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lunedì 16 marzo 2015

METROPOLIS la profezia visionaria di Fritz Lang

Torna in sala, nella versione restaurata da 150 minuti, il film culto di Fritz Lang, archetipo visivo del cinema di fantascienza


Metropolis (Metropolis) è un film muto del 1927 tra le opere simbolo del cinema espressionista  universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza moderno, avendo ispirato pellicole quali Blade Runner e Guerre stellari[1] L'immagine di Maria, la donna robot, è diventata un'icona. Nel 1986,  è stato omaggiato dai Queen nel video di Radio Gaga.



Se Viaggio nella Luna di George Méliès fu il primo film di fantascienza della storia, Metropolis fu il primo film di fantascienza "moderno", con una trama forte e strutturata in ogni elemento per rendere con la massima verosimiglianza l'idea del futuro.

Nell'anno 2026 il mondo è diviso in classi estremamente rigide: da una parte un'elite di ricchi imprenditori, dall'altra la massa di operai il cui unico compito è far funzionare le enormi macchine che permettono la sopravvivenza della città di Metropolis. Freder, il figlio di John Fredersen, proprietario dell'immensa città, si innamora della veggente Maria, decide di abbandonare il lusso e l'agiatezza per unirsi agli operai e condividerne l'esistenza. Quando Fredersen capisce che il figlio  potrebbe fomentare una rivolta degli operai, fa rapire Maria facendola sostituire da un robot che ne riproduce l'aspetto. Ma lo scienziato Rotwang ha programmato il robot affinché inciti gli operai alla rivolta.


35mila comparse, 1100 persone calve per alcune scene di massa, 2000 costumi, 600 grattacieli di 70 piani, 5 milioni di Reichsmark spesi e solo 75mila guadagnati nei pochi mesi in cui rimase in sala, Metropolis rimane uno dei più grandi fallimenti a livello commerciale della storia del cinema.

Le riprese devono iniziare già in luglio, ma Lang, il produttore Erich Pommer, due dirigenti UFA (la casa di produzione che si accollò i costi del progetto) e l’architetto Erich Mendelsohn partono in piroscafo con direzione Stati Uniti. A parte le necessità tecniche, come l’acquisto di cineprese Mitchell e i contatti con i distributori americani, è qui che nasce la leggenda della città in verticale poi impressa in Metropolis: la nave arriva di mattina presto al porto di New York e tra le nebbie il regista tedesco intravede lo skyline di Manhattan non ancora completo di Empire State Building e Twin Towers ma già con parecchi impettiti ed imponenti grattacieli.

Il primo giorno di set diventa così il 26 maggio 1925. Siamo negli studi di Neubabelsberg, a cui nel corso dei lunghissimi 17 mesi di lavorazione si aggiungeranno il grande hangar dei dirigibili di Staaken e l’EFA Atelier Am-Zoo di Berlino. Lang porta con sé il fedele Karl Freund come direttore della fotografia e fa centro nello scegliere come capo operatore Gunther Rittau. Il 25enne Gustav Frohler interpreta Freder Fredersen, mentre la sconosciuta Brigitte Helm entra direttamente nella storia della settima arte interpretando Maria e la donna robot: esiste una foto meravigliosa dove la ragazza è infilata dentro all’armatura luccicante e ne rimane solo fuori la testa, di fianco a lei un assistente la riscalda con un phon e un altro le regge una bibita con cannuccia.

Inutile dire che tra scene di massa, architetture ed effetti speciali, Metropolis richiede più tempo del previsto. Il 23 novembre del ’26 riceve il visto di censura per la versione da 153 minuti. La prima è il 10 gennaio del ’27, ed è un grande successo di pubblico. Ma il meccanismo s’incrina subito, la macchina si ribella al suo inventore. Fioccano i commenti negativi. Si segnalano i più autorevoli come H.G.Wells che lo definisce “il più stupido dei film”; don Luis Buñuel – il cui scritto completo appare nel booklet del dvd Cineteca di Bologna – parla di “due film uniti per il ventre (…) ci siamo sorbiti una serie di personaggi devastati da passioni arbitrarie e volgari”; perfino Sergei Eisenstein, in visita sul set, aveva sostenuto che Lang non era in grado di dirigere gli attori sul set: “manca quello slancio collettivo che si è sviluppato da noi”.

Le critiche e lo scarso pubblico in sala nei tre mesi di proiezioni berlinesi portano subito la produzione a mutilare drasticamente il girato provocando l’immediata diffusione di versioni più brevi, addirittura fino a quella da 80 minuti che Giorgio Moroder musicherà in chiave pop nel 1984 con il contributo anche di Freddie Mercury. Il film verrà amato da parecchi gerarchi nazisti e Lang fuggirà negli Stati Uniti dove lo attenderà la carriera di innovatore del “noir”.

La fantasia distopica di Metropolis con quel mondo verticalmente diviso, sopra con l’avveniristica città dell’intelletto e del potere, sotto con le masse di operai grigie e ingobbite, diventerà comunque un capolavoro anche per la contestata ideologia che soggiace al testo dove rimane irrisolto il messaggio sociale: rivoluzione o conciliazione




Magistrali le inquadrature iniziali (di imponente quanto sublime forza ritmico-espressiva) sul movimento ossessivo di macchinari che ci introducono immediatamente in un mondo alienato, quasi un Tempi moderni chapliniano, disperato e senza humour. Ci viene sbattuto davanti agli occhi, senza alcuna remora, un brulicare di operai-lavoratori in un contesto di massificazione estrema, reso ancora più incisivamente dal fumoso ambiente claustrofobica-mente sotterraneo e chiuso. Di fronte abbiamo degli uomini meccanici i cui movimenti ipnoticamente ritmici ci costringono a pensare di essere in errore e che siano invece macchine dall’aspetto di uomini. L’abbrutimento a cui sono ridotti si ripercuote ovviamente anche al termine del turno di lavoro e, infatti, poco dopo li vediamo scendere delle scale come manichini lobotomizzati mantenendo lo stesso ritmo da catena di montaggio.




Ben prima di George Orwell e del suo famoso romanzo 1984, la fanta-distopia grandiosamente realizzata da Lang, mescolando mito, scienza, critica sociale, avanguardia, descrive il trionfo delle macchine come il culto di una divinità - Moloch - affamata di sacrifici umani. 

Il robot Hel, che sostituisce Maria, confondendosi con essa, diventa un simbolo tecno-erotico, una metafora straordinariamente attuale.



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