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mercoledì 30 novembre 2016

HI-TECH SEX: the End of Human Reproduction

More than one in ten British women fancy having sex in virtual reality, according to the latest research
And nearly half (40%) reckon that technological advancements will make the future of sex more fun and enjoyable.
Responding to a survey carried out by fertility tracking app Natural Cycles, 2,618 British women gave their thoughts on the high-tech future of sex.
15% of respondents (all aged 17 - 50) said they currently use apps to help find sexual satisfaction whilst 20% said they would like to use social media for sexual arousal.
And it seems that Brits are open minded when it comes to strapping on a virtual reality headset and exploring 3D digital worlds.
“Future technologies, like advanced wearable tech, virtual reality, intelligent sex toys and artificial skin, are becoming part of our everyday lives and redefining the way we enjoy sex,” said Dr Elina Berglund, CTO and co-founder of Natural Cycles.
Over half of those quizzed by Natural Cycles (63%) say they already use, or would like to use, sex toys. And the future of frisky business looks bright - several companies already offer techy toys for women to enjoy.
Creators of the Lioness vibrator claim it can help women better understand their sex drive and even figure out how long they should spend on foreplay, using data transmitted to a phone app by sensors embedded inside.
The project reached full funding less than four days after it was posted on Indiegogo.
Lioness co-founder Liz Klinger said: "I grew up in a conservative family. We never talked about sex.
"I wanted to create a vibrator that could empower women to learn more about their bodies."
Other experts have gone even further, with one "futurologist" suggesting that women could soon swap male partners for robotic ones altogether.

By 2050, human-on-robot sex will be more common than human-on-human sex, says report Helena Horton 29 Sep 2015

Rise of the SEX ROBOTS: Shock claim people will be MARRYING androids by 2050  JON COATES Sun, Dec 4, 2016

Child Sex Dolls for Pedophiles 15 agosto 2016

Child Sex Dolls for Paedophiles 2 28 agosto 2016



Smart vibrator promises better orgasms JONATHAN SHARMAN 13:27, 16 APR 2016

Porno Prosthetics: Fellatio Modification Project 30 NOVEMBRE 2016


Report: More Than One in Ten Women Interested in Virtual Reality Sex CHARLIE NASH24 Nov 2016

PER-VIRTUAL INSANITY Virtual reality sexual assault prompts creation of anti-pervert ‘safe space force field’ 26th October 2016 

Virtual Reality is a hotbed for sexual assault  November 01, 2016



The End of Sex and the Future of Human Reproduction

Il professore Henry Greely, direttore del centro di bioscienze della Stanford University e autore del libro “The End of Sex and the Future of Human Reproduction” afferma che tra una ventina di anni l’uomo potrà procreare senza ricorrere al sesso. L’ipotesi sembra tratta da una fiction fantascientifica, sicuramente fa rabbrividire per i problemi etici che sorgerebbero per i figli “progettati” in laboratorio. L’unico sollievo sarebbe pensare che se ciò dovesse proprio avvenire, almeno nessuno più si porrà più il problema di sindacare o regolare o censurare con norme giuridiche o limitazioni religiose la libera espressione della sessualità come passatempo ludico ed esercizio relazionale tra esseri umani adulti e consenzienti.


Entro venti, massimo quaranta anni, nella maggior parte dei Paesi sviluppati le coppie sceglieranno di concepire con la fecondazione in vitro; il sesso diventerà un divertissement, la procreazione naturale un atto di insubordinazione verso le politiche sanitarie nazionali. 

La previsione è di Henry T. Greely, direttore del Centro per la legge e le bioscienze della Stanford University (California), che nel saggio The End of Sex and the Future of Human Reproduction (Harvard University Press) tira le somme di un lungo percorso di studi bioetici, un’area del sapere, spiega, che «tenta di rispondere alle domande morali, etiche, sociali e legali poste dal rapporto tra società e progresso scientifico».

Nel giro di pochi anni la fecondazione in vitro e la diagnosi genetica preimpianto (Pgd) diventeranno estremamente semplici, economiche e accurate. Fino a che punto, allora, saremo disposti a limitare, e a limitarci, nella scelta dei tratti genetici delle generazioni future? Quando una strada offre il massimo dei benefici al minimo dei costi, sembra che il margine di trattativa delle cosiddette forze conservatrici sia molto ristretto. Spiega Greely: «Il primo sequenziamento genomico risale al 2003: allora costava circa 350 mila dollari e forniva solo poche informazioni. Oggi possiamo ricostruire un intero genoma al costo di mille dollari; entro vent’anni, il costo sarà nettamente inferiore e arriveremo a quella che ho chiamato Easy Pgd, cioè una diagnosi preimpianto di routine, facile ed economica. Per allora, anche la fecondazione in vitro sarà cambiata: la tecnologia delle cellule staminali ci consentirà di bypassare il prelievo degli ovociti, che è una procedura costosa, invasiva e anche piuttosto rischiosa. Sarà sufficiente avere un po’ di tessuto cutaneo della donna. Da lì si ricaveranno staminali, le quali a loro volta saranno usate per produrre ovuli». 


Ma questo è solo l’inizio di un lungo viaggio nel futuro. Ogni coppia, prevede Greely, avrà a disposizione cento embrioni, ciascuno dotato di un minuzioso dossier genetico. Una volta scartati eventuali embrioni portatori di patologie ereditarie, o a rischio di malattie, con che criterio si sceglierà? Il sesso preferito, ad esempio. Il colore degli occhi e dei capelli, l’altezza e la costituzione. I genitori potranno scartare piccoli difetti, come l’alopecia o le sopracciglia unite, ma anche selezionare i marcatori genetici di specifici tratti caratteriali, come l’attitudine allo sport, alla musica o alla matematica. Con una certa approssimazione, anche il quoziente intellettivo. Saremo in grado di dire, ad esempio: questo bambino ha il 60 per cento di possibilità di trovarsi nella metà superiore della fascia. Un vero e proprio «make up genetico», che non mancherà di sollevare problemi. Ipotizziamo che una coppia scelga un embrione pensando di farne un campione di football, per poi ritrovarsi un poeta. «Farà causa alla clinica?» si domanda Greely. «Al momento non esistono testi di legge che possano regolamentare quel che accadrà». D’altronde, i giuristi del 2050 dovranno risolvere questioni ben più delicate. «È plausibile, ad esempio, che le persone affette da nanismo e sordità vorranno figli simili a loro. Ora, se dei genitori compromettono l’udito del figlio, li arrestiamo. Ma se scelgono un embrione perché è sordo, come loro, allo scopo di preservare i sordi dal genocidio, come dobbiamo regolarci?». 

«Mi aspetto che sarà approvata rapidamente nei Paesi in cui le forze religiose hanno un potere limitato, quindi Cina, Singapore, Corea e Nord Europa. Negli Stati Uniti, a meno che le cose non cambino drasticamente, penso che molti Stati (e il governo federale) la ammetteranno, nonostante forti opposizioni. In Italia, molto dipenderà dall’evoluzione politica e culturale. Anche la Germania sarà riluttante, per via del suo passato e dei tabù legati all’eugenetica». Il problema dell’equità sarà un nodo centrale del dibattito. Come evitare l’aberrazione di un mondo in cui solo i ricchi hanno diritto ad avere figli sani, belli e intelligenti? L’idea di Greely è che, almeno nelle economie più avanzate, la Easy Pgd sarà sovvenzionata dallo Stato, e questo non solo a vantaggio dei cittadini, ma anche del sistema sanitario, perché a conti fatti (cioè circa 11 mila dollari a procedura, tra creazione degli embrioni, test del Dna e consulenza genetica) la spesa sarà interamente assorbita dal risparmio sulle assistenze sanitarie. Di più: il vantaggio economico sarà tale che il concepimento “vecchio stile” sarà disincentivato, fino a cadere in disuso. «Specie nei Paesi con assistenza sanitaria pubblica, la procreazione naturale diventerà uno stigma sociale. La gente dirà: hai fatto a modo tuo e adesso ci ritroviamo a carico un bambino malato?». 

L’obiezione viene dal biologo Carlo Alberto Redi, docente di Zoologia e biologia dello sviluppo all’Università di Pavia. Nel suo libro appena uscito per Sironi, Storia di una cellula fantastica. Scienza cultura e natura dell’uovo (pp. 224, 19,80 euro), scritto con la biologa Manuela Monti, bioetica e biopolitica della riproduzione sono temi centrali. «Le applicazioni della genetica» dice Redi «portano senz’altro nella direzione indicata da Greely, ma è improbabile che tra soli quaranta anni sapremo davvero selezionare a nostro piacimento altezza, intelligenza o abilità musicale. Si tratta di caratteri multifattoriali, che dipendono, cioè, dall’azione congiunta di più geni, non da uno o due. Iniziamo ora a investire sulla medicina di precisione, quella che studia, appunto, le patologie e i caratteri geneticamente complessi, per cui forse raggiungeremo i risultati di cui parla Greely tra un centinaio di anni. Per allora è certo che ci sarà stata una rivoluzione nel nostro modo di riprodurci». 



Niente sesso, siamo troppo occupati a guardare i serial su Netflix. Potrà diventare questo lo slogan dei paesi industrializzati intorno al 2030, secondo la profezia di un futurologo inglese. David Spiegelhalter, docente della Cambridge University, dove insegna un corso sulla comprensione dei comportamenti pubblici, ha scritto un libro intitolato “Sex by numbers” (Il sesso in cifre), nel quale nota che , essendo pala frequenza con cui le coppie hanno rapporti sessuali è in declino da trent’annissata da cinque volte al mese negli anni ’90, a quattro volte al mese negli anni Duemila, a tre volte al mese nel decennio in corso. La sua spiegazione: “Penso che sia l’eccesso di sollecitazioni d’altro genere. Tipo, oddio devo guardare l’intera serie di Trono di Spade in tivù. Che fa parte del fenomeno di essere sempre connessi al proprio telefonino, tablet, computer, per cui possiamo continuare a controllare messaggi, post, video e quant’altro anche tutta la notte, mentre fino a non molto tempo fa alle 10 e mezza di sera non c’era praticamente più nulla da guardare alla televisione e non c’era altro da fare”. Nient’altro, sottintende lo studioso, che fare sesso.

La sua non è l’unica indagine che sostiene questa tesi: nel 2014 un sondaggio fra 143 coppie eterosessuali riportava che la stragrande maggioranza veniva interrotta per così dire sul più bello dalle vibrazioni o scampanellate di smart phone e altri apparecchi digitali che segnalano una notizia, un sms, un email, una chiamata (bé, sì, qualcuno usa ancora i cellulari per telefonare, o almeno li usava fino a due anni fa, oggi probabilmente anche questo utilizzo è stato pressoché abbandonato per lasciare spazio a tutti gli altri). Al ritmo attuale di sviluppo tecnologico, e di assuefazione di massa al trend, il professor Spiegelhalter è convinto che tra meno di quindici anni, ovvero intorno al 2030, “le coppie non faranno più alcun sesso”, tutte prese come saranno da controllare Facebook, twittare qualcosa, rispondere a un post e guardare l’ultima puntata dell’ultimo serial alla moda per poterlo poi commentare con gli amici, naturalmente sul web.



“Nel 2030?”, commenta ironicamente, ma non del tutto, un columnist del Guardian di Londra. “Con le sempre nuove distrazioni della rivoluzione digitale, sarebbe un miracolo se la gente continuerà a fare un po’ di sesso fino a quella data”.












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