualità è definita dal linguaggio.

A coniare la formula "teoria queer" fu Teresa de Lauretis, nell'ambito di una conferenza tenutasi all'Università della California, Santa Cruz, nel febbraio 1990. Gli atti della conferenza sono pubblicati l'anno successivo [1]. Contemporaneamente vedono la luce altri due testi che ebbero grande eco in questo ambito di studi: Gender Trouble Feminism and the subversion of identity [2] di Judith Butler e Epistemology of the Closet [3] di Eve Kosofsky Sedgwick.

Un altro testo fondamentale è "Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità", che la filosofa Rosi Braidotti pubblica nel 1995. Incrociando la riflessione femminista, quella post-strutturalista, gli studi coloniali, gli studi politici e l’analisi sociale, la Braidotti teorizza il soggetto nomade "post-identitario" come una forma di resistenza culturale alla mercificazione, alla globalizzazione, al maschilismo, un antidoto al "pensiero unico". Ma sempre a partire dalla differenza sessuale, quindi in un'ottica femminista. 


I critici della teoria queer sostengono che un vasto e crescente corpus di prove fisiologiche, genetiche, antropologiche e sociologiche mostra come, scientificamente parlando, l'orientamento e la classificazione sessuale sono più che semplici costrutti sociali [19]. Secondo questo punto di vista, varie caratteristiche biologiche (alcune delle quali genetiche ed ereditarie) giocano un ruolo importante nel plasmare il comportamento sessuale (parte del più ampio dibattito "natura vs. cultura"). Certi scienziati affermano che le richieste decostruzioniste sulla scienza (non solo su questo argomento) siano pseudoscienza.



La teoria transgenderqueer è una teoria tipicamente postmoderna, che abbraccia il pensiero debole, il relativismo, il nomadismo del soggetto, il postumanesimo

Non si riesce a capire la posizione verso il capitalismo, un dominio tipicamente maschile e maschilista, che dovrebbe rifiutare se vuole veramente la libertà totale (anarco-genderqueer). 

Sembra più che vogliano agire all'interno dello Stato liberale di Diritto, andando così a creare niente altro che un nuovo "settore" di mercato

Lasciano perplesse anche le derive "porno-femministe", che proclamano la pornografia, la prostituzione, le perversioni sessuali come modalità di una identità libera dalle costrizioni, come legittime e valide "performatività" della sessualità umana. Ignorando l'abominevole mercato di orrore e sfruttamento che c'è dietro. 

Anche il matrimonio con la scienza, altro dominio tipicamente maschile e maschilista, rimane arduo da comprendere, specie quando va in direzione della riproduzione artificiale, slegando la donna o "post-donna" perfino dalla sua funzione primaria, quella della maternità

"Scomparsa la madre, risolto quel malaugurato passaggio nel corpo femminile, viene reciso il tramite, non solo fisico, tra la singolarità che nasce e quella che genera: viene cioè recisa l'origine umana, non meramente biologica, che fin qui nascere da donna assicura".


L'impressione è che la teoria queer, paradossalmente, proprio perché rifiuta l'identità, manca di una sua identità forte, una identità rivoluzionaria che poteva e doveva coincidere con le rivendicazioni femministe.

Tutto il discorrere sulla discorsività, sul ruolo del Logocentrismo, paradossalmente, ha prodotto una frammentazione - moltiplicazione dello stesso, che si è riverberata sulla frammentazione - moltiplicazione della sessualità, lasciando uno spazio completamente aperto all'instaurazione di una nuova forma di dominio "Porno Imperialista": l'acquisizione da parte del mercato di tutte le forme, anche le più perverse, di sessualità, compresa la pedofilia.




[...]  La Willis ha teorizzato il femminismo "pro-sessuale", un movimento porno-politico che proclama il corpo e il piacere delle donne piattaforme di resistenza al controllo e alla normalizzazione della sessualità: l’orgoglio porno-femminista come pratica rivoluzionaria. Il problema di fondo è la confusione che regna sovrana tra sessualità e pornografia: la libera sessualità e l’orgoglio femminista dovrebbero scagliarsi contro la pornografia e la prostituzione, che sono invenzioni del patriarcato e strumenti del porno-impero, dovrebbero proclamare l’Eros, in tutta la sua molteplicità, complessità e reciprocità, come unica possibile piattaforma di resistenza, invece di appellarsi al porno-liberalismo, al porno-individualismo e al porno-socialismo.

[...] L’espressione della Preciado di “soggetto parlante” e la cosiddetta “società contrasessuale”, se pure non pensata per tradursi in pratica politica, allude ad un orizzonte cui tendere, alla possibilità di creare un piano di incrocio di soggettività, contrapponendo all’ "imperialismo del pene" (il dominio fallogocentrico) una pluralità di generi e pratiche sessuali per dare vita a forme di resistenza biopolitica trasversali. «Il dildo viene prima del pene», scrive provocatoriamente la Preciado, alludendo ai “sex toys” come possibili strumenti di un godimento sessuale femminile del tutto libero e autonomo che fa a meno del membro maschile. Il dildo dunque strumento di liberazione anti-fallocratica. Ma questa è porno-propaganda. Il rapporto sessuale, proprio in quanto rapporto, scambio, reciprocità, non può essere ridotto a genitalità, come fa la pornografia, deve comprendere anche la relazione amorosa, metafisica. Inoltre, il discorso sul fallocratismo non regge, è vecchio, è superato. La realtà porno-sociale e porno-culturale dei nostri giorni è molto più complessa, come complesse sono le dinamiche del porno-potere. Vi è anche una “vaginocrazia” se è per questo, ovvero una “pornocrazia”. Non sono solo le donne ad essere oppresse, anche gli uomini, in generale tutta l’umanità, tutto l’essente, e di conseguenza tutto l’esistente. Porno-alienazione.

Cosa propone dunque la Preciado nel suo Manifesto contro-sessuale? Una serie di “esercizi contro-sessuali” ispirati al “sapere pratico delle comunità sado-maso”. In pratica, delle performance sessuali radicali, in stile body art, per denunciare l’omologazione fallogocentrica e sviluppare una cultura di resistenza all’eterosessualità. A costo di dissolvere del tutto le soggettività, rivendicando la “centralità dell’ano”, la parte del corpo che dissolve la differenza sessuale. «Fatevi un clistere prima di autopenetrarvi analmente con un dildo-tacco a spillo ("esercizio dell'ano solare")». Si prefigura in questo modo una “rivoluzione asessuale” ad opera di esseri totalmente asessuati, una sorta di porno-androidi, che vivranno la sessualità del tutto meccanicamente, senza alcuna passionalità né sentimenti.

[…] Diffido del soggetto post-identitario, post-gender (post-porno) perché è troppo autocentrato e si presume onnipotente, entra in rapporto con gli altri attraverso la strumentale citazione. L’individualismo non gli consente di pronunciare un “noi”, dunque è inutilizzabile allo scopo di realizzare obiettivi di gruppi, classi, o minoranze. Il nostro cammino di liberazione si è basato finora sulla relazione, concreta e faticosa, con chi cerca il cambiamento, a partire da comuni contraddizioni. La relazione è più difficile della citazione, ma più coinvolgente e capace di produrre corpo politico, collettività, perché rende necessarie reciprocità e responsabilità condivise. Collocarsi in una trama, in una tradizione, o in un precedente, una genealogia, femminile è la mia passione, è un imprevisto sovversivo a cui non mi sembra lungimirante rinunciare, perché continuerebbe a privare gli scambi sociali di ciò che è stato comunemente bandito (Cristina Gramolini) […].

PORNO IMPERO

Col passare del tempo, col mutare della società e dei costumi, la teoria queer si è dispersa nei mille piani del relativismo e appare oggi come una alleata della globalizzazione postmoderna e postumana, un progetto di annullamento delle identità e delle differenze.  






“E se a scuola, al posto della teoria del genere, si insegnasse a leggere, scrivere, far di conto, pensare?”.

Il filosofo ateista francese Michel Onfray, idolo della gauche grazie ai suoi libri fieramente antireligiosi e libertini, a sorpresa, ha preso posizione contro i programmi scolastici improntati alla negazione della differenza sessuale (il famigerato “Abcd de l’égalité”).

Il programma «Abcd de l’égalité» è la nuova frontiera dello scontro ideologico che oppone il governo socialista ai francesi più conservatori, e che ha visto scendere in piazza nei mesi scorsi centinaia di migliaia di persone contro la legge sul matrimonio degli omosessuali.
La teoria del genere torna a riaffacciarsi nella vita pubblica francese: secondo i promotori dell’esperimento gli stereotipi sono culturali, non naturali.


In Francia, con l’avvento di Hollande alla presidenza e grazie ai suoi tre ministri dell’Educazione, il tema della “decostruzione” degli stereotipi sessuali o presunti tali è al centro di una sorta di nuova rivoluzione giacobina.

Onfray si è espresso in occasione dell’uscita di un libro della filosofa Bérénice Levet, quarant’anni, già allieva di Finkielkraut e studiosa di Hannah Arendt. “La théorie du genre, ou le monde rêvé des anges” (Grasset) bersagliato dai nuovi progressisti della gauche. Prima di tutto perché dimostra che la pretesa inesistenza della teoria del genere nei programmi scolastici promossi dai ministri Peillon, Hamon e Vallaud-Belkacem è, appunto, una pretesa. È la stessa autrice a spiegare che “finché quella teoria si limitava ai laboratori di ricerca di qualche università americana, la cosa mi era indifferente; ma ora si è insinuata in Francia, fin dentro le nostre scuole”. E racconta di un suo nipote, alunno di prima media, al quale era stato dato da leggere un opuscolo illustrato, intitolato “Il giorno in cui mi sono vestito da donna”.

È allora, scrive la Levet, che ha cominciato il suo libro. Nel quale, dice Onfray, troviamo più di una prova che la propaganda pro gender nelle scuole francesi e nella società “esiste eccome”, e che è in corso un combattimento “tra chi afferma che il corpo e la carne non esistono, che gli esseri umani sono solo archivi culturali, che il modello originale dell’essere è l’angelo, il neutro, l’asessuato, la cera malleabile, l’argilla priva di sesso da plasmare sessualmente, e chi sa che l’incarnazione concreta è la verità dell’essere che viene al mondo. Il che non esclude la formattazione fallocratica, ma non le lascia l’onnipotenza”. 

Per Onfray la teoria del genere è un “nuovo puritanesimo”, che vuole “un essere umano nuovo, senza sesso”: è “il mondo sognato degli angeli” di cui parla il libro della Levet. Un mondo in cui è esaltata l’autocostruzione che nega la differenza sessuale, e che ha per esito “l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità e tutte le altre forme di sessualità che si possono volere e scegliere a piacimento, per cambiarle senza mai sentirsi assegnati a esse”.

La Levet non chiama in causa Dio e ricusa “letture religiose o scientiste. Non è né con chi crede che tutto sia natura e Dio e cultura e geni, né con la destra tradizionalista né con la sinistra cosiddetta progressista. Non fa appello alla teologia o alle neuroscienza, ma alla filosofia”. Per questa via, scrive Onfray, “mostra come certi pretesi sovversivi realizzino paradossalmente il progetto cristiano: un corpo senza organi sessuali, l’aspirazione a una neutralità asessuata simile a quella degli angeli, il progetto di un ‘concepimento virginale’ apparentato a quello di Maria, madre di Gesù, con la fecondazione in vitro, ‘la ‘paura del desiderio’ eterosessuale ereditata da san Paolo, che esaltava la castità”.

L’ateista Onfray, con Bérénice Levet, dimostra che la teoria del gender non è che odio dell’eros nascosto da un alibi progressista

Affermare che maschile e femminile sono solo “costruzioni” non è una buona novella, è una bugia. 

E il libro della Levet dimostra anche l’incompatibilità di quella teoria con ciò che ha contribuito a costruire certe felici peculiarità della civiltà francese: la galanteria, l’erotismo, la conversazione. 

Non si tratta di relitti del passato ma di “doni incomparabili” legati alla dualità dei sessi.

La teoria del gender non è che “nuovo puritanesimo”Nicoletta Tiliacos | 24 Dicembre 2014

Vers la société indifférenciée : les révélations de Bérénice Levet sur la théorie du genre Le Figaro 12/11/2014

Théorie du genre, le nouveau puritanisme 02.11.2014


La polemica è arrivata anche in Italia e sta assumendo toni violenti, spesso strumentali.

L’Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali diretto da Marco De Giorgi, ha diffuso tra gli insegnanti di ogni ordine e grado tre opuscoli intitolati “Educare alla diversità a scuola”.

Da quei rozzi prodotti dell’ideologia del gender travestiti da strumenti di lotta all’omofobia, si sono dissociati più volte i due ministeri interessati alla faccenda, nelle persone dell’ex sottosegretario alle Pari opportunità, Maria Cecilia Guerra, e di Gabriele Toccafondi, tuttora sottosegretario del Miur. Non eravamo nemmeno stati informati, hanno ripetuto in più occasioni.

Negli opuscoli si sostiene, tra le altre perle, che “i tratti caratteriali, sociali e culturali, come il grado di religiosità, costituiscono fattori importanti da tenere in considerazione nel delineare il ritratto di un individuo omofobo”; mentre, tra i consigli agli insegnanti di scuola elementare, c’è quello di non alludere mai al fatto  “che un bambino da grande si innamorerà di una donna”.  

Niente di strano, quindi, se associazioni come la Manif pour tous Italia, che riuniscono genitori determinati a non consegnare i propri figli ai campi di rieducazione del Minculpop Lgbt, hanno deciso di lanciare una raccolta di firme per chiedere le dimissioni del direttore dell’Unar, Marco De Giorgi. Il quale, risentito, ha scritto una letteraccia a CitizenGo, un sito che ha rilanciato l’appello della MptI, chiedendone “l’immediata cancellazione”. 

Rimane il fatto che la diffusione dei libretti è stata per ora sospesa. Segno che il problema c’è, grande come una casa, e che la vicenda non è affatto chiarita, soprattutto sul punto delle competenze dell’Unar e dei poteri del suo direttore. 

A novembre era scesa in campo la diocesi di Milano, che aveva chiesto agli insegnati di religione della zona di effettuare una sorta di schedatura delle scuole che si fossero macchiate dell’orribile peccato di parlare di omosessualità e identità di genere. All’incirca nello stesso periodo, il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria aveva stilato un decalogo di “autodifesa” per combattere la teoria del gender.

Giusto per rendere l’idea del tono antisismico del documento, al punto sei si può leggere una cosa del genere: “Cosa fare se la scuola organizza lezioni o interventi sul gender per gli studenti: date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti”.

Nei primi mesi del 2015 la propaganda ultracattolica è entrata trionfalmente nel settore dei video virali su internet. Alla fine di febbraio, infatti, il portale Notizie Provita ha pubblicato uno spot – o meglio: un sacrificio umano al dio del trash – per convincere gli infedeli a firmare una petizione contro la teoria del gender.

Ultimamente, il fronte della guerriglia si è spostato verso un asilo di Trieste, finito “nella bufera” per aver adottato il Gioco del rispetto – Pari e dispari, un progetto educativo risalente al 2013 e al quale il comune ha aderito. Il “modo di giocare” proposto da questa iniziativa, scrive Il Piccolo, non è andato giù ad alcuni genitori, che “si sono rivolti ai coordinatori per chiedere spiegazioni”. 

Ma cos’è realmente questo gioco del rispetto? Stando all’opuscolo informativo, il progetto mira a “verificare le conoscenze e le credenze di bambini e bambine su cosa significa essere maschi o femmine, a rilevare la presenza di stereotipi di genere e ad attuare un primo intervento che permetta loro di esplicitare e riorganizzare i loro pensieri”.

Il gioco del rispetto, come spiegato nel sito e altrove, è fondamentalmente un “kit didattico composto da una scatola di giochi”, al cui interno si trovano un racconto, delle schede e dei “disegni di papà casalinghi, di mamme idrauliche, di papà calciatori e di mamme calciatrici”. Nei giochi previsti dal kit c’è anche quello chiamato “Se fossi”, in cui si può chiedere ai bambini e alle bambine “di indossare dei costumi da carnevale, come strega o principessa o cavaliere”.

In un comunicato stampa del 5 marzo 2015, la vicesindaca di Trieste Fabiana Martini ha cercato di spiegare gli scopi del progetto:

Il Gioco del rispetto lavora per l’abbattimento di tutti quegli stereotipi sociali che imprigionano maschi e femmine in ruoli che nulla hanno a che vedere con la loro natura. Per esempio, si mette in discussione lo stereotipo per cui i padri debbano essere dediti soltanto al lavoro e possano dedicare solo pochi minuti al giorno ai loro figli, così come le madri non siano in grado di ricoprire posizioni di responsabilità all’interno delle aziende. L’obiettivo è quindi quello di riequilibrare quella disparità tra uomini e donne che tanti danni sta oggi creando alla nostra società.

Come prevedibile, però, la precisazione non è servita assolutamente a nulla. A inaugurare la polemica ci ha pensato il settimanale della diocesi di Trieste, Vita Nuova, che ha pubblicato una serie di articoli di denuncia sul tema. In uno di questi, Il comune di Trieste spieghi questa pubblica vergogna, l’autore sostiene che tale “gioco” sia “presentato con finta trasparenza ai genitori, mediante generici avvisi affissi nelle bacheche” e lo definisce come una specie di sopruso: “I figli non si toccano, né fisicamente né emotivamente: questa che viene proposta è violenza”.

In un altro pezzo, Come sovvertire la realtà, il progetto educativo è paragonato a una specie di piano ordito dall’anticristo per trascinare il paese in un vortice di depravazione demoniaca:

S’insegna che è del tutto indifferente la distinzione maschile/femminile, che è del tutto normale contrastare le leggi della natura, che le medesime leggi non hanno nulla di oggettivo, che l’uomo può gestire a piacere la realtà, che non esiste una mala gestione che procurerà delle sofferenze, che non esiste una buona gestione che salverà l’uomo, che la realtà si esaurisce nella sfera soggettiva, che non esiste uno stato oggettivo delle cose e dei fatti, che il mondo è posto dunque a caso, secondo la regola del capriccio, del piccolo piacere immediato, del presente senza futuro, degli effetti senza le cause, dei risultati senza una logica.

Il fine ultimo, chiosa l’articolo, è piuttosto palese: “C’è il tentativo […] non tanto di insegnare il rispetto tra le persone, ma d’indurre la nota ‘ideologia del gender’, che prevede l’assoluta libertà di scegliersi il sesso a capriccio”. 

La sfera pruriginoso-sessuale irrompe definitivamente nel dibattito grazie a certa stampa nazionale e a certi politici particolarmente attivi sui social network.

La teoria del gender nel mirino dei nuovi crociati 
Gli organizzatori spiegano nelle linee guida che la scuola dovrebbe assumersi “un ruolo attivo e trasformativo della cultura anche di genere”. 
Una specie di nuovo ’68 sul tema delicato della figura e ruolo di uomo e donna, che parte dai bambini di tre anni. 
Alcuni passaggi fanno pensare quasi ad un lavaggio del cervello dei più piccoli: “È di fondamentale importanza intervenire a livello preventivo sugli aspetti culturali ed educativi che tendono a creare stereotipi di genere”. Secondo l’Associazione Goap, partner dell’iniziativa, tutti i mali vengono della cultura patriarcale, che bisogna cambiare “agendo precocemente sulle nuove generazioni offrendo loro modelli più egualitari e liberi dagli stereotipi di genere”.
Nel mirino la naturale predisposizione delle bambine a giocare con le bambole ed i bambini con fucili e pistole. Secondo gli organizzatori del gioco “è molto importante che l’insegnante si ponga quale figura contro-stereotipica per bambini/e e che permetta loro di mettere da parte le cosiddette “differenze di genere”, spesso frutto di costruzioni sociali piuttosto che di differenze reali, per promuovere (…) una nuova visione del maschile e del femminile”.
Il cavallo di battaglia è il “gender transformative” dell’Organizzazione mondiale della sanità, che non vuol dire cambio di sesso, ma assieme a linee guida europee rischia di stravolgere cultura, valori e tradizioni legati alla famiglia e alla figura naturale dell’uomo e della donna.
Alcune proposte di giochi per i bambini dell’asilo sembrano innocenti, ma altre, leggendole da genitore comune, possono sollevare pesanti perplessità e far suonare un campanello d’allarme sull’impatto in asilo.
Il gioco “Ristrutturare, rinominare, rigiocare” per piccoli dai 3 ai 6 anni si pone come obiettivo di “spezzare” l’idea che la casa sia per le bambine, il castello per i bambini, ecc. (…)”. Su un cartello “saranno raffigurati sia un maschio che una femmina con una bambola in braccio”. In un altro gioco viene chiesto ai più piccoli “Perchè ai maschi piacciono questi giochi e alle femmine altri? Se anche le femmine provassero a fare giochi da maschi e viceversa cosa succederebbe?”.
Il “Momento magico, storie per mettere in discussione il genere” è dedicato ai bambini di 5/6 anni. I maschi sono raffigurati in un castello blu dove “devono giocare a calcio o alla lotta” come se fosse imposto. Le femmine in un castello rosa costrette da un incantesimo “a prendersi cura tutto il giorno delle bambole”. L’insegnante/folletto dotata di poteri magici rompe gli incantesimi “per trasformare i giochi che solitamente fanno bambini e bambine”.
Un’altra scheda del progetto si intitola “Anche la maestra si traveste” interpretando “il/la meccanico/a, il/lamedico/a, l’infemiere/a, ecc.”.. I travestimenti, “anche con vestiti normali, da maschio e femmina” sono il pezzo forte del gioco “Se fossi” per piccoli da 3-6 anni. L’evoluzione proposta, che lascia più che perplessi alcune mamme e papà, riguarda “lo scambio di ruoli tra tutti i componenti della scuola: i bambini con le bambine /scambiandosi i vestiti laddove è possibile e imitandosi), la maestra con i bambini e viceversa”. L’idea è coinvolgere pure cuochi, bidelli e genitori in una specie di Carnevale no gender.
Un altro gioco scottante è “Se io fossi te: un po’ diversi un po’ uguali, l’importante è che siamo pari”. Ai bambini di 5/6 anni con esercizi fisici e rilassamento viene fatto notare che le sensazioni e le percezioni “sono uguali per i corpi dei maschi e per i corpi delle femmine”. Lo sdoganamento del gioco del dottore prende forma con “i bambini/e (che) possono esplorare i corpi dei loro compagni/e (utilizzare uno stetoscopio se si riesce a reperirlo), ascoltare il battito del cuore a vicenda…”. La descrizione del gioco aggiunge che “ovviamente i bambini/e possono riconoscere che ci sono delle differenze fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale”. Per questo bisogna “nominare senza timore i genitali maschili e femminili”. Come insegnamento all’asilo non è male.
Uno degli ultimi giochi si intitola “Le mamme e i papà”. Seduti in cerchio bambini di 5/6 anni parlano di cosa fanno gli adulti a casa. Attraverso una tabella si indica se mamma o papà lava i piatti, stende i panni, cucina, legge il giornale, telefona e così via. Alla fine l’insegnante apre il dibattito ed invita i piccoli “ad immaginare il mondo al contrario: che effetto potrebbe fare?”

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